31.5.2021 – Mafia, Giovanni Brusca torna libero: l’ex boss lascia il carcere dopo 25 anni.

 

 

Fedelissimo di Totò Riina e tra i responsabili della strage di Capaci, sarà sottoposto al regime di libertà vigilata per 4 anni. Era detenuto a Rebibbia. La vedova del caposcorta di Falcone: «Indignata». È tornato a vedere il cielo da uomo libero, dopo venticinque anni, Giovanni Brusca: uno degli uomini più spietati e fedeli di Totò Rina, allora capo di Cosa Nostra.
Grazie all’ultimo abbuono, previsto dalla legge, di 45 giorni, i l sessantaquattrenne di San Giuseppe Jato, nel Palermitano, ha pagato il conto con la giustizia italiana e ha lasciato il carcere romano di Rebibbia. Come ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, l’ultima a pronunciarsi su di lui, sarà sottoposto a controlli, protezione e a quattro anni di libertà vigilata.
Brusca, noto anche come «’u verru» (il porco), è stato fra i protagonisti della stagione stragista dei Corleonesi. Figlio di Bernardo, alleato fin dai tempi in cui il capo era Luciano Leggio, prese il suo posto come capo mandamento dopo l’arresto del vecchio boss nel 1985 che in cella morì senza mai aprire bocca. Fu tra i responsabili di delitti «eccellenti» come la strage di Capaci in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i loro agenti di scorta. Per sua stessa ammissione fu responsabile di centinaia di omicidi. Un numero così alto che lui stesso non è mai riuscito a dire con esattezza. Fra di questi anche quello barbaro del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino: un bambino di 11 anni quando lo afferrarono, tenendolo sotto sequestro fra Palermo e Agrigento per due anni prima di strozzarlo e di scioglierne il corpicino nell’acido. Brusca, dopo gli anni di sangue, è stato un collaboratore di giustizia.

Le reazioni.  Tantissime le reazioni, già a poche ore dalla notizia (potete leggerle tutte qui). Molte sdegnate, come quella di Tina Montinaro, vedova del caposcorta di Falcone, ucciso nella strage di Capaci: «Sono indignata — ha detto all’agenzia AdnKronos —. Dopo 29 anni non conosciamo la verità sulla strage e Brusca è libero». Il percorso di collaborazione è stato complicato. Negli anni scorsi non sono mancate le polemiche legate ai suoi «permessi premio» ottenuti grazie ai benefici riservati ai «pentiti» e alle richieste di uscita definitiva dal carcere.

L’arresto  Brusca, latitante, fu arrestato a Cannatello, una frazione di Agrigento, il 20 maggio 1996 grazie a una rocambolesca operazione delle forze dell’Ordine. Erano da poco passate le 21 quando, davanti a un villino così vicino al mare da poter sentire lo iodio sfreccia una moto rumorosa: è il segnale. Gli uomini della Squadra mobile di Palermo, pronti a fare l’irruzione, captano lo stesso rumore mentre lo intercettano al telefono. La sua cattura è stata preparata a lungo, a partire dal ritrovamento di un’agenda con codici e numeri di telefono, a cui seguono indagini serrate, intercettazioni, appostamenti e l’obbligo di massima segretezza. Lui, un gradino sotto il capo dei capi di Cosa Nostra, viene colto di sorpresa e prova una fuga disperata dal retro. Inutile. Gli uomini della catturandi lo ammanettano e a tutta velocità lo trasferiscono in Questura a Palermo. Brusca non proferirà una parola lungo tutto il viaggio. Neanche quando passano sotto casa di Falcone. L’euforia degli agenti che arrivano a Palermo dopo l’arresto viene proiettata nelle televisioni di tutto il mondo: i mitra alzati, le urla di gioia, le sirene e i clacson che suonano all’impazzata. Dopo migliaia di ore di appostamenti, rischi corsi, false piste, il responsabile della morte di tanti poliziotti era finalmente stato assicurato alla giustizia. A Palermo il clima sembra cambiato. La notizia si è diffusa in città e gli agenti sono accolti dagli applausi dei palermitani che, invece, riserverà all’arrestato insulti. Mentre affronta il primo interrogatorio, impassibile, con le manette ancora ai polsi che dovranno esser segate dai pompieri perché la chiave si ruppe nel tentativo di aprirle, altri agenti passano al setaccio il suo «covo»: troveranno i giochi del figlio, biglietti e bloc notes con annotati i numeri delle estorsioni e del traffico di droga che Brusca continuava a controllare da lontano, coperto dalla mafia agrigentina. Poi verrà la partenza per il carcere dell’Ucciardone, dove resterà per sette giorni in isolamento totale, controllato a vista 24 ore su 24, nella stessa cella che ospita Totò Riina quando deponeva nei processi a Palermo. CORRIERE DELLA SERA di Alessio Ribaudo


