La presidente della commissione Antimafia al Dubbio: saremo imparziali ma rigorosi nel restituire la verità che, in particolare su via D’Amelio, è attesa da più di trent’anni
Non è una legge, certo. È una relazione. È la relazione di una commissione parlamentare a chiusura di un’indagine. Parliamo del lavoro compiuto negli ultimi tre anni e mezzo dalla bicamerale Antimafia sulle stragi del ’92, e in particolare su via D’Amelio.
Si tratta di un’attività sulla quale centrodestra e opposizione si sono scontrati anche con durezza. Soprattutto per il coinvolgimento indiretto, nelle vicende oggetto della ricostruzione storica, di un ex magistrato, Roberto Scarpinato, che è anche componente della commissione stessa.
Scarpinato, nella bicamerale di Palazzo San Macuto, rappresenta i 5 Stelle. All’epoca delle stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era tra i pm palermitani nelle cui mani passò l’indagine cosiddetta “Mafia e appalti”. È la forma pur molto indiretta con cui l’ex procuratore generale di Palermo sarebbe “incompatibile” con le materie trattate dalla commissione Antimafia. Com’è noto, Scarpinato è anche finito in un’intercettazione, richiesta dalla Procura di Caltanissetta, in cui sembra istruire un proprio ex collega, Gioacchino Natoli, sulle risposte da offrire alla Bicamerale, in vista di un’audizione. L’incrocio aveva inizialmente indotto il centrodestra a presentare una modifica normativa, in modo da escludere, dai lavori sulle indagini conoscitive, parlamentari che, pur componenti della commissione, fossero anche coinvolti nelle questioni al centro dello “studio”. Il provvedimento avrebbe escluso Scarpinato dalle riunioni su via D’Amelio e “Mafia e appalti” così come l’altro ex magistrato e parlamentare 5S, il deputato Federico Cafiero de Raho, da un altro filone d’indagine, riguardante le banche dati della Dna.
Alla norma si è poi rinunciato perché avrebbe rischiato di intaccare le prerogative dei parlamentari. Ma sulla relazione con cui l’attuale maggioranza intende anche tracciare una linea sulla barbarie di Cosa nostra, ecco, su un obiettivo del genere, il centrodestra non intende mollare. Non ha intenzione di rifugiarsi in un nulla di fatto la presidente della commissione Chiara Colosimo. Interpellata dal Dubbio, la deputata di Fratelli d’Italia assicura: «Stiamo lavorando per dare una risposta a chi cerca la verità da oltre trent’anni. La nostra sarà una ricostruzione storica rigorosa, imparziale e libera da ogni condizionamento».
Si è sentita rivolgere ogni genere di accusa, Colosimo, soprattutto dopo la nomina al vertice dell’organismo. Anche da Report, anche da Sigfrido Ranucci, che le rinfacciò una foto con Luigi Ciavardini, tra i condannati per la strage di Bologna. Colosimo ha tenuto il punto, non si è fatta intimidire dalla panna montata e fangosa di Report, dalle allusioni insensate che scambiano i percorsi di reinserimento per combriccole di fiancheggiatori. E si appresta a sottoscrivere, con altri deputati e senatori della Bicamerale, la relazione in cui la maggioranza, almeno, intende individuare in “Mafia e appalti” uno dei dossier decisivi nell’innesco della barbarie che colpì Falcone e Borsellino.
È una volontà politica rilevante, destinata a lasciare un segno nel bilancio della legislatura, proprio perché al centro delle ricostruzioni elaborate dalla commissione Antimafia ci sono anche le diverse valutazioni che su “Mafia e appalti” fecero, all’epoca, diversi magistrati della Procura di Palermo, con Falcone e Borsellino che invece tenevano molto a quel filone, e che anche per questo si trovarono isolati.
In altre parole: l’esito dell’indagine è anche un atto di denuncia che il centrodestra intende lasciare ai posteri nei confronti di una parte della magistratura. E rischia perciò di diventare, la relazione su via D’Amelio, una delle ultime, se non l’unica vera bandiera che il centrodestra pianterebbe, alla fine del quinquennio, nei confronti dell’ordine giudiziario.
Non una rappresaglia, né una dichiarazione di guerra. Ma certo un atto storico-politico che non piacerà a diversi magistrati, certamente a chi come Scarpinato si è sempre espresso in disaccordo sugli orientamenti della commissione di cui fa parte.
A non gradire un esito di aperta denuncia sul nodo “Mafia e appalti” rischia di essere, d’altronde, un intero vecchio fronte della magistratura associata, persino di alcune componenti dell’Anm.
