L’omicidio di Libero Grassi 35 anni fa, Addiopizzo: “Oggi non sarebbe solo ma non è ancora abbastanza”

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L’eresia della dignità: storia, morte e redenzione civile nell’assassinio di Libero Grassi

 

Nel 1942 la famiglia si trasferì a Roma e il diciottenne Libero si iscrisse alla Facoltà di Scienze Politiche. Fu negli anni universitari che la sua avversione verso le persecuzioni razziali e l’autoritarismo si tradusse in una scelta di radicale reiezione politica. All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, per sottrarsi al bando di reclutamento della Repubblica Sociale Italiana e rifiutando di combattere a fianco delle truppe nazifasciste, scelse la via della clausura clandestina. Assunse l’abito di seminarista nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva sotto il nome di “fra Mannes”. Non si trattò di una conversione spirituale, bensì di un atto consapevole di obiezione di coscienza e di rifiuto morale nei confronti della guerra.

Con la liberazione della capitale, Libero Grassi riprese gli studi e si laureò in Giurisprudenza. Il suo spirito pragmatico e l’attitudine all’organizzazione lo spinsero nel 1950 in Lombardia, dove fondò a Gallarate insieme al fratello Pippo la MIMA (Manifattura Maglieria ed Affini), un’azienda tessile arrivata ad occupare circa 250 dipendenti. In quegli anni lombardi, Grassi si inserì nei circoli imprenditoriali del Nord, frequentando con assiduità i teatri e consolidando una visione moderna delle relazioni industriali e dei diritti del lavoro. Dopo il fallimento di un primo matrimonio religioso celebrato nel 1951, e una complessa vertenza per ottenere l’annullamento in un Paese ancora privo del divorzio,, nel 1954 fece definitivo ritorno a Palermo.

Nel capoluogo siciliano ritrovò e sposò con rito civile Pina Maisano, giovane laureata in architettura conosciuta durante l’adolescenza, dalla cui unione nacquero i figli Davide e Alice. A Palermo, Grassi affiancò all’attività industriale una vivace passione civile e politica: gravitò attorno agli ambienti radicali, scrisse interventi di analisi socio-politica per la testata Cronaca di Siciliaed entrò attivamente nel Partito Repubblicano Italiano. Designato dal PRI nel consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas, si batté per l’estensione della rete pubblica di metanizzazione nei quartieri popolari, scontrandosi con i gruppi di potere privato vicini alla criminalità organizzata che speculavano sul monopolio della vendita delle bombole di gas.

Sempre guidato da un’ansia di innovazione tecnologica ed ecologica, tra il 1974 e il 1975 promosse il progetto “Solange impiantistica”, finalizzato allo sfruttamento dell’energia solare attraverso brevetti internazionali. Tuttavia, il nucleo centrale della sua attività industriale rimase la Sigma, impresa tessile specializzata nella produzione di pigiameria e biancheria intima da uomo e da donna. La fabbrica, trasferita nel 1979 in una struttura di 2000 metri quadrati in via Thaon di Revel a Palermo, rappresentava un’eccellenza del manifatturiero meridionale: un’azienda sana, a conduzione familiare, con cento dipendenti (di cui novanta donne), un fatturato annuo di circa sette miliardi di lire e una quota rilevante di prodotti esportati nei mercati europei.

Il contesto siciliano tra fine anni ’80 e inizio anni ’90: il dominio del pizzo e la pax mafiosa

Per comprendere la portata dirompente della scelta compiuta da Libero Grassi occorre ricostruire il clima economico e sociale della Sicilia tra la fine degli anni ’80 e i primi mesi del 1991. Palermo era stretta nella morsa di una pressione criminale totalizzante, in cui Cosa Nostra agiva come un vero e proprio “Stato ombra” capace di esercitare una sovranità coercitiva sul territorio attraverso l’imposizione capillare del pizzo. Le estorsioni non rappresentavano soltanto una fondamentale fonte di finanziamento per le casse mafiose, ma si configuravano come un dispositivo di controllo sociale e simbolico. Pagare la “tangente di protezione” equivaleva ad accettare la sovranità della famiglia mafiosa egemone nel quartiere, riconoscendo implicitamente l’inettitudine o l’assenza dello Stato costituzionale.

Nel tessuto commerciale e industriale palermitano della fine degli anni ’80, il pagamento del pizzo era diventato una consuetudine sistematica e quasi invisibile. Oltre l’ottanta per cento degli esercenti e degli imprenditori versava regolarmente somme di denaro alle cosche. In molti settori vigeva la logica perversa della pacificazione mercenaria: pagare tutti per pagare meno, trasformando la tangente criminale in un costo fisso d’impresa, un balzello contabile deducibile dal bilancio morale della propria attività. Questa prassi si basava su un tacito consenso culturale e su un’omertà pervasiva, alimentata da un profondo scetticismo verso le capacità di tutela garantite dalle istituzioni civili.

Dal punto di vista giudiziario e politico, il periodo tra il 1986 e il 1991 fu caratterizzato dallo svolgimento e dagli strascichi del Maxiprocesso istruito dal Pool Antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mentre nelle aule del bunker dell’Ucciardone la giustizia dello Stato infliggeva secoli di carcere ai quadri storici e ai vertici della Cupola corleonese, sul territorio la mafia retta da Totò Riina e dalle famiglie alleate, tra cui il potente mandamento di Resuttana-San Lorenzo guidato da Francesco Madonia e dai suoi figli, manteneva un controllo ferreo e spietato.

Chi decideva di opporsi alle pretese estorsive lo faceva quasi sempre in un completo e disperato isolamento. La prassi consolidata per le rare vittime che rifiutavano la protezione mafiosa era la resistenza silenziosa: non denunciare pubblicamente, cercare di temporeggiare o affidarsi riservatamente alle forze dell’ordine. L’assenza di reti associative di mutuo soccorso e la diffidenza delle stesse categorie economiche facevano sì che l’imprenditore dissenziente venisse percepito dai propri colleghi come un elemento di disturbo, una scheggia impazzita in grado di alterare i fragili ed equivoci equilibri del mercato cittadino.

