TRAVAGLIO, RANUCCI, BOLZONI e “FALCONE “il dipendente di ANDREOTTI”

 

📌Attilio Bolzoni 

Travaglio, Ranucci e Falcone nominato invano.

Il giornalismo dell’io: io io io io io
Quando la notizia diventa lo stesso giornalista significa che il giornalismo è moribondo, che non scorre più sangue nelle sue vene.
Il mio commento sul Domani.

In questa pazza e minacciosa estate non sono i giornalisti a dare le notizie ma, i giornalisti, sono diventati loro stessi la notizia. Questo avviene quando il giornalismo non ha più sangue che scorre nelle sue vene, quando non ha respiro, quando è moribondo

 

I giornalisti dovrebbero imparare a scrivere meno. O scrivere solo quando hanno davvero qualcosa da dire, altrimenti rischiano si sparare raffiche di stupidaggini e in certi casi scivolare anche nelle peggiori volgarità.
L’ha fatto Marco Travaglio, polemista formidabile, collega quasi stimabilissimo sino a quando non si è fatto prendere la mano per difendere a tutti costi (e non è che ci sia riuscito molto bene) Sigfrido Ranucci, altro quasi stimabilissimo collega rispetto al quale – è meglio che lo precisi subito – mi sento lontano anni luce per come ho sempre inteso l’uso e il rapporto con le fonti.
Comunque siamo qua in questa pazza e minacciosa estate dove non sono i giornalisti a dare le notizie ma, i giornalisti, sono diventa ti loro stessi la notizia. Questo avviene quando il giornalismo non ha più sangue che scorre nelle sue vene, quando il giornalismo non ha respiro, quando è moribondo.

Il maxi processo salvato

A me i santini non sono mai piaciuti ma credo che, entrambi, Travaglio e Ranucci, abbiano pronuncia- to il nome di Giovanni Falcone invano. Ci sono rimasto male, non me l’aspettavo né dall’uno né dall’al- tro.
Cominciamo da Travaglio. Con quelle sue due righe in risposta a Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala che avevano dichiarato al Foglio che A Marco Travaglio vorrei ricordare cosa ha fatto il “dipendente” Falcone nel 1991 settimo governo Andreotti, ministro della Giustizia Claudio Martelli, ministro dell’interno Vincenzo Scotti quando era direttore degli Affari penali al ministero di via Arenula.
Il “dipendente” Falcone ha semplicemente salvato il maxi processo a Cosa nostra, strappandolo alle grinfie del giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale che di quel dibattimento in Cassazione ne avrebbe fatto carne di porco.
Se la grandezza iniziale di Falcone è stata quella di realizzare quel capolavoro di ingegneria giudiziaria che è stato il maxi, la sua grandezza finale – ancora più grande, perché meno visibile, perché nota a po- chi è stata quella di far condannare la mafia siciliana non solo a Palermo ma anche a Roma. Caro Tra- vaglio, la tua citazione su Falcone è stata molto sgrammaticata.
C’è qualcos’altro che mi ha portato turbamento dopo l’uscita di Travaglio: per la prima volta negli ultimi trent’anni mi sono trovato d’accordo con Maria Falcone, sorella del magistrato una che, sempre al fian- co dei potenti di Palermo, ha reso ogni 23 maggio una parata di pennacchi. In questa occasione, con lei che ha definito «indegna» la presa di posizione di Travaglio, sto dalla sua parte.

Il giornalismo dell’io

E adesso veniamo a Sigfrido Ranucci. Per come mi ha insegnato la Sicilia, dove mi sono formato come giornalista, per me la vittima è sempre vittima. E perciò per me, fino a prova contraria (che spero non verrà mai), Ranucci è vittima non solo di quei malacarne già individuati ma probabilmente anche di qualcuno più “riflessivo” che, approfittando della sua debolezza per Valterino Lavitola, l’ha infilato dolcemente in un sacco.
Detto questo anche lui ha citato a sproposito il nome di Falcone, insieme a quello di Aldo Moro, Pier- santi Mattarella, Paolo Borsellino, in un insensato e sconclusionato sfogo che ha aggravato poi la già sua pesante situazione attirandosi strali da ogni dove.
Caro Ranucci noi giornalisti dobbiamo volare più bassi, perché siamo in basso per raccontare il basso e l’alto, non siamo noi i protagonisti, siamo i testimoni, siamo solo e soltanto i raccontatori.
Se il giornalismo diventa io e io, io, io, io, non è più giornalismo ma avanspettacolo nel mi- gliore dei casi, grottesca rappresentazione di una realtà che noi dovremmo diffondere e che invece si riduce a specchio delle no- stre vanità.
Se poi tutto è “clamoroso”, se tutto è “inedito”, tutto è niente, è insignificante. C’è un giornalismo molto rumoroso che il più delle volte è innocuo, c’è una banalizzazione dell’informazione molto pericolosa, c’è un’autopromozione di certi giornalisti che è irritante oltre che dannosa.
Così i Valter Lavitola s’infilano e si infiltrano fra di noi, così fra una tartare di tonno e un carpaccio di spigola ci annullano se va bene. Sennò si finisce come a Ranucci, vittima di un attentato ma colpevole per tutti.


