VALERIA GRASSO: ancora minacce all’imprenditrice palermitana

 

 

VIDEO

NEWS

#valeriagrasso


Valeria Grasso, il grido d’aiuto della testimone di giustizia  Sono tornate le minacce per Valeria Grasso, l’imprenditrice palermitana che si è messa contro la famiglia mafiosa dei Madonia, scegliendo di non piegarsi al ricatto.

Valeria Grasso hanno fatto trovare un sacchetto con un piccione morto attaccato al ramo di un albero, proprio vicino al tavolino del ristorante dove solitamente cenava con i figli. Per spaventarla, per intimidirla. Una volta le sono entrati in casa e le hanno rubato un quadretto con una foto di famiglia e hanno tranciato i cavi della luce. Le hanno fatto trovare, inoltre, disegnate sul muro, quattro croci nere, una grande per lei e tre più piccole per i suoi figli. È questo che succede quando ti metti contro la mafia. È questo che deve sopportare un testimone di giustizia.

Testimone di giustizia, una parola che spalanca le porte su vite spesso vissute al limite del sopportabile. Vite complicate, tormentate, che ti trasformano in un bersaglio, in una persona scomoda, a volte persino in un fantasmaValeria Grasso è diventata testimone di giustizia quando ha trovato il coraggio di denunciare i suoi estorsori.

Da piccola imprenditrice palermitana, aveva deciso di aprire una palestra nel quartiere di San Lorenzo, uno dei tanti rioni in cui la presenza mafiosa è massiccia. Aveva preso in affitto un locale di Mariangela Di Trapani, la moglie del boss Salvino Madonia, il pluriergastolano killer di Libero Grassi.

“La padrona”, la chiamavano. Una pedina strategica nei giochi di potere tra le famiglie mafiose palermitane. La boss si era messa alla guida del clan come una vera lady mafia: gestiva affari, garantiva le comunicazioni con il carcere, ordinava omicidi. E, ovviamente, riscuoteva il pizzoÈ proprio lei a mandare i suoi scagnozzi da Valeria Grasso, nella palestra di San Lorenzo, malgrado il locale fosse stato sequestrato.

L’imprenditrice palermitana, non potendo far fronte alle spese, aveva dato in gestione la palestra. Ma le minacce erano arrivate lo stesso, per lei e per i gestori. “Se non paghi, faremo del male a te, alla tua famiglia e alle famiglie di chi gestisce il locale”.

“Ero già mamma di tre figli, divorziata, non potevo farcela. E ho dato l’attività in gestione. Quelli si sono presentati chiedendomi come mi ero permessa di fare questo senza il loro consenso. O paghi per sempre, mi dissero, oppure chiedi i soldi agli affittuari e li dai a noi. Da vittima dunque sarei dovuta diventare esattore”.

Con Cosa nostra c’è poco da scherzare.  Ma Valeria Grasso non si è piegata alle minacce: ha ripreso in mano l’attività, mettendo in salvo i gestori, e ha deciso di denunciare, diventando così una testimone di giustizia e con le sue dichiarazioni, ha fatto arrestare venticinque esponenti del clan Madonia. Per questo le hanno assegnato una scorta, garantendole protezione.

“Sono entrata nel programma di protezione ed è cominciata la vita blindata. Le conseguenze della mia scelta le pagherò tutta la vita. Come fosse una condanna. Ma lo rifarei.”

Le minacce non sono sparite. Al contrario, la vita della testimone si è fatta sempre più difficile e rischiosa. Negli anni infatti, la scorta le è stata assegnata e revocata più volte. Il pericolo sussiste solo a Palermo, non su tutto il territorio nazionale. Come se la vendetta della mafia potesse arenarsi difronte a confini geografici.

Oggi a proteggerla ci sono solo due carabinieri. Niente auto blindata, nonostante dal Viminale avessero assicurato tutte le misure necessarie. Sospeso il servizio di vigilanza dinamica, causa emergenza Covid-19, quell’emergenza che consente ai boss in carcere di trovare degli escamotage, ma che costringe i testimoni di giustizia a vivere nella paura.

Il mese scorso Valeria Grasso ha trovato altre quattro croci sul muro della sua abitazione: stessa tipologia, stesse croci, stesso ordine di quelle trovate cinque anni fa. Come hanno fatto ad arrivare indisturbati al terzo piano di un palazzo, in fondo al corridoio? “Il mio appartamento è proprio l’ultimo di un corridoio per cui non puoi arrivare lì se non sai che esiste”.