Il lavoro di questi anni ha messo a nudo, tra l’altro, tutte le profonde ostilità covate, tra l’88 e il ’92, dal sindacato delle toghe nei confronti di Falcone.
Senza contare la vera e propria guerra civile fredda che una parte della magistratura antimafia ha ingaggiato per anni con gli ufficiali del Ros autori materiali del dossier “Mafia e appalti”, cioè Mario Mori e Giuseppe De Donno. Com’è noto, quella tensione si è materializzata anche nelle accuse che dalla stessa magistratura di Palermo furono rivolte, a partire dal 1997-’98, nei confronti del generale Mori e dei suoi colleghi, trasfuse nel processo sulla presunta “trattativa” e aggrovigliate a loro volta con le fantascienze secondo cui Silvio Berlusconi avrebbe indirettamente favorito le stragi per aprirsi la strada in politica.
L’ultimo dettaglio spiega perché, per il centrodestra, una ricostruzione alternativa a quelle teorie spaziali sia politicamente necessaria. Insieme con la definitiva demolizione della leggenda nera sulla mafiosità del Cavaliere, c’è da abbattere anche la assai claudicante “pista nera” su via D’Amelio, che una parte della magistratura e dell’attivismo antimafia continua a proporre come chiave di lettura delle stragi (e che Damiano Aliprandi, sul Dubbio, ha oggettivamente contribuito a sbriciolare, insieme con il lavoro condotto per anni sugli orrori di Cosa nostra).
Le radici di una mobilitazione di centrodestra, sul dossier, sono leggibili. Sembrano venate da logiche più strettamente connesse all’attualità politica, invece, le perplessità del centrosinistra, non ultime quelle del Pd, che per lealtà di coalizione ha deciso di schierarsi innanzitutto con Scarpinato.
Ma non sfugge quale importanza avrebbe, sul piano del rigore e della coerenza, un atto conclusivo della commissione Antimafia che sfidasse una parte almeno della magistratura, in difformità, per così dire, dalle cautele che, su altri dossier giudiziari, soprattutto Fratelli d’Italia ha mostrato dopo il referendum. Il partito della premier non ha ritenuto di procedere sulla prescrizione o sul sequestro degli smartphone. Spinge per una soluzione auspicata anche dalla magistratura antimafia sulle intercettazioni a strascico. Si sarebbe potuto supporre che anche Colosimo avrebbe deposto le armi sulle stragi del ’92. E invece le parole della deputata di FdI lasciano intendere come sulla sua determinazione ci sia poco da dubitare. Errico Novi il dubbio 8.8.2026
Si tratta di un’attività sulla quale centrodestra e opposizione si sono scontrati anche con durezza. Soprattutto per il coinvolgimento indiretto, nelle vicende oggetto della ricostruzione storica, di un ex magistrato, Roberto Scarpinato, che è anche componente della commissione stessa.
Scarpinato, nella bicamerale di Palazzo San Macuto, rappresenta i 5 Stelle. All’epoca delle stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era tra i pm palermitani nelle cui mani passò l’indagine cosiddetta “Mafia e appalti”. È la forma pur molto indiretta con cui l’ex procuratore generale di Palermo sarebbe “incompatibile” con le materie trattate dalla commissione Antimafia. Com’è noto, Scarpinato è anche finito in un’intercettazione, richiesta dalla Procura di Caltanissetta, in cui sembra istruire un proprio ex collega, Gioacchino Natoli, sulle risposte da offrire alla Bicamerale, in vista di un’audizione. L’incrocio aveva inizialmente indotto il centrodestra a presentare una modifica normativa, in modo da escludere, dai lavori sulle indagini conoscitive, parlamentari che, pur componenti della commissione, fossero anche coinvolti nelle questioni al centro dello “studio”. Il provvedimento avrebbe escluso Scarpinato dalle riunioni su via D’Amelio e “Mafia e appalti” così come l’altro ex magistrato e parlamentare 5S, il deputato Federico Cafiero de Raho, da un altro filone d’indagine, riguardante le banche dati della Dna.
Alla norma si è poi rinunciato perché avrebbe rischiato di intaccare le prerogative dei parlamentari. Ma sulla relazione con cui l’attuale maggioranza intende anche tracciare una linea sulla barbarie di Cosa nostra, ecco, su un obiettivo del genere, il centrodestra non intende mollare. Non ha intenzione di rifugiarsi in un nulla di fatto la presidente della commissione Chiara Colosimo. Interpellata dal Dubbio, la deputata di Fratelli d’Italia assicura: «Stiamo lavorando per dare una risposta a chi cerca la verità da oltre trent’anni. La nostra sarà una ricostruzione storica rigorosa, imparziale e libera da ogni condizionamento».