17.8.2026. MARIA FALCONE: Ho letto oggi sul Fatto Quotidiano, nella rubrica di Marco Travaglio “Ma mi faccia il piacere”, un passaggio dedicato a mio fratello Giovanni che mi ha profondamente amareggiata.
Commentando l’articolo del Foglio del 14 agosto, nel quale Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala affermano che «Falcone non avrebbe cenato con Lavitola», Travaglio liquida la questione con una battuta: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti».
È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano.
Quando, nel 1991, Giovanni accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via.
Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra.
A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi.
Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato.
Portò con sé l’esperienza enorme e la consapevolezza che, per sconfiggere Cosa nostra, non bastavano il coraggio e la capacità dei singoli magistrati: bisognava cambiare gli strumenti, le strutture e il modo stesso con cui lo Stato organizzava la propria risposta alla criminalità mafiosa.
E i risultati di quei quindici mesi parlano più di qualsiasi polemica.
Giovanni realizzò in maniera determinante la costruzione di una nuova architettura dell’antimafia italiana: la Direzione nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali antimafia, la Direzione investigativa antimafia, un più efficace coordinamento delle indagini e il rafforzamento degli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata e della collaborazione con la giustizia.
Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un Governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale, un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra.
Giovanni non apparteneva a un Governo.
Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono seggi e poltrone.
Non apparteneva a una parte politica.
Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani.
Ed è proprio per questo che considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica.
Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l’Italia e se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa.
 


FALCONE E I MONONEURONE

di Marco Travaglio  19 Agosto 2026 FQ
 
Il livello del dibattito, specie se c’è di mezzo il Fatto, è così miserevole che non si può più scrivere neppure la più ovvia delle banalità: Giovanni Falcone, quando fu assassinato da Cosa Nostra, lavorava nel governo Andreotti.
Dal febbraio 1991 era direttore agli Affari penali del ministero della Giustizia retto da Claudio Martelli.
Una scelta dirompente che raffreddò i suoi rapporti con alcuni colleghi e amici. Falcone sapeva bene chi erano gli andreottiani siciliani, dai cugini Salvo (arrestati da lui) a Lima. E già nel 1985 il pentito Buscetta gli aveva confidato che Andreotti era il referente di Cosa Nostra in un interrogatorio negli Usa, ma aveva rifiutato di metterlo a verbale perché “non è il momento: oggi ci ucciderebbero entrambi” (lo verbalizzò solo nel ’92, dopo la morte di Falcone, e Andreotti fu giudicato dalla Cassazione colpevole di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980, ma prescritto). Eppure quella scelta controversa si rivelò vincente, perché gli consentì di combattere la mafia dall’interno, cioè dal governo, imponendogli col suo prestigio atti prima impensabili: la rotazione dei presidenti della I sezione della Cassazione sui processi di mafia (così il “suo” maxiprocesso non lo gestì l’ammazzasentenze Carnevale); il decreto che riportava in cella i boss scarcerati; e il decreto Pentiti/41-bis, che però richiese il sacrificio di Falcone per essere approvato e quello di Borsellino per essere convertito in legge dalle Camere.
Dunque sì, dice bene la sorella Maria: Falcone lavorò con Andreotti per servire lo Stato. Pur conoscendo le collusioni mafiose e/o tangentizie del premier, di vari ministri ed esponenti del pentapartito, li usò per un fine superiore che giustificava i mezzi. Questi sono i fatti storici, noti e stranoti, che ho letto in molte sentenze e raccontato in tanti libri.
Ora il Foglio, dopo aver santificato i peggiori nemici di Falcone, da Carnevale a Contrada, ha intervistato Grasso, Ayala e Violante per titolare contro Ranucci: “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”.
Tipica appropriazione indebita: nessuno sa cosa farebbe oggi. Si sa invece che, per un bene superiore, collaborò con soggetti ben più pericolosi di Lavitola (se ci andasse pure a cena o no, chi se ne frega). Perciò ho commentato il titolo con una battuta di 6 parole su quel dato di fatto. E ora i soliti sciacalli imbucati (persino Gasparri, Renzi, Riotta e Colosimo, per dire) mi accusano di “insultare” ,“diffamare”, “infangare” Falcone accostandolo ad Andreotti. Oh bella: chi beatifica da sempre Andreotti e ne spaccia la sentenza di reità per assoluzione, dovrebbe sostenere che a Falcone ho fatto un complimento.
Visto il livello del dibattito, è meglio non fare battute senza spiegarle ai mononeuroni che non le capiscono.
 