A Valeria Grasso non basta dunque la protezione dei carabinieri, serve la scorta. È questo il suo appello da madre di famiglia che ha paura per l’incolumità sua e dei suoi figli.

Quest’ultimo episodio ci fa comprendere come il nostro sia un Paese che sembra essere a disagio coi testimoni di giustizia, che sembra non saper garantire loro una protezione vera e continuativa, malgrado gli sforzi degli agenti preposti al servizio di protezione. Secondo il racconto di Valeria, il Prefetto Frattasi sarebbe stato avvisato della situazione, garantendo l‘immediata attivazione di tutte le misure di sicurezza. “Otto giorni dopo, senza aver ricevuto alcuna risposta, sono andata al Viminale per incontrare il Prefetto, il quale mi ha ricevuta, e gli ho detto: ‘Buongiorno, io sono Valeria Grasso, mi conosce?’ No, io non la conosco”.

Un altro mortificante schiaffo alla dignità di chi decide di ribellarsi alla mafia, rinunciando a una vita tranquilla per abbracciare solo incertezze, paure, smarrimento e rischi per sé e per i propri cari. I testimoni di giustizia sono persone normalissime che hanno deciso di non piegarsi al ricatto dei criminali. “Non sono pazzo”, diceva Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso da Cosa nostra il 29 agosto 1991, da quella stessa famiglia mafiosa che oggi continua a minacciare Valeria. “Non mi piace pagare. Io non divido le mie scelte con i mafiosi. Perché, dopo tanti anni, l’imprenditrice palermitana continua ad essere nel mirino degli estorsori? “Perché incito gli altri ad essere liberi e a non essere schiavi della mafia”. Ci uniamo all’appello di questa donna, sperando che non rimanga inascoltatoWordNews 19.10.2020 SERENA VERRECCHIA


Valeria Grasso: «Ho fatto arrestare i mafiosi e ho vissuto come un fantasma. Ma lo rifarei» «Muori ogni giorno. Non puoi dire chi sei, non puoi fare amicizia, non puoi parlare con nessuno, non puoi andare in vacanza. I miei figli mi chiedevano: mamma, perché dobbiamo vivere nascosti?. Una cittadina che ha fatto il suo dovere tutto questo non lo può accettare». Valeria Grasso per due anni ha vissuto da fantasma, lei e i suoi tre bambini lontani da casa, in una città qualunque dove poter sparire. Rendersi invisibili per non rischiare di morire. Valeria con la sua denuncia aveva fatto arrestare alcuni esponenti del clan mafioso Madonia, a Palermo, dando il via ad inchieste che ne hanno portati in galera 25. Volevano ucciderla. «Sono entrata nel programma di protezione ed è cominciata la vita blindata. Le conseguenze della mia scelta le pagherò tutta la vita. Come fosse una condanna. Ma lo rifarei». Il coraggio di Valeria l’altra sera è stato premiato a Roma dal  generale  Marco Minicucci, comandante Legione carabinieri Lazio, la testimone ha ricevuto la targa del “Women for Women against Violence – Premio Camomilla”, l’evento ideato da Donatella Gimigliano per combattere la violenza sulle donne e il tumore al seno. «Ho ancora paura, di tutto», anche se ha lasciato a Palermo, «quelli», i mafiosi, «hanno aperto un bar a pochi chilometri dalla palestra che ero stata costretta a chiudere». Valeria, ora cinquantenne, lavora al ministero della Salute ed è impegnata in un progetto con il Viminale che le sta molto a cuore: trasformare i beni confiscati alla mafia in luoghi di accoglienza e assistenza per ragazzi disabili o disagiati. 

La storia «Avevo 35 anni quando ho aperto una palestra a San Lorenzo, un quartiere di Palermo ad altissima densità mafiosa». Il locale lo aveva preso in affitto dalla signora Mariangela Di Trapani, moglie di Nino Madonia. Un giorno si presenta un custode giudiziario: l’immobile è stato confiscato, d’ora in poi dovrà vedersela con il tribunale di Palermo. «Ma un esattore della famiglia Madonia pretendeva che continuassi a pagare l’affitto anche a loro. Così davo i soldi allo Stato e ai mafiosi. Ero già mamma di tre figli, divorziata, non potevo farcela. E ho dato l’attività in gestione. Quelli si sono presentati chiedendomi come mi ero permessa di fare questo senza il loro consenso. O paghi per sempre, mi dissero, oppure chiedi i soldi all’affittuario e li dai a noi. Da vittima dunque sarei dovuta diventare esattore. Se non lo fai, mi hanno minacciata, chi ha la palestra non avrà una vita serena».

