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XIX LEGISLATURA Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere
Seguito dell’audizione di Salvatore De Luca, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta.
Presidente CHIARA COLOSIMO
RESOCONTO STENOGRAFICO. Seduta n. 114 di Martedì 20 ottobre 2026. La seduta comincia alle 10.05.
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’audizione, nell’ambito del filone di inchiesta sulla strage di via D’Amelio, di Salvatore De Luca, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta, accompagnato dai sostituti procuratori Claudia Pasciuti, Davide Spina e Nadia Caruso, e dal procuratore aggiunto Pasquale Pacifico.
Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme dell’audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione. I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta dell’audito o dei colleghi e, in tal caso, non sarà più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web-tv.
Prima di passare alle domande, do la parola al procuratore De Luca perché sono intervenuti dei fatti nuovi su cui farà una piccola relazione.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Grazie, presidente, e grazie a tutti i componenti di codesta Commissione.
Come ha già detto la presidente Colosimo, sono sopravvenuti, dopo la mia ultima audizione, numerosi fatti di particolare rilievo. Sicuramente il dato più rilevante è dato dai decreti di archiviazione redatti dal GIP Santi Bologna. Su questi sarò estremamente sintetico, poi chiaramente siamo a disposizione per qualunque domanda, come è giusto che sia.
In relazione a quanto ritenuto dal GIP, mi limiterò a leggere un dato centrale, per noi particolarmente significativo, a parte alcuni fatti che hanno rilevanza anche al di là di questo procedimento. Scrive il GIP Santi Bologna: «In un quadro siffatto, se alle acquisizioni dei precedenti processi celebrati si uniscono gli ulteriori elementi passati in rassegna nel presente paragrafo, si può solo confermare, anche in questa sede, che l’interessamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per la promozione delle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti, e in particolar modo per l’indagine cosiddetta “Mafia-appalti”, costituisce concausa, non causa unica (ripeto, costituisce concausa, con-causa, non causa unica) ascrivibile al momento preventivo comune ad entrambe le stragi».
Mi preme sottolineare, al di là del dato giudiziario, che, a parere del gruppo che io coordino, a parere della procura di Caltanissetta, a parere di tutti i magistrati del distretto di Caltanissetta, a parere del Consiglio superiore della magistratura, è avvenuto un attacco irricevibile, totalmente destituito di fondamento, che deve per forza essere sottolineato anche in questa sede.
Signori, io mi sono sovraesposto volontariamente, nel corso di più audizioni, perché ritenevo che, a fronte di plurime notizie di stampa provenienti da fonti eterogenee, facesse parte del dovere del procuratore assicurare una completa informazione e prospettare una visione completa, secondo la prospettazione dell’accusa.
Proprio per questo, e consapevole di ciò, sono stato particolarmente tollerante nei confronti di attacchi – uso un eufemismo – veementi diretti alla mia persona. L’ho accettato come regola del gioco e ho continuato, ho rafforzato la prassi del mio ufficio per cui non si querelano i giornalisti. Sono altri gli ex colleghi che querelano i giornalisti per poi lamentare che ci sono attacchi dei poteri forti nei confronti dei giornalisti, con plurime querele che li mettono in difficoltà e li vogliono mettere a tacere. Noi non quereliamo, a meno che proprio non ci supplichino o ci puntino la pistola alla tempia per querelarli. Se dovessero arrivare a offese personali o della mia famiglia la querela la farei, ma per tutto il resto sto facendo finta di non vedere che si sono superati i limiti della continenza verbale, in alcuni attacchi assolutamente sproporzionati. Quindi, accetto la regola del gioco.
Ciò che è intollerabile è che si attacchi il giudice. Questo è un salto di livello sproporzionato, soprattutto perché non vi è il minimo fondamento per attaccare il giudice. La magistratura di Caltanissetta è insorta perché tutti conoscono il GIP Santi Bologna come giudice non schierato, giudice assolutamente imparziale, giudice che non ha mai dato adito ad alcun sospetto di essere collaterale ad alcun potere. Per attaccare un giudice ci vogliono delle prove, qua non abbiamo neanche il più labile sospetto, anzi, abbiamo la prova contraria dell’assoluta imparzialità del giudice.
Mi aspettavo assolutamente gli attacchi nei confronti della mia persona. Come già forse ho accennato, quando ho capito dove si andava a parare con le nostre indagini, ho detto ai magistrati qui presenti: «Ragazzi, chi non se la sente, non è vergogna, si può tirare indietro». Addirittura hanno revocato le richieste di trasferimento o addirittura hanno chiesto la revoca al CSM della delibera già fatta di trasferimento. Ma il giudice no.
Quindi, non mi hanno per nulla preoccupato né stupito gli attacchi nei confronti della mia persona, ma quando ho letto e sentito (perché c’è stato anche su YouTube) degli attacchi a un giudice, a quel punto non solo sono rimasto sbalordito, ma mi sono veramente preoccupato. Non per me, mi sono preoccupato per la magistratura, mi sono preoccupato come cittadino.
Signori, io fra un anno e mezzo vado in pensione e la mia preoccupazione rimane quella di cittadino. Si crea un precedente, si è legittimato un attacco di una virulenza che poche volte si era vista in passato, peraltro da parte di chi aveva sempre sbandierato di essere sempre accanto ai giudici attaccati dal potere politico, di chi si era sempre schierato formalmente per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Capisco che la coerenza è merce rara e, a volte, per essere coerenti bisogna pagare un caro prezzo. In questo caso, il caro prezzo lo si fa pagare alla magistratura.
Come si potrà rintuzzare ora un attacco a un giudice, quando si è creato questo precedente pericolosissimo da parte di chi ha sempre detto: «Difendiamo l’autonomia e l’indipendenza del giudice»?
Voglio solo leggere l’inciso dell’Associazione nazionale magistrati di Caltanissetta. Si tratta di una giunta unitaria, sono rappresentati tutti i gruppi associativi, nessuno escluso. Giunta unitaria che si era sempre distinta per equilibrio, prudenza. Ha taciuto dopo i primi due attacchi e solo dopo la pubblicazione su YouTube dell’ennesimo attacco ha ritenuto che non era più possibile rimanere in silenzio, e ha preso la parola coraggiosamente, molto coraggiosamente.
Il CSM ha aperto due pratiche a tutela; tutti i gruppi, con sfumature diverse, ma hanno aperto due pratiche a tutela. Manca solo la giunta dell’Associazione nazionale magistrati nazionale che, secondo fonti attendibili, lo fa solo per coerenza, perché applica un criterio che a noi appare piuttosto discutibile – ma se è per problemi di coerenza ne prendiamo atto – e cioè difende i magistrati attaccati solamente dal Governo. Questo è il criterio, ma non riesco a comprenderlo.
Ovviamente faccio un esempio che non ricorre nel caso. Un attacco del segretario di un grande partito di opposizione o, in ogni caso, un’opposizione che orchestra una delegittimazione di piazza nei confronti di un giudice, o ancora una potente multinazionale che orchestra una campagna mediatica per delegittimare un giudice, secondo me necessita di un intervento forte dell’Associazione nazionale magistrati. Però, prendo atto che questo è il criterio. Ci lascia molto perplessi, ma la coerenza è coerenza e, se questo è il criterio, ne prendiamo atto.
L’Associazione nazionale magistrati di Caltanissetta, però, a un certo punto non ha potuto tacere e ha detto testualmente che: «le espressioni utilizzate dal senatore Scarpinato, quale componente della Commissione parlamentare antimafia, in un recente video diffuso in piattaforme mediatiche, trascendono l’esercizio legittimo del diritto di critica e di sostegno delle proprie ragioni nella misura in cui suggeriscono che parte della magistratura giudicante e requirente (difesa anche dalla procura, io ne avevo anche fatto a meno, come vi ho detto all’inizio del discorso, ma hanno ritenuto di intervenire, perché siamo magistrati e si è difesa sempre l’unitarietà della magistratura) agisca consapevolmente come strumento di un più ampio sistema di poteri …» e continua dicendo: «Tali accuse mettono in dubbio l’indipendenza e l’autonomia della magistratura».
Ovviamente il criterio dell’ANM va inteso non con riferimento all’attuale Governo, ma al Governo in generale, ritengo. Ripeto, ciò non cambia che è un criterio che lascia molto perplessi. Tuttavia, questo è, almeno fino a quando l’ANM di Roma non lo smentirà.
A tal proposito – e mi rivolgo non a un partito politico, ma ad alcuni componenti di codesta Commissione – lascia un po’ perplessi un recente comunicato in cui si afferma, dopo i decreti di archiviazione emessi dal GIP Bologna: «Le notizie provenienti da Caltanissetta non sorprendono. A differenza di altri, noi rispettiamo il lavoro della magistratura, la sua indipendenza, come abbiamo fatto contribuendo a far vincere i no al referendum. Ma sia dalle audizioni in Antimafia sia da altre esternazioni, l’impressione era quella di un esito previsto e prevedibile, quello di escludere che dietro le stragi di Capaci e di via D’Amelio possano essere state altre cause e altri moventi, oltre al filone Mafia-appalti».
Io spero di avere equivocato e che ci sia un chiarimento. Perché l’esito era previsto? Era chiara qual era la posizione della procura, ma l’esito del giudice perché era previsto? Noi confidavamo in un buon esito, perché eravamo convinti della bontà degli elementi che avevamo sin qui prospettato. Ora, o codesti componenti della Commissione condividono la bontà degli argomenti che io ho esposto oppure non capisco perché avevano già previsto l’esito del provvedimento del giudice. Forse sul punto sarebbe anche necessario un chiarimento, perché noi non l’avevamo previsto; lo auspicavamo, eravamo fiduciosi perché eravamo convinti – ripeto – della bontà delle nostre posizioni.
Poi, sul fatto di escludere che dietro le stragi possano esserci altre cause, ho già letto quello che ha detto il GIP, quello che io ho detto in tre audizioni, quello che ho detto in un comunicato stampa, quello che abbiamo scritto nella richiesta di archiviazione a firma mia e dei colleghi qui presenti: Mafia-appalti è concausa delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Il senso etimologico di con-causa è che non escludiamo altre cause e altri moventi. Tra l’altro, per chi volesse leggere anche il provvedimento di rigetto della richiesta di archiviazione, sia la prima che la seconda, a firma della GIP Luparello, nell’introduzione, a pagina 3, della seconda richiesta di archiviazione, si elencheranno tutti i filoni di indagine ancora aperti da parte di questa procura: oltre a Mafia-appalti, agenda rossa e massoneria.
Accettare che Mafia-appalti sia concausa è possibile solo se noi affermiamo che la causa principale è stata la pista nera e che Romeo Maria sia una novella Spatuzza e che Alberto Lo Cicero sia meglio di Buscetta? Anche questo è superato perché, se non sbaglio, anzi ne sono certo, proprio dinanzi a codesta Commissione ho già detto che il filone pista nera per noi non è chiuso e che continueremo ad approfondire l’argomento. Quello che abbiamo detto – e che io ripeto – è che l’indagine portata avanti dalla procura generale di Palermo, nella persona dell’attuale senatore Roberto Scarpinato, con riferimento a Stefano Delle Chiaie, secondo le dichiarazioni di Romeo Maria e presunte affermazioni di Lo Cicero Alberto in colloqui investigativi di cui ora parleremo, è zero tagliato. Anzi, zero tagliato non è esatto, devo rettificare: è zero tagliato in base alla scala Kelvin, non a quella Celsius, si tratta di meno 273,31 gradi, il freddo assoluto.
Si tratta di un’indagine che è stata fatta in aperta violazione dell’articolo 11 del codice di procedura penale, che riguarda la competenza funzionale, non la competenza territoriale. Per carità, anche la competenza territoriale va rispettata, però in magistratura vi è una maggiore elasticità sulla competenza territoriale. La competenza funzionale è un muro invalicabile. La competenza funzionale sarebbe quella di Caltanissetta in relazione a reati che riguardano i magistrati o come indagati o come vittime, persone offese, come nel caso delle stragi. Per chi ha avuto modo di dare un’occhiata, è stata fatta un’indagine dall’inizio alla fine sulle stragi del 1992. È stata fatta con funzione notarile, cioè il pubblico ministero si limitava a raccogliere le dichiarazioni di Romeo Maria e degli altri senza effettuare contestazioni, sollecitare memorie sulla base degli atti, che sarebbero state particolarmente utili perché erano passati trentadue anni. Visto che c’erano tanto di documenti a firma dei verbalizzanti, sarebbe stato opportuno contestare e sollecitare. Ciò ci ha creato non pochi problemi, perché si è scatenato un problema di competenza e di rispetto dei diritti della difesa, tant’è che proprio il GIP Santi Bologna – questo già l’ho detto – ha ritenuto che ci fosse stata una lesione del diritto di difesa (questo perché il GIP Bologna è appiattito sulle posizioni della procura), ha ritenuto che la procura avesse arrecato lesione ai diritti della difesa, perché alcuni dei soggetti già sentiti dall’allora procuratore Scarpinato dovevano ritenersi indagati già illo tempore, cioè subito dopo che erano stati sentiti dal procuratore Scarpinato, e quindi non avremmo potuto sentirli come persone informate per sollecitare il loro ricordo.
Fortunatamente sul punto il tribunale del riesame e poi la Cassazione ci ha dato ragione, quindi è stata ritenuta la correttezza del nostro operato e la competenza della procura di Caltanissetta, perché ulteriore problema sarebbe stato quello dello spostamento della competenza alla procura di Roma, perché in Roma erano state sentite le persone.
L’ultima annotazione riguarda proprio il rigetto della richiesta di archiviazione e la relativa sentenza della Cassazione. Signori, si è voluto creare una contrapposizione, quasi da scontro frontale, fra noi e la GIP Luparello, dopodiché una presunta bacchettata da parte della Cassazione. Ora, intanto è la stessa GIP Luparello (e di questo la ringraziamo) che, a pagina 2, dice che: «è doveroso riconoscere l’enorme impegno investigativo, l’elevato grado di precisione e la finezza organizzativa che, al di là della condivisibilità delle relative conclusioni – (e ci mancherebbe altro) – rivela l’esercizio di uno scrupolo di indagine quasi maniacale». Prendiamo atto – e la ringraziamo – di questa valutazione della GIP Luparello sulla nostra attività.
Dopodiché, la stessa GIP, nel primo rigetto dell’archiviazione, che risale al 2021 – la richiesta era stata firmata dall’allora procuratore facente funzioni Gabriele Paci, nel 2021, storia risalente, mentre la seconda richiesta di archiviazione è a firma nostra – dice chiaramente che: «non si intende disconoscere la rilevanza nel processo criminogenetico sotteso alle stragi del 1992 dell’impegno speso dai magistrati Falcone e Borsellino nel contrasto alla criminalità economica e alle cointeressenze tra mafia e imprenditoria nel settore degli appalti pubblici». La frase successiva è ancora più importante: «Un disconoscimento siffatto andrebbe incontro allo stigma del negazionismo giudiziario». Quindi, la GIP Luparello dice che la rilevanza del filone Mafia-appalti non si può disconoscere perché altrimenti si finirebbe nel negazionismo giudiziario. Dopodiché afferma che sarebbe miopia non approfondire ulteriori cause, ulteriori filoni, ulteriori moventi. E noi possiamo mettere la firma su questo, non c’è contrasto, non vediamo nessun contrasto con le nostre posizioni: ripeto, rilevanza di Mafia-appalti come concausa, continuare a lavorare su tutte le altre cause. Dov’è la divergenza di vedute fra noi e la GIP, che è mossa da un intento, che può essere definito solo lodevole, di approfondimento e di massima espansione delle indagini?
Noi ci rifacciamo alla dottrina Falcone secondo la quale occorre archiviare e, quando è il caso, riaprire. Non si possono fare indagini di questa ampiezza, di questa portata, con intercettazioni telefoniche, eterodirette dal GIP o, in ogni caso, in sede di richiesta di archiviazione, perché periodicamente tutto il materiale poi deve essere portato alla conoscenza delle persone offese e, se vi sono indagati iscritti, degli indagati. Questo crea problemi di discovery enorme e non giova alle indagini. Si tratta di una differenza procedurale. La posizione della GIP Luparello è rispettabilissima, ritengo sia rispettabile anche la nostra. Si tratta di criteri di opportunità.
D’altra parte, la Cassazione, cui va dato atto chiaramente della posizione anche qui tesa a dare la massima espansione alle indagini e consentire la massima ampiezza delle indagini, più volte dice – e ne prendiamo atto, ovviamente con il massimo del rispetto – che qua non si tratta di atti abnormi e che l’eventuale illegittimità degli atti non è oggetto della valutazione. Quindi, il perimetro è se vi fossero atti abnormi, siamo sempre a livello procedurale. Oppure la Cassazione dice no, e il discorso è assolutamente chiuso sul punto. Anzi, prendiamo atto che è sempre più restrittiva la giurisprudenza della Cassazione in relazione agli atti abnormi, in questo caso per il lodevole intento di consentire la massima ampiezza delle indagini. Laddove la sentenza della Cassazione desta in noi qualche perplessità è in un punto specifico, ossia laddove si allontana dai princìpi generali. Fra parentesi, la Cassazione opportunamente precisa che: «il GIP non può dare deleghe al PM, non può indicare tassativamente quali atti deve compiere, deve indicare dei temi di indagine». Quindi, i quarantaquattro punti specificamente e tassativamente indicati nell’ordinanza di rigetto vanno intesi come temi di indagine e noi siamo liberi di approfondire questi temi di indagine secondo le modalità che riteniamo più opportune. E questo è molto importante dirlo. Ma quando la Cassazione si è discostata da questo criterio generale e ha specificato qualche cosa in ordine a un certo tipo di indagine, ci ha lasciato piuttosto perplessi e ci mette in un certo imbarazzo anche per il futuro, perché i princìpi della Cassazione non valgono poi solo in quel procedimento. In quel procedimento sono tassativi, ma negli altri procedimenti chiaramente costituiscono un autorevole precedente ermeneutico di cui si dovrà tenere conto.
Bene, la sentenza della Cassazione – e poi ho chiuso – dice (e poi farò un caso concreto per cercare di essere chiaro con i non addetti ai lavori, perché si tratta di questioni tecniche abbastanza complesse, ma di enorme rilevanza per il diritto della difesa): «Nel caso in esame, il giudice non ha disposto l’iscrizione nominativa – (cioè quella di Paolo Bellini) –, né ha postulato l’esistenza di un quadro indiziario già consolidato sotto il profilo soggettivo. Al contrario, ha ritenuto che gli elementi acquisiti non consentissero ancora una compiuta verifica del concorso nel reato e ha pertanto indicato ulteriori accertamenti ritenuti necessari ai fini della completa ricostruzione del ruolo di Bellini». Ripete, subito dopo: «rivela come il giudice abbia reputato non definitivamente acquisiti i presupposti per l’attribuzione soggettiva del fatto e abbia ritenuto necessario procedere ad ulteriori verifiche prima di pervenire ad una conclusiva valutazione sul punto. Del resto, la stessa evoluzione normativa, culminata nel decreto legislativo n. 150 del 2022, la riforma Cartabia, conferma sul piano sistematico la correttezza di siffatta impostazione».
Ora, tutto questo sarebbe chiarissimo se noi avessimo avuto un procedimento a carico di ignoti, e stop, e il GIP avesse disposto degli accertamenti a carico di un soggetto ancora non iscritto, per verificare se era il caso di iscriverlo o meno. Perfetto. Ma di che cosa stiamo parlando qui? Ma cosa c’entra la legge Cartabia? Paolo Bellini era iscritto da due anni per tutte e due le stragi. Si erano fatti due anni di indagine, due anni di intercettazioni telefoniche e ambientali, i termini delle indagini erano scaduti ed era stata avanzata richiesta di archiviazione al GIP. GIP che, per rigettare la nostra richiesta di archiviazione e procedere ad ulteriori indagini, doveva prima fissare udienza e interloquire con la difesa dell’indagato, oltre che delle persone offese.
Esempio per i non addetti ai lavori, perché mi scuso per la complessità dell’argomento. Se Salvatore De Luca è stato iscritto per rapina aggravata commessa il 20 ottobre del 2026 (speriamo che qualcuno non mi denunci per rapina aggravata, dicendo che ho confessato pubblicamente il mio reato, ci manca solo questo ormai), le indagini sono concluse, i termini sono scaduti, è stata avanzata richiesta di archiviazione, perché o non ci sono gli elementi o i termini sono scaduti, e la procura apre un fascicolo a ignoti parallelo, continuando le indagini a carico di Salvatore De Luca, surrettiziamente, per valutare se deve essere iscritto di nuovo per la stessa rapina aggravata, potrebbe profilarsi un’evidente lesione del diritto di difesa. L’unico che può fare una cosa del genere è il GIP al quale è stata sottoposta la richiesta di archiviazione nei confronti di Salvatore De Luca, GIP che deve fissare l’udienza, interloquire con la difesa di Salvatore De Luca e poi disporre tutte le indagini che ritiene, gli approfondimenti che ritiene opportuni.
Quindi, sotto questo punto di vista sarebbe opportuno un chiarimento della Suprema Corte, perché onestamente questo principio si presta a interpretazioni estremamente malevoli nei confronti del diritto di difesa. Siccome noi riteniamo che il pubblico ministero sia il garante anche della legalità delle indagini, ce ne facciamo carico, perché questo è un principio che vale non solo per Paolo Bellini, ma potrebbe essere utilizzato in tanti altri procedimenti.