La ribellione pubblica: dal “caro estortore” ai riflettori di Samarcanda

A metà degli anni ’80 la Sigma iniziò a essere messa sotto pressione dalla criminalità organizzata. Dapprima giunsero le telefonate intimidatorie, accompagnate da gesti di ritorsione simbolica come il sequestro e l’avvelenamento del cane da guardia dello stabilimento, Dick, restituito agonizzante dopo pochi giorni. Nello stesso periodo, l’azienda dovette sventare un tentativo di rapina a volto scoperto destinato alle paghe delle maestranze. La svolta decisiva avvenne nei mesi finali del 1990, quando la pressione estorsiva si fece aperta e perentoria.

Emissari del mandamento mafioso locale si presentarono chiedendo una somma immediata di 50 milioni di lire, mascherata da contributo di solidarietà destinato ai “poveri amici carcerati” dell’Ucciardone. Nelle telefonate minatorie l’interlocutore si faceva chiamare con lo pseudonimo di “geometra Anzalone” e minacciava di far saltare in aria i magazzini o di colpire i familiari dell’imprenditore. Di fronte all’aut-aut della mafia, Libero Grassi non si limitò a rifiutare la richiesta, ma maturò un’analisi lucidissima sulla natura economica del racket. Cedere alla richiesta di cinquanta milioni avrebbe significato rassegnarsi a un ricatto permanente, all’imposizione di una retta mensile e al conseguente fallimento finanziario della Sigma. Ma, soprattutto, pagare avrebbe rappresentato l’abdicazione definitiva alla dignità personale e professionale dell’imprenditore.

La mattina del 10 gennaio 1991, il Giornale di Sicilia pubblicò in prima pagina una lettera aperta redatta di suo pugno da Libero Grassi. L’incipit del testo destò un immediato scalpore, rivolgendosi all’estortore con parole dirette in cui l’imprenditore avvertiva il mittente delle minacce di risparmiare le telefonate e le spese per bombe o proiettili, annunciando di essersi posto sotto la protezione della polizia. Grassi spiegava di aver costruito la fabbrica con le proprie mani e di non intender chiudere, evidenziando che il pagamento dei cinquanta milioni avrebbe solo portato a successive pretese mensili destinate a distruggere l’azienda. Per queste ragioni, concludeva affermando di aver detto no al “geometra Anzalone” e che avrebbe continuato a dire no a chiunque si fosse presentato con le medesime intenzioni.

La sortita pubblica dell’imprenditore scardinò istantaneamente il codice dell’omertà. Nelle ore successive alla pubblicazione della lettera, lo stabilimento di via Thaon di Revel fu raggiunto da carabinieri, polizia e inviati dei quotidiani. Grassi consegnò simbolicamente le chiavi dell’azienda agli investigatori chiedendo tutela formale, ma la reazione della mafia si manifestò immediatamente con metodi subdoli. Nonostante la presenza delle pattuglie all’esterno della fabbrica, due uomini si introdussero nell’edificio fingendosi “ispettori sanitari” nel tentativo di individuare ed avvicinare direttamente il titolare; Grassi li affrontò con freddezza, declinando il colloquio e fornendo poi alle forze dell’ordine elementi decisivi per la loro identificazione.

L’11 aprile 1991, il caso valicò i confini regionali e divenne un tema di dibattito nazionale grazie alla partecipazione di Libero Grassi alla trasmissione televisiva Samarcanda, condotta da Michele Santoro su RaiTre. In diretta televisiva, di fronte a milioni di telespettatori, l’imprenditore ribadì con pacata serenità la razionalità della sua scelta, dichiarando di non essere un pazzo ma un industriale a cui non piaceva pagare perché ciò avrebbe significato condividere le proprie scelte di gestione con i mafiosi. Grassi pronunciò poi la celebre affermazione di credere nei mass media, intimamente convinto che accendere i riflettori della stampa e della televisione sulla propria vicenda avrebbe costituito la migliore scorta civica, spersonalizzando la protesta e inducendo altri industriali a seguire il suo esempio.

Tuttavia, l’appello dell’imprenditore cadde nel vuoto di un tragico isolamento sociale e istituzionale. Le organizzazioni datoriali del territorio accolsero la sua presa di posizione con palese fastidio e aperta ostilità. Il direttore dell’Associazione degli Industriali di Palermo, dottor Viola, arrivò a liquidare pubblicamente la ribellione di Grassi definendola con disprezzo una “tamurriata” e bocciò categoricamente la proposta avanzata dallo stesso Grassi di istituire forme di mutua assicurazione collettiva tra imprenditori per coprire i danni da ritorsione mafiosa, sostenendo che un simile strumento sarebbe risultato troppo oneroso. Molti colleghi industriali presero le distanze, accusandolo di protagonismo e di mettere a rischio l’incolumità dell’intero comparto produttivo. Libero Grassi rimase così privo di una rete di protezione collettiva, esposto da solo alla vendetta della criminalità.

L’esecuzione: 29 agosto 1991, via Alfieri

All’alba di giovedì 29 agosto 1991, Palermo era morsa dal caldo torrido dello scirocco estivo. Intorno alle ore 7:30, Libero Grassi uscì dal portone della sua abitazione in via Pietro D’Asaro per incamminarsi a piedi verso la propria automobile parcheggiata poco distante, in via Scarlatti, con l’intenzione di raggiungere lo stabilimento della Sigma. L’imprenditore non disponeva di alcuna scorta personale, misura di protezione che aveva coscientemente rifiutato per non gravare sulle istituzioni e per riaffermare il proprio diritto di cittadino a muoversi liberamente nella propria città.

Mentre percorreva la vicina via Salvatore Alfieri, Grassi fu affiancato da un commando killer inviato dal clan Madonia. Salvino Madonia, figlio del boss del mandamento di Resuttana-San Lorenzo Francesco “Ciccio” Madonia, avanzò a piedi nascondendo un revolver calibro 38 dietro un quotidiano piegato, affiancato dal complice Marco Favaloro con mansioni di copertura e guida del mezzo di fuga. Madonia si avvicinò da tergo all’imprenditore e sparò quattro colpi a bruciapelo, attingendolo alla schiena e al capo prima che la vittima potesse tentare qualsiasi difesa. Libero Grassi stramazzò al suolo sul marciapiede di via Alfieri, morendo all’età di sessantasette anni.

