’Ndrangheta, la “talpa” nell’ufficio gip di Milano e la lista segreta degli indagati finita ai vertici della «banca occulta»

​

L’assistente giudiziario, l’avvocato e gli accessi abusivi al sistema informatico dopo la scoperta delle microspie. Una foto inviata su Signal svela il passaggio delle informazioni riservate

 

Prima la scoperta delle microspie negli uffici della presunta «banca occulta» della criminalità organizzata. Poi la ricerca di informazioni riservate all’interno del Tribunale di Milano, fino alla fotografia di un documento giudiziario contenente i nomi degli indagati, arrivata nelle mani degli stessi uomini finiti sotto inchiesta. È uno dei capitoli più delicati dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Luca Milani nell’ambito dell’indagine della Dda milanese sul sistema di riciclaggio internazionale riconducibile, secondo l’accusa, anche a esponenti della ’ndrangheta e dei Casalesi.
Al centro della vicenda c’è Domenico Bruno (cl. ‘71) finito ai domiciliari, assistente giudiziario e autista in servizio presso l’ufficio Gip del Tribunale di Milano, destinatario degli arresti domiciliari per l’ipotesi di accesso abusivo a sistema informatico. Con lui, per la stessa contestazione, è finito ai domiciliari l’avvocato milanese ma nato a Gioiosa Jonica Rocco Romellano (cl. ’67) anche lui finito ai domiciliari. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i due avrebbero consentito a Giuseppe Piscioneri, indicato tra i vertici dell’organizzazione, di conoscere l’esistenza di un procedimento penale che doveva ancora rimanere segreto.

Le microspie scoperte e la ricerca di informazioni

La vicenda prende forma tra il 27 e il 28 novembre 2025, quando Giuseppe Piscioneri (cl. ’75) di Locri, Paolo Pelaggi (cl. ’74) di Crotone e Luigi Mercadante (cl. ’73) di Caserta, tutti e tre finiti in carcere, avrebbero scoperto la presenza di dispositivi di videosorveglianza e intercettazione negli uffici della GE.MA. Multiservizi di Pero, considerati dagli investigatori la base operativa della «banca occulta». Da quel momento, secondo la ricostruzione accusatoria e secondo quanto riportato dal gip nell’ordinanza, sarebbe scattata la ricerca di informazioni per comprendere se fosse in corso un’indagine nei loro confronti. È il 4 dicembre quando Piscioneri sarebbe entrato in contatto telefonico con l’avvocato Rocco Romellano. Il giorno successivo, secondo quanto ricostruito attraverso le celle telefoniche, si sarebbe recato nei pressi dello studio legale del professionista a Milano. L’8 dicembre viene registrata una telefonata tra Romellano e Domenico Bruno, dipendente dell’ufficio gip. Gli approfondimenti della Guardia di Finanza avrebbero successivamente individuato proprio in Bruno l’autore materiale di due accessi ritenuti abusivi al Sistema Informativo della Cognizione Penale (SICP), la banca dati utilizzata dagli uffici giudiziari. Gli accessi risalgono al 9 e al 18 dicembre 2025 e riguardano il fascicolo dell’indagine sulla presunta organizzazione criminale.

Il dipendente dell’ufficio Gip e i due accessi al fascicolo

A consentire l’identificazione del dipendente sono stati, poi, gli accertamenti compiuti sui registri informatici del Tribunale. Gli investigatori hanno individuato un unico operatore, identificato dal numero utente 9007, che aveva consultato il fascicolo nelle due date considerate. Bruno lavorava presso l’Ufficio Archiviazioni del Tribunale di Milano, occupandosi degli adempimenti relativi ai procedimenti in fase di archiviazione e, tra le altre attività, della gestione di eventuali beni sottoposti a sequestro. Secondo quanto riferito agli investigatori dal responsabile della Cancelleria dell’ufficio gip, il dipendente non aveva alcun titolo per consultare un fascicolo non ancora giunto alla fase dell’archiviazione. Il primo accesso, il 9 dicembre, sarebbe avvenuto tra le 10:13 e le 10:14. Il secondo, il 18 dicembre, tra le 12:23 e le 12:26. In entrambi i casi sarebbe stato consultato l’elenco degli indagati, comprendente anche i nomi di Piscioneri, Pelaggi e Mercadante.