Non credo di mancare di rispetto nei confronti della Cassazione, perché non mi sognerei mai di dire che le sentenze della Cassazione allontanano dalla realtà e dalla verità, però, come si può fare in qualunque convegno e in qualunque congresso, i princìpi di diritto possono essere valutati, criticati e contribuire a un dibattito che renda degli orientamenti più chiari e più conformi al diritto della difesa.
A questo punto, presidente, io e i colleghi rimaniamo a disposizione, com’è doveroso, per qualunque domanda.
PRESIDENTE. Grazie, procuratore. Ho già diversi iscritti a parlare. Ovviamente, nel rispetto dei lavori di questa Commissione, alternerò i vari gruppi, visto che siete moltissimi, in modo che tutti possano avere lo spazio e il tempo fino alle ore 14 per porre le domande. Invito i colleghi che vogliono intervenire a segnalarlo se già non lo hanno fatto.
Ho iscritto per primo il vicepresidente D’Attis, poi il vicepresidente Cafiero de Raho.
MAURO D’ATTIS. Grazie, presidente. Procuratore, buongiorno e grazie per la sua disponibilità di ieri e di oggi verso questa Commissione.
I fatti degli ultimi giorni, che riguardano l’attività di un’altra Commissione d’inchiesta parlamentare, ci stanno dimostrando che forse le Commissioni parlamentari d’inchiesta, che si riuniscono, lavorano per anni anche su particolari dossier, a volte riescono a sorprendere nei risultati, in particolare nei risultati che mirano l’obiettivo della ricerca e dell’ottenimento della verità. Ovviamente mi riferisco alla vicenda della Commissione sulla morte di David Rossi, per esempio, che sta dipanando le nebbie e sta quindi dando risultati da questo punto di vista.
È esattamente lo scopo che con la presidente Colosimo ci siamo prefissi a inizio di questa legislatura, quindi io la ringrazio anche per questo, perché il contributo degli addetti ai lavori ci serve appunto per provare a raggiungere questo obiettivo. L’idea è che molti o alcuni, meglio, per fortuna, si siano fatti consapevoli che forse il tempo che passa lascia poi passare anche la volontà di ricercare la verità e magari il tempo che passa dà l’opportunità – uso un termine ormai diventato frequente in queste settimane – di depistare.
Le sue dichiarazioni rispetto allo zero assoluto della scala Kelvin della pista nera, ovviamente, pur rispettando il mantenimento delle indagini, come lei dice, spostano l’attenzione anche su altre considerazioni evidentemente, perché in quel periodo c’era la maxi-tangente che girava, perché in quel periodo c’erano partiti, tanti partiti, che provavano la scalata a livello nazionale. Quindi, se il depistaggio nero sta alla scala Kelvin con meno 273,31 gradi, l’interesse che abbiamo è capire chi è che stava sopra lo zero, quindi se avete valutato l’ipotesi che a trarre beneficio da un’eventuale scalata fossero altri partiti, tipo il Partito comunista, se quella vicenda della maxi-tangente riguardi anche aspetti di questo genere, e che ruolo hanno avuto a questo punto, viste anche le vicende immobiliari che sono emerse… Tengo a dire una cosa, lo dico anche probabilmente ai giornalisti che sono collegati, perché questa è una seduta pubblica: tutto ciò che sta emergendo non sono tesi politiche espresse da un parlamentare o da un segretario di partito o da una presidente di Commissione, ma sono dati che emergono da indagini che la magistratura in maniera autonoma, e certamente non condizionata dal segretario politico, dal parlamentare o dalla presidente, sta facendo. Dicevo, se avete valutato che ruolo, data la complessità delle vicende immobiliari proprie o dei propri familiari che sono emerse dalle carte, hanno avuto a questo punto i magistrati Lo Forte, Pignatone, Scarpinato, Natoli, perché tutto questo ci aiuta ad andare in fondo a una vicenda che non è evidentemente soltanto quella delle stragi, che sono poi il culmine, la cosa più grave che sia accaduta. Grazie.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Presidente, se lei è d’accordo, raccogliamo le domande per vedere se per caso ci sono delle domande che si incrociano.
PRESIDENTE. Come le è più comodo, anche se si rischia di mettere troppa carne al fuoco. Magari vediamo come vanno, se ce ne sono alcune molto complesse.
Do la parola al vicepresidente Cafiero de Raho.
FEDERICO CAFIERO DE RAHO. Grazie, presidente.
Ho una prima domanda. Nel corso della sua audizione, procuratore, lei più volte ha detto che le considerazioni che svolgeva, le argomentazioni che sviluppava erano perfettamente coincidenti con gli orientamenti del GIP. In realtà, poi abbiamo appreso che il GIP Luparello non aveva accolto la richiesta di archiviazione sottoscritta da lei e da altri magistrati del suo ufficio. In particolare, il GIP Luparello con ordinanza ha indicato a lei e al suo ufficio attività di indagini che ha specificato in ben quarantatré punti. Tra queste attività ci sono le acquisizioni dell’elenco di coloro che hanno prestato servizio presso il Centro Scorpione di Gladio, gli atti riguardanti Gladio, ci sono approfondimenti sulle trasferte di Paolo Bellini, ci sono tantissimi riferimenti a punti che anche noi abbiamo ritenuto necessari.
Ebbene, il Procuratore generale della Cassazione ha espresso, nella sua requisitoria, in relazione all’atteggiamento che la procura ha assunto, cioè la presentazione di un ricorso per abnormità, delle valutazioni. Si tratta di valutazioni piuttosto dure, perché ha sottolineato come la procura avrebbe il dovere, soprattutto in materia di stragi, di trattare attraverso un quadro unitario gli elementi che sono riferibili alla ricostruzione delle cause che attengono alle stragi. Questo è ciò che dice il Procuratore generale della Cassazione nel momento in cui ha espresso parere contrario sul ricorso. Non è solo il Procuratore generale della Cassazione, ma è anche la Corte di cassazione che ha rigettato il ricorso per abnormità. Lo ha rigettato facendo delle valutazioni analoghe e soprattutto sottolineando come alcuni specifici punti sui quali il GIP Luparello aveva chiesto degli approfondimenti da parte della procura di Caltanissetta non erano elementi estranei all’indagine. Peraltro, ha sottolineato come il ruolo del GIP è quello di controllare la legalità. Il controllo di legalità del giudice porta anche a indicare alla procura quale sia l’orientamento da seguire.
Prima di chiederle qualcosa in relazione a questo, devo dire che lei oggi è intervenuto per dire che il procuratore della Repubblica di Caltanissetta non si atterrà a quelle indicazioni, laddove vengono acquisiti atti specifici. Limitatamente a questo lei ha detto che laddove il GIP ha affermato che noi dobbiamo acquisire degli atti questo non è un potere che può il GIP. Personalmente ricordo in modo diverso perché il GIP ha il potere di indicare non solo i temi, ma anche specificamente gli atti, tant’è vero che nel momento in cui dovesse essere presentata una nuova richiesta di archiviazione, senza quegli atti, il GIP restituirebbe dicendo: «avete omesso di svolgere indagini anche per il resto». Però, al di là di questo, devo dire che il problema della frammentazione è un problema che attiene proprio all’impostazione delle indagini che nascono proprio dal modello Falcone, dalla nascita della DNA e della DDA.
Laddove non si guardano interi quadri investigativi ricostruttivi di determinati fatti particolarmente complessi è evidente che si perdono dei pezzi e il GIP non può essere interessato ad una richiesta di archiviazione che riguardi solo una parte, deve necessariamente conoscere tutto il resto. Quindi, già il fatto che esista un GIP Luparello ed esista un GIP Santi Bologna in qualche modo finisce per evidenziare una frammentazione delle indagini.
Vengo alla domanda. Le chiedo, su quei punti per i quali il GIP ha chiesto che vengano svolte indagini, già sono state svolte indagini? Avete intenzione di non dare seguito a quelle indicazioni nonostante quel che ha detto il Procuratore generale della Cassazione e la Corte di cassazione soprattutto?
Passo alla seconda domanda. Lei ha anche oggi parlato di Scarpinato. Innanzitutto sottolineo che Scarpinato non è mai stato indagato. Nell’intervento del vicepresidente D’Attis, invece, ho sentito accomunare i tre indagati alla posizione Scarpinato. Scarpinato non è indagato. Ebbene, fatta questa premessa diciamo che il 26 luglio del 2024 Scarpinato è stato sentito come persona informata sui fatti. Gli è stato richiesto di rappresentare spiegazioni su frasi che riguardano altre conversazioni. Nulla è stato chiesto in ordine alle conversazioni che egli ha tenuto con Natoli. Dopodiché, senza averlo mai sentito, ci siamo trovati qui in Commissione parlamentare antimafia tutte le conversazioni che riguardavano Scarpinato e Natoli.
Ebbene, già su questo io le vorrei chiedere, glielo chiedo sulla base dell’esperienza che sto vivendo qui in Parlamento, naturalmente sono novello rispetto a tanti parlamentari che sono qui da tante legislature, ma vedo che per esempio per Delmastro addirittura le chat con Caroccia sono state sottoposte alla Giunta per le autorizzazioni e non è stata data l’autorizzazione. Delmastro non è indagato. Quindi, se stessimo al suo ragionamento qualunque procuratore potrebbe mandare le intercettazioni del parlamentare non indagato e fare in modo poi che la Commissione le conosca e quindi inevitabilmente, quel che è avvenuto, c’è una diffusione di queste informazioni presso attraverso giornali e televisioni. Tutto ciò che è avvenuto è a conoscenza di tutti Anche al dottor Natoli non è stato chiesto nulla in ordine alle conversazioni che ha avuto con Scarpinato e non solo. Il senatore Scarpinato è stato accusato di aver concordato con il dottor Natoli risposte su circostanze non veritiere, tanto che il GIP addirittura lo ha accusato di depistaggio. Ha detto che è stata depistante la conversazione nella quale egli parla con Natoli dell’assemblea del 14 luglio 1992 nella quale avrebbe detto, anzi ha detto: «non devi dimenticare assolutamente di parlare della riunione che ci fu alla procura di Palermo il 14 luglio». Il senatore Scarpinato ha riferito una circostanza che non era nuova nell’indagine che avevate sviluppato. Questa conversazione che, come dicevo, è una conversazione che risale al 20 gennaio, al 18 gennaio se non ricordo male. Su questa specifica circostanza è stato sentito il 23 novembre del 2023, proprio da questa Commissione, Patronaggio. La presidente Colosimo è stata la prima a fare la domanda. Qual è stata la domanda? Nell’ambito di quell’assemblea si parlò della richiesta di archiviazione? Devo dire che Patronaggio, in modo proprio molto chiaro e senza tentennamenti, ha detto che si parlò del rapporto Mafia-appalti, Guido Lo Forte fece una relazione evidenziando soprattutto aspetti tecnici. In più, ha affermato che nella riunione del 14 luglio si parlò della richiesta di archiviazione, e aggiunse: «sono venuto a conoscenza della richiesta di archiviazione proprio il 14 luglio 1992». Per quanto negli atti si dica che è contraddittoria questa circostanza, qui abbiamo una persona che riferisce un fatto chiaro in modo netto. Quindi, o è un falso testimone o ha reso false informazioni alla procura di Caltanissetta, e in questo caso la procura di Caltanissetta dovrebbe agire nei suoi confronti, o in realtà ha detto il vero. D’altro canto, nell’ambito di tutta quanta la sua audizione egli ha riferito circostanze molto specifiche. Agli atti della procura esiste anche la trascrizione di una conversazione che voi stessi avete allegato alla richiesta di archiviazione. È quella del 25 ottobre 2023 tra il dottore Natoli e il dottor Antonio Ingroia, all’inizio della quale il dottor Natoli, facendo riferimento alla riunione della procura di Palermo del 14 luglio 1992 gli dice testualmente: «quella riunione nella quale per la prima volta si fa cenno alla richiesta di archiviazione». Infatti, specificamente, il 25 ottobre alle ore 11.49 Natoli dice: «Giuseppe, parla della riunione del 14 luglio, quella nella quale si fa per la prima volta cenno alla richiesta di archiviazione che avevano preparato Guido e Roberto». Quindi, anche in questa si fa riferimento. Questa è una conversazione che precede di quasi tre mesi quella invece che viene considerata una conversazione da incriminare in quanto lo stesso Scarpinato, secondo la ricostruzione che si legge nel decreto di archiviazione del GIP, avrebbe tentato di indurre, anzi avrebbe indotto Natoli a riferire qui in Commissione antimafia una circostanza falsa, mentre la circostanza è vera, tant’è vero che ne avevano parlato anche prima. Però, né nella richiesta di archiviazione si sottolinea l’esistenza di questa conversazione nella quale già si parlava dell’assemblea nella quale si era parlato della richiesta di archiviazione, anche secondo quanto dice Patronaggio, né il GIP lo riferisce. Addirittura, costruisce tutta un’accusa su una circostanza che, invece, anche alla luce di questa conversazione, risulterebbe veridica.
Alla luce di tutto questo, vorrei chiedere a loro della procura di Caltanissetta, quella circostanza che viene sottolineata come una circostanza che sarebbe stata non veritiera, perché non è stata accomunata anche alla conversazione che poc’anzi ho indicato fra Ingroia e Natoli? Avrebbe confermato, invece, che di quella richiesta di archiviazione se ne era parlato non solo precedentemente, ma ne era evidentemente a conoscenza anche Antonio Ingroia che non sembra cadere dalle nuvole nel momento in cui si parla di tutto questo. Credo che anche questa avrebbe dovuto essere una circostanza da evidenziare, una circostanza che, certamente, posta con questo contenuto, non avrebbe creato il clamore né tanto meno sarebbe stata assunta dal GIP come base di un’accusa totalmente infondata, trattandosi di una circostanza già esistente.
Sono queste le informazioni che chiedo. Grazie.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Forse è il caso di iniziare a rispondere.
PRESIDENTE. Si, procuratore.
Prima di passare alle risposte, però, siccome sono stata tirata in ballo e nessuno può fare l’interpretazione autentica delle mie parole, siccome è tutto scritto, vorrei segnalare che durante l’audizione di Patronaggio sottolineo che quello che dice è una novità. Infatti, è stato perfino riportato che io gli dico che sta dicendo una cosa assolutamente nuova, ma non glielo dico perché ho letto Il Fatto Quotidiano o perché ho ascoltato inchieste giornalistiche, glielo dico, e vi invito a farlo tutti, prima di prendere posizione, perché nel 2022 il Consiglio superiore della magistratura ha desecretato tutti i verbali delle audizioni dei magistrati della procura di Palermo a seguito della strage.
Parliamo di audizioni fatte dieci giorni dopo la strage, quindi effettivamente con una memoria leggermente più vivida di altre e nessuno utilizza mai la parola «archiviazione». Per cui, quando Patronaggio viene qui e mi parla di archiviazione, io segnalo che è un fatto assolutamente nuovo, perché non è riportato in nessuna audizione di nessun magistrato subito dopo la strage. Questi sono i fatti. Poi, le interpretazioni le lascio agli altri, però, quello che dico io, se permettete, lo dico io come va detto. Prego, procuratore.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Per quel che riguarda la domanda del presidente D’Attis, voglio precisare per l’ennesima volta che quando parlo di pista nera intendo l’indagine svolta dall’allora procuratore generale Scarpinato e cioè le dichiarazioni di Romeo Maria riguardanti Stefano Delle Chiaie. Non intendo zero assoluto la pista nera. La pista nera in assoluto ha una sua dignità e una sua ragionevolezza per il contesto da cui si può muovere, ma allo stato è un contesto che può essere ulteriormente rafforzato. Poi saranno necessari degli elementi individualizzanti che certamente non potranno essere costituiti dalle dichiarazioni di Romeo Maria e neanche da quelle di Alberto Lo Cicero, che non ha mai reso all’autorità giudiziaria.
A tal proposito, ho dimenticato, e lo anticipo, che abbiamo avanzato richiesta motivata al Procuratore nazionale antimafia perché non dico desse un nulla osta o approvasse, ma perché concordasse con noi l’ostensibilità delle registrazioni, cioè delle trascrizioni dei colloqui investigativi che verranno trasmessi a codesta Commissione antimafia nella loro interezza. Abbiamo sempre detto che, purtroppo, non ne potevamo parlare, ma che una volta avuta l’intera trascrizione di questi colloqui sarebbe stata ancora più evidente l’inconsistenza delle dichiarazioni, le uniche utilizzabili, di Romeo Maria. Ne parleremo in seguito se qualcuno vorrà approfondire l’argomento e chiedermi maggiori approfondimenti. Verranno a breve trasmesse. Da poco il Procuratore nazionale antimafia, preso atto che ormai hanno avuto la massima diffusione, ma solo parziale, secondo la convenienza di chi le esponeva, ha ritenuto opportuno darci il via libera e quindi noi veramente con gioia abbiamo ritenuto di depositarle nel procedimento a carico di Giustini e altri. Abbiamo dato avviso di deposito ai difensori che già ne stanno prendendo visione e le trasmetteremo al più presto alla Commissione, perché lo stesso Procuratore nazionale ha rimesso a noi l’opportunità, scrivendo per conoscenza anche alla presidente Colosimo, di valutare se trasmetterle alla Commissione o meno.
PRESIDENTE. Sì, ha scritto anche a me.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Noi riteniamo non opportuno, opportunismo, mandarle alla Commissione e quindi a breve ciascun componente di codesta Commissione potrà prenderne visione, perché non sono coperte da segreto, in quanto già comunicate ai difensori degli imputati.
Presidente D’Attis, purtroppo le devo dire che noi non siamo in grado di dire se vi sono state tangenti, se sono stati regalati appartamenti. Se non siamo stati in grado di dimostrare che vi sono state regalie o tangenti significa che giudiziariamente non esistono, perché è l’accusa che deve dimostrare. Abbiamo individuato una serie di anomalie che sono pienamente condivise dal GIP Santi Bologna e abbiamo preso atto che purtroppo, lo sottolinea anche il GIP, delle indagini che si sarebbero dovute fare illo tempore non sono più possibili. Non è possibile alcun accertamento patrimoniale, alcun accertamento bancario. Noi abbiamo avuto a volte delle difficoltà per evidenti motivi. Stiamo facendo delle indagini a volte assolutamente nuove a trentaquattro anni dai fatti, con persone informate che sono decedute, con persone informate che ormai non sono più in grado per motivi di salute o altro di rendere delle dichiarazioni o quantomeno attendibili, con documentazione bancaria ormai non più esistente.
Purtroppo, lo ribadisco, quello che si doveva fare negli anni Novanta non è stato fatto. Si poteva fare ancora forse nei primi anni Duemila, ma oggigiorno non è possibile. Per cui, io devo rispondere che non vi è una prova di una regalia, non vi è una prova di tangente, però, come si sottolinea nel decreto di archiviazione, vi è una movimentazione immobiliare, ventiquattro immobili acquisiti dalla famiglia Pignatone nel suo complesso, vi è un’affermazione da parte del presidente Pignatone, allora sostituto, che si è pagata una somma in nero, che costituisce un’evasione fiscale a favore dell’allora capo mandamento di Passo di Rigano e Boccadifalco.
Dalla consulenza in atti nonché da una consulenza depositata dalla difesa di Bonura Francesco in sede di misure di prevenzione, guarda caso, i parametri di valutazione coincidono riguardo ai valori degli immobili, coincidono perfettamente. Vi sarebbe stata una forte scontistica sulla quale si può discutere, si può valutare, ma noi non abbiamo incentrato la nostra valutazione sul fatto che vi fosse la prova di corruzioni o altro. Noi diciamo che tutto questo, insieme a quanto altro ho detto, ha esposto, sopra esposto, e non poco, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, perché questi sono fatti più che idonei per diffondere, fondatamente o infondatamente non ha importanza, in cosa nostra il pensiero e la valutazione che certi magistrati erano avvicinabili, che i vertici della procura, quelli che contavano nella procura di Palermo erano malleabili o in ogni caso non dei nemici pregiudiziali di cosa nostra e quindi mettevano proprio l’obiettivo, il target sul petto o sulla schiena di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sotto questo punto di vista tutto ciò ha contribuito enormemente alla sovraesposizione di questi due eroi e martiri. Spero che oggi e in futuro non si cerchi di non dico delegittimare, ma di riprendere vecchie polemiche o insinuare nuove ombre sulle figure adamantine di due eroi e martiri della magistratura e della Repubblica italiana.
Passo alle domande del vicepresidente Cafiero de Raho. Mi scusi, presidente, non per essere pignolo, ma dico una cosa che potrebbe essere contro di me. La Cassazione non ha rigettato, ha dichiarato inammissibile. Può essere sotto certi punti di vista peggio, ma per precisione glielo voglio ricordare, perché mi piace dire quello che è vero. Riguardo al fatto che noi non vorremmo fare le indagini, ma chi l’ha detto? O che la Cassazione ci ha detto di fare le indagini pedissequamente. La Cassazione a pagina 15 della sentenza dice che: «le indagini da svolgere, le indicazioni, il provvedimento del GIP, possono essere effettuate in piena autonomia, perché l’indicazione del giudice non si traduce in una delega vincolante, ma si atteggia a direttiva di massima». Sono parole della Cassazione. Presidente, noi non ci sottraiamo. Il punto è un altro. In perfetta buona fede e perché non aveva gli atti a disposizione la GIP Luparello ha delegato molte indagini già fatte o impossibili perché, ad esempio, la persona da sentire era già ampiamente deceduta o non era in grado in altri casi di rendere dichiarazioni.