 

Andate avanti, cretini

Marco Travaglio FQ 20.8.2026
 

Sulla stupidità della censura c’è ampia letteratura. Ma quando a praticarla sono politici e giornalisti, il concetto di stupido si rivela pericolosamente minimalista. Ranucci conduce il programma d’informazione Rai più seguito. Un amico pregiudicato, Lavitola, gli fa esplodere una bomba sotto casa, per motivi incomprensibili a tutti fuorché agli psichiatri. Cariche e scariche istituzionali con pennivendoli da riporto gli chiedono (a Ranucci, non a Lavitola) conto dell’attentato, insinuano che se lo sia fatto da solo e reclamano la sua cacciata da Report o – bontà loro – un “passo indietro” che risparmi ai censori il fastidio di censurarlo.
Il fondatore del Foglio, già spia della Cia e reggisacco delle peggiori canaglie, pretende il suo arresto: “Lavitola a Rebibbia e Ranucci no. Esiste ingiustizia più chiara?” (sì: lui). Lo stesso linciaggio tocca a chi osa ricordare che: Ranucci è la vittima, ignara anche secondo i pm; le amicizie, anche se inopportune, sono fatti suoi, a meno che non inquinino i contenuti di Report (il che non risulta); i giornalisti si giudicano non dagli amici, ma dalle notizie. Report e, ad abundantiam, il Fatto vengono lapidati in piazza per la grave colpa di “giornalismo d’inchiesta”. Ma il volume di fuoco del plotone d’esecuzione, inversamente proporzionale alla credibilità delle accuse e degli accusatori, sortisce l’effetto opposto a quello sperato. Anche chi dubitava dell’opportunità dell’amicizia con Lavitola capisce che Ranucci non viene attaccato per i suoi sbagli, ma per i meriti suoi e della squadra; e l’obiettivo dei manigoldi non è riportare l’etica alla Rai (che diventerebbe un deserto popolato da tre o quattro mosche bianche), ma cancellarne il poco rimasto.
Ranucci, che un mese fa faticava a riempire le sale, viene portato in trionfo. E chi alla Rai e a Palazzo Chigi pregustava la sua cacciata si chiede tremante se sia il caso, memore del ritorno in gloria di Santoro nel 2006.
Ranucci, vicedirettore tutelato dal contratto, dalla Costituzione, dalle leggi e dall’European Media Freedom Act, impiegherebbe pochi mesi a ottenere il reintegro d’urgenza, in piena campagna elettorale. E i censori finirebbero dritti alla Corte dei Conti per danno erariale e pure all’Ue, che vieta interferenze politiche nell’informazione.
Il sentimento popolare è tutto nelle geniali battute sul web.
Ecco Gimmorisò su X: “L’Italia è quel Paese meraviglioso in cui è la politica a fare le domande ai giornalisti, e non viceversa”, “Lo scoop di Capezzone sul Tempo ha dimostrato che con lo stipendio di Bruno Vespa ci paghi tutta la redazione di Report”. Un altro mese così e Ranucci, anziché perderla, triplicherà la sua popolarità, per ora solo raddoppiata. Quod non fecerunt Lavitolas, fecerunt cogliones.


19.8.2026 Su Andreotti e cosa nostra, un benvenuto agli indignati

 
di Gian Carlo Caselli FQ
 
Nella consueta rubrica del lunedì intitolata “Ma mi faccia il piacere”, sotto la voce di “Smemorati di Collegno”, il direttore di questo giornale Marco Travaglio, ha ricordato che tra i suoi molti incarichi Giovanni Falcone ne svolse uno anche in un governo di Giulio Andreotti.
La citazione ha suscitato molte critiche e polemiche, ma il fatto è vero: perché Falcone ebbe ad assumere e svolgere anche l’importante funzione di “direttore generale degli Affari penali” proprio in un governo presieduto da Giulio Andreotti. Non bisogna però dimenticare che in questo caso (vuoi per abilità di Falcone; vuoi per una disattenzione di Andreotti: anche Belzebù può commettere qualche errore…) a finire impagliato fu proprio quella vecchia volpe di Andreotti, più volte premier e ministro del governo italiano. Nel senso che furono adottate proprio da quel governo nuove misure antimafia di particolare importanza ed efficacia, come l’istituzione delle procure distrettuali e della Procura nazionale antimafia, vale a dire un metodo di lavoro basato suoi parametri – tanto innovativi quanto efficaci – della specializzazione degli operatori e della centralizzazione dei dati.
Cose che oggi, nella lotta al crimine organizzato, rappresentano ormai l’ordinaria amministrazione, mentre a quei tempi costituivano una vera e propria rivoluzione sul piano investigativo-giudiziario.
È anche importante segnalare che coloro che oggi si scatenano contro Marco Travaglio per quello che considerano un accostamento improponibile, sono gli stessi che hanno continuato imperterriti a santificare in ogni modo e circostanza lo statista democristiano: anche quando, con sentenza definitiva della Corte di Cassazione, egli era stato considerato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa Nostra per averlo commesso (sic) fino alla primavera del 1980. Delitto – si ribadisce – commesso ma prescritto per decorrenza dei termini di legge.
Cose che Marco ha sempre riferito con precisione, affermando, ancorché in solitudine, il coinvolgimento di Giulio Andreotti in affari con la mafia. Marco Travaglio merita pertanto che gli sia riconosciuta una continuativa coerenza in ordine al riconoscimento della sussistenza di rapporti tra Andreotti e la mafia, a differenza di chi oggi vorrebbe denigrarlo