L’omicidio dell’imprenditore fu un’esecuzione preventiva ideata ed eseguita per tutelare l’architettura dell’estorsione mafiosa a Palermo. Come emerse successivamente dalle intercettazioni ambientali e dai riscontri processuali, la decisione di eliminare Grassi non fu determinata dal solo mancato incasso della tangente da cinquanta milioni, ma dal pericolo eversivo insito nella sua denuncia pubblica. La Cupola di Cosa Nostra e il clan Madonia intuirono che il messaggio del titolare della Sigma rischiava di infrangere il muro dell’omertà, fornendo un “cattivo esempio” a decine di altri commercianti e industriali che avrebbero potuto trovare il coraggio di spezzare la catena del racket. Con quattro colpi di pistola, la mafia volle riaffermare dinanzi all’intera società civile il proprio potere assoluto e la sanzione capitale riservata a chiunque tentasse di ribellarsi apertamente.

L’iter investigativo e processuale: pentiti, cupola e condanne

Le prime fasi delle indagini sull’assassinio di Libero Grassi furono segnate da complessi accertamenti in un ambiente cittadino dominato dal silenzio. La svolta decisiva nell’iter investigativo maturò alcuni anni più tardi grazie alle rivelazioni di un collaboratore di giustizia d’eccezione: Marco Favaloro, uomo d’onore della famiglia di Resuttana e reo confesso di aver preso parte alla fase esecutiva dell’agguato. Favaloro decise di rompere i legami con Cosa Nostra e di ricostruire dinanzi ai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo i dettagli della preparazione e dell’esecuzione del delitto.

Il pentito indicò in Salvatore “Salvino” Madonia l’esecutore materiale che aveva premuto il grilletto in via Alfieri. Le sue dichiarazioni dettagliate consentirono agli inquirenti di delineare il quadro delle responsabilità esecutive e di risalire fino ai vertici decisionali dell’organizzazione criminale. Il dibattimento processuale si instaurò dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo, vedendo alla sbarra non soltanto gli esecutori materiali ma l’intera Commissione provinciale di Cosa Nostra.

L’impianto accusatorio resse brillantemente nei diversi gradi di giudizio, portando alla definizione delle singole responsabilità penali. Salvatore “Salvino” Madonia venne condannato all’ergastolo in via definitiva come autore materiale dell’omicidio, con sentenza resa irrevocabile dalla Corte di Cassazione nel 2008 e con la conferma dell’applicazione del regime detentivo speciale del 41-bis. Marco Favaloro, in virtù del fondamentale contributo fornito alle indagini e della sua tempestiva collaborazione con la giustizia, fu condannato a una pena ridotta a sedici anni di reclusione.

La sentenza d’appello del 2006, poi resa definitiva dal supremo collegio, comminò l’ergastolo ai vertici storici dell’organizzazione criminale in qualità di mandanti diretti o indiretti dell’esecuzione. Tra i condannati figuravano il capo del mandamento Francesco “Ciccio” Madonia (deceduto nel 2007 prima del suggello definitivo di legittimità), il capo dei capi Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe “Pippo” Calò, Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri e Salvatore Montalto. Il giudizio definitivo stabilì in modo inoppugnabile che la morte di Libero Grassi era stata un delitto preventivo di natura strategica, pianificato dalla Cupola per preservare l’inviolabilità del sistema estorsivo nella Sicilia occidentale.

Testimonianze, memoria ed eredità sociale

All’indomani del delitto, il giorno dei funerali di Libero Grassi offrì una potente immagine simbolica destinata a rimanere impressa nella memoria collettiva del Paese. Il figlio primogenito Davide, mentre trasportava a spalla insieme ad altri familiari la bara del padre fuori dalla chiesa, sollevò la mano destra facendo il segno di vittoria con le dita. Quel gesto intendeva proclamare che, nonostante la violenza assassina delle pallottole, Libero Grassi non era stato sconfitto: la sua intatta dignità morale ed imprenditoriale aveva trionfato sulla barbarie mafiosa.

Forte e inflessibile fu anche la testimonianza della vedova, Pina Maisano Grassi, scomparsa nel giugno del 2016 all’età di 87 anni. Per un quarto di secolo, Pina condusse una personalissima e rigorosa battaglia contro l’omertà e la rassegnazione, fondando la propria condotta civile su quella che amava definire la “teoria delle tre L: Libertà, Legalità, Lavoro”. Intervistata negli anni successivi alla tragedia, Pina Maisano ricordò costantemente come il marito non fosse caduto soltanto per aver detto no al pagamento di cinquanta milioni, ma perché la sua voce era risuonata troppo forte in una città paralizzata dalla paura. Analoga fermezza è stata mantenuta dai figli Alice e Davide, i quali hanno sempre evitato ogni forma di retorica vittimistica per concentrarsi sul valore etico dell’esempio paterno.

Ognuno degli anniversari dell’omicidio ha visto i familiari affiggere sul muro di via Alfieri, nel punto esatto dell’agguato, un manifesto di denuncia esplicita. Nel cartello si ricorda che in quel luogo è stato ucciso Libero Grassi, imprenditore e uomo libero, vittima della mafia, dell’omertà dell’associazione industriali, dell’indifferenza dei palermitani e della complicità dello Stato.

L’assassinio di Libero Grassi rappresentò un punto di non ritorno nella storia dell’antimafia sociale italiana. La profonda vergogna civile e lo sdegno suscitati dal suo assassinio isolato posero le basi per la nascita delle prime associazioni antiracket. Sull’onda del suo sacrificio nacque la FAI (Federazione Antiracket Italiana), promossa da figure come Tano Grasso, e si consolidarono realtà associative destinate a sostenere gli imprenditori capaci di sporgere denuncia.