Riguardo al fatto che la Cassazione abbia detto che non potevamo frammentare le indagini, le chiedo scusa, presidente, ma forse dovremmo tutti valutare con maggiore attenzione quello che dice la Cassazione. La stessa GIP Luparello ci ha detto che è perfettamente legittimo, tenuto conto dell’enormità dei filoni che si devono affrontare, creare dei filoni di indagine separati. La Cassazione in modo equitativo ha detto che è legittimo che noi seguiamo filoni separati, ma che è altrettanto legittimo o quantomeno non abnorme che il GIP voglia tutti gli elementi a sua disposizione. Può essere che noi leggiamo male la sentenza della Cassazione e lei la legga bene, ma mi pare che la Cassazione dica testualmente «direttiva di massima». Sotto questo punto di vista noi stiamo eseguendo tutto ciò che rimane da eseguire, perché molto era già stato fatto o è impossibile fare. Stiamo acquisendo tutta una serie di carte sul SISMI, il Super-SISMI, Gladio, per delineare con maggiore chiarezza gli elementi di contorno della vicenda e il contesto storico in cui può essere maturata la vicenda.
Per quel che riguarda la vicenda Delmastro, ma che c’entra? Lo chiede a me? Io non mi occupo della vicenda Delmastro, non sono titolato, non posso parlare della vicenda Delmastro. Non so perché mi chiede di Delmastro. Le dico semplicemente che sicuramente lei conosce meglio di me la questione, perché lei è stato un magistrato ben più elevato di quello che posso essere io. La giurisprudenza della Cassazione è costante, e la Corte costituzionale lo ha detto in primis. Qualora le intercettazioni non debbano essere utilizzate per esercitare l’azione penale a carico di un parlamentare non occorre un’autorizzazione della competente Giunta, che peraltro è stata adita dal senatore Scarpinato oltre ad altre sedi. Secondo un orientamento assolutamente costante, deve essere il giudice che deve valutare la legittimità o meno dell’utilizzo nei confronti di terzi delle intercettazioni, e il GIP le ha valutate.
Noi chiaramente non vogliamo e non possiamo dire che cosa è regolare, che cosa è irregolare e che cosa è sbagliato che avvenga nell’ambito dell’attività della Commissione. Noi affermiamo, da un punto di vista di rilevanza penale, che le dichiarazioni, le memorie di Natoli, sono frutto di inquinamento probatorio e quindi assolutamente inattendibili. Fra un po’ sul punto specifico passerò, se lei me lo consente, presidente, la parola alla collega Pasciuti, ma da un punto di vista generale dico che tutta l’attenzione dei mass media si è concentrata su un singolo aspetto sul quale ora risponderà la collega Pasciuti. Tuttavia, per chi ha avuto la bontà di leggere le carte del procedimento, il dottor Scarpinato e il dottore Natoli hanno concordato tutto: quale doveva essere il contenuto della memoria del dottor Natoli che doveva essere depositata, che cosa doveva dire il dottore Natoli, hanno discusso della strategia da adottare in seno a codesta Commissione, se incartare la presidente Colosimo o meno, seppellirla di carta o giù di lì.
PRESIDENTE. Seppellire.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Hanno concordato anche quali persone era opportuno che il senatore Scarpinato chiedesse di sentire. Tra gli altri, ad esempio, hanno valutato se chiedere di sentire il procuratore De Lucia o il procuratore Fonzo.
PRESIDENTE. O Patronaggio.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Si tratta non di una telefonata dove si dice: «Mi raccomando, dì la verità». Non è questo. Quella telefonata si inserisce in un amplissimo contesto in cui si valuta tutto. Addirittura si valuta se certe domande è opportuno che le faccia direttamente il senatore Scarpinato o vengano affidate a voi. Poi, alla fine, si decide di no, perché non vi è un grado sufficiente di confidenza per delegare ad altri domande che devono essere fatte dal dottor Scarpinato.
Sembrava opportuno distribuire le domande fra vari componenti della Commissione. È un inquinamento probatorio ad ampio raggio che a noi interessa perché inquina il materiale del nostro procedimento. È inutile ora starci a nascondere dietro una rete. Codesta Commissione esercita funzioni e poteri identici all’autorità giudiziaria e vi è un travaso biunivoco di atti. Quando una deposizione è importante, quando una memoria è importante… A parte che ce l’ha mandata Natoli, di sua iniziativa, la sua memoria. A proposito, hanno discusso anche se inviare o meno la memoria alla procura.
Dicevo, quando una deposizione è importante è evidente che è interesse dell’autorità giudiziaria acquisirla, quando le viene mandata di iniziativa addirittura dall’audito. Sotto questo punto di vista non ce ne interessiamo, laddove gli atti compiuti dinanzi a codesta Commissione sono transitati nel procedimento penale. Altrimenti, non avremmo avuto alcun titolo per occuparci della vicenda. Perché abbiamo mandato le intercettazioni a codesta Commissione? Con la massima sincerità le dico che abbiamo riflettuto molto e ci siamo a lungo riuniti per valutare tutti i pro e i contro della vicenda. Tenuto conto che codesta Commissione ha gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria, ci siamo posti una domanda: se queste intercettazioni dovessero riguardare la procura di Napoli noi gliele dovremmo trasmettere? Non dovrebbe essere la procura di Napoli a valutare se, come e quando utilizzarle? Noi le trasmettiamo alla procura di Napoli e la procura di Napoli dice che non possono utilizzarle. Questione chiusa, ma io l’ho avvisata.
Ritenendo che astrattamente queste intercettazioni avrebbero in qualche modo riguardato la correttezza dell’attività di codesta Commissione, le abbiamo trasmesse senza un filo di commento dicendo: «Commissione, queste sono le cose che risultano. Valuta se, come e quando le devi utilizzare, se sono utilizzabili e con quale procedura le devi utilizzare». Tutto quello che riguarda la Commissione per noi è al di fuori delle nostre competenze. Ripeto, noi ci siamo limitati a valutare le refluenze sul procedimento penale.
Vengo al fatto che a Scarpinato non è stato chiesto nulla di queste intercettazioni. Innanzitutto, sono state contestate al presidente Natoli nella qualità di indagato, che la prima volta si è avvalso, peraltro, della facoltà di non rispondere, come è legittimo che sia. Fa parte delle facoltà della difesa. Dopodiché, il senatore Scarpinato, legittimamente, ha impostato la sua posizione in relazione al fatto che queste dichiarazioni e queste intercettazioni non potessero essere in nessun modo utilizzate e non potessero essere in nessun modo acquisite agli atti, tanto che ci ha chiesto di chiedere alla Commissione di restituircele. Dopodiché, ha legittimamente seguito la via dell’istanza alla Giunta delle autorizzazioni e alla Corte costituzionale. Dopodiché, seguirà tutte le strade che riterrà opportuno da un punto di vista legale.
Inizialmente non ha impostato la sua posizione in relazione a voler chiarire ciò che ha detto. Dopodiché, proprio perché è stato sentito, nulla osta che il senatore ci facesse presente che voleva chiarire la sua posizione in relazione alle intercettazioni. Non è una novità e accade, ed è accaduto anche in questo procedimento, che una persona informata ci abbia chiesto di essere sentita e subito è stata sentita. È accaduto anche in altri procedimenti.
Lei crede – spero di no – che se il senatore Scarpinato avesse mandato una email qualunque, anche informale, dicendo: «Io voglio essere sentito», noi ci saremmo rifiutati? In ogni caso, se noi ci fossimo rifiutati a questo punto veramente avrebbe potuto affermare: «Non mi avete consentito di spiegare la mia posizione». D’altra parte, il senatore Scarpinato – era sua facoltà – non si è sottratto a un confronto televisivo sul contenuto di queste intercettazioni. Per cui, poteva anche, ripeto, mandare un’email. Bastava anche una telefonata alla mia segreteria o a me per dire: «Voglio essere sentito». Subito, a disposizione, come è giusto che sia. Se una persona informata vuole chiarire certi aspetti noi siamo ampiamente disponibili.
Mi permetta, presidente Cafiero de Raho, non che voglia correggere quello che lei dice, non mi permetterei mai, ma in relazione a Patronaggio oltre al falso e al vero c’è l’inattendibile, come lei sa molto meglio di me. Il caso più frequente in relazione alle persone informate o ai testimoni è che il giudice o il pubblico ministero, a seconda della fase in cui si è, ritengano attendibili o inattendibili quelle dichiarazioni. Dalle inattendibilità non scaturisce automaticamente, e lei questo me lo può insegnare, ovviamente, l’azione penale per false dichiarazioni al PM o falsa testimonianza, a parte che in questa sede, come lei sa sempre meglio di me, se non vi è il giuramento non vi è falsa testimonianza dinanzi a codesta Commissione.
Per quel che riguarda la specifica conversazione Natoli-Ingroia, faccio solo una brevissima premessa e dopo passo la parola alla collega Pasciuti. Il presidente Natoli ha fatto circa 10 mila conversazioni telefoniche parlando con l’universo mondo: cancellieri, assistenti giudiziari, colleghi, polizia giudiziaria. In più occasioni abbiamo rilevato – questa è la nostra valutazione – un tentativo di inquinamento probatorio o inquinamento probatorio riuscito. Prova ne è, ad esempio, la conversazione del dottore Natoli con l’assistente giudiziaria Ronga in cui si fa pressione perché l’assistente ricordi una certa cosa che l’assistente non ricordava: «Ma ti ricordi che…».
MAURIZIO GASPARRI. Anche Ingroia.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Non suggerisca, senatore. Presidente, il senatore suggerisce.
Questa è una tecnica utilizzata dal dottor Natoli, questa è una nostra valutazione e in parte è condivisa dal GIP, di fare finta di sollecitare un ricordo per, secondo la nostra valutazione, poi inquinare il materiale probatorio. È plateale.
Cito questa intercettazione con l’assistente Ronga perché da altra conversazione del dottor Natoli emerge un particolare, se gliel’avesse portato quello stampato, per smagnetizzarlo, o meno. Il dottor Galati non era certo, lo intuiva. Poi si rivolge all’assistente Ronga in termini di certezza: «Ma come non te lo ricordi?». La conversazione intercettata tra Natoli e Ingroia va letta in questo contesto molto più ampio, in cui il dottor Natoli ha parlato con l’universo mondo dicendo: «Ma ti ricordi che»; «È successo questo»; «Ma tu che ne pensi?»; «Vattelo a leggere, vatti a ricordare».
Non è un caso, come giustamente ora preciserà la dottoressa Pasciuti che il riferimento a questa vicenda sia non al dottore Lo Forte, che era il relatore, ma al dottore Pignatone.
Se lei consente, presidente, passo la parola alla dottoressa Pasciuti.
PRESIDENTE. Certo. Prego, dottoressa.
CLAUDIA PASCIUTI, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Vorrei iniziare proprio con questa annotazione. In realtà, sul fatto che il dottor Ingroia non cada dalle nuvole non mi trovo del tutto d’accordo. Non do lettura integrale della conversazione perché in realtà noi non l’avevamo riportata. Dal tenore di questa conversazione si capisce che il dottor Ingroia nemmeno si ricorda se era presente o meno alla riunione del 14 luglio del 1992. Quindi, sul fatto che non cada dal pero mi permetto di dissentire.
Poi, come anticipava giustamente il procuratore, interloquendo con il dottor Ingroia, il dottore Natoli fa riferimento a una persona dei relatori che non è quella esatta, perché fa riferimento a Giuseppe, laddove Giuseppe ovviamente è Pignatone. In realtà, la relazione nel corso della riunione del 14 luglio del 1992 non l’ha fatta il dottore Pignatone, ma l’ha fatta il dottore Lo Forte. Anche su questo vi è un errore, ma vi è un errore per una ragione molto semplice, perché in realtà, mi perdonerà la presidente Colosimo se faccio una breve notazione su una delle cose che ha detto, una persona che parla della richiesta di archiviazione nei verbali del 1992 c’è ed è appunto il dottor Pignatone, ma ne parla in termini del tutto incompatibili con l’eventualità che questo tema sia stato affrontato nel corso della riunione del 14 luglio.
Vi leggo il passaggio, tanto i verbali sono desecretati, quindi sono a disposizione di chi li voglia leggere e possiamo sicuramente citarli. Il dottore Pignatone dice testualmente nel corso della sua audizione di fronte al Consiglio superiore della magistratura: «La relazione l’ha fatta Lo Forte – quindi non era lui il relatore, ma era il collega che fin dall’inizio si era occupato di Mafia-appalti – dopo che avevamo depositato l’archiviazione».
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Avevano.
CLAUDIA PASCIUTI, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Credo sia un errore di trascrizione. «Dopo che avevano depositato l’archiviazione». Il dottor Pignatone, quindi, fa riferimento alla richiesta di archiviazione, ma senza precisare che se ne parlò in quell’occasione. Questo è un argomento che, al contrario, ci può fare rilevare che non se ne parlò, perché in questo momento avrebbe potuto precisarlo che si parlò dell’argomento, perché l’argomento lo prende. Dice: «Dopo che avevano depositato la richiesta di archiviazione». Quindi, al Consiglio superiore della magistratura della richiesta di archiviazione ne parla, ma senza precisare che questo argomento nella riunione del 14 luglio del 1992 fu affrontato. Nessun altro ne parla. Non c’è un’altra persona, una, che parla della richiesta di archiviazione, men che meno del fatto che nel corso della riunione del 14 luglio del 1992 se ne parlò e che la circostanza fu riferita al dottore Borsellino. Vi è un’ulteriore circostanza, se me lo consentite, e qui il dato è di carattere meramente cronologico e quindi corre l’obbligo di evidenziarlo.
Ci sono una serie di dichiarazioni prima di questa intercettazione e prima delle dichiarazioni di Patronaggio di fronte a questa Commissione nel 2023 che riguardano il fatto che si affrontò o meno il tema della richiesta di archiviazione nel corso della riunione del 14 luglio. Sono tutte dichiarazioni del 2021 e segnatamente sono dichiarazioni del senatore Scarpinato dell’ottobre 2021 nel procedimento a carico di Damiano Aliprandi, dove il senatore Scarpinato e il dottore Lo Forte erano persone offese e dichiarazioni del dottore Lo Forte, che sono state rese il 26 novembre del 2021, nel processo Depistaggio.
Sono tutte dichiarazioni che sono state rese quando ancora i verbali del 1992 non erano stati desecretati, perché i verbali del 1992 sono stati desecretati a trent’anni dalla morte di Paolo Borsellino con delibera del 20 luglio del 2022. Quindi, tutte queste dichiarazioni del 2021 sono state rese prima che chi le ha rese avesse avuto modo di rivedere cosa era stato detto nel 1992 sulla richiesta di archiviazione, cioè assolutamente nulla. Non fu detto nulla della richiesta di archiviazione. Non si parlò affatto della circostanza che nel corso della riunione del 14 luglio del 1992 si fosse detto che era stata avanzata richiesta di archiviazione. Non lo dice nessuno. Tutte le dichiarazioni dibattimentali sono diventate ampiamente note, essendo confluite in dibattimenti che hanno avuto ampia diffusione; credo che il processo Depistaggio sia andato anche su Radio Radicale, quindi queste dichiarazioni le ha sentite tutta l’Italia e se ne è parlato. È chiaro che la circostanza ha avuto ampia diffusione, ma prima che i verbali fossero desecretati e che quindi si potesse verificare che nelle dichiarazioni rese a dieci giorni dalla morte di Paolo Borsellino nessuno aveva fatto riferimento alla circostanza.
PRESIDENTE. Si è iscritto il senatore Verini. A seguire, il senatore Russo.
WALTER VERINI. Grazie, presidente. Intreccio, procuratore, qualche domanda, più rapidamente possibile, anche con alcuni argomenti che già sono stati affrontati inevitabilmente, però le nostre domande sono non sovrapponibili in toto a quelle che precedentemente sono state formulate.
Premetto, per quello che può valere, che io, noi nutriamo per il suo ruolo e per la sua persona un profondo e autentico rispetto, e se abbiamo espresso, anche pubblicamente, alcune opinioni, secondo noi molto motivate – adesso citerò le due righe su cui lei ha chiesto chiarimenti, e mi fa piacere fornirgliele – ebbene le nostre posizioni derivavano dalle sue affermazioni ed erano relative alle sue affermazioni.
Quando il gruppo del Partito Democratico scrive che: «Sia dalle audizioni in Antimafia sia da altre esternazioni l’impressione era quella di un esito previsto e prevedibile, quello di escludere che dietro le stragi di Capaci e via D’Amelio possano esserci state altre cause e altri moventi, oltre al filone Mafia-appalti», ecco, questo non vuol dire contestare nel merito, in un’aula giudiziaria, in un procedimento, le sue iniziative, l’iter che lei ha seguito con i suoi collaboratori della procura, ma vuol dire che, sulla base delle sue audizioni e di quello che lei aveva detto in questa Commissione, noi abbiamo tratto queste impressioni.
Quindi, mi auguro che la prossima volta che lei chiede chiarimenti – mi permetto, lei è troppo accorto – legga meglio i comunicati pubblici che il gruppo del Partito Democratico ha diffuso. Questa premessa era doverosa.
La domanda che io le voglio formulare è questa. Ci sono stati quei pronunciamenti della Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, il suo di lei contro la GIP Graziella Luparello, che aveva disposto quelle nuove indagini, rifiutando la sua richiesta di archiviazione sull’inchiesta relativa ai presunti mandanti esterni, alla cosiddetta «pista nera» legata alle stragi. Ecco, alla luce di questo, pensa che il suo ormai proverbiale e reiterato, anzi accentuato, zero tagliato sui riscontri circa questo filone non sia stato incauto? Non mi permetto di dirlo dal punto di vista giudiziario, non ho i titoli per dire questo, ma alla luce di questi pronunciamenti. Del resto, la Cassazione ha dichiarato inammissibile, semplicemente per dire: «Avanti, facciamo ulteriori indagini». Io sono laico su questo, lo dico sinceramente, ed è per questo che rispetto in generale il lavoro della magistratura e non attacco i magistrati, mai, perché rispetto, a differenza di altri, la loro indipendenza. Il tema è un po’ questo: perché essere così assertivi, quasi definitivi, circa un’ipotesi? Ipotesi, sottolineo. Visto il contesto – è il termine che ha usato lei poco fa – che in quel tempo caratterizzava il nostro Paese, visti i ruoli e anche ora sentenze definitive che hanno riguardato i Bellini, oppure i ruoli dei Delle Chiaie, del defunto parlamentare del Movimento sociale Menicacci, perché non si potrebbe avere ancora la necessità di squadernare ulteriormente, aprire ulteriori filoni, non archiviare sul tema della pista nera, che in quel momento era molto attiva in tanti aspetti della vita del Paese? Quindi, io non dico che la pista nera è una pista definitivamente acclarata, tutt’altro. Dico, però, che non si può, in maniera pervicace, escludere che assieme al filone Mafia-appalti anche questa possa essere stata una pista.
Quindi, mi chiedo se lei – la dico così, mi scusi il termine – non sia un po’ pentito di questa assertività sull’esclusione della pista nera, zero tagliato.
Seconda domanda. A proposito di zero, qui cito un giornale, un giornale che io stimo perché è un giornale laico, un giornale che dice le sue cose anche se spesso non le condivido. Si chiama Il Foglio, un giornale che non è sospetto di appiattimento su tesi investigative circa le stragi da parte della procura di Palermo, però ha scritto che zero spaccato può essere definito anche il risultato investigativo della procura nissena – cito l’articolo – «nei suoi oltre quattro anni di indagine sull’ipotesi che il procedimento Mafia-appalti abbia costituito causa delle stragi nel 1992». Ciò ovviamente alla luce dell’archiviazione richiamata, disposta dal GIP di Caltanissetta Bologna, archiviazione che ha dichiarato inconsistente la tesi del filone Mafia-appalti come unica causa delle stragi.
Allora, ecco la domanda: non pensa, dottor De Luca, che avere prima escluso categoricamente piste nere senza tenere aperti filoni di indagine sia stato un errore? Io credo, alla luce della mia conoscenza, che anche il filone Mafia-appalti, che è stato certamente presente, però debba essere accompagnato da ulteriori approfondimenti, anche investigativi, su alcune vicende che accadevano in quegli anni. Mentre c’erano via D’Amelio e la strage di Capaci, c’erano anche, in quel contesto, le stragi. Ci sarebbe stato il Velabro, San Giovanni in Laterano, via dei Georgofili, via Palestro, il fallito o comunque l’interrotto attentato allo Stadio Olimpico. Ecco, considerando questi fatti, su cui ci sono alcuni filoni di indagine ancora aperti, credo a Firenze, alcuni archiviati e alcuni aperti, non pensa che in questo contesto, quindi Mafia-appalti sicuramente, piste nere come ipotesi, contesti di connessione tra mafia e massonerie e poteri deviati, certa politica, siano filoni ancora da non escludere, ancora da indagare? Non pensa che l’ausilio della procura di Caltanissetta sarebbe stato – e qui non mi permetto di entrare nel merito tecnico – più utile se avesse aiutato a tenere aperto in maniera laica e non assertiva queste cose?
Ultima domanda. Visto che lei oggi ha usato anche dei termini, che io rispetto, nel senso che lei è qui in un organismo parlamentare e ha usato anche dei termini che forse sembravano più da commissario che non da magistrato che era in audizione, io la seguo sul suo terreno e quindi le propongo anche un terreno, come dire, «politico». Il giornale Il Foglio, ha paragonato la sua inchiesta a un procedimento speculare a quello sulla cosiddetta «Trattativa», una sorta di doppio teorema (lo semplifico così, con parole mie), la risposta di uno schieramento a un altro schieramento con due teoremi. Semplifico con parole mie, ma la sostanza del Foglio era quella. Il generale Mori, com’è noto, è stato assolto da quella vicenda della trattativa e io ho riconosciuto, anche nei suoi confronti, rispetto. Un’inchiesta per la quale, per quello che vale, io non ho mai provato grande simpatia. Mi è capitato, nel mio piccolo e nei ruoli che ho svolto, anche di averne criticato alcuni aspetti. Parlo dell’inchiesta sulla trattativa. Così come mi sono permesso di esprimere perplessità sulla sua inchiesta della procura di Caltanissetta.