La giornata del 18 dicembre e la foto inviata su Signal

È soprattutto la successione degli avvenimenti del 18 dicembre ad assumere un peso determinante nella ricostruzione del gip. Alle 10:56 Bruno chiama Romellano. Alle 11:51 è l’avvocato a contattare il dipendente del Tribunale. Tra le 12:23 e le 12:26 avviene il secondo accesso al sistema informatico. Appena quattro minuti dopo, alle 12:30, Romellano telefona a Giuseppe Piscioneri. Alle 13:32 viene registrato un nuovo contatto tra l’avvocato e l’assistente giudiziario. Nel pomeriggio, intorno alle 15:30, Piscioneri si reca presso lo studio legale di Romellano. Successivamente torna a Pero e, alle 17:48, raggiunge l’abitazione di Paolo Pelaggi a Segrate. È qui che, alle 18:03, avviene il passaggio ritenuto decisivo dagli investigatori: Pelaggi invia attraverso l’applicazione di messaggistica Signal a Luigi Mercadante la fotografia di un documento estratto dal sistema informatico del Tribunale, contenente l’elenco degli indagati. La fotografia viene successivamente recuperata dagli investigatori attraverso l’analisi forense di un tablet sequestrato a Pelaggi nel giugno 2026. Secondo il gip, la sequenza dei contatti telefonici, degli spostamenti e dell’invio della fotografia costituisce un insieme di elementi a sostegno dell’ipotesi che Romellano abbia fatto da intermediario tra Bruno e Piscioneri, consentendo il trasferimento di informazioni che gli indagati non avrebbero potuto conoscere.

I 349 contatti tra il dipendente e l’avvocato

Gli accertamenti sui tabulati hanno restituito un altro dato significativo. Tra l’avvocato Romellano e Domenico Bruno sarebbero stati registrati 349 contatti telefonici nell’arco di un anno. Un rapporto frequente che, secondo gli inquirenti, assume particolare rilievo se letto insieme ai contatti avvenuti nelle giornate dei due accessi al sistema informatico. Il giudice precisa, tuttavia, che il contenuto di alcune conversazioni intercettate tra l’avvocato e Piscioneri non può essere utilizzato, allo stato, per il dubbio che riguardi attività difensiva tutelata dalla legge. La ricostruzione accusatoria si fonda quindi anche su altri elementi, tra cui i tabulati, gli accertamenti sugli accessi informatici, i servizi di osservazione e i documenti recuperati dai dispositivi sequestrati. Per il gip, quanto emerso apre uno scenario preoccupante sulla capacità dell’organizzazione di raggiungere persone impiegate all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano.

L’altra indagine e il denaro destinato a un uomo della cosca Condello

Il nome di Domenico Bruno era già emerso nell’estate del 2026 nell’ambito di una distinta indagine della Procura di Milano. In quel procedimento, secondo quanto riportato all’epoca dalle cronache giudiziarie, il dipendente del Tribunale avrebbe tentato di favorire la restituzione di una somma di circa un milione di euro, già sottoposta a confisca e confluita nel Fondo Unico Giustizia. Il denaro sarebbe stato destinato a un soggetto condannato definitivamente per associazione mafiosa e legato alla cosca Condello di Reggio Calabria. L’operazione non sarebbe andata a buon fine grazie a una segnalazione di Equitalia Giustizia, che aveva rilevato l’anomalia della richiesta di restituzione. Quella vicenda aveva portato alla perquisizione e al sequestro dell’ufficio occupato dal dipendente all’interno del Palazzo di Giustizia milanese. Si tratta di un procedimento distinto da quello sulla «banca occulta», nel quale Bruno è oggi destinatario della misura cautelare degli arresti domiciliari per gli accessi informatici contestati.