SCARCERATO  GIOVANNI BRUSCA…con il d.l. 15 gennaio 1991 n. 8, conv. nella l. 15 marzo 1991 n. 82. E questa normativa nacque su spinta del dr Giovanni Falcone. Vi piaccia o meno è così. A tal proposito vi riportiamo un passo del libro di Giovanni Falcone, ” interventi e proposte”, relativo proprio alla normativa che lui auspicava per i collaboratori e che fu introdotta. Era il 1988. “Tuttavia, si deve ribadire che se accanto a norme che impongono una valutazione giustamente rigorosa delle dichiarazioni degli imputati collaboratori, non ne saranno introdotte altre che consentano un trattamento penale più favorevole degli stessi, il fenomeno della collaborazione non sarà apprezzabile nel futuro, con gravi conseguenze sul piano delle indagini. Non si tratta di fare ricorso a leggi eccezionali, nel solco della cosiddetta legislazione dell’emergenza, ma di tenere conto realisticamente dell’utilità degli apporti dei soggetti che collaborano e di incentivarli con interventi legislativi di carattere generale.” da FRATERNO SOSTEGNO AD AGNESE BORSELLINO


NON C’È NESSUNA FORMA DI BUONISMO O PERDONO DA PARTE MIA NEI CONFRONTI DI GIOVANNI BRUSCA: oltre a tutto ciò che sapete, agli omicidi e alle stragi in cui ho perso colleghi e amici, avrei anche motivi strettamente personali per serbare rancore. Lui e altri collaboratori hanno raccontato, tra gli altri, due episodi che mi riguardarono direttamente: l’organizzazione di un attentato nell’autunno del 1993 che doveva farmi saltare in aria mentre andavo a trovare mia suocera a Monreale e la pianificazione del rapimento di mio figlio. Il dolore e la rabbia delle vittime e dei loro familiari lo comprendo e lo rispetto nel profondo. Eppure non vedo scandalo nella notizia di ieri, peraltro nota e attesa da molti anni. Con Brusca, infatti, lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perchè era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia per numero di reati e ferocia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza ieri, quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai. Ora lo Stato dovrà proteggere Brusca: è un dovere perché è importante che Brusca resti vivo e possa andare a testimoniare nei processi. Oltre al punto morale c’è un interesse specifico, quasi egoistico, affinché le sue parole possano essere ripetute nelle aule di giustizia dove servono per condannare mandanti ed esecutori di omicidi e stragi. L’indignazione di molti politici che di codice penale e di lotta alla mafia capiscono ben poco mi spaventa. Se davvero facessero quello che dicono, ovvero ridurre gli sconti per chi collabora con la giustizia, diminuirebbe l’incentivo a pentirsi. Se a questo aggiungiamo che si sta cercando di limitare l’ergastolo ostativo, e lavorerò affinché questo non avvenga, potremo anche dichiarare chiuso il capitolo del contrasto a Cosa nostra. Al contrario, servono sconti di pena forti per chi aiuta lo Stato e prospettiva di ergastolo senza sconti per chi non collabora.