Che giudizio dà di questa interpretazione, che non viene dal Fatto Quotidiano, ma viene da un giornale riflessivo, diciamo così, come Il Foglio?
Grazie, procuratore.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Cosa vuole che le dica? Io chiedo scusa veramente a tutti i componenti di codesta Commissione, perché evidentemente non sono in grado di esprimermi in un italiano comprensibile, non dico corretto, ma comprensibile.
Andiamo al fatto che lei e altri componenti di codesta Commissione non siete rimasti sorpresi e che l’esito era previsto e prevedibile. Io ho detto poco fa che quello che ho detto io non è che era prevedibile, era chiarissimo. Il punto è che questo comunicato stampa segue al decreto di archiviazione del GIP e voi scrivete: «le notizie provenienti da Caltanissetta non sorprendono». O vi riferite alle mie audizioni di alcuni mesi prima o vi riferite al decreto di archiviazione del GIP, quindi vorrei capire perché non vi sorprendono. Perché c’erano state le esternazioni? Le esternazioni sono mie, non del GIP.
PRESIDENTE. Per favore, vi prego. Lui sta rispondendo alla sua domanda, facciamolo rispondere per favore.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Il 5 ottobre 2026: «Le notizie provenienti da Caltanissetta non sorprendono». Si riferisce alle mie audizioni che sono avvenute alcuni mesi prima? E che c’era da sorprendersi? Sono stato chiarissimo. Posso avere sbagliato, ma penso di essere stato chiarissimo. Mi pare che si riferisca al decreto del GIP. Se non è così, per carità, precisatelo. Dopodiché, se la presidente, anzi codesta Commissione – non so di chi sia la competenza – me lo consente, farò un tazebao da appendere qui, nel quale scriverò «Mafia-appalti è concausa, stiamo continuando le indagini sull’agenda rossa, sulla massoneria e sulla pista nera». Lo metterò qui, altrimenti veramente mi viene il fondato dubbio di non riuscire a esprimermi in italiano. Sicuramente è così, perché un uditorio così elevato e così attento non può non comprendere le mie parole.
Lo stesso GIP lo mette anche fra parentesi per specificare: Mafia-appalti è concausa, parentesi, non l’unica causa. Noi stiamo continuando le indagini su tanti filoni, in relazione ad alcuni dei quali vi sono stati atti ostensibili. Noi stiamo continuando le indagini, non so come esprimermi, mi stanno venendo dei complessi di inferiorità. Non sono venuto qua a dire: «Signori, noi abbiamo finito il nostro lavoro, sciolgo il gruppo stragi perché le stragi sono attribuibili esclusivamente a Mafia-appalti, punto, abbiamo finito, vi saluto, non chiedetemi nulla perché per me la vicenda è chiusa». Non so come dirlo, ripeto, ancora un po’ di questa interlocuzione e me ne vado in analisi, perché mi verranno dei complessi di inferiorità.
Ditemi voi come mi devo esprimere. Lo dice anche il GIP. Io sicuramente posso essere oscuro nelle mie parole e nei miei scritti, perché, ripeto, l’ho detto nelle audizioni qui dinanzi a codesta Commissione, l’ho scritto in un comunicato stampa per non essere equivocato, lo abbiamo scritto e firmato nella richiesta di archiviazione, lo scrive il GIP precisando «concausa», che già è chiarissimo, quindi non l’unica causa, e mi si viene a dire da più parti: «Ma voi volete escludere le altre piste, gli altri moventi, volete normalizzare, volete dare questa versione minimalista e rassicurante» (non l’ha detto lei, lo dicono altri). Scusatemi, giusto per curiosità, ma dov’è la versione minimalista e rassicurante quando noi diciamo che la concausa delle stragi è stato un incrocio fra cosa nostra, politica e imprenditoria nazionale? Certo, manca Delle Chiaie che è andato a mettere la bomba nel tunnel, allora sì che l’indagine sarebbe formidabile! Cosa nostra, massoneria, imprenditoria nazionale e politica non bastano. Non suggerisca, senatore.
Allora, perché è minimalista e rassicurante questa versione? Vorrei proprio capirlo.
Ripeto per l’ennesima volta, io non escludo la pista nera. Sicuramente sulla posizione di Paolo Bellini c’è ancora tanto da fare. Dobbiamo aspettare con calma se e quando arriveranno eventuali nuovi elementi, ma allo stato noi abbiamo ritenuto, giusto o sbagliato, che era il momento di chiudere, come ha fatto del resto Firenze. A Firenze si procede con archiviazioni ed eventuali riaperture. Non so se hanno riaperto, se riapriranno, e in ogni caso non lo potrei dire. Non lo so. A Firenze si procede così: si archivia e quando sopravvengono degli elementi utili si riapre, non si tiene un procedimento pendente dieci anni. Ripeto, queste non sono questioni di merito, sono visioni di come deve essere espletata l’attività giudiziaria, rispettabilissime secondo me entrambe. È chiaramente il GIP che decide sul punto, dando, come ho già detto, degli orientamenti di massima dei nuovi temi di indagine.
Quindi, noi non escludiamo la pista nera. Diciamo che allo stato è tutta da verificare, e la verificheremo nei limiti delle nostre possibilità. Quando dico che non ha nessuna dignità di prova, nessuna dignità indiziaria, mi riferisco esclusivamente – non so quante volte lo devo ripetere – alle dichiarazioni di Romeo Maria su Stefano Delle Chiaie, non mi riferisco all’intera pista nera. Sull’omicidio Mattarella, su Paolo Bellini… Omicidio Mattarella di cui non posso e non devo dire nulla, perché non abbiamo nessuna competenza, abbiamo ben altro contesto, ben altri elementi da valutare, quindi non ho nulla da eccepire, né dire: «Non venitemi a raccontare dell’omicidio Mattarella o di Paolo Bellini». Non è così.
Io sto ripetendo fino allo sfinimento che lo zero tagliato è quell’indagine fatta in violazione di legge, articolo 11, e che ci ha causato tanti problemi, quell’indagine in cui si utilizzano le dichiarazioni di Romeo Maria e dalla quale si fa precipitare la presenza di Delle Chiaie alla strage di Capaci. Per me, per noi e per il GIP che l’ha archiviato quello non ha nessun valore, perché non lo dico io, lo dice anche il GIP, il giudice.
Ora, io sono lusingato – ho già detto anche questo – di questa vostra visione «procurocentrica» e «delucocentrica», ma ci sono anche le pronunce del giudice. È il GIP che dice che la pista su Delle Chiaie è assolutamente inconsistente. Nel mio paese quando si pronuncia il giudice si guarda alla pronunzia del giudice, non alla requisitoria o alle richieste del pubblico ministero, perché io a dibattimento possono andare a chiedere cento ergastoli, quello che voglio, e poi il giudice può azzerarmi tutto quello che ho detto, parzialmente o totalmente. Quindi, secondo noi, quando ci sono delle decisioni del giudice bisognerebbe guardare alle decisioni del giudice, che possono essere legittimamente criticate, ma non accusando il giudice di collateralismo politico.
Le ho già detto e lo ripeto, io non parlo né per me né per il mio ufficio, io parlo per il giudice. È questo che mi preme più di ogni cosa. Il giudice non si tocca! Questa è una regola, è il fondamento di ogni democrazia, anche in quelle in cui il pubblico ministero è sottoposto all’esecutivo. Nemmeno nelle dittature il giudice viene contestato, è posto sempre in una posizione di terzietà, magari è formale e sotto sotto viene condizionato. Ma il giudice non si tocca. Vi rendete conto? A un certo punto le decisioni di un giudice, di un GIP a noi non piacciono e ce ne usciamo dicendo: «C’è stato il collateralismo politico di questo GIP contro di noi». Se qualcuno dovesse insinuare dubbi su qualunque GIP, la GIP Luparello noi saremmo i primi a insorgere e a difenderla. L’indipendenza, l’autonomia, la terzietà del giudice non si tocca. Non si tocca! Si può criticare il provvedimento, si può dire, nella critica più feroce, che il giudice non ha capito niente nella valutazione della prova, ma affermare che il giudice fa collateralismo politico…
Questo mina le regole democratiche, crea dei precedenti veramente preoccupanti, perché poi nessuno si potrà alzare a dire: «Non potete aggredire il giudice», perché gli si risponderà: «E voi che avete fatto?». Io sono veramente preoccupato, e non parlo per me, parlo per il giudice. Qui ho parlato per il giudice. Quando mi sono sovraesposto l’ho messo ampiamente nel conto, non mi ha neanche stupito più di tanto. Ho guardato le critiche, alcune le abbiamo valutate attentamente perché potevano essere interessanti, altre no, erano così infondate, onestamente, che ci hanno fatto quasi sorridere. Ma il giudice è tutt’altra cosa, c’è un salto di livello enorme. Non si può stare in silenzio quando si attacca il giudice, a meno che non ci siano delle prove, non ci siano delle evidenze. Qua non c’è non un concreto sospetto, neanche un labile sospetto. Il distretto di Caltanissetta è insorto perché tutti conoscono il GIP Bologna come assolutamente indipendente, autonomo e terzo. Chi non ha da dire: «alt, fermatevi, il giudice non si tocca» secondo me commette un errore madornale, perché le conseguenze le pagheranno per il futuro la magistratura e le istituzioni democratiche.
Articolo del Foglio. Abbiamo avuto centinaia di articoli di tutti i quotidiani, in un senso o nell’altro. Purtroppo si è creata questa contrapposizione. Sto sforando i tempi, lo so, ma devo rispondere, sono stato rimproverato dalla presidente. Sull’articolo del Foglio, con tutto il rispetto per il giornalista – e non mi piace attaccare i giornalisti – uno dei presupposti di questo articolo è che noi ci siamo basati sulle sentenze che già c’erano, ma che lavoro abbiamo fatto? Anche qui dovrò andare in analisi, perlomeno per tre anni. Ci sono 150 faldoni in questo procedimento. Lo stesso Fatto Quotidiano in un articolo dà atto del complessissimo lavoro che abbiamo svolto. Lei cita Il Foglio e io Il Fatto Quotidiano. È strano che dobbiamo parlare a botte di articoli, invece di parlare degli atti giudiziari, ma accetto il terreno del confronto.
Il presupposto dell’articolo del Foglio è che noi abbiamo preso le sentenze e siamo stati a cincischiare con quelle, ci siamo riuniti per tre anni due volte alla settimana per leggerci le sentenze e poi abbiamo riempito 150 faldoni di non so cosa, di carta straccia, giusto per far vedere che c’era tanto materiale. Ci sono decine di sommarie informazioni, ci sono consulenze, ci sono acquisizioni di atti. Sto parlando ovviamente del filone Mafia-appalti. Quindi, liberissimo il giornalista di portare avanti delle critiche, è il sale della democrazia. L’importante è che il fatto non sia travisato. Dire che le nostre conclusioni o, peggio ancora, le valutazioni del GIP sono fondate solo sulle sentenze precedenti sinceramente è disarmante. Poi, come avrà fatto il GIP a scrivere seicento pagine solo riportando i brani delle sentenze precedenti mi sfugge. Stava lì a ricopiare sempre la stessa pagina per seicento pagine.
Quindi, mi permetta di dirle che, onestamente, la critica perfettamente legittima portata avanti dal giornalista del Foglio è secondo noi totalmente destituita di fondamento, perché parte da un presupposto erroneo. Le sentenze passate in giudicato sono un presupposto del nostro lavoro, dopodiché qualcosina l’abbiamo fatta, direi. Per chi non crede alle mie parole, se volete viene autorizzato l’accesso agli atti e si va a guardare tutte le pagine dei 150 faldoni.
Solo un punto da sottolineare. Lei dice che non ha mai avuto grande simpatia per la trattativa Stato-mafia, per alcuni aspetti, per l’inchiesta. Altri forse hanno avuto grande simpatia per questo procedimento. La mia personale posizione è che non sia tutto da buttare a mare, che alcuni fatti andassero quantomeno approfonditi. Poi l’esito, che non si può discutere, è stato quello che è stato, ma secondo me alcuni aspetti andavano doverosamente approfonditi. Poi, per come si è proceduto, l’esito, altre questioni incidentali, questioni del Presidente della Repubblica, non ci riguardano completamente in questa sede, non attengono squisitamente alle stragi.
Sempre a proposito della pista nera, desidero dirle che proprio il processo sulla trattativa Stato-mafia a lungo osannato da un certo massimalismo giudiziario, con una spruzzatina di integralismo, portava una conclusione logica, che è stata rassegnata dai pubblici ministeri e anche riportata correttamente da un noto polemista, notissimo, cioè Travaglio, dove si dice che la responsabilità della morte di Borsellino va attribuita alla trattativa Stato-mafia e che presumibilmente anche le stragi del Nord non ci sarebbero state senza la trattativa Stato-mafia. Nessuno è insorto allora per dire: «La pista nera dov’è?». Silenzio assoluto. Ora se l’eventuale trattativa (la sentenza irrevocabile ovviamente) fu la causa indiretta della morte di Borsellino e se sicuramente vi sarebbero state meno morti al Nord senza la trattativa Stato-mafia, sono io che dico stavolta che c’è ben altro.
È semplicistico e a parte tutto completamente erroneo attribuire la strage di via D’Amelio alla trattativa, perché la sentenza d’appello sul processo trattativa ha spazzato via, partendo dal dato cronologico, questa ipotesi. Quindi, c’è ben altro. Ma allora nessuno insorse. La pista nera? Ma come si fa ad affermare categoricamente che trattativa Stato-mafia sia la causa non solo della strage Borsellino, ma anche di quelle del Nord?
Ho la sensazione che molti si ammantino di vittimismo, di essere oggetto di campagne di delegittimazione dei poteri forti, che vengono sempre tirati fuori, a destra e a sinistra. Sinceramente a me pare che i veri magistrati scomodi siano questi qui presenti, perché siamo andati contro una narrativa che avveniva costante da quarant’anni in magistratura e siamo andati a toccare delle vere e proprie icone della magistratura e dell’antimafia.
Quindi, concludendo, la vera posizione scomoda è la nostra. Se avessimo voluto tenere una posizione comoda e avessimo avuto l’intenzione di vivere in pace senza subire attacchi, avremmo fatto qualcosa per dire: «Sì, c’è stato qualcosina, ma insomma, è tutto regolare, che c’entra il filone Mafia-appalti?».
Non mi rimproveri più, presidente…
PRESIDENTE. Io tengo solo i tempi, procuratore.
Ci sono diversi iscritti a parlare, quindi sia agli iscritti che al procuratore, senza rimprovero, chiedo semplicemente di stare nei tempi, in modo che possano parlare tutti.
Dunque, prima il senatore Russo e poi l’onorevole Ascari.
RAOUL RUSSO. Grazie, presidente. Qualche valutazione prima della domanda devo farla. Penso che, insieme alla maggioranza di questa Commissione, noi comprendiamo perfettamente l’italiano del procuratore De Luca, quindi lo volevo tranquillizzare: la maggioranza di questa Commissione non ha bisogno che lei scriva un tazebao e lo appenda in questa Commissione, dove c’è ben altro, come la borsa di Paolo Borsellino che è stata trovata in via D’Amelio e su cui tanto si è discusso. Mi sembra che sia più interessante questo che il fatto che lei si debba sgolare o debba rischiare addirittura di andare in analisi…
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Allora risparmierò un sacco di soldi che avrei speso in analisi. Grazie.
RAOUL RUSSO. Esatto, infatti io la volevo confortare dicendole che sicuramente per chi è in questa Commissione e non legge solo i giornali, ma legge le audizioni, legge gli atti, e li legge con attenzione, quello che lei ha detto è assolutamente compatibile con un ragionamento logico e razionale che è stato svolto dalla vostra procura. Ciò è attestato anche dalla ordinanza di ben 643 pagine, dove non si fa un semplice repeat, ossia un copia e incolla della sua richiesta di archiviazione, ma si fa un lavoro attento di rivisitazione critica di un lavoro che è stato sicuramente importante e che lei ha giustamente messo anche a disposizione, con le sue audizioni, in un clima di leale collaborazione con questa Commissione e con questa presidenza, a partire anche dalle ipercitate trasmissioni delle intercettazioni tra il senatore Scarpinato e il dottore Natoli, che appartengono anche alla politica. In questo caso, però, piuttosto che ragionare sugli articoli di giornale – che, per carità, sono anche interessanti, ma sono visioni di parte – abbiamo ragionato anche su ciò che lei dice e gli atti di questa Commissione.
Per questo io vorrei anche aiutare in questo percorso per sfuggire al rischio dell’analisi, perché nella famosa archiviazione si elencano altri filoni di inchiesta che voi avete aperto. A noi interessa sapere quali siano questi filoni d’inchiesta, se ci può dire, per quanto è possibile, a che punto sono, e se sono stati aperti prima o successivamente a questo.
Un altro passaggio, rispetto a quello che è stato detto da lei e dal suo collega precedentemente, riguarda la famosa riunione del 14 luglio, tante volte citata. A pagina 348 dell’ordinanza di archiviazione si cita la testimonianza del dottor Ingroia, dove si reitera un’informazione nota, che è stata riportata anche qua, se non ricordo male, dall’avvocato Trizzino, che a latere di quella famosa riunione Paolo Borsellino, rivolto a Pignatone e Lo Forte, abbia detto: «Voi non me la contate giusta». Il senatore Scarpinato, allora giudice, nella deposizione al processo Alibrandi ha detto che in quell’assemblea si fece una relazione, di cui, a quanto pare, non vi è traccia, e parla di una richiesta di archiviazione del 14 luglio, che invece da atti risulta depositata il 22. Tutto questo dovrebbe forse farci riflettere ulteriormente su quanto è stato detto prima sulla realtà di questa riunione e su quanto fosse realmente a conoscenza di Borsellino, sui timori reali di Borsellino su cosa si stesse facendo su un filone così importante e così grave relativamente a Mafia-appalti.
PRESIDENTE. Do la parola all’onorevole Gubitosa.
MICHELE GUBITOSA. Intercettazioni Scarpinato. L’articolo 268 del codice di procedura penale impone l’obbligo di non trascrivere neppure sommariamente il contenuto delle conversazioni intercettate non rilevanti ai fini delle indagini. Si tratta di un obbligo a tutela del diritto di tutti i cittadini a non vedere violata la riservatezza delle proprie conversazioni, se non sussistono prioritarie esigenze di giustizia. Un obbligo particolarmente rilevante se si tratta di conversazioni di un parlamentare, a tutela del libero esercizio del suo mandato.
Ai sensi del medesimo articolo di legge, il pubblico ministero ha la responsabilità di garantire l’osservanza di tale obbligo. Ebbene, dottore, lei ha ordinato la trascrizione integrale di parti delle conversazioni del senatore Scarpinato attinenti alla sua attività politica e prive di qualsiasi connessione sia con le indagini penali della procura di Caltanissetta sulle stragi sia con le indagini conoscitive della Commissione parlamentare antimafia.
Ad esempio, dottore: uno, ha ordinato la trascrizione delle conversazioni del senatore Scarpinato e del dottore Natoli, nelle quali parlavano della vicenda dell’anarchico Cospito in carcere, con commenti di natura strettamente politica e riservata sulle visite in carcere di alcuni parlamentari a Cospito; due, ha ordinato la trascrizione delle conversazioni del senatore Scarpinato nelle quali parlava delle agevolazioni indebite per l’accesso ai benefici penitenziari di cui avevano usufruito estremisti neofascisti condannati per la strage di Bologna, come Ciavardini, Cavallini, e capi mafia come Raffaele Bevilacqua; tre, ha ordinato la trascrizione delle sue conversazioni concernenti eventuali accordi politici tra Movimento 5 Stelle ed altri partiti per la designazione del nuovo presidente della Commissione antimafia; quattro, ha ordinato la trascrizione delle conversazioni del senatore che riguardavano Pino Rauti, il generale Gianadelio Maletti condannato per il depistaggio della strage della Banca dell’Agricoltura a Milano del 1969.
Ora, vuole spiegare alla Commissione le connessioni tra la vicenda Cospito e l’indagine Mafia-appalti e, ancora, le connessioni con i benefici concessi agli estremisti di destra per la strage di Bologna, il generale Maletti e l’indagine Mafia-appalti?
Non solo. Lei ha disposto la trascrizione e la successiva trasmissione alla Commissione antimafia di queste parti delle conversazioni, ma quando il senatore Scarpinato, con istanza formale del 15 ottobre 2024, ha chiesto al suo ufficio di espungere dalle trascrizioni le parti di conversazioni estranee alle indagini penali, lei, con provvedimento del 17 ottobre del 2024, ha rigettato tale richiesta con la motivazione che le norme del codice di procedura penale troverebbero applicazione solo nei casi nei quali si debba fare un uso processuale delle intercettazioni, e non anche quando se ne voglia fare un uso extraprocessuale. Quindi, dottore, secondo lei, si può intercettare, de relato o direttamente, liberamente un cittadino o un parlamentare per quindici mesi, ascoltare e trascrivere tutte le sue conversazioni attinenti alla sua attività politica non inerenti alle indagini, e poi farne un uso extraprocessuale, cioè politico, perché non è indagato? Cioè, se dopo aver ascoltato per quindici mesi un cittadino o un parlamentare lei scopre che c’è un reato, allora lei toglie dal fascicolo le intercettazioni che ópossono essere politiche; se, invece, non c’è reato ne fa un uso extraprocessuale.
