L’Italia continua a fare i conti con una corruzione negli appalti pubblici che assume contorni sistemici, radicati territorialmente e strutturati in dinamiche consolidate nel tempo.
È quanto emerge dal rapporto dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) pubblicato il 24 giugno 2026, che analizza i procedimenti penali per corruzione nel settore degli appalti dal 2020 al maggio 2026. Un’analisi che, sebbene circoscritta ai soli casi emersi e comunicati dall’autorità giudiziaria, dipinge un quadro preoccupante per dimensioni, modalità e diffusione geografica del malaffare.
L’indagine si basa su 135 note informative elaborate dal Nucleo della Guardia di Finanza operante presso l’Anac, relative a 141 distinti procedimenti penali avviati da 100 diverse Procure della Repubblica. Un’impennata significativa rispetto al passato, con quasi due procedimenti penali al mese comunicati al Presidente dell’Autorità. A fare la parte del leone sono le procure di Roma (10 comunicazioni), Catania, Messina e Napoli (8), Milano e Benevento (7), Palermo (6). Un dato che già di per sé orienta la geografia del fenomeno verso le aree storicamente più esposte: il Mezzogiorno e, in particolare, la Sicilia.
I numeri della corruzione
I dati aggregati parlano chiaro: 994 persone fisiche coinvolte, di cui 583 appartenenti alla sfera privata (rappresentanti delle imprese) e 411 alla pubblica amministrazione. Un totale di 490 operatori economici e 212 stazioni appaltanti interessati, per oltre 530 contratti o concessioni indiziati.
Dal 2024, il valore complessivo degli appalti coinvolti nelle inchieste supera i 2,9 miliardi di euro, un dato che riflette la presenza di commesse di notevole entità. I capi di imputazione complessivi ammontano a 1.295, dei quali 762 (il 59%) riconducibili ai reati espressamente previsti dall’articolo 32 del decreto legge 90/2014, norma che disciplina le misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio delle imprese.
La corruzione si manifesta attraverso un ventaglio di reati, ma emerge con chiarezza una gerarchia delle condotte illecite. Al primo posto, con il 28,3% dei casi, si collocano la turbata libertà degli incanti (articolo 353 del codice penale) e la turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (353-bis). Si tratta di due fattispecie che, pur distinte, presentano forti affinità: la prima riguarda la turbativa della gara vera e propria, la seconda attiene alla fase preparatoria dell’appalto. In entrambi i casi, il fine è l’alterazione dell’iter di affidamento a favore dell’impresa parte dell’accordo corruttivo. Le modalità sono le più varie: dalla presentazione di offerte concordate tra le imprese all’ammissione di un’impresa nonostante la carenza dei requisiti di partecipazione, fino alla sopravvalutazione da parte della commissione di gara. Nel caso dell’articolo 353-bis, il bando viene spesso “costruito su misura” attraverso specifiche tecniche ad hoc.
Segue a breve distanza la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio (articolo 319), che rappresenta il 22,2% dei reati contestati, e le pene per il corruttore (articolo 321), al 21,2%. La quasi totale assenza del reato di concussione (meno dell’1%) è un dato di straordinaria rilevanza: dimostra che le condotte corruttive avvengono raramente per costrizione esercitata dalla parte pubblica, ma piuttosto attraverso accordi, con il privato imprenditore che offre o promette denaro o utilità e il pubblico ufficiale che accetta. Un patto tra parti, spesso consolidate nel tempo.
I reati di truffa e truffa aggravata si attestano all’8,5%, un dato significativo perché riguardano tipicamente la fase esecutiva del contratto, alterando qualità, costi e correttezza della prestazione. Le imputazioni ai sensi del decreto legislativo 231/2001, sulla responsabilità amministrativa degli enti, rappresentano il 5,6% dei casi. Del tutto marginali, infine, il traffico di influenze illecite e la concussione.
I protagonisti della corruzione
Un’analisi più approfondita dei soggetti coinvolti rivela una netta prevalenza di figure della sfera privata, che costituiscono il 58,7% del totale. Questa predominanza si spiega con la presenza, nella maggior parte dei procedimenti, di molteplici imprese coinvolte nella turbativa delle gare, a fronte di una o al più due stazioni appaltanti. Guardando al ruolo ricoperto, le figure apicali (titolari, amministratori, legali rappresentanti) rappresentano il 53% del totale. Ma è nel distinguo tra pubblico e privato che emergono le differenze più marcate: tra i privati, ben il 76% è costituito da figure apicali, mentre tra i pubblici la percentuale si inverte, con il 79% di funzionari e dipendenti non apicali.
