La relazione finale della Commissione antimafia presieduta dal Senatore Morra.
Quando fu pubblicata la relazione finale della XVIII legislatura la cosa passò quasi sottotraccia. Eppure vi era scritto qualcosa che è stato ripreso dall’attuale commissione.
In pratica anche le indagini di quella commissione auspicavano un approfondimento degli atti sulle stragi del 92 con particolare riferimento all’ informativa mafia- appalti.
In essa troverete tutti i punti, pari pari, di cui si sta occupando la commissione Colosimo.
Dai diari di Falcone all’ indagine proveniente da Massa Carrara.
Dallo stralcio Sirap, e le comunicazioni di De Donno al dr Lo Forte del 30 giugno 92, alla questione ” covo di vipere”. Ci sono poi i punti relativi a Li Pera, a Felice Lima, alle indagini del dr Lama a Massa Carrara. C’è la questione sulla riunione del 14 luglio in procura, la mancata comunicazione a Borsellino della richiesta di archiviazione dell’ indagine mafia appalti. E poi ancora l’ invio irrituale da parte di Giammanco dell’ informativa del Ros, con gli allegati, a più ministeri.
Tutto quello che oggi si sta approfondendo e che allora non si riuscì a fare. Logicamente non troverete tutte le nuove emergenze investigative come i verbali e le deposizioni dei poliziotti sulla borsa, ne ci sono gli atti che ha dissotterrato questa commissione relativamente alla repertazione delle carte che si trovavano nell’ ufficio del dr Borsellino. Ma, nel complesso, sembra, una relazione dell’ attuale commissione..
Basta prendere la relazione e leggerla da pag. 540
“In quasi tutte le sentenze che si sono occupate della strage di via D’Amelio (e di Capaci), affiorano, però, prepotenti, le pericolose indagini che Borsellino (come Falcone, prima) intendeva svolgere sul livello più elevato dei rapporti mafiosi, quelli con la politica, con l’economia e con l’imprenditoria che, allora come ora, consentono alla mafia affari miliardari. La ragione più semplice, concreta, la prima alla quale si era pensato e che tuttavia ha dovuto attendere l’inizio del nuovo millennio prima che un procedimento (4) venisse aperto per verificarne la fondatezza. Di esso la procura di Caltanissetta ha sollecitato l’archiviazione tre anni dopo, non perché fosse risultato accertato che quel movente non era all’origine delle stragi, ma per l’inesistenza di elementi specifici a carico dei soggetti che risultavano iscritti come indagati (5). L’esperienza e le conoscenze faticosamente acquisite devono essere consegnate a chi potrà proseguire questo percorso di ricerca della verità. Perché non è facile capire cosa è realmente la mafia e, soprattutto, fino a dove è « mafia ».[…]
All’esito di questo percorso, avverto la forte esigenza di condividere, soprattutto con coloro che faranno parte della Commissione antimafia, ove sarà costituita nella prossima Legislatura, gli atti raccolti ed alcune riflessioni che il confronto, lo studio e l’analisi della documentazione oggi stesso da me versata in archivio (6), hanno sollecitato. Si tratta di fatti che aprono molti interrogativi e che costituiscono un punto di partenza perché ad essi dovrà darsi risposta nel percorso che potrà condurre alla verità. Almeno con riguardo ai due terribili delitti che, all’incedere di quell’estate del 1992, aprirono la stagione stragista. Sono delitti che si discostano notevolmente da quelli che li hanno seguiti nel continente, oltre che per i tempi e i luoghi di esecuzione, per le vittime prescelte che, nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio erano ben determinate, estremamente vicine tra loro e fortemente impegnate nel contrasto alla mafia, diversamente da quanto accaduto nelle esplosioni del 1993 (7).
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Si ritiene che i cosiddetti diari di Falcone siano quelli pubblicati dalla giornalista Liana Milella il 24 giugno del 1992, dopo che si discuteva da giorni della loro esistenza e veridicità. La giornalista riferì che quei diari esistevano, che era stato il dottor Falcone a consegnarglieli nella seconda settimana del mese di luglio dell’anno precedente (9). Si trattava di due fogli A4 nei quali erano annotati 14 punti, 14 momenti di tensione vissuti dal dottor Falcone nei mesi precedenti al suo trasferimento al Ministero di grazia e giustizia. L’ultimo risaliva al 6 febbraio 1991. In essi erano narrate vicende attinenti alle decisioni dell’ufficio e ad un modo di gestirlo che il giudice Falcone non condivideva: dall’interessamento del procuratore ad un fascicolo che coinvolgeva la Regione Sicilia assegnato alla dottoressa Sabatino, al mancato coordinamento della procura palermitana con quella di Roma per approfondire i cosiddetti « omicidi politici » (quelli commessi in pregiudizio di Piersanti Mattarella, Michele Reina e Pio La Torre) dopo la scoperta dell’associazione segreta Gladio. O ancora alla scelta di assumere, in sua assenza, informazioni dal Cardinale Pappalardo (in merito a quanto riferito dalla segretaria di Licio Gelli « nel processo Mattarella »). Ma ecco una prima anomalia: non sono solo quei 14 i punti annotati dal giudice Falcone, egli non ha smesso di scrivere il 6 febbraio del 1991.