Si è sentita rivolgere ogni genere di accusa, Colosimo, soprattutto dopo la nomina al vertice dell’organismo. Anche da Report, anche da Sigfrido Ranucci, che le rinfacciò una foto con Luigi Ciavardini, tra i condannati per la strage di Bologna. Colosimo ha tenuto il punto, non si è fatta intimidire dalla panna montata e fangosa di Report, dalle allusioni insensate che scambiano i percorsi di reinserimento per combriccole di fiancheggiatori. E si appresta a sottoscrivere, con altri deputati e senatori della Bicamerale, la relazione in cui la maggioranza, almeno, intende individuare in “Mafia e appalti” uno dei dossier decisivi nell’innesco della barbarie che colpì Falcone e Borsellino.
È una volontà politica rilevante, destinata a lasciare un segno nel bilancio della legislatura, proprio perché al centro delle ricostruzioni elaborate dalla commissione Antimafia ci sono anche le diverse valutazioni che su “Mafia e appalti” fecero, all’epoca, diversi magistrati della Procura di Palermo, con Falcone e Borsellino che invece tenevano molto a quel filone, e che anche per questo si trovarono isolati.
In altre parole: l’esito dell’indagine è anche un atto di denuncia che il centrodestra intende lasciare ai posteri nei confronti di una parte della magistratura. E rischia perciò di diventare, la relazione su via D’Amelio, una delle ultime, se non l’unica vera bandiera che il centrodestra pianterebbe, alla fine del quinquennio, nei confronti dell’ordine giudiziario.
Non una rappresaglia, né una dichiarazione di guerra. Ma certo un atto storico-politico che non piacerà a diversi magistrati, certamente a chi come Scarpinato si è sempre espresso in disaccordo sugli orientamenti della commissione di cui fa parte.
A non gradire un esito di aperta denuncia sul nodo “Mafia e appalti” rischia di essere, d’altronde, un intero vecchio fronte della magistratura associata, persino di alcune componenti dell’Anm.
Il lavoro di questi anni ha messo a nudo, tra l’altro, tutte le profonde ostilità covate, tra l’88 e il ’92, dal sindacato delle toghe nei confronti di Falcone.
Senza contare la vera e propria guerra civile fredda che una parte della magistratura antimafia ha ingaggiato per anni con gli ufficiali del Ros autori materiali del dossier “Mafia e appalti”, cioè Mario Mori e Giuseppe De Donno. Com’è noto, quella tensione si è materializzata anche nelle accuse che dalla stessa magistratura di Palermo furono rivolte, a partire dal 1997-’98, nei confronti del generale Mori e dei suoi colleghi, trasfuse nel processo sulla presunta “trattativa” e aggrovigliate a loro volta con le fantascienze secondo cui Silvio Berlusconi avrebbe indirettamente favorito le stragi per aprirsi la strada in politica.
L’ultimo dettaglio spiega perché, per il centrodestra, una ricostruzione alternativa a quelle teorie spaziali sia politicamente necessaria. Insieme con la definitiva demolizione della leggenda nera sulla mafiosità del Cavaliere, c’è da abbattere anche la assai claudicante “pista nera” su via D’Amelio, che una parte della magistratura e dell’attivismo antimafia continua a proporre come chiave di lettura delle stragi (e che Damiano Aliprandi, sul Dubbio, ha oggettivamente contribuito a sbriciolare, insieme con il lavoro condotto per anni sugli orrori di Cosa nostra).
Le radici di una mobilitazione di centrodestra, sul dossier, sono leggibili. Sembrano venate da logiche più strettamente connesse all’attualità politica, invece, le perplessità del centrosinistra, non ultime quelle del Pd, che per lealtà di coalizione ha deciso di schierarsi innanzitutto con Scarpinato.
Ma non sfugge quale importanza avrebbe, sul piano del rigore e della coerenza, un atto conclusivo della commissione Antimafia che sfidasse una parte almeno della magistratura, in difformità, per così dire, dalle cautele che, su altri dossier giudiziari, soprattutto Fratelli d’Italia ha mostrato dopo il referendum. Il partito della premier non ha ritenuto di procedere sulla prescrizione o sul sequestro degli smartphone. Spinge per una soluzione auspicata anche dalla magistratura antimafia sulle intercettazioni a strascico. Si sarebbe potuto supporre che anche Colosimo avrebbe deposto le armi sulle stragi del ’92. E invece le parole della deputata di FdI lasciano intendere come sulla sua determinazione ci sia poco da dubitare. Errico Novi il dubbio 8.8.2026