Questo dato racconta una dinamica precisa: la corruzione negli appalti richiede necessariamente il coinvolgimento del vertice dell’impresa, ma per concretizzarsi ha bisogno del concorso materiale di figure più operative dal lato della pubblica amministrazione. Responsabili dei procedimenti, membri degli uffici tecnici, commissari di gara sono gli ingranaggi essenziali di un sistema che, anche quando vede il coinvolgimento di esponenti politici di vertice, non può prescindere dalla loro azione quotidiana. Le “intese” avvengono spesso a livello alto, tra vertice politico/dirigenziale e imprenditore, ma vengono poi poste in essere da queste figure intermedie, che diventano così complici necessari.
La dimensione di genere
Il rapporto dedica uno spazio significativo all’analisi di genere, con risultati che meritano attenzione. Sul totale di 994 imputati, solo 138 sono donne, poco meno del 14%. E la distribuzione conferma un minor coinvolgimento femminile in tutti i ruoli. Considerando il personale dipendente nel settore privato, dove il tasso di occupazione femminile è di circa il 42%, la percentuale di donne coinvolte in casi di corruzione scende al 22%. Nel settore pubblico, dove la presenza femminile tra i dipendenti (escluso il comparto scuola) è di circa il 33%, le donne imputate rappresentano solo il 17%. Anche tra le figure apicali pubbliche, dove le donne costituiscono poco più del 16% dei vertici, la loro incidenza nei casi di corruzione è del 12%.
Questi dati, sebbene non possano essere interpretati in termini deterministici, suggeriscono l’ipotesi di un maggior grado di integrità delle donne, un’ipotesi che trova riscontro anche nella letteratura scientifica internazionale. Un elemento che apre scenari interessanti in termini di politiche di prevenzione e di promozione della parità di genere nei ruoli decisionali, sia pubblici che privati.
La geografia della corruzione
Dal punto di vista territoriale, il rapporto conferma la fotografia già emersa in precedenti analisi, con la Sicilia in testa alla classifica per numero di procedimenti.
La regione concentra quasi il 24% dei casi, seguita dalla Campania con oltre il 18%, dalla Lombardia (10,4%), dal Lazio (9,6%) e dalla Puglia (8,1%). La distribuzione territoriale, se ragguagliata alla popolazione residente, vede la Sicilia ancora in testa con 5,4 casi per milione di abitanti, seguita dall’Abruzzo (4,7) e dalla Campania (4,5). Pur con alcune variazioni nelle singole posizioni, le tre regioni del Mezzogiorno (Sicilia, Campania, Puglia) si confermano stabilmente tra i primi cinque posti.
È interessante notare come alcune regioni risultino del tutto assenti o con un numero estremamente esiguo di casi, come Basilicata, Veneto, Marche, Molise, Sardegna e Valle d’Aosta. Il rapporto mette in guardia dall’interpretare questi dati come prova di un’estraneità al fenomeno corruttivo: essi riflettono solo i fatti emersi e comunicati dall’autorità giudiziaria. L’assenza di procedimenti potrebbe celare una minore capacità di emersione del fenomeno, piuttosto che una sua reale assenza.
La Sicilia: un caso emblematico
La Sicilia merita un approfondimento specifico, non solo per il primato numerico ma per le caratteristiche peculiari del fenomeno corruttivo nell’isola. I procedimenti penali attivati dalle procure siciliane rappresentano quasi un quarto del totale nazionale, con le procure di Catania, Messina e Palermo tra le più attive. Un dato che riflette una presenza radicata della corruzione nel tessuto amministrativo e imprenditoriale dell’isola, che si intreccia spesso con fenomeni di criminalità organizzata.
Nel contesto siciliano, la corruzione negli appalti mostra una particolare concentrazione nel settore dei lavori pubblici, in linea con il dato nazionale, ma con una specificità: la forte presenza di appalti relativi alla gestione dei rifiuti, ai centri di accoglienza per migranti e ai servizi sociali. Settori, questi, che nell’isola assumono dimensioni rilevanti e che, per la loro natura, si prestano particolarmente a forme di infiltrazione e condizionamento.