Giovanni Brusca in libertà: ma siamo sicuri che il prezzo pagato sia equo?


Ci sono persone che hanno tutto il diritto di urlare la loro indignazione nel sapere libero chi ha ucciso i familiari e fatto scempio dei loro corpi. Vedove, madri, sorelle, figli delle vittime di mafia e quanti sono scampati per un soffio alla morte, portandone i segni, hanno titolo per dire le cose che dicono sulla scarcerazione di Giovanni Brusca, il boia di Capaci. Quella che per noi –  pur partecipi, ma sostanzialmente estranei al dolore –  è un’asettica applicazione di norme, per loro è carne viva: brucia, è sale su ferite che non si rimarginano. Piaghe eterne che meritano di avvicinarsi con pudore alla sofferenza. Meritano rispetto.

Non dimostra di averne chi ascrive sbrigativamente quelle dichiarazioni a reazioni emotive, arroccandosi dietro al feticcio di Giovanni Falcone, per difendere l’intangibilità di una legge del 1991. Fingendo di non vedere il tempo trascorso e le storture accumulate in 34 anni. Sul fronte opposto, chi le utilizza per liquidare la legislazione premiale sui collaboratori di giustizia, adombrando un’arrendevolezza dello Stato alla mafia e ai suoi contorcimenti, compie un’operazione vigliacca. Usa politicamente oggi il punto di vista dei parenti delle vittime. Mentre ha trascurato ieri e ignorerà domani la loro attesa di giustizia, le denunce su omissioni, depistaggi e mezze verità giudiziarie.

I collaboratori sono un elemento irrinunciabile per scardinare sodalizi omertosi. Permettono di conoscere dal di dentro cosa accade. Al pari delle intercettazioni, ancora più genuine, perché non viziate dall’interesse, dal tornaconto. Il punto non è, quindi, se i collaboratori siano utili, né tantomeno se siano autenticamente redenti, perché uno Stato laico non si occupa di ravvedimenti interiori. Il punto è semmai: che lotta alla mafia conduciamo? Come viene utilizzato uno dei pochi strumenti a disposizione? Insomma, cosa vogliamo davvero sapere, cosa chiediamo, di cosa ci occupiamo quando ci occupiamo di mafia?

Se la coralità degli sforzi per arginare lo strapotere di organizzazioni che controllano una fetta rilevante dell’economia sana è pressoché inesistente, la lotta alla mafia si è ridotta a una mera questione di contabilità processuale. Ora, il meccanismo che sta alla base dell’ingaggio di un collaboratore è chiaro: io compro delle informazioni e le pago con il soldo di alcuni benefici. È legittimo chiedersi fino a che punto può spingersi l’offerta, se la merce di scambio sia congrua. Più è alto il contributo, più si dovrebbe essere disposti a pagare. Ma se in questa procedura negoziale ci si assesta sul minimo, ci si accontenta, non si chiede di più –  per paura, inadeguatezza, connivenza – chiaro che la sproporzione del prezzo risalti. Chi compra e cosa vuol comprare non è irrilevante. Quanta sete di verità si ha davvero in un Paese opaco come il nostro?

Ora, per tornare a Brusca, quel che ha detto è tanto sul piano militare, ma quel che ha taciuto sul versante strategico e sui collegamenti con altri pezzi del disegno stragista italiano, è altrettanto. Sul piatto della bilancia sono quei silenzi ad autorizzare il giudizio sulla sproporzione tra i suoi racconti e l’enormità del ritorno in libertà. Dire che la legge è stata applicata è vero, ma è anche mistificatorio, perché equivale a considerare la sua scarcerazione alla stregua di un sigillo tombale su quanto ci siamo presi da lui, pagandolo il massimo. Con buona pace delle domande ancora senza risposta. Messa così non è il prezzo della libertà a essere esagerato, ma quanto poco abbiamo avuto in cambio. L’Espresso 13.6.2025