A Palermo, nel 2004, la lezione morale di Grassi ha ispirato le giovani generazioni che hanno dato vita al Comitato Addiopizzo, movimento di consumo critico nato dal celebre motto secondo cui un intero popolo che paga il pizzo è un popolo privo di dignità, e successivamente all’associazione Libero Futuro. Persino le rappresentanze industriali compirono nel tempo un profondo esame di coscienza: anni dopo, sotto la presidenza di Ivan Lo Bello, Confindustria Sicilia chiese ufficialmente scusa per le responsabilità morali del passato, giungendo a deliberare l’espulsione dagli quadri associativi di tutti gli imprenditori che pagavano il pizzo senza denunciare i propri estorsori.

Libero di nome e di fatto

La vicenda storica ed umana di Libero Grassi trascende la cronaca giudiziaria di un omicidio di mafia. L’imprenditore palermitano ha dimostrato che la resistenza a Cosa Nostra non era un compito riservato unicamente a magistrati e forze dell’ordine, ma un dovere morale ed economico legato all’esercizio quotidiano della cittadinanza e della libera impresa.

Scegliendo di non cedere alle pretese del “geometra Anzalone”, di denunciare pubblicamente il racket sul Giornale di Sicilia e di spiegare le proprie ragioni in televisione, Grassi ha trasformato un ricatto privato in una vertenza di principio politica e sociale. Il suo sacrificio, consumato nell’isolamento di una Palermo ancora complice o terrorizzata, ha squarciato l’ipocrisia della pax mafiosa, innescando una rivoluzione culturale le cui onde d’urto continuano ad alimentare i movimenti di liberazione dal racket in tutta Italia.

Roberto Greco LALTROPARLANTE

 

Il 10 gennaio 1991, la storia del contrasto alla criminalità organizzata in Italia subiva una deviazione irreversibile a seguito di un atto di resistenza civile. Quella mattina, i lettori del Giornale di Sicilia trovarono in prima pagina una missiva che non solo sfidava la logica del potere mafioso, ma ne scardinava l’arma più letale: la segretezza. Libero Grassi, titolare dell’azienda tessile Sigma, pubblicava la sua celebre lettera al “Caro estortore”, un atto di ribellione pubblica che, pur portandolo al sacrificio estremo nell’agosto dello stesso anno, avrebbe gettato le basi per una rivoluzione legislativa e culturale. A trentacinque anni da quel gesto, nel gennaio del 2026, il paesaggio sociale e giuridico siciliano appare profondamente trasformato. Se allora la denuncia era un salto nel vuoto compiuto in solitudine, oggi essa rappresenta una scelta strutturata, protetta da una rete di garanzie statali e associative che hanno reso obsoleto quel clamore mediatico che per Grassi fu l’unico, disperato scudo protettivo.

L’anatomia di un isolamento: il contesto del 1991

Per comprendere la portata del cambiamento, è necessario analizzare il vuoto che circondava Libero Grassi nel 1991. L’imprenditore non si scontrava solo con le pretese del clan dei Madonia, ma con un sistema economico che aveva interiorizzato l’estorsione come una tassa d’esercizio inevitabile. La documentazione dell’epoca evidenzia come il “pizzo” fosse una transazione complessa e sfumata, spesso accettata dai colleghi di Grassi in virtù di quello che è stato definito un “complesso di Stoccolma” nei confronti degli aguzzini. Molti imprenditori non solo pagavano, ma negavano sistematicamente qualsiasi contatto con le cosche, nonostante i loro nomi apparissero chiaramente nei libri mastri sequestrati a Cosa Nostra.

Grassi scelse di rompere questo schema. La sua lettera non era solo un rifiuto di pagare, ma un’accusa ai politici e alla società civile che poco avevano fatto per proteggere il tessuto produttivo. L’isolamento di Grassi fu, di fatto, la sua condanna a morte. Le associazioni di categoria del tempo non offrirono il supporto necessario, e l’imprenditore fu costretto a cercare rifugio nella visibilità mediatica, partecipando a trasmissioni televisive nazionali come Samarcanda. Questa sovrapposizione tra vita privata, rischio imprenditoriale e palcoscenico pubblico era l’unico modo per non essere eliminati in silenzio, ma paradossalmente alimentò quella solitudine che la mafia interpretò come un segnale di debolezza del sistema statale.

L’evoluzione del quadro normativo e la protezione economica

Il sacrificio di Grassi impose al legislatore italiano una riflessione urgente sulla necessità di proteggere chi decide di opporsi al racket. Il percorso legislativo iniziato negli anni Novanta ha portato alla creazione di un’architettura di sostegno che oggi, nel 2026, è considerata un modello a livello europeo. Il passaggio fondamentale è stato il riconoscimento che la vittima non necessita solo di protezione fisica, ma di una solida garanzia di continuità aziendale.

L’attuale sistema si fonda sul Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti, istituito e perfezionato attraverso una serie di interventi normativi che hanno unificato preesistenti fondi settoriali. Questo strumento permette di erogare elargizioni a fondo perduto per i danni subiti a causa di attività estorsive e mutui senza interesse per le vittime di usura.

Meccanismi di erogazione e accelerazione delle procedure

Una delle criticità storiche del sistema antiracket era l’eccessiva lentezza burocratica, che spesso portava al fallimento delle imprese denuncianti prima dell’arrivo dei fondi. Le modifiche introdotte con la legge 3/2012 e consolidate nel decennio successivo hanno mirato proprio ad accelerare questi tempi. Oggi è possibile ottenere la concessione del mutuo o dell’elargizione anche durante la fase delle indagini preliminari, previo parere favorevole del pubblico ministero, basandosi su elementi concreti acquisiti durante le indagini.

Il sistema del 2026 prevede inoltre l’interdizione dai benefici per chiunque sia stato condannato per reati di particolare allarme sociale o sia sottoposto a misure di prevenzione patrimoniale, garantendo che le risorse pubbliche non finiscano indirettamente nelle mani della criminalità organizzata. La gestione centralizzata presso il Ministero dell’Interno assicura una visione d’insieme dei flussi di denuncia e dei bisogni del territorio.

Cosa Nostra nel 2026: tra frammentazione e nuove connivenze

L’analisi dei vertici della magistratura palermitana nel gennaio 2026 rivela un’organizzazione mafiosa in mutazione, ma ancora pericolosamente radicata. Maurizio De Lucia, procuratore di Palermo, sottolinea che Cosa Nostra è oggi più debole rispetto al passato a causa della repressione giudiziaria, ma l’estorsione rimane lo strumento privilegiato per rafforzare il controllo del territorio. De Lucia osserva come l’organizzazione stia cercando di inserirsi nei nuovi flussi economici, in particolare concentrandosi sul boom turistico che sta interessando la Sicilia, sfruttando le opacità dei subappalti a cascata.