Le minacce  «Ho preso 48 ore di tempo e mi sono presentata alla caserma dei carabinieri per raccontare tutto. Ho restituito i soldi ai gestori della palestra per metterli al riparo e ho ripreso in mano l’attività». Dopo qualche mese di indagini, quattro del clan vengono arrestati, tra cui Salvatore Lo Cricchio, uomo di fiducia di Lady Mafia, come veniva chiamata Mariangela Madonia, e Rosario Pedone, l’esattore (entrambi condannati). «Da quel momento per me comincia l’inferno: sul muro della palestra trovo tre croci nere, erano per i miei figli. Mi tranciano i cavi della luce, entrano a casa e rubano un quadretto con la foto dei miei bambini, allora avevano 5, 11 e 13 anni.  Un giorno vengono a prenderci i carabinieri e ci portano in una località segreta, nel giro di due ore abbiamo dovuto lasciare casa. In alcune intercettazioni quelli del clan parlavano di me: questa va eliminata, dicevano. Mamma, cosa hai combinato?, mi chiedevano i miei figli. Abbiamo girato varie città. Vivevamo da fantasmi. Ma io ho fatto il mio dovere, pensavo, perché devo scontare questa pena? Chi la restituirà l’adolescenza ai miei figli? E la libertà perduta? Dopo due anni ho chiesto di uscire dal programma di protezione e siamo tornati a Palermo. Ma quelli me li trovavo sempre intorno, così abbiamo di nuovo lasciato la Sicilia».Valeria comincia a raccontare la sua storia, «per sentirmi protetta». Va in giro nelle scuole, «voglio trasmettere ai ragazzi la forza di ribellarsi al sistema dei mafiosi. Anche se ho pagato tantissimo, io lo rifarei». IL MESSAGGERO  Martedì 8 Ottobre 2019 di Maria Lombardi


La sua testimonianza contro esponenti del clan Madonia ha costretto lei e i suoi figli a vivere una vita da ‘fantasmi’. Sei anni dopo per l’imprenditrice palermitana torna l’incubo: qualcuno ha disegnato davanti alla porta della sua casa romana quattro croci. Per lei e per i suoi tre figli  Quattro croci disegnate con il pennarello nero su un muro. L’incubo che ritorna. E la paura, o peggio la consapevolezza, di essere stati lasciati soli.

“Io non chiedo nulla”, dice all’AGI  Valeria Grasso, testimone di giustizia costretta a lungo ad una vita da ‘fantasma’: “Mi aspetto solo protezione. Per me e per i miei figli”. Sei anni fa la ribellione a chi voleva imporle il “pizzo” e la testimonianza che avrebbe portato in carcere esponenti di spicco del clan Madonia; due settimane fa le nuove inquietanti minacce di morte. Portate stavolta fino quasi alla soglia della sua casa romana. 

Il secondo ‘avvertimento’ “Ero tornata tardi, poco prima di mezzanotte. Tutto tranquillo – racconta l’imprenditrice palermitana – Ma la mattina dopo, appena aperta la porta d’ingresso, sul muro di fronte – il mio appartamento è l’ultimo del terzo piano di un palazzo – ho visto le croci, una più grande in mezzo e le altre tre più piccole sotto. Quattro in tutto e per tutto identiche a quelle che mi fecero trovare sulla vetrata della mia palestra a Palermo: per me e per i miei tre figli”.

“Ho subito chiamato il mio capo tutela, che è salito di corsa: non posso dimenticare la sua faccia perplessa, il suo ‘eh no’ detto scuotendo la testa, ‘è proprio una brutta cosa’. Nel giro di pochi minuti il ballatoio si è riempito di carabinieri, tutti visibilmente preoccupati. Ma da quando ho formalizzato la denuncia in caserma, non ho saputo più niente, e non ho visto crescere il livello della mia tutela (il quarto, quello che dà diritto ad un’auto non blindata e ad un solo agente, ndr). Nonostante qualcuno sia arrivato indisturbato davanti alla mia porta di casa. E nonostante non sia il primo ‘avvertimento’ che ricevo qui a Roma”.