Le stazioni appaltanti più coinvolte in Sicilia sono, come nel resto d’Italia, i comuni, che rappresentano quasi il 50% delle amministrazioni coinvolte. Ma l’isola presenta una peculiarità: l’elevato numero di società pubbliche (controllate o partecipate) coinvolte in episodi corruttivi, un dato che segnala come il fenomeno si estenda anche al settore degli enti strumentali e delle aziende speciali. Le dinamiche descritte dagli atti giudiziari mostrano un sistema di relazioni consolidate tra imprenditori e amministratori locali, spesso protrattesi per anni, con una pluralità di appalti affidati nel tempo attraverso accordi illeciti.
Un elemento di particolare interesse riguarda la dimensione delle imprese coinvolte in Sicilia: pur registrandosi una presenza significativa di micro e piccole imprese (in linea con la struttura produttiva dell’isola), emerge una quota rilevante di medie e grandi imprese coinvolte in procedimenti penali. Un dato che, come sottolinea il rapporto, fa riflettere sulla relazione tra dimensione aziendale e capacità di orientare il sistema degli appalti a proprio vantaggio.
Le stazioni appaltanti e i settori a rischio
L’analisi delle stazioni appaltanti coinvolte conferma la centralità dei comuni, che da soli rappresentano il 46,2% del totale. Seguono gli enti del settore sanitario (20,8%) e le società pubbliche (14,2%). Se si sommano ai comuni le altre tipologie di enti territoriali (regioni, province, ecc.), la quota sale a quasi il 53%, confermando la maggiore concentrazione di episodi corruttivi negli enti locali. Un dato che riflette la vastità e la frammentazione del sistema degli appalti locali, spesso caratterizzato da procedure meno strutturate e da un controllo meno efficace. Al contrario, gli enti pubblici centrali come ministeri e agenzie governative sono presenti in un numero limitato di casi (appena il 5,2%), a dimostrazione di una maggiore capacità di controllo e prevenzione.
Sul fronte dei settori merceologici, i lavori pubblici rappresentano il 40% delle vicende corruttive, confermandosi l’ambito più esposto. Seguono i servizi con il 32% e le forniture con il 9,5%. Nel 13,5% dei casi, l’episodio corruttivo ha interessato appalti misti. Nell’ambito dei lavori, le casistiche più frequenti riguardano la manutenzione stradale e del verde pubblico, mentre nei servizi e nelle forniture i settori più coinvolti sono la pulizia, la gestione dei rifiuti, i centri di accoglienza, i servizi sociali e il settore sanitario. Un dato che segnala come la corruzione non si limiti ai grandi appalti infrastrutturali, ma si annidi anche in settori apparentemente minori, ma strategicamente importanti per la vita delle comunità.
Il rapporto segnala anche la presenza di casi di corruzione in situazioni di somma urgenza o emergenza, perpetrati tramite affidamenti diretti.Un allarme che richiama l’attenzione sulle procedure di emergenza, spesso caratterizzate da minori garanzie di trasparenza e controllo, e che richiederebbero invece un rafforzamento dei presidi anticorruzione.
Il ruolo del sistema di prevenzione
Un capitolo a parte merita il sistema di misure straordinarie previsto dall’articolo 32 del decreto legge 90/2014, che affianca all’attività preventiva dell’alta sorveglianza un intervento ex post finalizzato a garantire la prosecuzione dei contratti pubblici inquinati da episodi corruttivi o da infiltrazioni criminali. Dal 2020 al maggio 2026, 35 imprese sono state destinatarie di un “intervento” del Presidente dell’Autorità,con 25 proposte di applicazione di una delle misure straordinarie e 10 provvedimenti di conclusione del procedimento con l’impegno dell’operatore economico ad intraprendere misure rafforzative.
L’esperienza applicativa di questi anni rivela l’efficacia delle misure straordinarie, che mirano alla prosecuzione del contratto nell’interesse pubblico attraverso un regime di legalità “controllata”. Il commissariamento del contratto, con l’accantonamento degli utili illecitamente conseguiti, o la nomina di esperti indipendenti incaricati di supportare l’impresa nella revisione dei processi organizzativi, si sono rivelati strumenti capaci di evitare blocchi e ritardi, assicurando il completamento di opere e servizi pubblici essenziali nel rispetto dei principi di legalità e trasparenza.
Un aspetto particolarmente interessante è la valenza intrinseca del potere di proposta dell’Autorità: il semplice avvio del procedimento ha spesso indotto l’operatore economico interessato ad adottare misure utili per un pieno ritorno in bonis. In molte situazioni, le iniziative intraprese sono risultate adeguate a dimostrare la concreta dissociazione dai fatti corruttivi e a introdurre efficaci presidi anticorruzione, portando così alla definizione del procedimento con l’impegno dell’operatore a introdurre misure rafforzative.