Il monito di Lia Sava: la “voglia di mafiare”

Particolarmente dura è l’analisi di Lia Sava, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo. In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario dello scorso anno, la dottoressa Sava ha denunciato un persistente “degrado etico” che fa da sfondo alla realtà siciliana. Ha definito il fenomeno come una paradossale “voglia di mafia e di mafiare”. Secondo il Procuratore Generale, il pizzo rimane troppo esteso perché in molti casi è divenuto un “costo di impresa ben tollerato”, o addirittura richiesto dall’esercente stesso per ottenere protezione e “stare tranquillo”.

Sava definisce questa prassi con estrema chiarezza: “si chiama connivenza”. La sfida attuale non è dunque solo investigativa, ma etica, poiché il pagamento del pizzo, anche sotto forma di imposizione di forniture o manodopera, continua a togliere ossigeno all’economia sana, esattamente come trent’anni fa.

La rivoluzione di Addiopizzo: dal “pizzo” al consumo critico

Se Libero Grassi fu un precursore solitario, il 2004 ha segnato l’inizio di una mobilitazione collettiva senza precedenti con la nascita del Comitato Addiopizzo a Palermo. La notte tra il 28 e il 29 giugno di quell’anno, la città si risvegliò coperta da adesivi che recitavano: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Questa iniziativa di “guerriglia comunicativa” ha segnato il passaggio dalla denuncia individuale alla responsabilità sociale condivisa.

L’innovazione fondamentale portata da Addiopizzo è stata la strategia del consumo critico, sintetizzata nel marchio “Pago chi non paga”. L’idea è quella di creare una rete di protezione economica attorno agli imprenditori che dicono no alla mafia, impegnando i cittadini a fare acquisti solo presso i negozi pizzo-free. Questo modello ha invertito l’onere del rischio: non è più l’imprenditore a dover essere un eroe isolato, ma è la collettività a isolare il fenomeno mafioso.

Nel corso di oltre vent’anni, Addiopizzo ha trasformato profondamente l’immaginario collettivo siciliano. L’associazione opera oggi in immobili confiscati alla mafia, trasformando i simboli del potere criminale in avamposti di legalità.

La denuncia come processo corale: oltre l’eroismo

Nel 2026, denunciare il racket non significa più essere soli. Maurizio De Lucia ha ribadito che oggi è “incomprensibile non denunciare”, poiché lo Stato e le associazioni garantiscono che nessuno rimanga isolato come accadde a Grassi. Il percorso di ribellione è diventato un processo assistito da esperti legali, psicologi e consulenti aziendali.

Questa rete ha rimosso l’idea che denunciare sia un atto “infamante”, un pregiudizio culturale che per decenni ha favorito l’omertà. Casi recenti come quello di Ciminna (novembre 2025) o le denunce nel quartiere Noce (ottobre 2025) dimostrano che gli imprenditori possono ribellarsi con successo e ottenere condanne senza dover ricorrere al clamore mediatico.

Dati e statistiche: l’efficacia del sistema nel 2024-2025

Le statistiche del Ministero dell’Interno confermano un trend positivo nel ricorso agli strumenti di sostegno. Nel 2024, le richieste di aiuto per estorsione sono aumentate del 15%.

Dato Statistico (2024) Valore/Variazione Contesto Territoriale
Istanze Legge 44/99 (Estorsione) 187 (+15% vs 2023) Totale Nazionale.
Elargizioni Deliberate (Sicilia) € 2.595.205,35 Seconda regione dopo la Campania.
Indennizzi Totali (2024) Oltre € 14.000.000,00 Totale nazionale erogato alle vittime.

Trentacinque anni dopo: la lezione di via Alfieri nel 2026

Il 10 gennaio 2026, l’anniversario della lettera di Libero Grassi è stato celebrato con un momento di analisi all’Università di Palermo, con la partecipazione di magistrati e accademici. La riflessione centrale è che il passaggio dall’eroismo individuale alla normalità collettiva è ormai un traguardo visibile.

In conclusione, l’inchiesta dimostra che, sebbene Cosa Nostra cerchi nuove forme di infiltrazione e alcuni settori economici cedano alla tentazione della connivenza, la scelta di denunciare non ha più bisogno della solitaria sfida mediatica di trentacinque anni fa. Come ricordato da Maurizio De Lucia, lo Stato oggi offre collaborazione e protezione totale; il “residuo d’ombra” che ancora spinge a pagare non è più figlio della solitudine, ma di una scelta di campo etica che la società civile e la magistratura sono impegnate a scardinare. Il “Caro estortore” di Libero Grassi ha finalmente trovato una risposta corale, rendendo la denuncia non solo un atto possibile, ma la via più razionale per la libertà d’impresa.

Roberto Greco


Libero Grassi non si piegò a Cosa Nostra


29.8.2025 Oggi ricorre l’anniversario dell’assassinio di Libero Grassi. Sulla vicenda dell’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia molto è stato scritto e molto è stato dimenticato
.
 
Il delitto ebbe un antefatto.
 
Quasi due anni prima venne ritrovato il cosiddetto libro mastro dei Madonia.
Conteneva l’elenco degli imprenditori che pagavano il pizzo. Oltre alle voci in entrata c’erano quelle in uscita.
Per esempio, i pagamenti dovuti agli avvocati della famiglia, ma anche quelli per i corrieri della droga.
Falcone avrebbe ripreso l’indagine, che avrebbe probabilmente suscitato anche l’interesse di Borsellino, dopo Capaci. Inoltre nel libro mastro vi erano i pagamenti degli infermieri che si occupavano di Francesco Madonia, capomafia di Resuttana agli arresti ospedalieri.
Non era il solo. C’era un intero reparto del principale ospedale cittadino che ospitava alcuni mafiosi di primo piano.
Dalle indagini della squadra mobile sul libro mastro emersero anche i nomi degli estorsori, ma il libro venne dimenticato dai magistrati per quasi due anni, fino all’assassino di Libero Grassi.
In tanti si chiesero dopo la morte di Grassi: potevano essere arrestati prima? In seguito, vi furono una serie di ispezioni presso il palazzo di giustizia palermitano ordinate dal ministro Martelli, a cui si aggiunse una indagine sulla fuga del boss Vernengo, anch’egli ricoverato in ospedale.
In una relazione sembra si parlasse di talpe.
Dei ricoveri facili concessi ai boss in ospedale dai suoi colleghi si occupò anche Giovanni Falcone, all’epoca direttore generale degli affari penali.
Tutto venne archiviato dal Csm dopo il 23 maggio.
 