“L’anno scorso, più o meno nello stesso periodo – racconta infatti Grasso – mi fecero trovare un sacchetto appeso al ramo di un albero con dentro un piccione morto. L’albero si trova fuori al ristorante del mio compagno. E sta accanto al tavolo dove di solito siedo quando mangio lì. I carabinieri anche allora mi spiegarono che nel linguaggio della mafia si tratta di una chiara minaccia di morte. Ma anche allora non cambio’ niente”.

Sarebbe cambiato, in effetti, ma in peggio, solo qualche mese più tardi. In novembre. Quando la tutela da un giorno all’altro le venne addirittura revocata. Alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne e poche settimane dopo essere stata tra i premiati della quinta edizione di ‘Women for Women against violence’”. 

Un’anomalia sanata nel giro di pochi giorni, con ‘la rimodulazione del dispositivo di tutela da assicurarsi su tutto il territorio nazionale’, ma l’amarezza per lei – che si sente ‘donna dello Stato’ e non vittima di Cosa nostra – fu tanta. E mai completamente smaltita. Come dimostra il ‘grazie’ al ministro Lamorgese, al prefetto, all’Arma, capaci di accogliere tempestivamente il suo appello, e la denuncia dell’”assordante silenzio della politica”.

Mai avuto la scorta “Mai avuto la scorta – ricorda Valeria Grasso – Due settimane fa, sono scesa in Sicilia, e davanti casa non ho trovato alcun servizio di vigilanza. Ho chiesto, mi è stato spiegato che era stato sospeso a seguito dell’emergenza Covid. Ma a me, e a mio figlio, a Palermo capita ancora di andare”. Ora le nuove minacce. Sempre più vicine. E sospette anche nei tempi. “Guarda caso – osserva – pochi giorni prima ero stata ad una commemorazione del generale Dalla Chiesa e il colonnello ‘Ultimo’ nell’occasione aveva raccontato la mia storia. Forse non c’entra, forse sì. Quello che è certo è che io avrei il diritto di stare tranquilla. E con me i mei figli”.

Dopo le denuncia che portò all’arresto, tra gli altri, di Maria Angela Di Trapani, moglie di Salvino ‘occhi di ghiaccio’ Madonia, il killer di Libero Grassi, la signora Grasso e i suoi ragazzi furono portati via di casa nel giro di tre ore e costretti a stare per mesi in albergo in una località segreta. Come per una maledizione, ogni volta che la loro vita sembra tornare ‘normale’, accade qualcosa che mette in discussione equilibri faticosamente raggiunti.

“Faccio i conti tutti i giorni con la mia scelta, e me ne sento orgogliosa, la rifarei. Ma mi hanno promesso tante volte che non ci avrebbero abbandonati, che sarebbero stati presi provvedimenti. Quali? Se vieni e mi dici parole rassicuranti, io ti do credito ma poi mi aspetto che alle parole seguano i fatti. Lo sappiamo che denunciare ha un prezzo, ma se vogliamo che la gente non abbia paura di farlo, lo Stato deve essere concretamente al suo fianco. Perché nessuno può proteggersi da solo”. 26.9.2020 AGI


Chi è Valeria Grasso: età e storia dell’imprenditrice a cui è stata tolta la scorta Valeria Grasso  è un esempio di coraggio per tutti e nonostante abbia denunciato alcuni mafiosi e li abbia fatto arrestare, lo stato le ha tolto la scorta. “Il comandante del nucleo scorte, colonnello Luca Nuzzo, il 20 novembre scorso mi ha informata verbalmente della sospensione della misura di protezione personale a Roma, salvo confermarmi il dispositivo su Palermo considerata “a rischio” dopo che, solo il 12 marzo 2019, mi era stata confermata dal prefetto di Roma Paola Basilone. Nell’epoca in cui il Ministro dell’Interno è una donna, e alla vigilia della Giornata contro la violenza sulle donne, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt’oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perchè mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia”. A spiegare cos’è accaduto è stata proprio Valerio Grasso:“Il mio sgomento – spiega – nasce anche dal fatto che, solo per citare l’ultimo degli episodi inquietanti che ho vissuto, il 6 giugno 2019 il mio compagno, titolare di una nota trattoria a Trastevere da oltre 20 anni, ha trovato una busta di plastica con un piccione morto sull’albero dove è posta l’insegna del locale, promessa di morte tipica della mafia”. Il su legale, Ezio Bonanni, sottolinea che “il provvedimento di revoca della protezione alla signora Grasso sia illegittimo per assoluta carenza dei presupposti di legalità. Abbiamo appreso solo verbalmente questa decisione e, per tali motivi, abbiamo chiesto l’accesso agli atti lamentando la violazione del diritto alla partecipazione al procedimento amministrativo e chiedendo copia dell’atto finale con le relative motivazioni, il tutto dovuto per legge. Inizieremo al più presto un’azione legale a carico dello Stato, non sono dal punto di vista amministrativo, ma anche per capire ed identificare le responsabilità in tutte le sedi”. 5 Dic 2019