Ora, io vorrei sapere qual è l’uso extra processuale che lei può fare delle intercettazioni di un cittadino, di un parlamentare, che non sia un reato. Grazie.
PRESIDENTE. Chiedo scusa, nella mia attività non ho mai censurato nessuno e non l’ho fatto nemmeno in questo caso. Sono meravigliata dell’attività da PM dell’onorevole Gubitosa, però segnalo che, in primo luogo, questa sede serve per accertare le cause e le concause della strage di via D’Amelio…
MICHELE GUBITOSA. Presidente, io aspetto una risposta…
PRESIDENTE. Mi faccia finire. Poi, se vuole, risponde il procuratore.
Lei non mi può interrompere quando parlo, come io non l’ho interrotta. Dovete imparare intanto l’educazione, fino a prova contraria. Premesso che sono sorpresa dalle sue doti da procuratore, perché questo sembrava – non mi può interrompere, non l’ho interrotta – un interrogatorio e questa non è sede di interrogatorio, ma soprattutto i procuratori qui presenti non sono sottoposti ad alcuna indagine, dopodiché segnalo che dove si discute di quello che si è fatto su intercettazioni o meno non è la Commissione antimafia.
La Commissione antimafia è la sede in cui si sta accertando la verità storica sulla strage di via D’Amelio, quindi, fermo restando che non intendo intervenire…
MICHELE GUBITOSA. Sull’ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Lei non può interrompere, devo spegnerle il microfono? Non ho capito che modo è il suo, guardi. Allora, fermo restando che le ho fatto fare le domande e che quindi il procuratore deciderà se rispondere o meno, perché io non censuro nessuno, segnalo che mi pare leggermente più importante accertare la verità dei fatti sulla strage di via D’Amelio piuttosto che fare la difesa d’ufficio di un convitato di pietra. Prego, procuratore.
MICHELE GUBITOSA. Presidente, sull’ordine dei lavori…
PRESIDENTE. Sull’ordine dei lavori interviene quando le do la parola. Prego, procuratore.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Innanzitutto tengo a precisare che, come lei ben sa visto che cita l’articolo 268, sono previsti per l’interessato dei rimedi perché vengano espunte dal procedimento quelle conversazioni che secondo la sua valutazione non hanno rilevanza penale, e deciderà il GIP nel contraddittorio delle parti. Quindi, il rimedio c’è qualora si ritengano violate queste cose.
Sull’utilizzo extraprocessuale non so a che cosa si riferisca, onestamente. Quale sarebbe l’utilizzo extraprocessuale che sto facendo? Mi perdoni, questa non l’ho capita, sinceramente.
MICHELE GUBITOSA. Devo rispondere?
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Sto terminando. Ho detto che non ho capito. Non abbiamo fatto nessun…
PRESIDENTE. Onorevole Gubitosa, non la richiamo più. Questo non è un dibattito e qui non è stato concesso a nessuno di fare questo continuo ping pong. Quindi, per cortesia, ha fatto le sue domande, il procuratore le sta rispondendo, ora basta.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Quindi, i rimedi giuridici ci sono e l’interessato li può far valere. Deciderà il giudice.
La legittimità dell’utilizzo delle intercettazioni la valuta il giudice e l’ha fatto. A volte viene…
MICHELE GUBITOSA. Parlo delle trasmissioni in Commissione antimafia, lei le ha trasmesse in Commissione antimafia…
PRESIDENTE. Ancora! Onorevole Gubitosa, adesso basta! Fino adesso i lavori si sono svolti in modo corretto e lei ha potuto fare le sue domande. Adesso basta! Non le permetto di andare oltre. I commenti non sono registrati e se state tutti zitti nessuno commenta.
Peccato che venite solo in queste occasioni, siete interessati solo in queste occasioni. Poi mi occuperò di altro, non si preoccupi. Onorevole D’Attis, non ha il microfono acceso, dopo ne parliamo. Così mi fate ancora più confusione. Fate finire il procuratore e poi ne parliamo.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Stavo dicendo che a volte si può ampliare l’ambito delle trascrizioni proprio per evitare di dire che è stato estrapolato un pezzo dal contesto che era ben più ampio. Noi non abbiamo fatto nessun utilizzo di parti che non avessero rilevanza penale e alcune conversazioni sono rimaste sconosciute ai più e nessuno ne ha mai parlato fino a quando non ne ha parlato lei. In ogni caso, ripeto, c’è un giudice e spetterà al giudice valutare.
Dopodiché, se vogliamo parlare di ciò che ha attinenza strettamente alle indagini… Poi, se lei vuole processare la procura di Caltanissetta faccia un esposto, lo metteremo nella collezione.
MICHELE GUBITOSA. Lo farò.
SALVATORE SALLEMI. Presidente, mi perdoni, mi permetto sull’ordine dei lavori. Presidente, c’è un limite a tutto: che in una Commissione parlamentare antimafia come questa dobbiamo sentire commissari minacciare di denunce la procura di Caltanissetta…
PRESIDENTE. Senatore Sallemi, la prego.
MICHELE GUBITOSA. Sono stato invitato a farlo.
SALVATORE SALLEMI. Tu hai minacciato di denunciare la procura.
PRESIDENTE. Senatore Sallemi, basta.
MICHELE GUBITOSA. Sono stato invitato a farlo.
SALVATORE SALLEMI. Hai detto: «Lo farò».
MICHELE GUBITOSA. Sono stato invitato a farlo e accetto l’invito.
PRESIDENTE. Richiamo tutti all’ordine. Al di là della polemica politica, che trovo veramente fuori luogo e trovo veramente fuori luogo i toni che sono stati utilizzati verso una procura della Repubblica in questa sede, e lo stigmatizzo con forza, visto che alcuni fin qui sono stati i paladini delle procure e in altri casi se lo dimenticano, stigmatizzo con forza questo atteggiamento e vi chiedo di tornare tutti al rispetto degli auditi e ai temi di questa audizione. A me del senatore Scarpinato non interessa assolutamente nulla, anzi lo zero tagliato. Quello che ha fatto è stato accertato. Io qui mi occupo della strage di via D’Amelio e questa Commissione si sta occupando della strage di via D’Amelio. Ci sono altre sedi in cui ognuno può difendersi, e non sono queste.
Si torna all’ordine dei lavori, perché non permetterò più a nessuno di andare su altri temi. Prego, senatore Cantalamessa.
GIANLUCA CANTALAMESSA. Grazie, presidente. Prima di entrare nel merito della domanda volevo chiederle, perché ha la sua importanza, se il senatore Scarpinato è collegato in questo momento.
PRESIDENTE. Sì, senatore Cantalamessa. Il senatore Scarpinato è collegato.
Colleghi, ho detto di non intervenire fuori microfono. Non si può chiedere? È vietato saperlo se c’è o non c’è? Non credo, senatore Verini. È una domanda legittima. Voi non vedete quello che vedo io. Infatti, è una domanda e ora sta venendo al tema.
Senatore Verini, il generale Mori, siccome l’audizione è libera, potrebbe seguire, ma non è un commissario e non può depistare le indagini.
GIANLUCA CANTALAMESSA. Il collega Cafiero de Raho durante le sue domande ricordava giustamente che il senatore Scarpinato non è assolutamente indagato, però avendo l’onore di stare in questa Commissione da dieci anni io mi ponevo la domanda se tra trent’anni vedessimo degli atti o se li vedessero in questo momento dagli Stati Uniti di un colloquio, e lo ricordava bene il procuratore prima, che noi abbiamo poteri inquirenti come Commissione, tra un soggetto che è tenuto a indagare e un soggetto indagato per mafia.
Prima ancora di entrare nel merito io credo che ci si debba soffermare sul metodo. Se noi vediamo tra trent’anni degli atti nei quali un commissario della Commissione dice a un indagato per mafia: «Gioacchino, devi fare questo lavoro, vedi che io ti farò questa domanda» io credo che questo modo, questo metodo infanghi la Commissione. Lo dico senza entrare nel merito, parlo del metodo. Aggiungo un’altra cosa. Se l’indagato per mafia dice al componente della Commissione antimafia: «Sai chi dobbiamo citare?» e il componente della Commissione antimafia dice: «E che viene a dire? L’iperbole qual è? Se so che viene a dire, lo chiamiamo». Ripeto, «se so che viene a dire, lo chiamiamo». Immaginiamo un PM, perché noi abbiamo poteri inquirenti, che, parlando con un indagato per mafia, dicesse: «Io sento questa persona che mi suggerisce l’indagato per mafia solo se so preventivamente quello che viene a dire». E noi ancora ci chiediamo se si può parlare di inquinamento o di depistaggio?
Spogliamoci dai panni dei partiti politici e pensiamo al valore di questa Commissione, perché non è pensabile che gli amici del centrosinistra non capiscano la gravità meglio di me di questa cosa. Si parlava di precedenti. Tra trent’anni noi non ci saremo più. Vi rendete conto del precedente che stiamo dando in questa Commissione? Invito alla riflessione su questo e adesso vengo alla domanda. Si sostiene spesso in un dibattito pubblico o in interviste che l’individuazione della causale Mafia-appalti come movente concorrente della strage di via D’Amelio sia, di fatto, un artificio utilizzato con finalità depistanti di chi ha interesse a escludere la responsabilità di soggetti istituzionali nella strage di via D’Amelio e cerca, perciò, di ricondurre l’esclusiva responsabilità della strage alla sola iniziativa di cosa nostra. Secondo lei, l’individuazione del movente Mafia-appalti limita davvero la responsabilità della strage alla sola cosa nostra oppure tale causale coinvolge anche la responsabilità di soggetti istituzionali o di esponenti del mondo politico, delle forze dell’ordine e di quello imprenditoriale? Grazie.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Ribadisco quello che ho già detto. Certamente vi sono alcuni filoni aperti – qua rispondo, e chiedo scusa se non l’ho fatto prima, al senatore Russo – che sono elencati anche nel provvedimento del GIP Luparello che correttamente, a pagina 3, fa un elenco dei procedimenti che alla procura di Caltanissetta sono aperti. Ci sono indagini in corso, si dovranno tirare le somme, ma sono evidentemente dei filoni di grande delicatezza che non riguardano esclusivamente cosa nostra. Mi deve scusare, ma dell’esito di questi filoni non posso parlare perché qui mi denuncerebbero fondatamente per rivelazione di segreti d’ufficio.
Sempre con riferimento al senatore Russo, «voi non me la contate giusta» è la frase di Ingroia. Questa frase va valutata con molta attenzione perché è stata rilasciata molti anni dopo i fatti, perché ha avuto non sempre una versione uniforme. Si è detto che prima era rivolta a Pignatone, poi a tutti e due ed è stata resa molti anni dopo. Per cui, i ricordi si possono essere appannati rispetto alle dichiarazioni rese nel 1992 dove di queste non si parlava.
Ripeto, se la persona informata non ha mai reso dichiarazioni, gli si chiede dopo trentadue anni quello che ricorda, ma quando ci sono delle dichiarazioni a quindici giorni dal fatto è evidente che le dichiarazioni rese quasi nell’immediatezza del fatto hanno la precedenza. Queste dichiarazioni del dottor Ingroia noi le valutiamo con molta cautela perché è evidente che ci può essere stata una stratificazione dei ricordi, perché nel 1992 non ne ha parlato
Assolutamente non limitiamo a cosa nostra… Anzi, nella requisitoria che in parte ho fatto personalmente nel cosiddetto «processo Depistaggio Bo ed altri» io ho sottolineato proprio gli elementi logici e fattuali che emergevano a carico di uomini delle istituzioni. In particolare, ho sottolineato la condotta per noi non giustificabile tenuta dal dottor Arnaldo La Barbera, uomo delle istituzioni. C’è un’altra fase di approfondimento nel cosiddetto «processo Depistaggio-bis», che riguarda in realtà false testimonianze rese dinanzi al tribunale che si occupava del Depistaggio 1, false testimonianze e depistaggio. Vi sono dei documenti.
Peraltro, questo pezzo della requisitoria, non mia, è riportato in nota proprio nella sentenza Depistaggio 1, quella di primo grado, ampiamente confermata come impostazione della procura nella sentenza d’appello. La procura di Caltanissetta ha apertamente preso posizione dicendo che non era possibile, ovviamente, che quanto avvenuto fosse ascrivibile a cosa nostra, ma vi erano degli uomini delle istituzioni che non avevano onorato le loro funzioni pubbliche. Sul punto c’è ancora molto da scavare. Scusi se sono sintetico.
PRESIDENTE. Meglio così, procuratore.
Ascoltiamo nell’ordine l’onorevole Provenzano, l’onorevole Ascari e il senatore Sallemi.
GIUSEPPE PROVENZANO. Grazie, presidente. Spero che il prosieguo di questa discussione possa avvenire in un clima più civile di quanto è avvenuto fin qui, senza i commenti e il sottofondo continuo. Lo dico perché, procuratore, io appartengo a una forza politica che ha un rispetto della magistratura.
Lei ha lamentato attacchi. Voglio ricordarle che noi siamo davvero per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che abbiamo difeso. Anche per questa ragione ritengo che il nostro compito in questa Commissione non sia quello di entrare nel merito di una singola indagine e di una singola inchiesta, che peraltro ha per finalità l’accertamento di eventuali reati, terminata poi con l’ordinanza di archiviazione che è stata qui ricordata. Come ho rispetto per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ho rispetto anche per l’autonomia di questa Commissione. Lo dico soprattutto ai commissari. Ritengo importantissime le cose che lei oggi ha detto per una ragione, procuratore, perché nel corso dell’andamento dei lavori di questa Commissione in larga parte sulla vicenda di via D’Amelio, lavori scanditi dalle audizioni che lei ha fatto che via via si accompagnavano a un’indagine in corso, c’è stata una profonda strumentalizzazione politica di questo andamento dell’inchiesta; una strumentalizzazione politica che mirava esplicitamente a circoscrivere al filone Mafia-appalti la causale della strage di via D’Amelio.
Dopo le cose che ha detto qui oggi lei, da oggi in poi nessuno in questa Commissione, mi auguro, poiché sono anche certificate dal GIP, così come sono state anche contenute in sentenze precedenti, potrà dire che il filone Mafia-appalti, che peraltro, lo vorrei ricordare, è difficilmente riconducibile esclusivamente al rapporto del ROS, perché la continuità del tema degli appalti nella mafia è lunga…
Procuratore, lo dico a beneficio anche di quello che dirò dopo. Non è una discussione solo con lei, perché purtroppo qui ormai è diventata una discussione con l’intera Commissione. A seguito di queste sue dichiarazioni non ci sarà bisogno di un tazebao, ma è stato importante che lei abbia chiarito che si tratta di una concausa come io credo nessuno possa escludere che sia una concausa, ma quello che si deve escludere è che non ci siano altre cause e che nessuno in questa Commissione può escludere che ci siano altre cause. L’altra cosa a seguito delle sue dichiarazioni di oggi che io ritengo importante è che nessuno in questa Commissione potrà isolare le causali di via D’Amelio da una strategia terroristico-mafiosa unitaria che riguarda le stragi del 1992, che arriva al 1993 e che arriva fino al 1994.
Detto questo, io credo che sia stato importante anche il chiarimento che lei oggi ha fatto sulla pista nera e a cosa si riferisse il suo giudizio. Io non discuto i termini che ognuno utilizza, ma so che quello zero tagliato anche in questo caso è stato strumentalizzato estendendolo all’intero tema della pista nera, all’intera questione dei rapporti tra la mafia e l’eversione nera nel nostro Paese, che hanno una continuità storica, che sono acclarati sul piano giudiziario, che hanno un carattere politico, perché molti mafiosi sono anche fascisti, e potrei ricordare Troia, potrei ricordare Madonia, se parliamo poi di Mattarella, ma non ne possiamo parlare perché ci sono indagini in corso. Hanno un carattere strategico, logistico, professionale anche per l’incontro in carcere e su alcune tecniche.
Perché è stato importante dire che lei si riferisce a un particolare filone di inchiesta all’interno? Perché questa continuità di rapporti storici, politici, strategici, eccetera, che è lunga nella storia d’Italia e della Sicilia, da Portella in poi, è inimmaginabile, lo dico alla Commissione, che possa essere recisa con riferimento al 1991-1992, anche perché, e lei lo ha richiamato sommariamente, va ricordato perché sono fatti pubblici. È un fatto che Paolo Bellini nel carcere di Sciacca fosse diventato amico di Antonino Gioè e che nel 1991-1992 fosse stato inviato, in una missione non ortodossa, così dice la Cassazione, dai Servizi in Sicilia proprio a incontrare Gioè tra gli organizzatori della strage di Capaci, che poi si suicida e dice che Bellini è un infiltrato dei Servizi. Tutto questo, a nostro avviso, ha un valore perché, procuratore, questo è il punto, in una Commissione politica tutto è politico.
C’è stata una strumentalizzazione e non si capisce perché lo faccia la destra parlamentare che non ha nulla a che vedere con la destra eversiva. C’è stata una strumentalizzazione politica che ha mirato a dire una cosa molto precisa e cioè che, alla fine, la stagione delle stragi non solo dovesse essere estrapolata da questa continuità di rapporti storici, ma fosse riconducibile a una Tangentopoli in salsa siciliana, come se Mattarella fosse stato ucciso per l’appalto di sei scuole di Palermo. Questo no, questo non significa che bisogna seguire una pista particolare o un’altra, ma che quella continuità di legami è un dato acclarato su cui da Caltanissetta probabilmente arriveranno altre notizie, e forse non solo da Caltanisetta.
Chiudo, perché è la prima volta, presidente, che i commissari hanno l’occasione di interloquire con le cose che sono state dette in audizione, però con una precisazione a carattere storico politico, che riguarda anche la storia della Sicilia e anche la storia di Caltanissetta. Lei nelle audizioni precedenti aveva ricostruito i legami familiari di Pignatone. Io non entro su questi, ma mi concentro sulla figura di Pignatone padre. Francesco Pignatone lei ha ricordato che ha avuto come testimone di nozze Calogero Volpe. Procuratore, Calogero Volpe in quell’epoca era il segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Caltanissetta. Divenne segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Caltanissetta dopo uno scontro nella Democrazia Cristiana, molto acceso, in cui una figura rilevantissima della Democrazia Cristiana, che era Giuseppe Alessi, si oppose all’ingresso di quei mafiosi, ma come ricostruisce lo stesso Alessi, che era un galantuomo e che con la mafia non aveva nulla a che fare e che si era opposto all’ingresso di Calogero Volpe, ci fu una scelta mediata dal vescovo. Francesco Pignatone era un uomo di chiesa, obbediva al vescovo, obbediva a quella chiesa. È stato richiamato insieme a un’altra figura, a proposito di Mafia-appalti, cioè La Cavera, che anche qui è stato richiamato in maniera superficiale, perché tutte le accuse su La Cavera sono state archiviate, quelle dei rapporti con cosa nostra, proprio da quella procura di Palermo che evidentemente ha indagato negli anni di Caselli sugli appalti. Queste due figure sono state protagoniste di un’operazione politica, l’operazione di Milazzo, alla quale partecipò anche l’MSI per essere chiari, che è stata – è aleggiato anche questo in questa Commissione – additata come un’operazione politica di favore alla mafia. Francesco Pignatone fu uno dei protagonisti dell’operazione Milazzo e quell’operazione fu un tentativo con la riforma dei Consorzi di bonifica, con l’industrializzazione di dare un colpo alle rendite parassitarie e mafiose in Sicilia.
L’alta mafia, come ricordava sempre Emanuele Macaluso, si schierò contro quell’operazione Milazzo. A dire tutto questo, procuratore, è la relazione di Pio La Torre, un altro martire adamantino nella lotta alla mafia, che va richiamato non solo per confermare le proprie tesi, ma nell’interezza delle sue argomentazioni di una relazione che oggi compie cinquant’anni e a cui questa Commissione credo debba ancora molto.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Onorevole Provenzano, con la massima sincerità io la ringrazio per quello che ha detto, perché finalmente parliamo la stessa lingua e sembra che le mie parole siano state comprese. Quindi, sinceramente la ringrazio. Ci possono essere valutazioni coincidenti o divergenti, ma parliamo la stessa lingua, parliamo di atti, parliamo di fatti, parliamo di questioni attinenti alle stragi.
Per quel che riguarda le valutazioni politiche e i contrasti politici io non posso e non voglio dire nulla. Sarebbe veramente da parte mia completamente fuori luogo. Questa è una faccenda che riguarda all’interno la Commissione ed eventualmente i partiti politici, ma per quel che riguarda i riferimenti storici delle indagini e tutto il resto finalmente parliamo di atti, finalmente parliamo di questioni attinenti alle stragi che possono essere chiaramente da ciascuno di voi valutate diversamente, ma partendo da fatti. Quindi, di nuovo, ribadisco con tutto il cuore: grazie.
PRESIDENTE. Prego, senatore Sallemi. A seguire, l’onorevole Ascari.
SALVATORE SALLEMI. Grazie, presidente. Grazie, procuratore.
