Se trentatré giornalisti chiedono di ignorare la pista mafia-appalti

Dalla trattativa con lo Stato al terrorismo nero: le piste infondate cambiano, la funzione di puntare sulle suggestioni e non sui fatti concreti

 

Entra in scena una lettera firmata da trentatré giornalisti siciliani, indirizzata al presidente Mattarella e alla presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo.
Il senso è questo: la Commissione sbaglia a occuparsi di mafia-appalti, trascurando le altre piste sui mandanti, in particolare quella del terrorismo nero. Parliamo degli stessi giornalisti che in passato attribuivano le stragi a Berlusconi, poi si erano gettati sulla narrativa della trattativa Stato-mafia sponsorizzando il super-testimone patacca Massimo Ciancimino, il cui racconto è crollato tra condanne per calunnia e smentite processuali. Ora virano su Stefano Delle Chiaie, soprannominato “er caccola”. Domani, esaurita questa tesi, chissà.
Il problema è che la logica di Cosa nostra, quella vera e documentata, non ha mai avuto bisogno di mandanti esterni per scatenare la stagione più brutale della sua storia. Ne aveva di interni, molto più concreti: la sopravvivenza economica dell’organizzazione, favorita dall’isolamento sistematico dei magistrati che la minacciavano. C’è una costante nella storia dei giudici uccisi dalla mafia prima di Falcone e Borsellino. Non è il terrorismo nero. È la delegittimazione dei colleghi. Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, viene assassinato il 6 agosto 1980 mentre sfoglia libri in via Cavour. Aveva firmato da solo i mandati di cattura contro il boss Rosario Spatola, perché i sostituti si erano rifiutati di mettere la firma. Al funerale non andò quasi nessun collega.
Rocco Chinnici, con il quale si scambiava informazioni dentro un ascensore bloccato a mezza corsa, sarà ucciso con un’autobomba nel 1983. Falcone e Borsellino non erano un’eccezione. Erano l’ultimo capitolo di una storia con lo stesso copione da decenni. Con una novità: erano arrivati all’intera organizzazione, dagli omicidi fino alle grandi imprese quotate in borsa. Il maxiprocesso non era la conclusione ma un punto di partenza, che sarebbe poi dovuto passare per mafia-appalti. Un salto di qualità delle indagini al quale Riina rispose con la strategia terroristica.

La riunione che nessuno vuole leggere

La decisione di uccidere Falcone e Borsellino non nasce da un intrigo tra neofascisti e padrini. Nasce da una riunione. Due riunioni. La prima si tiene tra settembre e ottobre 1991 nella provincia di Enna, dove i vertici della Commissione regionale di Cosa nostra discutono cosa fare dopo che l’esito del maxiprocesso è diventato chiaro.
Il governo Andreotti, con Falcone al ministero, aveva prodotto leggi durissime. I Ros avevano depositato la loro informativa, la quale era arrivata nelle mani di tutti i mafiosi e altri soggetti coinvolti. E Falcone stesso, a un convegno nel marzo di quell’anno, aveva detto esplicitamente che per colpire la mafia serviva un coordinamento tra le procure sugli appalti, dove erano coinvolte, parole sue, anche aziende del nord. Lì Riina pronuncia la frase che Filippo Malvagna racconterà agli inquirenti: «Qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace».
Lo stesso Antonino Buscemi, come racconterà Angelo Siino, dirà che Falcone li stava consumando. La seconda è di dicembre 1991, a casa di Girolamo Guddo ad Altarello di Baida, con la Commissione provinciale. È lì che vengono decisi i nomi: Falcone, Borsellino, Lima, Martelli. Ci sono nomi, date, luoghi, collaboratori con dichiarazioni convergenti: Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi, Nino Giuffrè, Filippo Malvagna. La sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Catania del 2006 ha parlato di un «piano stragista» deliberato collegialmente, in cui quelle riunioni rappresentano «il preciso momento di perfezionamento» della volontà di morte.
Il motore è il maxiprocesso, il quale aveva individuato l’esistenza della Commissione provinciale e la responsabilità collegiale per gli omicidi eccellenti.
Per Riina era un disastro: non solo le condanne, ma il riconoscimento giuridico della struttura stessa. E mafia-appalti era il cuore economico di quella struttura, insieme al traffico di droga.
Nel verbale del 7 dicembre 1992, il pm Vittorio Teresi ha fissato il pensiero di entrambi i magistrati: Lima e Guazzelli erano stati uccisi perché si erano rifiutati di cauterizzare il procedimento mafia-appalti.
La procura di Palermo di Giammanco aveva chiesto l’archiviazione di quel dossier il 13 luglio 1992. Cinque giorni dopo, il 19 luglio, Borsellino è saltato in aria in via D’Amelio.
Il 22 luglio il gip riceve la richiesta e la accoglie il 14 agosto. La procura di Caltanissetta guidata da Salvatore De Luca ha trovato elementi definiti «concreti, univoci, plurimi» per affermare che la gestione di quel procedimento è stata la concausa delle stragi.