VINCENZO CERUSO Saggista

 


29.8.2025 – La figlia di Libero Grassi: “La lotta alla mafia? Ai cittadini non interessa più”

Un “disinteresse dilagante” nella società civile e un’antimafia “parolaia” tra i ranghi della politica. A 34 anni dall’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso da Cosa nostra il 29 agosto del 1991 per essersi rifiutato di pagare il pizzo denunciando pubblicamente il racket delle estorsioni, la figlia Alice è amareggiata. “Se si vuole combattere la mafia, se si vuole sottrarre manovalanza alla criminalità organizzata nei quartieri a rischio, quelli in cui i boss reclutano le ‘nuove leve’ non servono altre leggi – dice all’Adnkronos -. Occorre, invece, offrire un’alternativa ai soldi facili della mafia, dare servizi, scuole, occasioni a chi vive quotidianamente nel degrado”. Alternative. Lo ripete più volte Alice, perché dopo la morte di suo padre, a distanza di oltre tre decenni Palermo sembra essersi assuefatta. “La città ha reagito molto tardi alla brutalità dell’assassinio di papà, nonostante pochi mesi dopo ci siano stati gli attentati di Falcone e Borsellino – ricorda -. Ha reagito anche grazie ai ragazzi di Addiopizzo, che sono riusciti a coinvolgere i consumatori, a farli sentire responsabili in un processo di liberazione dall’oppressione mafiosa”.  
“Dopo la denuncia pubblica di papà, sull’onda emotiva delle stragi, dei morti ammazzati in strada l’atteggiamento è cambiato moltissimo – aggiunge -. Oggi, però, quella tensione si è un po’ affievolita”. Archiviata la stagione stragista, arrestati i boss sanguinari ‘protagonisti’ degli anni più bui di Palermo, anche la mafia sembra essere diventata un fenomeno a cui guardare con distrazione. “Molti cittadini fanno finta che il problema non esista, che la mafia non ci sia più – denuncia Alice Grassi -. Oggi che Cosa nostra non spara più, la società civile finisce per relegarla a un fenomeno del passato. E, invece, purtroppo la mafia continua a prosperare, è viva più che mai, presente anche nelle benestanti città del nord, dove soldi e affari fanno gola ai boss. A Palermo botteghe artigiane e negozi storici hanno lasciato spazio a grande distribuzione e franchising, questo la rende meno tangibile ma non per questo meno presente”.  
E la politica? “Direi che combatte la mafia a parole, un’antimafia parolaia – dice -. Cosa sta facendo contro Cosa nostra? Il Ponte sullo Stretto? La Sicilia non ha bisogno del ponte, ma di strade, scuole, infrastrutture, una sanità efficiente. A quest’Isola serve tanto. A Palermo ancora di più. E’ una città con tante contraddizioni, con situazioni di degrado pesantissime. Nel centro storico sono scomparsi mercati e attività artigianali, vendiamo solo cassate, cannoli e arancine. Possibile che Palermo sia solo questo? Un immenso fast food a cielo aperto”. Segno anche questo di una crisi. Culturale, prima ancora che economica. “Se lo studio e la cultura vengono ritenuti inutili perché l’importante nella vita è fare i soldi e non come li fai – avverte -, allora la mafia ha campo libero. Ecco perché continuo a ripeterlo, forze dell’ordine e magistratura fanno un gran lavoro, ma occorre ripartire dalle scuole, là dove si forma per primo il senso di comunità”.
“Scuole che siano degne di questo nome”, sottolinea Alice Grassi, che girando tra gli istituti per portare l’esempio del padre tra gli studenti ne ho viste di “terrificanti”. “Con banchi e infissi rotti, senza palestre, ospitate in condomini, con i ragazzi costretti a stare nelle aule con i cappotti per proteggersi dal freddo, istituti che cadono a pezzi. Se manca la presenza dello Stato, soprattutto nei quartieri più a rischio, Cosa nostra ha terreno facile nell’attirare i giovani. Bisogna dare alternative valide al guadagno facile della mafia. A Palermo ci sono ancora troppe situazioni di povertà e degrado”. Oggi a distanza di 34 anni il sacrificio di suo padre è stato vano? “Papà ha fatto un gesto eclatante in solitudine, voleva realizzare quello che poi tanti anni dopo hanno fatto i ragazzi di Addiopizzo: aggregare alla sua denuncia altri imprenditori. Allora non ci riuscì, non solo non si unì nessuno ma gli diedero anche del folle”.
Quella lettera al ‘Caro estortore’, però, segnò uno spartiacque. “Alzò il velo su una situazione che tutti conoscevano, ma che avevano scelto di ignorare – dice ancora Alice Grassi -, quella denuncia pubblica non permise più di negare l’evidenza. Da allora il palermitano sa che può decidere da che parte stare”. Di papà Libero lei ricorda un insegnamento soprattutto. “Mi diceva sempre: ‘I soldi non servono per acquistare cose, ma per garantirsi la libertà di poter scegliere. Servono a essere liberi. Di lui mi manca tutto, mi manca come amico, come persona con cui confrontarmi e discutere di ogni cosa”.
“Alle elementari – ricorda – non amavo andare a scuola. Il lunedì mattina le maestre mi chiedevano l’argomento della predica della domenica, ma la mia famiglia non era religiosa. Alle medie mio padre mi esentò dall’insegnamento religioso. Non era comune per quei tempi… Essere libera, questo mi ha insegnato papà”. (di Rossana Lo Castro ADNKRONOS)

 

 

 


29 agosto 1991, ore 7:25, Libero Grassi è sul balcone della sua casa, insieme alla mogli
e. Scambiano poche parole e Libero si avvia verso la porta d’uscita. Ore 7:30 esce dal portone e si dirige verso l’auto. I suoi assassini sono già appostati e aspettano che Grassi esca di casa. Il boss comanda al suo complice di tenere il motore accesso e lo sportello aperto per la fuga. Scende dall’automobile, nascondendo un calibro trentotto nel giornale, e segue la vittima. L’imprenditore svolta per via Alfieri e il killer arriva alle sue spalle, punta la pistola e spara quattro colpi, uno al petto, tre alla testa. Muore così, in un battito d’ali, il simbolo dell’antiracket colpito alle spalle.