Il 23 giugno del 1992 sul quotidiano La Repubblica, il giornalista Giuseppe D’Avanzo (10)– analogo scritto, lo stesso giorno, usciva sul Corriere della Sera, a firma di Felice Cavallaro– pubblicava un articolo nel quale menzionava proprio i diari di Falcone. Commentava l’arrivo alla procura di Caltanissetta– che indagava sulla strage di Capaci– dei dischetti che avrebbero dovuto contenerli e le risposte date dall’allora procuratore che, a fronte delle numerose domande dei giornalisti sulla esistenza e veridicità di quegli scritti di cui tanto si parlava, dichiarava « risolto il mistero », affermando di essere in possesso di tutto il materiale rinvenuto. Non è chiaro dove essi si trovino, ma l’articolo è molto dettagliato e il suo autore sembra avere visto quei diari: parla del contenuto di quelle annotazioni e ne commenta alcune, che appaiono, oggi, particolarmente significative. Ciò che più rileva è che molte di esse non sono tra quelle annotate nei due fogli che la giornalista Milella aveva pubblicato sul giornale su cui scriveva e che aveva consegnato alla procura di Caltanissetta”
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È, dunque, certo che in quegli appunti ci fosse qualcosa di più rispetto a quanto risulta dai fogli più volte pubblicati, consegnati agli inquirenti dalla giornalista del Sole 24 ore. Ma di quegli appunti non è, ad oggi, pubblica traccia e la stessa procura di Caltanissetta sembra avere avuto difficoltà per apprenderne il contenuto (22). In essi era certamente scritto qualcosa di significativo anche in merito alle sorti del « dossier mafia appalti » e su tale annotazione erano cadute le attenzioni del dottor Borsellino nel suo tentativo di capire perché il suo amico Giovanni Falcone fosse stato ucciso. Egli, come precisò nel corso dell’intervista alla rivista Micromega, era convinto che le cause della morte del collega fossero da ricercare nel pericolo rappresentato dalle sue indagini, da ciò che Falcone riteneva importante e su cui avrebbe ripreso a lavorare quando sarebbe « tornato a fare il magistrato »: sapeva che questo gli era stato impedito « perché è questo che faceva paura » (23). Il tema dei rapporti tra mafia, imprenditoria e politica era certamente uno di quelli ai quali il dottor Borsellino prestava massima attenzione, proprio perché ciò aveva fatto il suo amico e collega, Giovanni Falcone. Per questo teneva molto alla prosecuzione delle indagini da quest’ultimo iniziate con il Ros (come si vedrà insistendo per il loro approfondimento) e voleva occuparsi del coordinamento dell’antimafia nella zona di Palermo. Per questo voleva seguire la collaborazione del nuovo pentito Gaspare Mutolo: proprio in tale livello di rapporti di cosa nostra e nell’ingerenza mafiosa nel sistema degli appalti, il dottor Borsellino riteneva andassero ricercate le cause della morte dell’amico. A tale considerazione conducono le dichiarazioni del giudice Guarnotta (24), molto vicino al dottor Borsellino anche nei giorni immediatamente precedenti la sua morte.
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Dunque, secondo la confidenza fatta al suo collega Guarnotta, il dottor Borsellino riteneva che proprio nell’indagine sui rapporti tra mafia, politica, economia ed imprenditoria iniziata da Falcone fossero da ricercare le ragioni dell’uccisione di questi ed essa egli intendeva proseguire. Incontrava però forti ostacoli nel suo ufficio: non gli veniva affidata la delega al coordinamento delle indagini riguardanti la zona di Palermo, non gli veniva affidata la gestione della collaborazione di Mutolo e l’indagine avviata da Falcone e portata avanti dal Ros sembrava non raggiungere i risultati attesi. L’attenzione del dottor Borsellino su tale indagine era stata invero sollecitata dallo stesso dottor Falcone almeno un anno prima: egli lo aveva invitato ad occuparsi del dossier mafia appalti quando, nell’agosto del 1991, trovandosi al Ministero di grazia e giustizia, ne aveva determinato larestituzione alla procura di Palermo (25) dopo che il procuratore Giammanco lo aveva inviato al Ministro Martelli (e non solo).