Presidente, io sono in questa Commissione, come tutti i colleghi componenti, ormai da quasi tre anni. Mi permetta di fare un inciso e di rivendicare la totale estraneità della nostra forza politica ad ambienti eversivi di destra. Siccome in questa Commissione e fuori da questa Commissione il giochetto è stato spesso facile e l’assonanza è stata anche molto chiara io ci tengo a rivendicarlo, perché conosco la storia politica mia, ma anche la sua presidente, da dove viene, e quella di ogni singolo componente di questa Commissione che fanno parte della maggioranza.
Mi permetta di fare un passaggio sull’intervento del collega Provenzano, di cui apprezzo l’aplombriflessivo. In questa Commissione, proprio perché ci sono da quasi tre anni, procuratore, io non ho mai sentito qualcuno della maggioranza dire che non c’erano altri elementi di indagine che potessero interessare altre piste. Non l’ho mai sentito dire. Anzi, ho sentito una parte politica, nello specifico due parti politiche, fare un ragionamento ad esclusione rispetto Mafia-appalti, sostenendo che Mafia-appalti non poteva essere utilizzata come elemento d’inchiesta perché era inattendibile, perché non esisteva, perché il ragionamento su quello si era già fatto. Non ho mai sentito un componente di questa Commissione dire: «Attenzione, non ci può essere un elemento di indagine che può indagare su azioni eversive o quant’altro».
Lei è stato chiaro, procuratore. Ha detto che su un segmento non c’è nulla da dire, perché gli elementi di indagine probatori sono quelli. Collega Provenzano, qualcun altro ha detto che non si potevano fare lavori di inchiesta su alcuni temi, non noi. Così come, mi permetta, presidente, prima di fare la domanda, di fare un inciso anche sull’intervento del collega Cafiero de Raho il quale ha detto che Scarpinato non è indagato. È verissimo. Scarpinato non è indagato, ma neanche Delmastro è indagato. A differenza di Scarpinato, procuratore, lo voglio dire a lei, così come a tutti quelli che stanno ascoltando, Delmastro con dignità si è dimesso dal ruolo di sottosegretario e si è fatto audire in Commissione. Io aspetto e chiedo ai colleghi del Movimento 5 Stelle di invitare il senatore Scarpinato, che ci ascolta, a dimettersi, a venire a riferire in questa Commissione quali sono le incidenze che lui ha avuto in determinate questioni e a riferirlo liberamente per la verità, per la serenità della funzione che noi svolgiamo, che è quella di capire quello che è successo in questa Repubblica.
Mi accingo ora a fare la domanda che fa un focus, procuratore, sull’attività depistatoria. Nello specifico, risulta agli atti in possesso della Commissione che le attività depistatorie, anche quelle che hanno coinvolto il falso pentito Scarantino, non hanno avuto inizio nel momento in cui quest’ultimo ha iniziato a collaborare nel 1994, ma molto prima di allora. Può fornire indicazioni precise sul momento in cui hanno avuto inizio le attività depistanti? Il depistaggio può dirsi iniziato il giorno stesso della strage con la sottrazione dell’agenda rossa? Mi permetta di concludere ringraziandola per il lavoro che ha fatto lei e la sua procura di Caltanissetta. Avete, per quello che può valere, la mia personale solidarietà anche nei confronti del GIP Santi Bologna.
Grazie.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Rispondo molto velocemente. La ringrazio per gli apprezzamenti, come ho ringraziato l’onorevole Provenzano. Ovviamente, anche qui, per favore, non trascinandomi in conflitti politici. Parlatevi fra di voi, io non ci posso entrare, e non voglio.
Per quel che riguarda gli esiti del depistaggio, si è già detto in sentenza che è iniziato tutto subito dopo il depistaggio per determinati fatti, precisamente perché è venuta fuori una circostanza che solo chi aveva commesso il fatto o qualche confidente che era dentro cosa nostra poteva riferire alla polizia giudiziaria. Però, mi consenta, sia per motivi di tempo e di sintesi sia perché ancora la materia del depistaggio è carne viva, di non dire cose che poi potrebbero essere smentite dalle nostre indagini fra qualche tempo. Dateci il tempo di concludere e poi quando gli esiti saranno – per noi, perché sono valutazioni che possono essere erronee – ragionevolmente certi, se sarà il caso e se verremo richiesti verremo qui a esporre funditus anche su questo. Le chiedo scusa.
PRESIDENTE. Prego, onorevole Ascari.
STEFANIA ASCARI. Grazie, presidente. Ho solo due domande che sono in realtà due precisazioni, richieste di chiarimento. Lei, dottore, è stato denunciato al Consiglio superiore della magistratura e alla procura della Repubblica di Roma per il reato di falso ideologico dall’avvocato Rosario Li Gotti per la condotta tenuta dinanzi a questa Commissione.
Lei ha sostenuto qui in Commissione che la pista nera – sono parole che io ho ripreso – vale zero tagliato e ha riferito a questo proposito che Maria Romeo, sorella dell’autista di Stefano Delle Chiaie, era stata rinviata a giudizio per false dichiarazioni al pubblico ministero per avere detto il falso sulla presenza di Delle Chiaie a Palermo e su altre circostanze.
Dottore, nello stesso tempo lei non ha detto a questa Commissione che la stessa procura di Caltanissetta aveva chiesto il rinvio a giudizio di Domenico Romeo, fratello di Maria, autista e uomo di fiducia di Stefano Delle Chiaie per il reato di false dichiarazioni al pubblico ministero con l’aggravante di mafia per aver mentito al pubblico ministero negando di aver accompagnato Stefano Delle Chiaie in Sicilia nel periodo delle stragi, negando che sua sorella Maria fosse a conoscenza dei suoi rapporti con Delle Chiaie e negando di avere mai incontrato Licio Gelli.
Le chiedo semplicemente, dottore, perché non ha riferito questa rilevante circostanza a questa Commissione e le chiedo se non ritenga, invece, che si trattasse di un fatto rilevantissimo. Questo è un chiarimento che ritengo doveroso.
La seconda domanda è la seguente, alla luce sempre di un chiarimento su una sua risposta. Nel corso delle sue audizioni, dottore, lei ha sostenuto che la pista Mafia-appalti come concausa delle stragi di Capaci e di via D’Amelio sarebbe la più credibile rispetto a tutte le altre piste, però non ha detto a questa Commissione che il GIP del tribunale di Caltanissetta, la dottoressa Luparello, con provvedimento del dicembre 2025, aveva rigettato tutte le richieste di archiviazione della procura di Caltanissetta sulle altre piste, ivi compresa la pista nera e aveva rilevato gravi deficit nelle indagini della procura tali da imporre ben quarantatré nuove investigazioni, alcune delle quali riguardanti proprio la pista nera. Non soltanto lei ha taciuto, mi consenta di dirle, dottore, questo fatto, ma ha anche non riferito a questa Commissione che lo stesso GIP aveva testualmente definito la pista Mafia-appalti con le seguenti parole, e qui le riporto: «Risulta affetta da severa miopia in quanto in contrasto con tutta una serie di elementi». Il medesimo GIP ha concluso che era necessario abbandonare qualunque approccio mistico o dogmatico alla questione Mafia-appalti perché pregiudica la ricostruzione delle reali e complesse cause delle stragi del 1992 e 1993.
Tutto ciò lei lo ha fatto dopo aver tratteggiato un quadro idilliaco dei rapporti con l’ufficio GIP di Caltanissetta, facendo riferimento solo al GIP Santi Bologna e non dicendo del GIP della porta accanto, la dottoressa Luparello, che aveva accusato di avere in qualche modo, mi passi il concetto forte, abusato dei suoi poteri con un ricorso in Cassazione per asserita abnormità del provvedimento adottato con ricorso rigettato. Arrivo alla domanda. Dottore, le sembra questo il modo di offrire a questa Commissione una fedele e completa rappresentazione dei fatti tacendo che all’interno dello stesso ufficio del GIP vi era un radicale contrasto di orientamento? Grazie.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Le ricordo che, a seguito dell’esposto dell’avvocato Li Gotti, il CSM, in tempi rapidissimi, ha archiviato tutto e dopo poco tempo il CSM all’unanimità mi ha confermato nelle funzioni direttive. Evidentemente, la mia condotta è stata ritenuta assolutamente corretta e legittima. Lei può pensare quello che vuole. Dopodiché, io riferisco quello che mi appare rilevante.
Se qualcuno non condivide le mie opinioni e quelle del mio gruppo di lavoro, lo faccia presente o faccia un ulteriore esposto, non ci sono problemi. Non ho mai visto un attacco frontale così veemente di fronte a una procura, perché le procure si rispettano quando dicono le cose che piacciono, quando si dicono cose sgradite ecco che il rispetto per la magistratura viene meno, anche quella giudicante.
Dopodiché, si vada a leggere gli atti. Io ho mandato tutto. Quindi, anche quando non avessi ritenuto opportuno riferirlo, perché si tratta di false dichiarazioni al PM e non di concorso in strage, lei poteva benissimo leggersi gli atti e completare la sua valutazione dei fatti. Non so se l’ha fatto o meno. Se lo ha fatto, la sua domanda mi sembra un po’ inutile, ma è una mia valutazione; se non l’ha fatto, se li vada a leggere.
I rapporti con la GIP Luparello non è che siano idilliaci. Ci sono delle differenze di veduta. Dopodiché, certamente su Mafia-appalti la collega Luparello è stata sempre nel senso di dare la massima rilevanza. Addirittura, nel primo rigetto di archiviazione ha ricollegato il filone Mafia-appalti anche all’omicidio Mattarella come concausa, addirittura andando oltre quello che diciamo noi. Noi sull’omicidio Mattarella preferiamo non pronunciarci, perché è evidentemente competenza di Palermo e non vogliamo travalicare i confini della nostra competenza. Lo stesso dicasi per la causale delle stragi del nord Italia e del centro nord. Dobbiamo essere estremamente prudenti nel pronunciarci perché lì c’è un coordinamento con la procura di Firenze che è la più legittimata a parlare delle cause e concause delle stragi del centro nord.
È vero che la GIP Luparello parla di miopia investigativa e tutto il resto, ma anche quello lo sottoscriviamo. Se qualcuno volesse dire: «Abbiamo finito il nostro lavoro, Mafia-appalti è l’unica causa delle stragi del 1992, del 1993 e del 1994», sicuramente sarebbe fondata questa osservazione, ma siccome noi questo non lo abbiamo detto e non lo diremo mai fino a quando tutte le indagini non saranno complete, mi pare che parliamo la stessa lingua sotto questo punto di vista. Non è il merito che ci divide dalla collega Luparello, è una visione delle modalità di condurre le indagini.
Noi riteniamo che si debba procedere per archiviazioni ed eventuali riaperture, come fa la procura di Firenze, avallata dal GIP di Firenze. La collega Luparello, e in questo la Cassazione le ha dato ragione, ha deciso di mantenere in piedi questo procedimento ultra vetusto di cui si occupava la procura di Caltanissetta già prima di me. Per il merito di Mafia-appalti con la collega Luparello non vi è alcuna divergenza. La ritiene rilevante. Nel primo rigetto di archiviazione, ripeto, parla addirittura dell’omicidio Mattarella, quindi sul punto siamo d’accordo.
Divergiamo profondamente nelle valutazioni quando la collega Luparello, e questo non c’entra nulla con la pronuncia della Cassazione, tenta, in buona fede, ovviamente, in qualche modo di rivitalizzare l’indagine che riguarda Delle Chiaie e le dichiarazioni di Romeo Maria. Certo, non è particolarmente attendibile, non è molto attendibile però bisognerebbe vedere. È in perfetta buona fede, partendo anche da alcuni errori materiali che sono in buona fede e sono però evidenti avendo a disposizione gli atti. Ad esempio, la collega Luparello afferma che dalla lettura della nostra richiesta di archiviazione si ricava un dato inoppugnabile: «Lo Cicero parlò soltanto nel 2007, audito dal PNA, dottor Donadio, della presenza di Delle Chiaie a Capaci dell’epoca coeva alle stragi e dei suoi contatti con Mariano Tullio Troia della sua ricerca, cioè di Delle Chiaie, di esplosivo presso una cava di Capaci».
Orbene, né noi lo abbiamo mai detto nella nostra richiesta di misura cautelare a carico di Giustini e altri e neanche Lo Cicero lo dice, perché, come avrete modo di vedere negli atti che vi trasmetteremo, le dichiarazioni rese nei colloqui investigativi da Romeo Maria e da Lo Cicero sono assolutamente incompatibili fra loro, si smentiscono a vicenda. Ci sono delle chicche e delle perle dalle quali apprendiamo, ad esempio, che l’attentato dell’Addaura a carico di Giovanni Falcone è stato risolto perché, secondo Romeo Maria, è stato Lo Cicero Alberto con la tuta da sub a portare l’esplosivo laddove è stato deposto e rinvenuto.
A sua volta Lo Cicero continua a insistere fino alla sua morte – purtroppo è deceduto – di essere stato un uomo d’onore e di conoscere tutto. Parla di tutto, parla dei soldi dati a Contrada, parla dell’omicidio Piazza, parla dell’Addaura dicendo che insieme a Romeo Maria era sul bordo a osservare la zona, non di essere andato con la tuta. Parla di Delle Chiaie che sarebbe andato lì da Mariano Tullio Troia a portargli la direttiva di uccidere Lima, Falcone e Borsellino. Il peccato di tutta questa vicenda sta proprio in nuce e cioè che già alcuni mesi prima del dicembre 1991, secondo le stesse dichiarazioni di Lo Cicero, lui era stato messo da parte. Dopodiché, nel dicembre 1991 hanno tentato di ucciderlo. A un soggetto del genere che era stato messo da parte, che non era uomo d’onore, Mariano Tullio Troia raccontava cose riservatissime, di Contrada, di Delle Chiaie, degli ordini ricevuti da Delle Chiaie.
Signori, poi è evidente che, ferma restando la perfetta buona fede del dottor Donadio, le modalità dei colloqui investigativi lasciano molto perplessi e cioè in perfetta buona fede le risposte sono state messe in bocca a Lo Cicero. Questo non lo lamentiamo per la prima volta noi. Il CSM avrebbe dovuto pronunciarsi su ciò, perché è era stato fatto un addebito al dottor Donadio. Da una parte, si parlava di un travalicamento dei poteri della PNA, della Procura nazionale antimafia, in materia di indagini, e questo il CSM lo ha risolto in motivazione e non ci riguarda quali siano i rapporti nelle indagini fra PNA e DNA, ma, non so perché, nell’addebito fra parentesi c’era anche il riferimento alle modalità di conduzione dei colloqui investigativi. Evidentemente qualche procuratore si era doluto di queste modalità.
Sul punto, il CSM, non so per quale disguido, non ha detto assolutamente nulla, né sì né no. Certo è che queste doglianze circa le modalità di condurre i colloqui investigativi non sono un fatto che stiamo tirando fuori noi per la prima volta. Certo è che, alla fine della fiera, questi presunti colloqui di Alberto Lo Cicero che avrebbero aperto nuovi mondi il procuratore Grasso e lo stesso Donadio, così ci ha dichiarato, altrimenti ci ha dichiarato il falso, hanno ritenuto che non fossero neanche idonei per fare un atto di impulso. Non hanno detto «zero tagliato», ma è l’equivalente. Se non sono neanche idonei a fare un atto d’impulso, che ci dobbiamo fare? Sarebbe stato particolarmente prezioso perché in questi colloqui investigativi Lo Cicero dice che si sente male, che si sta pigliando delle pillole, dice lui, radioattive, immaginiamo che tipo di patologia potesse avere e dopo poco morirà, quindi sarebbe stato particolarmente urgente, se fossero state ritenute rilevanti, fare un atto di impulso per la competente procura di Caltanissetta in modo che Lo Cicero potesse essere interrogato e quindi rendere dichiarazioni utilizzabili in sede giudiziaria, ed effettuare riscontri.
Evidentemente, sia per il tenore delle dichiarazioni, che sono… Leggetevele. Ci sono circa dieci pagine di «non ricordo», «ma non è così». «Lei si ricorda di Delle Chiaie?», «De…?». Ci sono risposte del tipo «Sì, quello che dice lei, dottore». Poi, alla fine, alla domanda: «È vero che era presente tizio?» risponde di sì dopo che prima aveva detto «non ricordo».
Signori, sono delle modalità, ripeto, in perfetta buona fede, che servono solo a pasticciare il materiale probatorio. Prova ne sia, non so perché non ne parla nessuno, e si parla solo della procura di Caltanissetta e del sottoscritto, siamo diventati dei protagonisti assoluti sulla scena nazionale, nessuno ha nulla da rilevare sul fatto che il Procuratore Grasso, un’autorità incontrastata e incontrastabile in materia di criminalità organizzata, e il dottor Donadio, che rende anche delle interviste a Report sovente, abbiano detto: «non c’era materiale per fare un atto di impulso». Mi rivolgo chiaramente ai non addetti ai lavori. Un atto di impulso non ha nessun valore probatorio, non occorre chissà quale materiale.
L’atto di impulso è la Procura nazionale antimafia che dice alla competente DDA: «È emerso questo, cerca di fare delle indagini, vedi che cosa c’è da riscontrare, da accertare in senso positivo o negativo». È un mero invito a fare delle indagini. Non ha nessun valore giudiziario. È un atto libero, non impugnabile, è meno di un’iscrizione nel registro degli indagati. C’è, quindi, la più ampia discrezionalità del Procuratore nazionale antimafia in materia di atto d’impulso nei limiti chiaramente della ragionevolezza: non si chiede di indagare se l’asino vola, chiaramente.
Nell’ambito della mera ragionevolezza, il Procuratore nazionale con gli atti di impulso può dire ciò che vuole.
Ho finito.
PRESIDENTE. Grazie.
Do la parola al senatore Gasparri.
MAURIZIO GASPARRI. La domanda che le voglio fare è un po’ una sintesi di quello che è stato detto. Sono state dette molte cose, ma la cosa che più balza alla mia attenzione non è tanto il fatto di aver detto che è una concausa. È ovviamente una concausa. Borsellino era un nemico antropologico della mafia, quindi la mafia lo avrebbe voluto sopprimere per il maxiprocesso, per l’attività a Marsala, per l’attività a Palermo. È evidente che Borsellino, proprio per la sua positività da eroe della legalità, diventa un martire per tutta una serie di ragioni, però quella vicenda di Mafia-appalti ha un peso rilevante.
La riflessione che voglio fare riguarda la magistratura, procuratore. Lei oggi ha ribadito alcune cose. Io vedo due filoni a Palermo, in Sicilia: c’è il filone di Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino, e ne potrei citare molti – anche, grazie a Dio, sopravvissuti – che hanno rappresentato un’azione forte, eroica, in alcuni casi fino al martirio, della lotta a cosa Nostra e al crimine (i nomi che ho citato sono quelli di persone uccise dalla mafia) e abbiamo, poi, altre situazioni.
Lei oggi ci ha ricordato che il dottor Scarpinato, a prescindere dalle intercettazioni o meno, vìola l’articolo 11 del codice di procedura penale sulla competenza funzionale nel fare questa inchiesta. Non vorrei che qualcuno equivocasse. Vanno bene le piste nere, si può indagare su tutto, ma lei ha detto oggi che dallo «zero tagliato» siamo passati anche a «meno 273 gradi». Quella inchiesta lì, quindi, fatta in violazione del codice di procedura penale, che è una cosa molto grave.
C’è un fatto che riguarda la magistratura. Santi Bologna – che non è un politico del centrodestra o di Forza Italia, figuriamoci – ha usato il termine «depistante» riferito al senatore Scarpinato, a pagina 82, non lo stiamo dicendo noi. È una cosa grave.
Per quanto riguarda la vicenda di Natoli, mi scuso se prima ho fatto un’interruzione, ma i giornali li leggo. Io ho letto il giornale prima di aver sentito lei, parlo del Fatto Quotidiano. Natoli telefona a Ingroia, al quale dice sempre la stessa cosa che si erano detti a luglio, e Ingroia risponde: «Stiamo parlando già di quando Paolo era a Palermo? Io questa cosa non la ricordo». Leggo il giornale, quindi la fonte più aperta delle fonti aperte. Un tentativo – lei lo ha detto prima – da parte di Natoli («ti ricordi?») di ricordare una cosa che non si ricordano.
Faccio un’altra valutazione storica. Storicamente si può parlare di Borsellino e di concausa Mafia-appalti, ovviamente inchiesta fondamentale, considerato dalla mafia, dal loro punto di vista, un nemico per tutti i danni che ha fatto, a beneficio degli italiani, alla mafia, ma se Borsellino quel giorno avesse sentito che c’era stata la parziale archiviazione sarebbe andato a casa, non avrebbe detto nulla? Faccio un’osservazione storico-politica. Sarebbe successa, credo, una discussione accesa e forte (non «Lo Forte»). Da questo punto di vista, quindi, faccio anche questa valutazione storica.
Voglio ricordare una cosa qui in Commissione Antimafia. Santi Bologna ripete queste cose. Saranno passati trenta, quaranta, cinquanta anni, quindi non ci sono conseguenze penali, ma ringrazio Santi Bologna per aver ricordato dettagliatamente gli acquisti immobiliari della famiglia Pignatone da una società immobiliare ricollegata a un capo mandamento di Palermo, quindi anche alla signora Piera Maria Bellia, moglie, Isabella Di Stefano, madre di Giuseppe Pignatone, il fratello Gianfranco Pignatone, l’altro fratello Roberto Pignatone, il cognato. Se fosse successo a un politico e se si fosse scoperto, anche dopo decenni, chissà cosa sarebbe successo. Vedo che, invece, di questo tema non si parla. Noi non vogliamo seppellire di carte, vogliamo fare un ex libris, il contrario, perché se uno seppellisce di carte o di parole non si capisce nulla.