 


«Io non sono pazzo: non mi piace pagare. È una rinunzia alla mia dignità di imprenditore.»

 

Libero Grassi (Catania, 19 luglio1924 – Palermo, 29 agosto1991) imprenditore ucciso da Cosa Nostra dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo. È divenuto simbolo della lotta alla criminalità. Nato a Catania, ma trasferitosi a 8 anni a Palermo, i genitori gli danno il nome di Libero, in ricordo del sacrificio di Giacomo Matteotti. La sua famiglia era antifascista ed anche Libero matura una posizione avversa al regime di Benito Mussolini[1]. Nel 1942 si trasferisce a Roma, dove studia scienze politiche durante la seconda guerra mondiale e si avvicina al Partito d’Azione.

La formazione e l’impegno

Entra poi in seminario: non per una vocazione maturata nell’avversità della guerra, bensì per il rifiuto di combattere una guerra ingiusta al fianco di fascisti e nazisti.[1] Ne esce dopo la liberazione, tornando a studiare. Passa però alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Palermo. Malgrado l’intenzione di divenire diplomatico, prosegue l’attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta si trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo dell’imprenditoria; in seguito torna nel capoluogo siciliano per aprire uno stabilimento tessile. Nel 1955, con la moglie, partecipa alla fondazione del Partito Radicale di Marco Pannella. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali e successivamente si dà anche alla politica attiva con il Partito Repubblicano Italiano, per il quale viene nominato, nella seconda metà degli anni sessanta, “suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas”[1] (si dimette nel giugno 1969), e candidandosi alle provinciali nel 1972 senza essere eletto[2].

Le minacce di Cosa Nostra

Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, la Sigma, viene preso di mira da Cosa Nostra, che pretende il pagamento del pizzo. Libero Grassi ha il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia e di uscire allo scoperto, con grande esposizione mediatica. Nel gennaio 1991 il Giornale di Sicilia aveva pubblicato una sua lettera[3] sul rifiuto di cedere ai ricatti della mafia. L’imprenditore denuncia gli estorsori (i fratelli Avitabile, arrestati il 19 marzo 1991 assieme a un complice), e rifiuta l’offerta di una scorta personale.La stessa Sicindustria gli volta le spalle. In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 30 aprile 1991 afferma che «l’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana»[4] e definisce “scandalosa” la decisione del giudice catanese Luigi Russo (del 4 aprile 1991) in cui si afferma che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi.

L’assassinio

Il 29 agosto del 1991, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro. Una grande folla prende parte al suo funerale, tra cui l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il figlio Davide sorprende tutti alzando le dita in segno di vittoria mentre porta la bara del padre. Non mancano le polemiche, tra chi sostiene fin dall’inizio la battaglia dell’imprenditore, come i Verdi e il Centro Peppino Impastato (dedicato ad un’altra vittima della mafia) e chi non ha preso le sue difese, come Assindustria.

Qualche mese dopo la morte di Grassi, è varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l’istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. La vedova Pina Maisano Grassi, nonostante minacce e intimidazioni, prosegue la lotta per la legalità in nome del marito, all’interno delle istituzioni e al fianco della società civile in sostegno delle tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d’Italia.[5] Nel 1992 è eletta senatrice nelle file dei Verdi, fino al 1994[6]. A Libero Grassi è stato intitolato un istituto tecnico commerciale di Palermo.[7]

I processi

Nell’ottobre del 1991 viene arrestato il killer Salvatore Madonia, detto Salvino, figlio del boss di Resuttana, e il complice alla guida della macchina Marco Favaloro, che in seguito si pente e contribuisce alla ricostruzione dell’agguato. Madonia è stato condannato in via definitiva al 41-bis[5], e con lui l’intera Cupola di Cosa Nostra (sentenza del 18 aprile 2008)[8].


«Chi oggi non denuncia il pizzo è connivente con la mafia»

Su questa tendenza va ridefinita l’analisi e aggiornata la narrazione, approfondendo le condotte di chi corrisponde le estorsioni e si ostina persino a negarne l’evidenza.

Oggi, a differenza del passato, il tema che investe la maggior parte di coloro che pagano non è più quello della paura né tanto meno della solitudine, ma quello della connivenza. Emergono a più riprese dai processi relazioni di grave contiguità tra chi paga senza remore le estorsioni e Cosa nostra.

Si tratta di commercianti e imprenditori che in cambio del pizzo pagato chiedono servizi alla criminalità organizzata: c’è chi paga e non denuncia perché si rivolge al suo estorsore per impedire l’apertura di concorrenti nel proprio quartiere oppure per recuperare crediti presso i propri clienti, dirimere vertenze con i dipendenti e risolvere problemi di vicinato. C’è chi paga e non denuncia perché appartiene a Cosa nostra o perché il pizzo lo corrisponde al proprio cugino o genero, che è l’estorsore del rione. Dinanzi a tali casi è illusorio aspettarsi collaborazioni proprio per gli interessi e le relazioni tra chi paga e Cosa nostra. Da qui l’esigenza di ridefinire l’analisi perché le estorsioni e soprattutto chi paga non hanno più, su Palermo, le caratteristiche di vent’anni fa. Per tale ragione molti di coloro che sono acquiescenti alle estorsioni non possono considerarsi vittime.