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Per questo egli pose particolare attenzione alle sorti di quel dossier su mafia e appalti, chiedendo (52) notizie al dottor Scarpinato (che, insieme ad altri, ne era titolare) e parlandone riservatamente con i carabinieri del Ros che quelle indagini avevano condotto. Per lo stesso motivo egli prestava tanta attenzione alla collaborazione di Gaspare Mutolo e a quella di Leonardo Messina. Per questo era così interessato ad avere la delega per coordinare le indagini che riguardavano Palermo, anziché quella assegnatagli, delle province di Trapani (53) e Agrigento. Non era convinto che quella informativa fosse stata trattata con il rigore che le era dovuto e, forse, temeva che possibili interferenze avessero condizionato le scelte dell’ufficio. Sapeva quanto era accaduto prima della morte di Falcone, in parte perché appreso dallo stesso quando era ancora in vita, in parte perché ricostruito nelle affannose ricerche condotte in quei 57 giorni e, forse, anche per le parole dell’amico che aveva ricondotto l’operato della Procura in merito a quella indagine a « scelte riduttive », fatte « per evitare il coinvolgimento di personaggi politici » (54). E Borsellino quelle indagini intendeva proseguire, dedicandovi la massima attenzione, ed intendeva impiegare per farlo gli stessi uomini che già avevano lavorato con Falcone e dei quali, solo, anch’egli si fidava. Per questo aveva richiesto il massimo riserbo, anche rispetto ai magistrati della procura. Per questo, il 25 giugno 1992, aveva incontrato riservatamente gli autori di quel rapporto chiedendo loro di riprendere in mano quell’indagine e proseguire il lavoro (55). Era noto, all’interno dell’ufficio di procura, l’interesse del dottor Borsellino per questo livello degli interessi mafiosi; del pari era noto che egli volesse l’approfondimento di quei fatti e che rappresentasse un ostacolo alla chiusura dell’indagine mafia appalti (56), di cui venne, in effetti, richiesta, per buona parte, l’archiviazione subito dopo la sua morte. Delle stesse informazioni disponeva anche cosa nostra, in tutti i suoi livelli”
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Dalla relazione, ancora, non emerge che era pervenuto a Palermo un fascicolo trasmesso dal dottor Augusto Lama, della procura di Massa Carrara, nel quale era stato ricostruito attraverso complesse indagini, intercettazioni telefoniche ed anche con l’escussione di alcuni collaboratori di giustizia (tra i quali il noto Antonino Calderone) il ruolo dei fratelli Buscemi (Salvatore ed Antonino) nella Calcestruzzi S.p.a. di Ravenna, società del gruppo Ferruzzi menzionata nel rapporto del Ros del 16 febbraio 1991 (rappresentata in Sicilia dall’ing. Bini, in stretti contatti almeno telefonici con Angelo Siino). Gli elementi raccolti in quel procedimento, sintetizzati in una memoria redatta dal magistrato titolare (72) appaiono estremamente significativi nell’evidenziare i legami dei fratelli Buscemi ed anche di Antonino Buscemi) con l’organizzazione mafiosa, il loro ruolo nella Calcestruzzi S.p.A. e le irregolarità oggetto di accertamento.”