Dunque, la violazione di Scarpinato del codice di procedura penale, gli atteggiamenti immobiliari e il pagamento in nero confessato – lei lo ha ricordato – da parte di Pignatone, Natoli che va telefonando, eccetera, e potrei citare altri fatti, a me preoccupano. Della politica si può dire tutto il male possibile, la politica ha tutti i difetti del mondo, i criminali sono criminali, ma anche la magistratura da questa narrazione coraggiosa che viene fatta dalla procura di Caltanissetta non ne esce molto bene.
La Commissione antimafia ha i poteri dell’autorità investigativa, però molti di questi fatti risalgono a trenta, quaranta anni fa, non ci sono sentenze da emettere, ma un giudizio – immagino – storico-politico lo faremo quando ci sarà la relazione, quando faremo il dibattito. Io già ho tratto delle valutazioni e collego fatti diversi: Natoli con le sue telefonate, l’articolo 11 del codice di procedura violato, la riunione che viene descritta in modo inappropriato. Non è vero che quel giorno quella cosa è stata detta, come è dimostrato da tutte queste memorie venti, trenta anni dopo, mentre gli atti del CSM più citati fanno giustizia. Ripeto, immaginate, cosa avrebbe detto Borsellino? «L’avete archiviata parzialmente? Va bene, andiamo a casa. Buon appetito a tutti». Chi può credere a queste cose?
Noi abbiamo uno spaccato di magistratura che ha fatto indagini pretestuose che non aveva il potere di fare, che ha utilizzato personaggi, come avete detto adesso, di cui uno era anche malato, poveraccio, quindi chissà come ha assecondato. Io sono preoccupato per lo spaccato che esce della magistratura. I martiri e gli eroi – vivi, per fortuna – da un lato e tutti questi fatti conseguenti.
La mia domanda è una riflessione proprio su queste due mezze mele che emergono nell’ambito della magistratura. Lo dico traendo le notizie da quello che anche il GIP ha scritto, lo ha detto un giudice, quindi va ascoltato. Non a caso ha fatto una ricostruzione storica di settecento pagine, secondo me, e ci ha messo tutti gli acquisti immobiliari di Pignatone, tutte le vicende e tutti i fatti, in modo che ci sia un documento storico. Se poi non determina conseguenze penali perché è passato tanto tempo, amen, ma la storia è storia e non si cancella.
PRESIDENTE. Grazie, senatore Gasparri.
Do la parola al senatore Nave.
LUIGI NAVE. Grazie, presidente.
Vorrei prima fare due precisazioni interessanti, dopodiché ho una domanda per il procuratore, che ringrazio.
La prima, tramite lei, la faccio al collega Sallemi: mai il Movimento 5 Stelle – anche se non ha fatto i nomi, era evidente a chi fosse riferito – ha detto che non esiste il filone Mafia-appalti, tant’è che noi abbiamo consegnato un documento, un fascicolo di 54 pagine, che teneva conto anche di altro. Abbiamo sempre chiesto – io in primis l’ho fatto, anche in conferenza stampa – che si parlasse anche di altro e non solo di Mafia-appalti, giusto perché questa cosa resti agli atti.
L’altra, invece, è che è vero che Ingroia dice di non ricordarsi, ma non dice neppure di non ricordarsi di essere presente a quella riunione, invece era presente a quella riunione. Quindi, va anche considerato questo.
Poi chiederò successivamente al collega Gasparri di spiegarci meglio la questione dell’articolo 11, perché non è chiara. Non mi sembra sia stato indagato…
MAURIZIO GASPARRI. Non aveva la competenza territoriale, è stato spiegato.
LUIGI NAVE. Lo può fare successivamente, anche se l’ho sollecitato.
Faccio la mia domanda al procuratore. Una questione ha sempre attirato la mia attenzione, ossia quella che riguardava Natoli e la smagnetizzazione delle bobine. Ricordo che, dopo l’accusa di indebita procedura da parte dell’avvocato Trizzino, Natoli chiede di essere audito in Commissione. Il 1° febbraio e il 23 gennaio del 2024 viene audito qui in Commissione Natoli, il quale dice che quello non rappresentava un unicum, perché in realtà era una procedura da circolare interna per risparmiare sulle bobine e che c’erano altri casi.
A tal proposito, consegna anche una memoria – se non ricordo male – che viene acquisita anche dalla procura di Caltanissetta. Dopo questa acquisizione, mi aspetto che la procura abbia fatto successivamente i dovuti controlli presso la procura di Palermo per verificare se nei registri fosse annotata questa procedura o quantomeno venisse impegnata la polizia giudiziaria, delegata, per visionare questa trascrizione.
Ebbene, sembra – uso il condizionale – non siano stati effettuati questi controlli, tant’è che la procura di Caltanissetta resta della propria idea: che quello che ha specificato il dottor Natoli non fosse un unicum, ma che in realtà quella cosa era veramente un unicum. Per tale motivo viene ascoltato il 5 luglio 2024 dalla procura da lei diretta, che gli contestava il reato. Per quella contestazione, che va sui giornali, il dottor Natoli subisce un gravissimo danno di immagine, perché si consolida nella pubblica opinione che Natoli avesse mentito a tal riguardo.
Un anno dopo, invece, i difensori di Natoli compiono quel gesto: vanno alla procura di Palermo, analizzano i registri e verificano che quello non era affatto un unicum, ma c’erano – se non ricordo male – quasi sessanta registrazioni dove veniva segnalato che c’erano stati già altri casi di smagnetizzazione delle bobine. In quel momento, a mio parere, cadeva uno dei perni dell’accusa. Mi chiedo come sia possibile che la procura di Caltanissetta non abbia avvertito la necessità di esaminare direttamente tale registro, anche in base a quello che viene descritto dall’articolo 358 del codice di procedura penale, che impone a tale organo di giustizia di svolgere accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini.
Chiedo a lei, invece, sulla questione dell’articolo 11 se può dare maggiori delucidazioni, per mia mancanza. Se avesse il tempo di poterlo fare gliene sarei grato.
Grazie, presidente.
PRESIDENTE. Prego, procuratore.
Segnalo che ho ancora tre iscritti a parlare, lo dico per i tempi, così si può regolare.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. L’articolo 11 del codice di procedura penale è l’articolo che assegna la procura funzionale alla procura più vicina – sto usando l’ascia – a quella in cui presta o ha prestato servizio il magistrato che è indagato o persona offesa.
Le stragi del 1992, palesemente, nessuno l’ha mai contestato, sono competenza della procura di Caltanissetta. Il senatore Scarpinato, il procuratore generale Scarpinato stava facendo delle indagini sull’omicidio Agostino, che aveva avocato dalla procura presso il tribunale di Palermo, per cui avrebbe dovuto sedersi lì davanti alle persone che ha sentito a sommarie informazioni e chiedere: «Sapete nulla dell’omicidio Agostino?». «No». Ha fatto giorni e giorni di indagini sulla strage di Capaci, senza comunicare nulla alla competente procura di Caltanissetta (quantomeno dire: «Vuoi presenziare?»). Dopodiché, io prendo possesso delle funzioni di procuratore quando già le indagini del dottor Scarpinato erano finite e se ne era andato in pensione da qualche giorno. Mi manda una nota riassuntiva, credo, o manda il fascicolo, ora non ricordo con esattezza, che ab origine noi abbiamo valutato interessante, da approfondire. L’abbiamo trovato sul momento così interessante che non ci siamo messi a fare la questione nelle sedi competenti, cioè Procura nazionale antimafia e Procura generale Cassazione, della esondazione dalle funzioni del procuratore Scarpinato. Diciamo che quando c’è la «ciccia» lasciamo perdere queste questioni di competenza.
Dopodiché, facendo le indagini, è accaduto l’inverso di Mafia-appalti. Questo l’ho già detto. La pista su Delle Chiaie si sgonfiava perché quelli che avevano reso dichiarazioni… Anzi, una ha reso dichiarazione, Romeo Maria. Poi anche i colloqui investigativi e lì il discorso si è chiuso completamente.
Andando avanti con le indagini, nelle quali noi all’inizio credevamo, sulla pista nera e Delle Chiaie, ci siamo accorti di avere in mano nulla. Con questo, ovviamente, sia ben chiaro, non voglio minimamente neanche adombrare il sospetto che l’attuale senatore Scarpinato abbia fatto in fretta e furia le indagini per terminarle prima di andare in pensione e subito candidarsi. Questa storia del collateralismo politico deve finire, a meno che non ci siano prove evidenti. Non mi sognerò mai di dire una cosa del genere e difenderò pure il senatore Scarpinato se qualcuno dovesse adombrare che ha fatto quest’indagine per collateralismo politico. Questa storia deve avere termine, secondo noi, se non ci sono prove. Quindi, se qualcuno volesse adombrare un collateralismo politico del procuratore generale – non del senatore, che chiaramente fa politica – io sarei il primo ad alzarmi e a difenderlo. Questo per quanto riguarda l’articolo 11. Ho spiegato queste cose specificando che non voglio insinuare dubbi di questo tipo. Sgombriamo il campo, lo difenderei pubblicamente se qualcuno adombrasse una cosa del genere.
Per quanto riguarda Natoli, lei ha parzialmente ragione su alcune cose e su altre no. È indubbio che il decreto del GIP Bologna alleggerisce la posizione di Natoli per quanto riguarda la vicenda della smagnetizzazione e dei brogliacci, nei termini che ora dirò, perché lo dice specificamente, e aggrava la posizione del presidente Pignatone, perché ritiene ragionevole la tesi che emerge dalle intercettazioni telefoniche a carico di Natoli, che però a noi non è venuto a riferire, ne parlava con i suoi familiari. Secondo lui, il dottor Pignatone e Galati gli avevamo fatto il «trappolone» e lui, ora non ricordo come ha detto, se «come un cretino» o altro, con superficialità, ci era cascato in pieno.
Il GIP, per converso, conferma la nostra impostazione per quanto riguarda le dichiarazioni al CSM e soprattutto per la gestione delle indagini, dove sottolinea tutte le cose che paiono prive di giustificazioni, che hanno irrimediabilmente compromesso le indagini su Buscemi Antonino, quindi su uno dei protagonisti di Mafia-appalti. Questo è giusto dirlo, e la ringrazio per la domanda, perché in questa sede deve essere detto che sotto quel punto di vista, sulla smagnetizzazione, la posizione del dottor Natoli è stata ampiamente ridimensionata. Negli altri aspetti no, ma in questo sì.
Per quanto riguarda il danno di immagine avuto dal dottor Natoli, me ne dispiace, ma non siamo stati noi ad avvisare la stampa che aveva ricevuto un invito a rendere interrogatorio e la data dell’interrogatorio. Credo risulti quasi per tabulas – lo dice anche il GIP – che il dottor Natoli abbia comunicato a tutta una serie di colleghi e poi alla stampa che aveva ricevuto un invito per rendere interrogatorio. Ha reso dichiarazioni alla stampa dicendo che avrebbe chiarito tutto e poi si è avvalso – per carità, legittimamente – della facoltà di non rispondere. Ci duole che abbia avuto un danno di immagine solo da un invito a rendere interrogatorio, ma non siamo noi la causa.
Noi non diamo mai atti ai giornalisti, neanche a quelli che conosciamo da trenta anni. Nell’ambito dei giornalisti è risaputo questo, lo sanno sia quelli del Fatto che quelli del Giornale di Sicilia che quelli di Repubblica: noi non diamo atti a nessuno, anche non coperti dal segreto. Non parliamo di quelli coperti dal segreto. Noi non diamo atti a nessuno. Questo è spiacevole, ma non so cosa farci. D’altronde, è quasi inevitabile che quando si tratta di questi argomenti che hanno una rilevanza nazionale, delicatissimi, prima o poi le notizie escano. È sempre accaduto e, per quanti sforzi si possano fare, quando le notizie hanno questa dimensione e, tra l’altro, non sono coperte dal segreto… Il fatto che ci sia stato un interrogatorio non è coperto dal segreto: ovviamente l’indagato lo sa che c’è stato un interrogatorio, quindi che segreto ci deve essere?
Per quanto riguarda i provvedimenti di smagnetizzazione, ripeto, il ridimensionamento riguarda Natoli, ma il GIP conferma la massima gravità, sottolineando – come già noi abbiamo attenzionato – che dagli atti emerge palesemente che il primo provvedimento in cui si dispone la smagnetizzazione, dove c’è l’inciso aggiunto a mano e la distruzione dei brogliacci, di cui si ha data certa è quello del dottor Natoli. Il primo depositato in segreteria è quello a firma del dottor Natoli e l’aggiunta a mano si afferma vi sia stata da parte del dottor Pignatone. Questo fa ritenere al dottor Bologna che la posizione del dottor Pignatone si aggravi ulteriormente in relazione a questa vicenda. Era correttissimo, e la ringrazio, rilevare in questa sede che la posizione del dottor Natoli, in relazione a questo, si era – notevolmente, aggiungo io – alleggerita, ma non per gli altri elementi, dove il GIP concorda con noi.
Per quanto riguarda i sessanta, no: in realtà si tratta, come accertati, di venti provvedimenti, di cui nel periodo che ci interessa – dal 1990 alla fine del 1992, cioè quando è stato firmato dal dottor Natoli – ci sono solo undici provvedimenti accertati (poi, per carità, nei meandri degli archivi magari ne salterà fuori un altro) solo a firma del dottor Pignatone. È un meccanismo che noi dobbiamo criticare perché è contro la legge, ma soprattutto perché consente di togliere di mezzo intercettazioni che possono essere scomode, per un verso o per un altro.
Attenzione, può essere anche – parlo da pubblico ministero – un espediente come valvola di sicurezza: uno può dire: «Sì, va bene, queste intercettazioni per ora non fanno danno, però, non si sa mai, tra due o tre anni possono fare anche danno, perché quello che oggi appare irrilevante tra due anni può avere un’estrema rilevanza; mi metto al sicuro e distruggo tutto». È un meccanismo estremamente pericoloso per la bontà delle indagini e per l’accertamento della verità.
Perché non abbiamo fatto subito noi degli accertamenti. Come dà atto il GIP Luparello, Il Fatto Quotidiano, Marco Lillo in particolare, e il GIP Bologna, le nostre indagini – forse ci sopravvalutano – sono estremamente accurate e analitiche. Siamo esseri umani e sbagliamo come tutti. Nell’ambito della ricerca, nel tentativo di fare indagini accuratissime, possiamo anche sbagliare, però abbiamo chiesto due volte alla procura di Palermo notizie («Ci sono altri provvedimenti di smagnetizzazione?») e due volte ci hanno risposto di no, a cura del responsabile del C.I.T. (centro intercettazioni telefoniche). Si potrebbe chiedere perché non siamo andati a controllare di persona. Ci siamo fidati di quello che per due volte ci ha detto la procura di Palermo.
Dopodiché, abbiamo insistito strenuamente con la povera Guardia di finanza, che di noi non ne potrà più per quanto l’abbiamo caricata di lavoro: «Andate nuovamente a cercare negli archivi». Finalmente, dopo due anni, in un archivio di un sottoscala sono riusciti a trovare questi brogliacci e le bobine, ma questo perché noi abbiamo insistito, perché abbiamo dato nuova delega, altrimenti in questa sede sarebbe passata la versione che non esistevano più né i brogliacci né le bobine. Abbiamo insistito noi su questo punto centrale, e poi sono stati utili per altri versi.
Con la massima sincerità, sì, è vero, potevo andare a guardare di persona. Non l’ho fatto. Come pure se al dirigente del mio C.I.T. faccio una domanda del tipo: «Le risulta questa intercettazione?» e quello mi risponde: «No, non c’è» mi fido di lui. Onestamente nessun procuratore si va a guardare il registro di persona. È una prassi. A meno che non hai dubbi su quel funzionario o su quel dirigente: in quel caso, chiedi di avere il registro per guardarlo di persona.
Questi sono i fatti nella loro essenziale verità.
PRESIDENTE. Passiamo agli ultimi tre interventi e poi una domanda gliela devo fare anche io, procuratore.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Si immagini se mi posso sottrarre a una sua domanda.
PRESIDENTE. Senatore Rastrelli, prego.
SERGIO RASTRELLI. Grazie, presidente.
Signor procuratore, in conclusione di questa audizione le proporrei un ultimo ritorno a Itaca. Con il permesso della presidente, vorrei prima scusarmi io con lei e anche con i suoi sostituti per il clima effervescente. Anzi, non tanto per quello, quanto per alcune cadute di stile ai limiti dell’attacco personale, una brutta deriva dalla quale noi siamo ben distanti, la stessa brutta deriva che mi impedisce di chiedere alla presidente se, ad esempio, il dottor Donadio, del quale lei parlava prima a proposito della pista nera, sia il medesimo soggetto casualmente indicato dal gruppo del Movimento 5 Stelle come consulente, insieme alla singolare richiesta di acquisizione di quella straordinaria mole di documenti sotto i quali seppellire la presidente medesima.
Tornando a noi, procuratore, credo che lei in qualche modo se la sia cercata, nel senso che – lo ha ammesso – lei ben sapeva o doveva immaginare che, proprio per la maniacale attività del suo ufficio, un’attività maniacale che sta stravolgendo teoremi giudiziari incistati nella storia della Repubblica, tanto suggestivi quanto improbabili, o la sua maniacale attività che ha demolito e sta demolendo, anche sotto il profilo personale, alcuni presunti paladini, alcuni totem dell’antimafia, lei doveva immaginare – dicevo – che avrebbe, poi, assunto il ruolo di agnello sacrificale.
Il problema, procuratore, è che gli attacchi veementi dei quali ha parlato, anzi gli attacchi scomposti, sono gravi non quando riguardano il giudice e non anche le procure della Repubblica: sono gravi, sono ignobili quando, piuttosto che essere funzionali alla ricerca della verità, sono funzionali a questa sistematica attività di inquinamento; quella verità, procuratore, che loro meritoriamente, esattamente come noi in questa sede, stanno disperatamente ricercando.
Perché parlo di ritorno a Itaca? Lei nelle sue audizioni ha ribadito che la causale Mafia-appalti è una concausa nell’ambito delle motivazioni della strage di Capaci. A me è chiarissimo cosa significhi «concausa», cosa significhi «causa concorrente», come mi è ben chiaro cosa scriva, cosa sostenga il GIP Luparello quando dice che quella rilevanza di quel dossier, di quell’analisi non si può disconoscere, salvo, naturalmente, incamminarsi verso il negazionismo giudiziario. Il negazionismo, esattamente come l’accanimento giudiziario su piste fasulle o improbabili, credo sia una delle forme più gravi di depistaggio. D’altronde, lo stiamo verificando anche in questa sede. Purtroppo, capita che le condotte depistanti si sprechino.
Il tema, a mio avviso, può essere semplificato così, ma le chiedo una sua valutazione: che la pista Mafia-appalti sia centrale, essenziale, dirimente ormai è un dato universalmente riconosciuto ed è, procuratore, riconosciuto sostanzialmente anche in provvedimenti giudiziari definitivi, cioè con la formula della irrevocabilità.
Il dato che, però, a me appare rilevante è che la pista Mafia-appalti, al di là della prospettiva storica, fosse ritenuta centrale, dirimente proprio da Paolo Borsellino. Le chiedo, quindi, una valutazione non in termini di prospettiva storica su quello che il suo ufficio è riuscito a ricostruire con questi anni di duro lavoro, ma se questa ascrivibilità, questa riferibilità all’intuizione di Paolo Borsellino all’epoca fosse fondata e quali siano, in estrema sintesi, i punti centrali che permettono di riferire a Borsellino questa intuizione originaria.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Sarò velocissimo. Le fonti sono assolutamente plurime: interviste, sommarie informazioni. Gli interessati Falcone e Borsellino, perché l’intuizione di Giovanni Falcone è poi proseguita, con coraggio da leone, da Paolo Borsellino. Sono interviste chiarissime rese da Giovanni Falcone. Le dichiarazioni di alcuni colleghi particolarmente vicini agli uni e agli altri che hanno detto chiaramente che erano massimamente interessati, il fatto che ambedue hanno sempre predicato follow the money, segui il denaro, quindi è perfettamente logico… Stiamo parlando di mille miliardi di finanziamento, signori. Fine anni Ottanta, primi anni Novanta, mille miliardi non sono noccioline, fanno molto appetito. E anche la gestione di potere, perché cosa nostra si siede al tavolo con i politici per decidere a chi va aggiudicato l’appalto, le regole del gioco. Non siamo nel campo delle estorsioni, dei subappalti, nolo a freddo. Con Mafia-appalti cosa nostra si siede al tavolo dei poteri politici e decide a chi aggiudicare gli appalti. Quindi è denaro e potere, a braccetto.
In più, poco prima della strage, il giorno prima, Paolo Borsellino va a prendersi il fascicolo Ranieri, che è un imprenditore ucciso, proprio – lo ha capito subito Borsellino – nel contesto di Mafia-appalti, che non è solo il rapporto del ROS, ovviamente, è tutta una problematica vastissima che riguarda la Sicilia, ma che nel rapporto del ROS trova un felicissimo spunto, uno spunto importantissimo che non era completo ma andava coltivato con tutte le risorse disponibili da parte della procura.
Quindi, direi che il dato più positivo di oggi è che io non ho sentito voci discordanti sul fatto che Mafia-appalti sia una concausa. Ripeto, è detto dal giudice Bologna e dal giudice Luparello, più tutte le sentenze, che hanno ancora maggior peso, anche della Cassazione, che parlano di concause. Mi sembra che su questo finalmente si sia raggiunto un accordo, come dalle parole dell’onorevole Provenzano sembra che si sia raggiunto un accordo sul fatto che io parli di concausa e non di causa esclusiva, per cui punto e basta, abbiamo finito di lavorare. Quindi, sotto questo punto di vista giudico estremamente positiva la seduta odierna, perché mi pare che dei punti fermi incomincino ad emergere.