Negli ultimi due decenni il contrasto a tale fenomeno a Palermo è stato contrassegnato da un trend di denunce e collaborazioni più o meno costante, senza diminuzioni o incrementi esponenziali.

Da un lato singole denunce, dall’altro significative anche se isolate ribellioni collettive registrate nelle cinque operazioni Addiopizzo nel 2008 sul mandamento San Lorenzo; nell’area industriale di Carini nel 2009; nell’operazione Apocalisse del 2014 sul mandamento di Resuttana; in via Maqueda nell’operazione nata con le denunce dei commercianti bengalesi nel 2016; e per ultimo nell’operazione Resilienza a Borgo Vecchio nel 2020.

Oggi però, se si vuole segnare una svolta, occorre ripartire da due imprescindibili direttrici. In primo luogo, la riformulazione dell’analisi sul fenomeno delle estorsioni per giungere all’adozione di nuovi strumenti amministrativi, utili a rendere sconvenienti le relazioni di connivenza che lesionano il mercato e sterilizzano la libera concorrenza a danno di imprese e consumatori. La seconda, specie in un momento in cui si registra un calo di interesse sui temi della lotta alle mafie nell’agenda elettorale dei partiti, riguarda chi si candida a rappresentare i cittadini che non può ignorare il tema della «qualità del consenso». Fu proprio Libero Grassi nell’aprile del 1991 a rilanciare tale questione sostenendo la necessità di mettere al bando «le cattive raccolte di voti». Del resto non si può chiedere a commercianti ed imprenditori di denunciare le estorsioni se da chi governa e amministra non proviene il buon esempio.


25.8.2022 – La ribellione al pizzo che 31 anni fa Libero Grassi pagò con la vita, eventi e iniziative per ricordarlo

L’imprenditore tessile venne ucciso a colpi di pistola in via Alfieri il 29 agosto del 1991, mentre di mattina andava al lavoro. Un dibattito sulle estorsioni, una mostra fotografica e anche una veleggiata organizzati da Addiopizzo e dalla famiglia della vittima in occasione dell’anniversario dell’omicidio

Andava al lavoro come tutte le mattine, ma quel giorno – il 29 agosto di 31 anni fa – Libero Grassi, l’imprenditore a capo dell’azienda tessile “Sigma”, fu punito da Cosa nostra per il suo coraggio con quattro colpi di pistola e pagò con la vita la sua ribellione al pizzo: solo pochi mesi prima dell’omicidio, a gennaio del 1991, non aveva esitato a scrivere una lettera aperta, pubblicata dal Giornale di Sicilia, al suo “ignoto estorsore” per chiedergli di “risparmiare telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia”. Un seme lanciato nel tempo – da un uomo che libero non lo era soltanto di nome – che da allora ha senz’altro dato dei frutti e che lunedì, in occasione dell’anniversario del delitto, sarà ricordato con una serie di eventi.

La commemorazione sul luogo dell’omicidio

Le iniziative, volte anche a ricordare la moglie di Libero Grassi, Pina Maisano, sono organizzate dai parenti dell’imprenditore e da Addiopizzo, che ha raccolto proprio quel seme ed ha contribuito significativamente a fare lentamente cambiare la mentalità di commercianti ed imprenditori rispetto alla possibilità di denunciare. Si inizierà alle 7.45 proprio in via Alfieri, dove ogni anno la famiglia Grassi affigge il manifesto che rievoca le condizioni di isolamento e solitudine in cui maturò il delitto. Perché Grassi fu lasciato solo, anche dai suoi colleghi e dalle associazioni di categoria che si spinsero a definire la sua ribellione come una “tammurriata”. Cosa per la quale, tempo dopo, chiesero pubblicamente scusa.

“La giornata del 29 agosto rappresenta un momento non solo per interrogarsi su cosa sia rimasto dell’esempio di Libero Grassi e sulle difficoltà che ancora si incontrano lungo il percorso della denuncia contro le estorsioni – scrive in una nota Addiopizzo – ma soprattutto sulle relazioni di connivenza che si instaurano tra Cosa nostra e molti di coloro che ancora pagano e non denunciano”.

Il programma delle iniziative per ricordare Libero Grassi

In programma per lunedì alle 10, quindi, un confronto sul fenomeno estorsivo in città e provincia che si terrà nella sede dell’associazione antiracket, in via Lincoln, 131. Il tema sarà proprio “Le estorsioni a Palermo: chi paga e perché?” ed interverranno il procuratore facente funzioni, Marzia Sabella, il commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, Maria Grazia Nicolò, e il prefetto Giuseppe Forlani, oltre a Daniele Marannano e Raffaele Genova di Addiopizzo. Spazio anche alle testimonianze di alcune vittime che si sono opposte al pizzo, che saranno introdotte dall’avvocato dell’associazione, Salvo Caradonna. A moderare il dibattito sarà il giornalista Riccardo Arena.

Alle 15.30, alla Cala, la VII edizione di “Vela per l’inclusione sociale”, una veleggiata in barche d’altura con i bambini del quartiere Kalsa e gli educatori di Addiopizzo, la Lega navale italiana e Alfredo Chiodi, nipote di Libero.

PALERMO TODAY

 

 

 

Note

  1. ^Biografia di Libero Grassi, ITIS Libero Grassi. URL consultato il 10 agosto 2012 (archiviato dall’url originale il 10 agosto 2012).
  2. ^Libero Grassi, cara mafia ti sfido
  3. ^Libero Grassi, 20 anni fa la lettera al “Caro estortore” da sky.it, 10 gennaio 2011
  4. ^Addio Pizzo Catania, su addiopizzocatania.org.
  5. ^Libero Grassi, l’uomo perbene che sfidò la mafia, L. Balzarotti, B. Miccolupi, Corriere della Sera, 29 agosto 2016
  6. ^senato.it – Scheda di attività di Giuseppina MAISANO GRASSI – XI Legislatura
  7. ^Il Libero Grassi, su isducabruzzi-grassi.it. URL consultato il 28 agosto 2016 (archiviato dall’url originale l’11 settembre 2016).
  8. ^Cinquantamila.it
  9. ^Libero Grassi Medaglia d’oro al valor civile, su Presidenza della Repubblica. URL consultato il 24 gennaio 2012.