Un nuovo panorama di impegni per il Progetto.

 

 

 

 

 

Premessa.

 

Consapevoli della radicale mutazione sociale determinata dalla crisi, occorre un nuovo slancio culturale per fare fronte agli impegni e alle urgenze che anche il Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco necessariamente vive. Una crisi sociale che non solo investe il prodotto e la struttura economica del Paese, ma che ogni giorno sembra far precipitare il tessuto civile, la rete civica, l’ossatura del volontariato e dell’associazionismo più innovativo, l’insieme dei protagonisti della solidarietà delle comunità, sul fondo di un pozzo le cui pareti paiono soffocare qualsivoglia visione sul futuro.

Allora, se si da per buona la metafora del pozzo, l’unica prospettiva può essere dal basso verso l’alto. Sulla superficie scivolosa in cui pare sia precipitata la società civile, (della quale il sindacato e le associazioni impegnate nella promozione dei diritti e dei doveri nel mondo del lavoro fanno pienamente parte) occorre ancorarsi e stringere nuove sicure alleanze. Occorre quindi una visione del proprio impegno civile che non può più essere né locale, o peggio localistica, né ancora esclusivamente tematica. È possibile qui trarre ad esempio alcune specifiche reazioni politiche che nel mondo del lavoro hanno via via determinato conquiste sociali importantissime: nel momento di peggiore crisi economica e sociale del Paese, alla fine della dittatura fascista e della Seconda Guerra Mondiale, le forze sindacali unite in un movimento necessariamente ampliato ad altre categorie della società – intellettuali, professionisti, giuristi, politici e imprenditori parteciparono attivamente –  si impegnarono alla costruzione della rete delle regole sociali che poi aiutarono a definire le tutele dei lavoratori. Ovvero si fecero allora innanzi tutto il Paese e la società e poi, dopo aver pienamente partecipato alla fatica rischiosa e alle responsabilità, si costruì l’autonomia che portò infine al contratto nazionale di lavoro. Finalmente, nelle diverse categorie produttive, il contratto nazionale aiutava a strutturare l’unità della Nazione attraverso la percezione costituzionale del lavoro, anzi al suo primato culturale e non ideologico.

 

Attualmente si assiste ad un altro passaggio storico, che appunto come quello di allora, richiama tutti ad impegnarsi nella società, spingendo i propri particolari interessi oltre il limite del proprio ruolo, conquistando consapevolezze e conoscenza anche di ciò che fino a ieri poteva essere delegato. Possiamo dire che per tanto tempo, purtroppo, anche diverse parti della società civile hanno “esternalizzato” la responsabilità diretta dell’elaborazione e della partecipazione, dando vita così, a volte, ad una specie di delega di massa, permessa grazie a risorse economiche e usanze politiche.

Pertanto questo nuovo spirito di volontà di azione più ampia, questo nuovo perimetro di interessi sociali e culturali collegati, si dovrà reggere in virtù di una nuova coesione sociale che sia sempre di più ancorata al suolo, al territorio, alla specifica identità.

Il populismo, la viltà collettiva ed individuale, il tecnicismo, il qualunquismo, sono parte di altre cause che concorrono a rendere sempre più scivolosi sia il suolo e sia le pareti del pozzo in cui sembra appunto essere finito anche il nostro ottimismo intelligente.

Per piantare i pioli utili alla risalita, non solo occorre quindi ammettere il bisogno e l’urgenza di nuovi strumenti sociali adeguati al momento ed alle sfide, ma anche l’utilizzo di un nuovo linguaggio, che comprenda termini e modi di per se ampi, generosi, profondi e non violenti.  

 

 

Introduzione ad una nuova stagione.

 

Il Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco, dopo lunghe esperienze sindacali di alcuni fondatori, è nato dall’inderogabile necessità di non partecipare più come sindacato riformatore (come a volte accaduto nelle relative singole esperienze, più o meno consapevolmente) esclusivamente alla costruzione della ricchezza di un’azienda, di un territorio o di una comunità, delegando però ad altri la specifica e precisa lotta alle mafie ed alle illegalità diffuse od alla corruzione nel mondo del lavoro. Ciò è accaduto grazie alla maturazione del  timore dato dalle rischiose e contingenti dannose conseguenze che gli interessi criminali possono investire i lavoratori, dal bisogno di prendere su di se il peso dell’autonomia delle proposte sociali a tutela delle comunità e delle famiglie contro i ricatti dei clan. Ma anche dalla necessaria chiarezza rispetto coloro che continuano a pensare che il confine tra legalità ed illegalità sia di competenza e di delega esclusivamente delle forze investigative, della magistratura e quindi infine del sistema carcerario.