Le contestazioni e la decisione del gip

Nell’ordinanza vengono ricostruite due ipotesi di reato: l’accesso abusivo al sistema informatico e la rivelazione di segreti d’ufficio. Per la prima contestazione, il gip ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti di Bruno e Romellano, con divieto di comunicare con persone diverse dai familiari conviventi e dai difensori. La contestazione relativa alla rivelazione di segreti d’ufficio viene affrontata separatamente, ma non costituisce il titolo della misura domiciliare, alla luce dei limiti previsti dalla legge. CORRIERE DELLA CALABRIA 22.10.2026

 

​

La Finanza scopre la ‘banca occulta’ della criminalità organizzata, 30 arresti


La Guardia di Finanza di Milano e Monza Brianza
ha smantellato la “banca occulta” della criminalità organizzata in un’operazione che ha portato a 30 arresti e che vede coinvolti esponenti di ‘ndrangheta, camorra e la cosiddetta “Quarta mafia” (la criminalità organizzata foggiana).
Scoperti oltre 110 milioni di euro di fatture false e riciclaggio internazionale da 68 milioni di euro tramite criptovalute. Sono in corso, oltre ai 30 arresti, sequestri per 21 milioni di euro.

Tra gli arrestati anche l’autista dell’ufficio gip di Milano

 

Tra gli arrestati nell’ambito dell’operazione vi è anche Domenico Bruno, un autista dell’ufficio gip di Milano che si occupava dei beni sotto sequestro e che è già coinvolto in un’altra indagine. In questa inchiesta Bruno, che è stato posto ai domiciliari, è accusato di accesso abusivo a sistema informatico. Nelle indagini è anche coinvolto un avvocato di Milano oltre a persone appartenenti alla criminalità organizzata.

I dettagli dell’operazione, arresti anche in Spagna e Svizzera

 

I Finanzieri dei Comandi Provinciali di Milano e Monza Brianza, con il supporto del Servizio Centrale d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata e del Nucleo Speciale Repressione Frodi Tecnologiche, su delega della DDA della Procura di Milano e in coordinamento con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, stanno eseguendo un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di 30 indagati, di cui 16 in carcere, 14 ai domiciliari, e un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per oltre 21 milioni di euro.
L’operazione scaturisce da un’attività investigativa del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Milano con il supporto del Gruppo di Monza, che ha di disarticolato un’associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione e dal metodo mafioso, dedita al riciclaggio internazionale, alle frodi fiscali, ai reati fallimentari, al traffico di stupefacenti e a reati in materia di armi.
Arresti anche in Spagna e in Svizzera e perquisizioni in varie provincie italiane, con l’impiego di oltre 350 militari della Guardia di Finanza, oltre a unità specialistiche e della componente “AntiTerrorismo Pronto Impiego” del Corpo. Le operazioni in Spagna e Svizzera sono condotte con il supporto dell’Unità I-CAN (Interpol Cooperation Against ‘Ndrangheta) del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia e in stretto contatto con gli Esperti per la Sicurezza della Direzione Centrale della Polizia Criminale di stanza a Madrid e Berna. Nel corso delle attività si sta procedendo al sequestro di denaro contante, conti correnti, criptovalute, autovetture, imbarcazioni, gioielli, orologi di lusso nonché macchinette conta soldi. ANSA 21.10.2026

 

La banca occulta della mafia. Fatture false e riciclaggio per lavare capitali sporchi. Coinvolto anche un finanziere

 

Sedici in carcere e quattordici ai domiciliari nell’operazione delle Fiamme Gialle di Milano e Monza. La base in un autolavaggio di Pero. Sequestro preventivo d’urgenza per oltre 21 milioni di euro. .