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In quella intervista Borsellino parlò per la prima volta dei diari di Falcone affermandone l’autenticità con fermezza e rivelando che sul loro contenuto intendeva riferire agli inquirenti nisseni, nel convincimento che quegli appunti, evidentemente rilevanti, avrebbero potuto essere d’aiuto per individuare i responsabili della strage di Capaci (90). Il disagio del dottor Borsellino nella procura di Palermo emerge palese da altre due circostanze riferite da colleghi di quell’ufficio. La prima è fatto noto perché ampiamente divulgato dalla stampa: si tratta della confidenza che il dottor Borsellino, distesosi su un divano e con le lacrime agli occhi, fece ai colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa, affermando di essere stato tradito da un amico e definendo l’ufficio di Palermo come « un nido di vipere ». L’altra circostanza attiene a quanto accaduto nel corso della riunione indetta inusualmente (91) dal dottor Giammanco il 14 luglio 1992, cinque giorni prima della strage di via D’Amelio, per discutere di « problematiche di interesse generale attinenti alle seguenti rilevanti indagini che hanno avuto anche larga eco nell’opinione pubblica ». Uno degli argomenti che venne affrontato in detta riunione riguardava proprio il procedimento mafia appalti. Come già accennato, seppure elaborata in quel mese di giugno del 1992, la richiesta di archiviazione era stata sottoscritta in data 13 luglio 1992, dunque il giorno precedente la citata riunione. Dalle dichiarazioni rese dai magistrati presenti a quella riunione al Consiglio superiore della magistratura si evince come nessuno riferì al dottor Borsellino di avere predisposto e sottoscritto quella richiesta di archiviazione benché– secondo quanto riferito da alcuni dei magistrati presenti (92)– egli avesse richiesto dei chiarimenti sulla sorte di quel fascicolo, sull’esito delle indagini connesse alla trasmissione di atti dalla procura di Marsala in merito ad appalti di Pantelleria (93) e, in genere, sul modo di procedere nelle indagini. Soprattutto, aveva rappresentato la necessità di attendere alla luce delle dichiarazioni di un nuovo collaboratore di cui non veniva fatto il nome. Evidentemente Gaspare Mutolo, Leonardo Messina o, anche, forse Giuseppe Li Pera.”
Nonostante il vivo interesse pubblicamente manifestato, nessuno dei presenti informò il procuratore aggiunto, dottor Borsellino, della predisposizione di una richiesta di archiviazione e della firma della stessa avvenuta il giorno prima, anche per la parte riguardante l’appalto di Pantelleria a cui egli aveva fatto specifico riferimento. Dunque, nonostante le sollecitazioni del dottor Borsellino, la collaborazione di Mutolo e di Leonardo Messina, la trasmissione degli atti d’indagine della procura di Massa Carrara, la riserva di deposito di una informativa contenente una più approfondita analisi delle intercettazioni acquisite da parte del Ros e forse, la conoscenza della collaborazione avviata con la procura catanese dal dottor Li Pera, vennero archiviate le posizioni di imprenditori del nord Italia, ma anche di soggetti siciliani di rilievo quali Buscemi Antonino e Bulgarella Giuseppe (coinvolto, appunto, nelle vicende che riguardavano l’aggiudicazione di un appalto a Pantelleria). Nonostante l’interesse mostrato, nulla venne riferito nel corso di quella riunione al dottor Borsellino in merito alla predisposizione e sottoscrizione della richiesta di archiviazione. E questa rimane una circostanza inspiegabile: è una omissione che non può dirsi o ritenersi priva di rilievo e che impone di comprenderne le ragioni. Il dottor Falcone aveva in più sedi evidenziato l’importanza di quelle indagini: significativo il suo intervento a Castello Utveggio il 15 marzo 1991 (94), due giorni prima che egli abbandonasse la procura di Palermo. Egli aveva specificato come il condizionamento mafioso nella materia degli appalti fosse molto più grave di quanto potesse apparire all’esterno e come esso non interessasse solo imprese siciliane: affermava esservi « una indistinzione tra imprese meridionali e imprese di altre zone d’Italia per quanto attiene al condizionamento e all’inserimento in certe tematiche di schietta matrice mafiosa » ed aggiungeva essere « illusorio pensare che imprese appartenenti ad altre attività, che dovevano essere realizzate in altre zone d’Italia, rimangano immuni da certi tipi di collegamenti, sia che lo vogliano sia che non lo vogliano » concludendo con un esplicito riferimento all’esistenza di indagini al riguardo (« E questo nel futuro verrà fuori ! »).
[…]
È, d’altro lato, indubbio che vi siano state alcune anomalie nella gestione dell’indagine mafia appalti da parte della procura di Palermo. Dapprima con il tentativo di ritardare il deposito del dossier, scongiurato grazie all’intervento del dottor Falcone (97), poi con la chiusura, per diverso tempo, del medesimo dossier in una cassaforte dell’ufficio. L’indagine venne poi assegnata a tutti i magistrati del pool antimafia che, dopo numerose riunioni e confronti, richiesero provvedimenti cautelari solo nei confronti di cinque indagati, in sostanza non accogliendo la ricostruzione proposta dal Ros e negando la rilevanza penale della condotta degli imprenditori. E il fascicolo venne smembrato, non riconoscendo le cointeressenze mafiose e separando frammenti di indagini da inviare nei vari uffici d’Italia.”
A cura di Gabriella Tassone – Fraterno Sostegno ad Agnese Borsellino
13.9.2022 🟧 Rel. MORRA – Presidente Commissione Parlamentare Antimafia