Il PSF è nato invece da una visione comune, dal dialogo produttivo tra persone diverse, che non hanno voluto né potuto annullare la propria identità e la propria storia personale, crescendo in parte nel cuore del sindacato e nell’emergenza di una nuova e radicale mutazione dei valori fondanti del lavoro – o della sua mancanza nel relativo specifico mercato. Pertanto è stata cercata una prospettiva molteplice e plurale per individuare i possibili strumenti di contrattazione territoriale di prossimità, individuando come indispensabile e urgente l’alleanza della società civile organizzata con le istituzioni democratiche.

Il PSF è parte armonica di alcune federazioni sindacali e di alcuni territori, come anche della Confederazione, ma è nei temi e nell’organizzazione autonomo ed indipendente. Quindi è impegnato a proseguire in una relazione di dialogo con il sindacato stesso e, se necessario, saprà aggregare differenti interessi, per partecipare alla costruzione di un un nuovo modello di bene comune.

Il PSF è quindi una scelta culturale critica e propositiva, di appartenenza ad un modello di militanza responsabile e non violenta che porta nel cuore – anche nel nome – la riflessione su alcune critiche condizioni contemporanee. L’avidità, la cupidigia, l’ambizione senza limiti, l’affermazione di sé o del proprio clan, la ricerca del potere ad ogni costo hanno prodotto nella vita sociale, sia civile che economica, un cambiamento della coscienza individuale e collettiva nel percepire in modo alterato ed egoistico ciò che è bene e cosa è male. Ecco che  da qui hanno in parte origine la corruzione diffusa e l’illegalità ad ogni livello, che insidiano ogni relazione umana. Un’insidia cancerosa che danneggia la comunità e le persone prima culturalmente che penalmente. Così nei comportamenti si registra spesso un giudizio comune su ciò che è “giusto”, confondendolo volontariamente con ciò che conviene. Quindi si vorrebbe poter contribuire a ricostruire un’Etica della Responsabilità condivisa, una società civile orientata al “Bene Comune” in ogni relazione sociale ed economica, tenendo come pietra miliare anche della lotta all’illegalità in ogni sua forma.

Di qui il riferimento ai “valori laici del francescanesimo” condivisi da credenti e non credenti, da cui necessariamente derivano stili di vita e modelli culturali di sviluppo sobri rispettosi degli altri e dell’ambiente; Una scelta, senza se e senza ma, a sostegno della legalità, della pace, della non violenza, della giustizia, della “fraternità” come riferimento dell’organizzazione possibile della Società. Una scelta questa che impegna prima di tutto a livello personale e poi come Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco. Una militanza e un’azione comune che tengono conto dell’ispirazione delle parole del Santo Poverello: “Cominciate a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

 

Al contempo, come del resto già da tempo si è iniziato a fare, il PSF sostiene la necessità e lo sviluppo delle reti sociali, impegnandosi a lavorare con altre associazioni od enti – si pensi ad esempio all’esperienza fatta con epicentro a Cermenate con alcuni comuni lombardi, con le scuole e le associazioni del territorio, con i partner di Terra Futura, con Nuova Cooperazione Organizzata, alla partecipazione al Festival di Trame di Lamezia Terme o all’esempio con un gruppo di scout genovesi, in occasione del ventesimo anniversario della strage di Capaci.

In tal senso è indispensabile l’unità e lo sviluppo della ricerca sui temi pertinenti – economia civile, finanza etica, lotta integrata alle economie e culture criminali mafiose, responsabilità e orientamento sociale dei territori in una nuova e più ordinata cultura della responsabilità sociale diffusa – magari con istituzioni universitarie pubbliche e private già impegnate da tempo su questi temi cruciali, attraverso nuovi collegamenti o già disponibili nei confronti del PSF.

 

Il lavoro fin qui svolto dal PSF è tanto, e vuole essere un tributo di rispetto verso i sindacalisti, i  lavoratori, gli imprenditori, i cittadini e le forze investigative e la magistratura. Verso questi ultimi vi è una particolare forma di gratitudine, per il loro infaticabile lavoro e per il sostegno alle attività del Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco,  sentimento che si è estende al contempo nei confronti dei tanti amici che negli anni hanno soffiato nelle vele delle idee per le quali si è combattuto.

Il patrimonio di attività e di relazioni fino ad oggi accumulato tuttavia consente di dire che non serve disperare nei confronti del tanto lavoro da fare, forti anche di quelle intuizioni che hanno aperto nuove strade e nuove alleanze, includendo talune prospettive importantissime.