 

Quella che i carabinieri avevano scoperto in un piccolo appartamento di Seveso nel 2014 (operazione Tibet), era una banca clandestina gestita dalla ’ndrangheta che offriva prestiti (a tassi di usura del 20%). Era finita con 34 arresti e 30 condanne. Stavolta la guardia di finanza dei comandi provinciali di Milano e Monza Brianza, su delega della Procura della Repubblica di Milano e in coordinamento con la Direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ne hanno scoperta una analoga a Pero, nel Milanese, dove dietro a una società di autonoleggio si nascondeva un vero e proprio istituto di credito illegale.
Ieri è stata data esecuzione a un’ordinanza di applicazione di misure cautelari personali, emessa dal gip presso il Tribunale di Milano nei confronti di 30 indagati, di cui 16 destinatari della custodia in carcere e 14 agli arresti domiciliari, nonché a un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per oltre 21 milioni di euro. Con oltre 110 milioni di euro di fatture false e riciclaggio internazionale da 68 milioni di euro tramite criptovalute.
Tra gli arrestati figura anche un ispettore della guardia di finanza, a cui è stata applicata la misura cautelare dei domiciliari per l’accusa di corruzione. L’ordinanza, firmata dal gip Luca Milani, ricostruisce nel dettaglio l’inchiesta, che ha toccato diverse province in Italia ed è arrivata fino in Spagna (quasi 90 capi di imputazione). Il finanziere, secondo le accuse, per 3mila euro in contanti versati da un cinese, finito in carcere come parte dell’associazione, gli avrebbe fornito “informazioni riservate sulla posizione debitoria nei confronti dell’erario” del suocero. Sempre il militare si sarebbe offerto “di sistemare la situazione” cancellando le “posizioni debitorie” e di passargli informazioni “su altri operatori economici di suo diretto interesse”. Il tutto tra maggio e settembre 2025. Il sistema di frode della “banca occulta“ era composto di quattro fasi. C’era la “raccolta del denaro” cash da parte di due cinesi, che reperivano soldi “per lo più provenienti da illeciti di natura tributaria”, e da un narcotrafficante di droga “di origine calabrese” che avrebbe consegnato, tramite “postini“, oltre 5 milioni di euro”. Come contropartita veniva offerto “il valore in criptovaluta” con “bonifici verso conti situati in Asia, America del Nord (Canada) e America del Sud”. Poi, attraverso le cosiddette società “cartiere“, basate tra Lombardia e Campania, venivano prodotte le fatture false a favore di società di edilizia, logistica e servizi compiacenti, che così “abbattevano il loro reddito”.
False fatture che venivano pagate con bonifici con commissioni “tra il 2 e il 5% per l’illecito servizio bancario”. Infine, c’era il riciclaggio, ossia i soldi arrivati sui conti delle “cartiere“ sparivano in Lussemburgo, Lituania e Germania e si trasformavano in criptovalute. Veniva reinvestito pure denaro frutto di “truffe on line”. Parte dei soldi finiva in un “fondo di solidarietà mafiosa” per detenuti di ‘ndrangheta e mafia foggiana. La cosiddetta “quarta mafia“, a cui il denaro serviva anche per comprare armi. Anche la banca di Seveso con un sistema analogo non “dimenticava“ gli affiliati che se la passavano male“.
E la banca installata nella società di autonoleggio di Pero rappresentava “un luogo di riferimento per un’ampia schiera di criminali di elevato spessore” e di “incontri tra ‘ndranghetisti”, come scrive sempre il gip Milani nell’ordinanza di oltre 500 pagine. A capo dell’associazione una “triade“ composta da Giuseppe Piscioneri, Paolo Pelaggi e Luigi Mercadante, quest’ultimo già condannato come affiliato al clan camorristico dei Casalesi.