La dimensione delle imprese e la corruzione
Un dato di particolare interesse riguarda la relazione tra dimensione delle imprese e coinvolgimento in episodi corruttivi. Sul totale di 307 imprese per le quali è stato possibile effettuare una valutazione dimensionale, il 39% sono micro imprese (meno di 10 addetti), il 29% piccole imprese (meno di 50 addetti), il 18,5% medie imprese e il 12,7% grandi imprese.
A prima vista, la prevalenza di micro e piccole imprese (quasi il 70%) potrebbe far pensare a un fenomeno che riguarda prevalentemente la piccola imprenditoria. Ma il rapporto offre una chiave di lettura diversa, confrontando questi dati con la struttura complessiva del tessuto produttivo italiano. Le micro imprese rappresentano circa il 95% del totale delle imprese italiane, le piccole il 3,2%, mentre medie e grandi imprese costituiscono meno dello 0,5%.
Se si considera che le micro imprese, pur rappresentando la stragrande maggioranza del tessuto produttivo, sono responsabili solo del 39% dei casi di corruzione, emerge un dato sorprendente: le medie e grandi imprese, che costituiscono una frazione infinitesimale del sistema imprenditoriale, risultano responsabili del 31% dei casi di corruzione.Un’incidenza sproporzionata che suggerisce come la dimensione aziendale possa costituire un fattore di facilitazione per l’accesso a meccanismi corruttivi, sia per la maggiore capacità di influenzare le decisioni pubbliche, sia per la possibilità di utilizzare strumenti più sofisticati di aggiramento delle regole.
Naturalmente, il dato va letto con cautela: la quota di micro e piccole imprese nel totale degli aggiudicatari di contratti pubblici non è nota, e potrebbe non discostarsi significativamente da quella generale. Ma la sproporzione è talmente marcata da imporre una riflessione sulla relazione tra dimensione aziendale e capacità di orientare il sistema degli appalti.
Prospettive e raccomandazioni
Il rapporto si conclude con una serie di indicazioni per le politiche di prevenzione e contrasto, sottolineando la necessità di continuare ad affiancare alla repressione adeguate politiche di trasparenza e prevenzione. Oltre a proseguire sul terreno culturale e della formazione, il rapporto individua alcuni strumenti prioritari: il rafforzamento dei protocolli di legalità, particolarmente efficaci anche sotto il profilo del contrasto alla criminalità organizzata; il potenziamento dei modelli di organizzazione e gestione previsti dal decreto legislativo 231/2001, con particolare attenzione alla dimensione d’impresa; e, soprattutto, un controllo più rigoroso sui conflitti di interesse.
La varietà di rapporti e intrecci tra pubblico e privato riscontrati in relazione sia a grandi appalti che a piccoli affidamenti locali comporta rischi elevati in assenza di adeguati meccanismi di controllo interni alle amministrazioni. Il rapporto richiama l’attenzione sui rischi connessi agli affidamenti diretti, cresciuti sensibilmente negli ultimi anni, e sulla necessità di rafforzare i controlli preventivi, soprattutto in contesti strategici, grandi eventi e situazioni emergenziali.
L’esperienza dell’alta sorveglianza del Presidente dell’Anac, resa obbligatoria per legge in diversi contesti, dimostra come sia possibile mettere “in sicurezza” grandi e piccole opere tramite controlli preventivi rapidi, in grado di coniugare qualità, trasparenza, velocità e rischi ridotti di abusi e contenziosi. Un modello che potrebbe essere esteso, seppur con le dovute cautele, a un numero più ampio di procedure, per arginare un fenomeno che, come dimostra il rapporto, continua a rappresentare una piaga per il sistema degli appalti pubblici italiani.
La corruzione negli appalti non è un fenomeno episodico, ma un sistema strutturato e pervasivo, che coinvolge territori, settori e attori in modo consolidato. Un sistema che richiede risposte altrettanto strutturate, capaci di agire non solo sulla repressione ma anche sulla prevenzione, sulla trasparenza e sulla cultura della legalità. Il rapporto dell’Anac del 2026 fornisce una mappa preziosa per orientare queste risposte, indicando dove e come il fenomeno si manifesta con maggiore intensità, e quali strumenti possono essere più efficaci per contrastarlo. Roberto Greco LALTROPARLANTE 22.8.2026