 

In tale direzione è possibile indicare il Festival della Fiducia, che ha debuttato a Como e che può diventare patrimonio anche di altri territori. Qui si è voluto indicare la transizione tra una prima fase di sperimentazione del PSF e una nuova maturazione a favore di una sempre maggiore diffusione della fiducia civile indispensabile per la promozione costruttiva della responsabilità sociale, nei luoghi di lavoro e nel complessivo orientamento del territorio, delle imprese e delle istituzioni.

 

 

 Svolgimento.

 

In diverse occasioni, seppur con grande sforzo, non è stato facile trovare necessarie energie anche economiche. Questo è un fatto doloroso che è imputabile certamente alla crisi economica generale in atto, ma anche alla capacità generale di raccogliere risorse da parte di coloro che hanno deciso di condividere lo stesso percorso e lo stesso progetto. Certo poi fa soffrire, ogni giorno scontrarsi con lo strabismo culturale tipico dell’Italia media: al dolore del male non opporre la cura ma urlare il lamento.

 

Tuttavia, si vuole ancorare questa fase ancora di più al coraggio dei profeti, siano essi religiosi come  Papa Francesco o laici, come Giovanni Falcone e le madri dei bimbi uccisi dall’inquinamento della terra, danno enorme voluto dalla camorra e da imprenditori senza coscienza in Campania, in Puglia e nel Lazio.

 

In superficie, ovvero nella quotidianità e nella ordinarietà della vita sociale delle comunità e del mondo del lavoro, la lotta alle mafie, l’avversione al pensiero culturale del crimine mafioso, la condanna della cultura negativa della prepotenza viscida dei boss, devono necessariamente confrontarsi con alcune avverse condizioni basilari: la grande disponibilità di denaro delle cosche e il radicamento dei  professionisti che concorrono al loro consenso sociale, il vasto menù degli interessi sociali ed economici dei criminali, la capacità dei clan di diversificazione degli investimenti politici ed economici nel territorio, la forza data da un’ampia rete internazionale del crimine non esclusivamente mafioso, l’ignoranza interessata di gran parte della politica nei confronti dei rischi e dei danni reali delle mafie nella società. Detto questo anche le attività del Progetto San Francesco, per quanto siano piccole cose, devono adeguatamente maturare urgentemente, ma senza fretta, così da stringere nuove relazioni e alleanze utili all’elaborazione di proposte innovative rivolte alla politica, alle Istituzioni, alla società. Tali proposte comunque si considerino quali contributi, certamente non risolutivi né nella struttura e certamente né negli eventuali effetti.

Tutto, necessariamente dovrà essere ancorato alla fertile esperienza della bilateralità, del mutualismo territoriale e della partecipazione popolare.

Questo può ritenersi utile anche per non avere costantemente l’ansia della prestazione sociale, o peggio l’ossessione concorrenziale della comunicazione, dell’annuncio, della notizia: con fatica e collettivamente si elabora, si condivide, si promuove un’idea che tuttavia dovrà poi avere vita propria nella volontà anche delle altre parti o Istituzioni sociali. L’impegno e il lavoro dovrà essere ancorato al coraggio dei profeti.

 

La lotta alle mafie e la promozione della cultura della legalità sono un aspetto della responsabilità sociale del territorio.

 

Sono ormai assai numerosi i fatti di cronaca e di tribunale che evidenziano le relazioni fruttuose tra la criminalità e i professionisti (la cosiddetta “area grigia”), senza che possano considerarsi un’espressione regionale o casuale. Questa “area grigia”, che negli anni alcuni magistrati di altissimo livello hanno saputo colpire con efficacia, indica anche una trasformazione sociale delle mafie.

Da sempre il crimine organizzato è anche un’agenzia territoriale di servizi, che per sopravvivere e proliferare ha bisogno di un’agenda aggiornata di relazioni col potere economico e politico. Pertanto, nella necessità di contrastare la diffusione dei rischi di opacità e di mimetizzazione delle mafie nella società, serve una nuova prospettiva di azione più ampia, che sia ancorata alla promozione della responsabilità sociale del territorio, alla spinta di orientare socialmente le imprese e le istituzioni. Questo per evitare anche il rifugio dei tiepidi, di coloro che rincorrono il ricordo dei fatti di sangue ma non la sostanza della memoria di coloro che, morendo per mano mafiosa, hanno lasciato in parte incompiuti importanti progetti di progresso sociale. Progetti che qualcuno di buona volontà deve proseguire, in modo irrevocabile e inequivocabile.

Se può spaventare qualcuno, magari a ragione, parlare di mafia, di antimafia, di legalità nel modo del lavoro e nella società, costui non dovrà essere condannato per resistente malafede e pigrizia, ma magari sfidato pacificamente a pensare più ampiamente alla responsabilità sociale che si fa diga e barriera alle mafie e alle sue specifiche, forse legittime, paure.