Quello che Borsellino aveva detto

Il 2 luglio 1992, diciassette giorni prima di morire, Borsellino incontra il giornalista Luca Rossi. Non è un’intervista ufficiale: è una conversazione. Rossi pubblica sul Corriere il resoconto solo due giorni dopo la strage.
Quello che Borsellino gli dice è inequivocabile: pensa a una connessione tra l’omicidio di Lima e quello di Falcone, con il filo comune degli appalti.

Il 18 luglio, l’ultimo sabato della sua vita, prende per mano la moglie Agnese e scende alla spiaggia di Villagrazia di Carini, senza scorta. Dopo un lungo silenzio, le dice: «La mafia mi ucciderà, ma saranno i miei colleghi e altri a permettere che ciò possa accadere».
Dai verbali del Csm del 1992 emerge anche un’altra voce: la sorella di Falcone riferirà che Borsellino «stava scoprendo cose terribili riguardanti la procura».
I trentatré giornalisti chiedono che si indaghi su piste diverse. Ma è Borsellino stesso, a pochi giorni dalla morte, a indicare quella pista, cristallizzata poi in tutte le sentenze sulle stragi.
La Commissione presieduta da Colosimo ha scelto di occuparsi esattamente di questo, ascoltando chi lavora sui documenti senza suggestioni.
L’attacco a quella procura ha una ragione precisa. De Luca e il suo pool hanno indagato ex magistrati della procura di Palermo, sviscerando omissioni e occultamenti che isolarono Borsellino.
Aprire quel capitolo significa riscrivere pezzi interi della storia antimafia ufficiale, quella costruita in decenni di Commissioni precedenti che hanno inseguito mandanti esterni, trattative, presunte donne bionde e altra spazzatura depistante. Ora che si torna ai fatti documentati, arriva la lettera al Quirinale.
A difendere la procura nissena è intervenuta l’Anm locale, ma il silenzio di quella nazionale e del Csm è assordante.
I trentatré spingono verso la pista neofascista, quella che si regge su Alberto Lo Cicero, un collaboratore che in ventidue verbali non nomina mai Antonino Troia, condannato all’ergastolo per la strage di Capaci.
Le sue parole su Delle Chiaie arrivano anni dopo, in contesti che non tengono. De Luca lo ha definito «zero tagliato». Scomodare il Quirinale per questo evoca un precedente: il caso Minetti rilanciato dal Fatto Quotidiano su basi che non reggevano, che imbarazzò le più alte istituzioni senza riscontro. Stesso schema, casi diversi.
Ed è singolare che questi giornalisti non chiedano alla Commissione ciò che più volte Il Dubbio ha sollecitato: rendere pubblici i manoscritti di Borsellino, la missiva indirizzata a Scarpinato, tutti i fascicoli di indagine, un approfondimento sui pentiti ascoltati nelle settimane prima della strage. Nessuno chiede spiegazioni su come mai il fascicolo Mutolo, contenuto nella borsa, sia finito in procura: un dettaglio che apre una domanda precisa, se la borsa fosse stata prima consegnata in procura e poi rimandata in questura.
Ma la verità non interessa. Si attiva una gigantesca macchina del fango, si scrive al Quirinale, si perdono altri trent’anni. Il circo mediatico deve continuare.