 

Revocata la scorta a Valeria Grasso: “Ho denunciato i boss e lo Stato mi lascia sola”   L’imprenditrice palermitana ha detto “No” al pizzo facendo scattare la manette per alcuni esponenti del clan Madonia, per questo viveva sotto protezione. L’appello al presidente della Repubblica: “Una condotta torbida, immotivata e incomprensibile mette a rischio me e i miei figli”

Niente più scorta per Valeria Grasso, l’imprenditrice palermitana che ha detto “No” al pizzo e ha fatto scattare la manette per alcuni esponenti del clan mafioso Madonia. A rendere nota la revoca della protezione (le era stato assegnato il IV livello di rischio ndr) su Roma, dove vive, è la stessa Valeria Grasso, che dice “è stata sospesa dal 23 novembre prossimo senza alcuna reale motivazione e senza che sia stato notificato alcun provvedimento”.

“Il comandante del nucleo Scorte, colonnello Luca Nuzzo, il 20 novembre scorso mi ha informata verbalmente della sospensione della misura di protezione personale a Roma, salvo confermarmi il dispositivo su Palermo considerata ‘a rischio’, dopo che, solo il 12 marzo 2019, mi era stata confermata dal prefetto di Roma Paola Basilone”, spiega l’imprenditrice. Valeria Grasso ricorda che nella sua comunicazione, il prefetto disponeva “la protezione personale con validità su tutto il territorio nazionale”.

“Nell’epoca in cui il ministro dell’Interno è una donna, e alla vigilia della Giornata contro la Violenza sulle donne – l’appello della testimone di giustizia -, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt’oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perché, l’ho dichiarato più volte, mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia. Proprio quello Stato che ha ispirato il mio senso civico, con una condotta torbida, immotivata e incomprensibile, sta lasciando a rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al Capo dello Stato e a tutte le autorità”.

In sostegno di Valeria Grasso interviene il senatore di Leu Francesco Laforgia, coordinatore nazionale di èViva. “Deve essere dato – dice –  un segnale immediato e dobbiamo porgerle le nostre scuse. Se da un lato dobbiamo chiederle di non tentennare mai e di non avere paura, dall’altra dobbiamo permetterle di continuare a vivere con la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta e quindi le va riassegnata immediatamente la scorta. Si torni indietro e si riconosca di aver commesso un errore. Siccome ciascuno di noi deve fare la propria parte, io, in qualità di Senatore, depositerò una interrogazione urgente affinché la Ministra dell’Interno le riassegni il diritto di avere una vita normale”.

Anche l’Associazione legalità organizzata, nelle persone del socio fondatore e testimone di giustizia Pino Masciari e del presidente Roberto Catani, esprime tutta la propria vicinanza e solidarietà a Valeria Grasso, “per il grave quanto incauto provvedimento di revoca della scorta ad una testimone di giustizia che ha denunciato il clan dei Madonia”: “Lo Stato deve tornare immediatamente suoi propri passi, al fine di consentire alla signora Grasso e a tutti i testimoni di giustizia la legittima tutela della propria incolumità, confermando, con la giusta protezione, la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta nel denunciare la criminalità organizzata”. L’Associazione rivolge inoltre un appello al ministro dell’Interno affinché attribuisca con urgenza le deleghe al nuovo presidente della Commissione centrale di protezione ex art.10 L.82/1991 per le giusta tutela di quelle donne e di quegli uomini che con la loro denuncia contribuiscono ogni giorno a rendere più onesta e sicura la nostra Repubblica. 24 novembre 2019  PALERMO TODAY

 

 

a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – Progetto San Francesco