 

Occorre ancora di più, proprio in questa fase di maturazione, invitare tutti coloro che sanno riconoscere i piccoli passi del progresso civile e sociale nel lavoro e nelle comunità, ma anche i tanti che non hanno ancora chiaro il tumore culturale che debilita l’Italia nei confronti di altre nazioni europee.

Questo male è una leucemia politica e culturale, incide nel sangue, infetta gli organi dello Stato e i tessuti sociali, non può essere aggredito chirurgicamente come parte malata di un’organismo tendenzialmente sano, bensì come malattia sì guaribile attraverso una cura ampia e  una ricerca innovativa.

Possibile fare un esempio di ciò che si intende come “cura ampia”: attraverso anni di lotta sindacale e sociale si è giunti ad elaborare un progetto sociale di regolarità contributiva, che poi diventato dispositivo di legge si è trasformato in D.u.r.c. Tale Documento Unico di Regolarità Contributiva è stato indispensabile per la tutela salariale e professionale dei lavoratori, fino a questo momento in cui – a causa della crisi e dell’eccessivo carico fiscale sul lavoro – spesso le imprese “grigie” sono le uniche a poter continuare a pagare e produrre il Durc. Allora oggi è urgente e possibile proporre un ampliamento dell’esclusiva regolarità  “contributiva”, magari attraverso un “Durc Sociale”, capace quindi di certificare l’orientamento sociale, la responsabilità sociale, la reputazione sociale delle imprese impegnate in opere pubbliche o di pubblico interesse, come quelle opere di privati orientate verso la comunità, la società e la persona stessa.

Qui concorre la sussidiarietà delle differenti parti sociali e istituzionali, nei fatti aumentando di non poco la protezione degli spazi in cui per le mafie è possibile infiltrarsi in un territorio od in un’impresa.

Ma questo esempio è un elemento di indirizzo della ricerca e delle attività che probabilmente il Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco saprà darsi nei prossimi anni.

Sarà utile anche immaginare e progettare, costruire concretamente quindi, una maggiore generosità nei confronti del lavoro e dell’organizzazione dello stesso PSF: costante impegno innanzi tutto contro il provincialismo – anche dei temi – , in cui la territorialità dell’iniziativa diventi esclusiva e non inclusiva di tutti i soci, amici, sostenitori del Progetto, non diventando mai – come spesso accade in questo Paese – patrimonio di tutti ma ingiusto vanto del territorio ospite.

Questo non per vezzo cosmopolita, ma per simmetrica, paradossale e opposta considerazione del modello mafioso. Le mafie non hanno mai in testa il limite territoriale o l’appartenenza campanilistica, ma tutti i “mandamenti” e le “famiglie” concorrono, accollandosi i costi e gli impegni, a rendere grande e unitaria l’organizzazione criminale.

Così sarà opportuno che esistano distretti diversi ma che unitariamente le azioni del PSF concreino una diffusione unica del lavoro di tutti i protagonisti. Formazione, promozione, informazione popolare della cultura della responsabilità sociale diffusa, magari attraverso la conoscenza di buone prassi efficaci, saranno gli strumenti sociali del PSF 2.0, accogliendo così la sfida offerta da questi tempi così difficili.

 

Servirà, come già accade in altri e più complessi settori produttivi o del sapere, una visione organizzativa aperta, partecipata, che includa costantemente. Una vera e propria wikieconomia degli obiettivi e degli strumenti, che connetta i punti spenti della rete sociale. Forse questa è l’ipotesi di una generazione nuova dell’antimafia, sicuramente è la percezione che occorra una nuova e più ampia lettura dei fenomeni sociali negativi e fragili, causa di dolore e sofferenza civile di molte famiglie e lavoratori.

Quindi questa proposta è un invito al rilancio di un’idea di partecipazione operosa, al contempo la riflessione di avere in parte lavorato troppo alla semina di un’idea e poco al suo nutrimento comune. Così è simbolica e concreta l’apertura della casa di Via Di Vittorio,  la sede di Cermenate, esempio di bene confiscato restituito al bene comune, utile socialmente ai legittimi proprietari istituzionali od ai semplici cittadini. Adesso si apre pertanto una nuova stagione, più rigida, nel clima e nelle risorse, capace pertanto di stimolare con più vigore – indispensabile – i legami di amicizia e di sapere che potranno arricchire collettivamente un Progetto di responsabilità sociale e civile, di militanza e di servizio verso coloro che ancora non conosciamo né volto e né origine.