PRESIDENTE. Do la parola alla senatrice Bilotti.
Non mi voglio sottrarre alla domanda del senatore Rastrelli. Senatore Rastrelli, confermo e posso provare che tra i consulenti che mi sono stati proposti dal Movimento 5 Stelle c’era il dottor Donadio. Peccato che su questo nessuno ci abbia fatto una puntata.
Prego, senatrice Bilotti.
ANNA BILOTTI. Grazie, presidente. Procuratore, buongiorno. Le riporterò delle circostanze – anticipo la domanda anche per esigenze di brevità – sulle quali ritengo che almeno pacificamente si possa concordare, se non altro per senso comune, che ci siano state delle contraddizioni.
Anche sulla base dell’invito, che la presidente ha fatto in apertura dei lavori, a non fare interpretazioni autentiche, le riporto una frase che lei ha pronunciato nell’audizione del 9 dicembre del 2025 a proposito di queste dichiarazioni. Non entro nella valutazione, lo zero tagliato, il fatto che anche lei stamattina l’ha misurato su un’altra scala, ma le riporto lo stenografico, in cui leggo: «Dalle dichiarazioni del luogotenente Giustini, di Maria Romeo e delle presunte dichiarazioni, che non ci sono mai state, del collaboratore Alberto Lo Cicero, viene fuori…» e poi la storia dello zero tagliato e non mi dilungo. Quindi, lei in questa sede dice che queste dichiarazioni non ci sarebbero mai state.
Noi siamo stati resi edotti di un documento che è stato prodotto dalla difesa nel processo che è incardinato presso il tribunale di Caltanissetta, in un’udienza del 14 settembre del 2026, in cui l’avvocato in questa circostanza produce la relazione del procuratore generale di Palermo del 13 gennaio del 2022, che è stata acquisita agli atti della procura di Caltanissetta, in cui alle pagine 27 e 30 sono riportate le dichiarazioni di Lo Cicero su Delle Chiaie. Parliamo di deposizioni del 5 maggio e del 6 luglio del 2007. Ora, sempre per portare avanti un intervento – mi daranno atto la presidente e i commissari tutti – che è fatto di dati e non di considerazioni di tipo personale, nelle more, il 4 gennaio del 2026 c’è stata la famosa puntata di Report in cui noi abbiamo la possibilità di sentire proprio dalla voce di Lo Cicero quali fossero queste dichiarazioni. Qui faccio sommessamente notare che, in quella data, se non fosse stato per l’inchiesta di Report e per la produzione documentale di un difensore, questi commissari non sarebbero stati messi al corrente dell’esistenza di quelle dichiarazioni, al di là della sua valutazione, nella quale non entro nemmeno. Le dico una cosa, e in questo penso che unanimemente potranno concordare con me tutti i commissari in questa sede, io mi fido della parola di un procuratore della Repubblica. A parte rispettare la magistratura, ma questo è l’abbiccì, io mi fido, io credo alle parole di un procuratore della Repubblica.
Sempre per continuare a riportare i fatti, nella seduta del 10 febbraio 2026 lei viene qui parlando di queste dichiarazioni di Lo Cicero, adducendo come motivazione che in realtà quelli erano colloqui investigativi della Procura nazionale antimafia e come tali inutilizzabili. Ora mi risulta che la procura di Caltanissetta abbia chiesto ed ottenuto nel processo per la strage di via D’Amelio l’utilizzo di colloqui investigativi con il collaboratore Lo Giudice, come nello stesso processo, sempre quello per via D’Amelio, ha dato il consenso all’utilizzazione processuale di un colloquio investigativo con il collaboratore Gaspare Spatuzza.
La mia domanda riguarda il fatto che questi dati che le ho esposto penso – ribadisco come ho fatto all’inizio – con senso comune evidenzino quantomeno delle contraddizioni e le chiedo gentilmente di chiarirle. Grazie.
PRESIDENTE. Chiedo scusa, procuratore, soltanto per correttezza delle informazioni che vengono date, la Commissione ha chiesto i colloqui e, come ha detto il procuratore, di recente il Procuratore nazionale ci ha detto che ce li avrebbero mandati in accordo con la procura di Caltanissetta. Il tema, però, se mi permettete, è perché, se sono coperti da segreto, vanno in prima serata e non in una sede giudiziaria, e perché un procuratore si presta, evidentemente, immagino, a darli ad altri che non sono la sede giudiziaria.
Qui non possiamo ribaltare sempre le questioni: se si dice di no alla Commissione antimafia, non capisco come mai vadano in una trasmissione televisiva. Comunque, ce li manderanno e li leggeremo.
Procuratore, a lei la parola.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Si tratta di colloqui investigativi che dovrebbero rimanere segretissimi, riservati, inutilizzabili. Quindi, per quel che riguarda l’attività giudiziaria esterna, non hanno nessun valore. Hanno un valore interno, nel senso «ci sono queste dichiarazioni, vediamo di approfondirle», si possono cercare latitanti, si possono cercare armi, perché il colloquio investigativo – per farmi capire dai non addetti ai lavori – è una toccata di polso al mafioso per vedere se ha un certo grado di maturazione, se eventualmente ha intenzione di collaborare o, in ogni caso, se per interessi suoi vuole mollare qualche notizia che però interessa l’autorità giudiziaria come ricerca di latitanti o depositi di armi. Dopodiché, per l’ordinamento è tamquam non esset, perché è fatto senza la presenza del suo difensore, senza contestazione di fonti di prova; è un atto sui generis di cui non si può e non si deve tenere conto.
È vero quello che dice lei, e cioè che in passato a volte sono stati prodotti. Il fine qual era? Il fine era – io non ero procuratore allora – su richiesta della difesa, per dare la massima espansione al diritto di difesa, per verificare se da questi colloqui investigativi si potesse trarre qualche elemento sull’attendibilità di quello che poi è diventato collaboratore. Ma è assolutamente irrituale, si è sbagliato allora, e il Procuratore nazionale antimafia attuale è stato categorico nel richiamarsi alla legge e dire «assolutamente segreti, non devono essere prodotti, non devono essere utilizzati, non devono essere menzionati». C’è una circolare – carta canta – categorica.
A un certo punto, di recente, la procura di Caltanissetta ha scritto al Procuratore nazionale antimafia facendogli presente che la situazione attuale è extra ordinem, perché questi colloqui investigativi circolavano liberamente, in prima battuta da Report, che ha riportato una frasetta di trecento pagine di colloqui investigativi, per la maggior parte di «non ricordo, non lo so, ma non è così». Quindi, a questo punto, anche per assicurare una corretta informazione, altrimenti si lasciava l’informazione in mano a chi da un lato ne voleva tirare fuori un pezzo, un altro ne voleva tirare fuori solo un pezzo di suo interesse, il Procuratore nazionale antimafia ha fatto atto di realismo e ha detto: «Per assicurare una valutazione completa non possiamo rimetterci solo ai mass media; d’accordo, utilizzate».
Avendo avuto il nulla osta del Procuratore nazionale (non che abbia il potere di impedirci di produrre, ma viene dalla legge che sono assolutamente inutilizzabili e segreti), una volta che vi è stato il consenso del Procuratore nazionale, noi abbiamo deciso di metterli a disposizione prima dei difensori, poi chiederemo di produrli al tribunale e poi li invieremo a codesta Commissione e ciascuno li potrà valutare liberamente. Dunque, non faccio altri commenti sul punto.
Mi pare che basti così, anche perché il tempo stringe.
SARA KELANY. Grazie, presidente.
Procuratore, innanzitutto grazie per il lavoro che avete svolto, che ha svolto la procura di Caltanissetta. Esprimo anche da parte mia assoluta solidarietà al GIP Santi Bologna, perché è stato oggetto di strali che non meritava.
Io vorrei ripartire dalle parole del senatore Verini, perché il senatore Verini le contestava una certa assertività nel perseguire la vicenda Mafia-appalti. Io mi domanderei il contrario, cioè perché non essere così assertivi. Bisognerebbe casomai ribaltare la domanda, senatore. Io, invece, la ringrazio per l’assertività e anche per il nitore con cui ha descritto i fatti e con cui ci ha detto che oggi resta impossibile accertare determinate dinamiche, anche in virtù del tempo che è passato, e il decorso del tempo ha irrimediabilmente compromesso quello che poteva essere un quadro probatorio che si sarebbe dovuto cristallizzare ormai più di trent’anni fa. Ad ogni modo, questo non ci impedisce – riprendo anche le parole di chi mi ha preceduto – in questa Commissione, anzi ci impone in questa Commissione di accertare una verità storica intorno a quei fatti.
A differenza di altri, che in maniera strumentale evidentemente utilizzano questa Commissione per difendere se stessi, noi utilizziamo questa Commissione per comprendere quale sia la verità.
Scendo subito nel merito, e non tolgo tempo a chi mi deve seguire nelle domande, dicendole che dalla richiesta di archiviazione che è stata redatta dal suo ufficio risulta che Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi appartenevano a una medesima loggia massonica, la Dante Alighieri, dell’obbedienza romana di Palazzo Giustiniani, e che a questa Siino, a sua volta massone, e Vincenzo Piazza volevano far aderire anche Aurelio Chiovaro. In sostanza, appartenevano alla medesima obbedienza i principali azionisti di quella che era la Calcestruzzi Palermo Spa, società poi solo formalmente ceduta alla Calcestruzzi Spa di Ravenna. Nella richiesta di archiviazione voi scrivete, inoltre, che il collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, nel riferire del coinvolgimento in progetti stragisti di settori deviati della massoneria di Palazzo Giustiniani, aveva indicato come appartenente a questa loggia coperta proprio il nome di un certo Buscemi, «un pezzo grosso» (cito il virgolettato).
La domanda, dunque, procuratore, è questa: la massoneria è uno dei filoni di indagine che è stato aperto dal suo ufficio, se può dirlo? Questo filone relativo alla massoneria smentisce o entra in contrapposizione con l’ipotesi di Mafia-appalti quale concausa della strage, o si sovrappone a questa? Sono emersi interessi specifici ulteriori, riconducibili alla cosiddetta «massoneria deviata»? Questo per dire quanto e come, invece, non ci cristallizziamo e ci focalizziamo su un unico filone, quando invece siamo qui proprio per fare emergere la verità a 360 gradi su quello che resta uno dei più grandi depistaggi della storia repubblicana.
PIETRO PITTALIS. Grazie, presidente. Anch’io voglio ringraziare il signor procuratore De Luca e il suo gruppo di lavoro. Voglio ringraziarla anche per la chiarezza e la precisa esposizione dei fatti che costituiscono un contributo ai lavori della nostra Commissione.
Ho due domande telegrafiche. Alla luce delle complesse indagini che lei e il suo ufficio avete svolto, che idea si è fatto dell’accanimento giudiziario e degli attacchi mediatici subiti dai Carabinieri del ROS e in particolare dal generale Mori e dal colonnello De Donno? Se ne voleva forse distruggere la credibilità per impedire agli ultimi testimoni di quella stagione di poter ancora testimoniare quanto accaduto?
Chiedo inoltre – seconda domanda – se nel corso delle indagini sia mai emerso anche un solo elemento che possa in qualche modo giustificare la tesi del dottor Nino Di Matteo, che sostiene che la sentenza della Corte di cassazione, che assolve per non aver commesso il fatto gli ufficiali dei Carabinieri, sia stata dettata da un ordine politico volto ad evitare che si conoscesse la verità sulla presunta trattativa Stato-mafia. Grazie.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Presidente, se lei mi consente, avrei piacere che parlassero più componenti del gruppo.
PRESIDENTE. Prego, dottor Pacifico.
PASQUALE PACIFICO, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Sulla vicenda massoneria, chiaramente abbiamo attività di indagini in corso, delle quali posso riferire solo parzialmente, nei limiti in cui ci sono atti ostensibili sui quali posso riferire.
Il fatto che sicuramente, nella fase antecedente alle stragi, ci sia stato quello che il collaboratore di giustizia Giuffrè definisce una sorta di «sondaggio» da parte di cosa nostra, e in particolare di Riina, in ordine alle reazioni che ci sarebbero state in determinati settori politici, in determinati settori dell’imprenditoria e della massoneria, è un dato assolutamente accertato. Quindi, sotto questo aspetto noi non escludiamo, ed anzi riteniamo che probabilmente la massoneria – con il termine «massoneria» ovviamente intendo una massoneria non ufficiale, cioè logge massoniche occulte, coperte – possa essere stata la stanza di compensazione di interessi imprenditoriali, politici e mafiosi particolarmente rilevanti nelle stragi del 1992.
Proprio per l’obiettivo dell’ufficio di non fare sconti a nessuno, abbiamo svolto anche un’ulteriore attività di indagine, che si è conclamata in perquisizioni che abbiamo fatto presso le abitazioni dell’allora ormai defunto procuratore di Caltanissetta dottor Tinebra, perché in attività di indagine svolte dalla DIA di Napoli, nell’ambito di un’attività di indagine svolta tra il 1998 e il 1999, che riguardava dei conclamati massoni napoletani, si faceva riferimento anche alla presunta appartenenza del dottor Tinebra a una loggia massonica coperta. Abbiamo anche individuato quale dovrebbe essere questa loggia massonica, abbiamo effettuato delle perquisizioni. Più di questo non posso dire perché ovviamente abbiamo ancora attività d’indagine in corso.
La rilevanza – mi sembra ovvio, ormai l’abbiamo scritto in più provvedimenti – di questa attività di indagine è che comprendere se chi dirigeva all’epoca la procura di Caltanissetta, nello stesso periodo in cui c’è stato quello che, con sentenza passata in giudicato, è stato definito il più grosso depistaggio della storia giudiziaria italiana, fosse o meno un soggetto legato ad ambienti massonici, riteniamo non sia una cosa proprio irrilevante.
Questo è quello che, purtroppo, posso limitarmi a dire.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Per quel che riguarda la domanda sul generale Mori e l’allora capitano De Donno, non posso e non voglio dare valutazioni su questioni che sono state oggetto di accertamenti, competenze di altre autorità giudiziarie, segnatamente Palermo, sono arrivate in Cassazione e abbiamo sentenze irrevocabili sul punto. Quello è il Vangelo per un magistrato: la sentenza irrevocabile che va accettata, a meno che non emergano elementi – ma solo nel caso di condanna, non di assoluzione – di segno contrario che comportino una revisione del processo. Ma di regola la sentenza irrevocabile è il Vangelo, e per di più riguarda altre autorità giudiziarie.
Io posso semplicemente ribadire che non secondo me, che non sono nessuno, ma secondo Giovanni Falcone il filone Mafia-appalti, così come segnalato dal ROS, era meritevole di ogni approfondimento e sicuramente era – questo lo aggiungo io – un’ottima intuizione, era la pista giusta. Noi non abbiamo rilevato, in relazione alle stragi e alla conduzione di Mafia-appalti da parte del ROS, scorrettezze, irregolarità o reati. Ci è sembrata la gestione di Mafia-appalti, del resto conformemente a quello che era stato il decreto di archiviazione della coraggiosissima Gilda Loforti… I GIP agiscono soli. Io, come vedete, ho dietro di me un gruppo di lavoro che ho la fortuna di coordinare, perché è estremamente coeso ed estremamente efficiente. Senza questa coesione, senza la bravura e i sacrifici che fanno i colleghi, non avrei potuto fare un bel niente, zero tagliato avrei potuto fare.
Quindi, le deve bastare questa risposta, perché per tutto il resto vale ciò che ha detto la Cassazione con sentenza definitiva e irrevocabile.
Per quel che riguarda il campo della nostra indagine, che va dalla fine degli anni Ottanta sino alla fine della procura di Giammanco, chiamiamola così, noi non abbiamo rilevato reati, irregolarità, scorrettezze da parte del ROS.
PRESIDENTE. Grazie, procuratore. Prima di liberarla perché, come potete immaginare, vorrei fare un milione di valutazioni, ma le rimetto tutte nella sede di relazione…
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Per pietà.
PRESIDENTE. No, assolutamente. Anche per ruolo istituzionale, non credo di doverle fare qui, anche se, ripeto, ne avrei moltissime.
Invece le devo fare una domanda che, ai fini di quello che questa Commissione dovrà andare a scrivere, secondo me ha una rilevanza, o meglio l’avrà la vostra risposta. Voi nella richiesta di archiviazione, che poi è stata accolta dal GIP, scrivete (e qui leggo perché non voglio mettervi in bocca parole che non avete usato): «Pietro Giammanco e Giuseppe Pignatone erano, per ragioni diverse, portatori di interessi propri e di soggetti a loro vicini in grado di riverberarsi sulle modalità di gestione delle indagini da loro coordinate», ovviamente nel settore mafia e appalti. E poi aggiungete che Lo Forte, Natoli e Scarpinato avrebbero agito attenendosi alle direttive più o meno esplicite dei vertici dell’ufficio. Quindi, sostanzialmente lo hanno fatto per interessi di carriera.
Dite poi che il procuratore Caselli, subentrato a Giammanco, ha di fatto sostenuto l’ineccepibilità delle condotte di taluni magistrati semplicemente per salvaguardare l’immagine dell’ufficio e quindi quella di tutti quei magistrati che, in quel momento, ebbero a occuparsi di un procedimento molto importante, cioè quello a carico di Giulio Andreotti.
Ora, deduco che questa sarebbe la ragione per la quale questi magistrati hanno sostenuto – e oggi, come abbiamo visto, continuano a portare avanti – una difesa serrata della loro azione sul procedimento relativo alle indagini di Mafia-appalti.
Arrivo alla domanda. Visto che questa narrazione difensiva, che è andata avanti per decenni e che, dalle vostre parole, anche per voi è stata difficile da scardinarsi e si è poi di fatto rilevata priva di fondamento, perché è evidente che se un GIP scrive «attività depistante e dichiarazioni mendaci» evidentemente qualcosa stava succedendo e succede ancora, io le domando, procuratore: questo silenzio, le pressioni ricevute, le direttive impartite dai vertici della procura, che oggettivamente – lo possiamo dire – presentavano legami diretti o indiretti con cosa nostra, quindi le successive diffusioni di false informazioni hanno o non hanno rafforzato il proposito mafioso del dare esecuzione alla strage di via D’Amelio? Alla fine, per dare una verità storica, il tema è non tanto chi, perché abbiamo capito che questo oggi forse non si potrà più accertare, chissà, magari troverete dei nuovi elementi e aprirete un’altra indagine, ma se è andata così o non è andata così. Le pressioni, i silenzi, le false informazioni, i depistaggi hanno o non hanno avuto il ruolo di rafforzare il convincimento di cosa nostra nell’uccidere Paolo Borsellino?
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Noi abbiamo già scritto al riguardo e io ne ho parlato. I depistaggi sono stati per lo più successivi, quindi non hanno una diretta refluenza sulla strage, se non per segnalare che evidentemente c’era tutto un meccanismo a monte che non riguardava solo cosa nostra, ma anche settori deviati, uomini dello Stato infedeli.
La narrazione, come dice lei, era talmente consolidata e talmente granitica che noi ci credevamo. Come ho già detto più volte, siamo partiti dicendo che su Mafia-appalti era doveroso fare qualche indagine, tutte quelle che sono possibili, magari ci sarà qualche pasticcio, tutti fanno errori, ma non ci credevamo molto. Per converso, credevamo alla pista nera su Stefano Delle Chiaie. È successo che, strada facendo, abbiamo cambiato opinione sull’una e sull’altra.
Come ho già detto e come emerge anche dalla richiesta di archiviazione a firma di tutti noi, è chiaro che, pur non potendosi dimostrare (e quindi, se non si può dimostrare, non esiste) un dolo anche eventuale di partecipare alle stragi, certe condotte, certe immagini che si danno di sé – il magistrato non solo deve essere indipendente, deve apparire, e qua non solo non appariva, ma vi erano dei fatti che erano sostanzialmente inaccettabili – questa immagine che andava all’esterno chiaramente isolava e sovraesponeva sia Falcone sia Borsellino. Potrebbe anche non essere vero, ma in questo caso noi riteniamo, e il Gip pure, che ci fossero elementi per dire che il vertice della procura e le persone più vicine a lui non facevano il loro dovere come avrebbero dovuto fare. Se noi mostriamo quest’immagine a cosa nostra, è evidente che si radica ancora di più l’idea – scusate la frase – «ma allora u curnutu è iddu». C’è una frase: «ma dobbiamo aiutare quel povero Cristo di Giammanco».
È evidente – scusate la frase in siciliano – che se io sono il muro «vascio», cioè il muro traballante, e l’unico che fa il suo dovere è Pasquale Pacifico, la mafia a chi viene a sparare, a me o a Pasquale Pacifico?
PRESIDENTE. Grazie, procuratore. La risposta mi è molto chiara.
Per chiudere questa audizione io la ringrazio, perché la sua procura e tutti voi state facendo il vostro dovere fino in fondo, nonostante tutto, e di questo noi non ci dimenticheremo, così come non ci dimenticheremo dei figli del giudice che hanno avuto il coraggio, perché anche loro sono stati esposti a critiche ferocissime, di essersi rivolti a questa Commissione con la speranza di vedere la verità storica.
Grazie a tutti e buona giornata.
La seduta termina alle 14.05.

Speciale AUDIZIONI PROCURATORE DI CALTANISETTA , SALVATORE DE LUCA
