BEPPE ALFANO, una penna dissidente

 

IL CASO ALFANO – BLU NOTTE

IL RICORDO – RAI NEWS

IL FUNERALE – RADIO RADICALE


 

TRENT’ANNI IN ATTESA DI GIUSTIZIA

Giuseppe Aldo Felice Alfano, detto Beppe, (Barcellona Pozzo di Gotto, 4 novembre 1945 – Barcellona Pozzo di Gotto, 8 gennaio 1993) giornalista italiano, vittima innocente di Cosa Nostra. Militante politico dell’estrema destra: cominciò in gioventù la sua carriera politica nella Giovine Italia, per poi aderire a Ordine Nuovo e successivamente iscriversi al Movimento Sociale Italiano (MSI) di Giorgio Almirante. Nelle elezioni comunali del 1990 lasciò il MSI per candidarsi in una lista civica “Alleanza Democratica Progetto Barcellona”, senza tuttavia essere eletto; rientrò successivamente nel Movimento Sociale.
Giornalista senza tesserino per motivi ideologici, cominciò la sua carriera giornalistica in radio alla fine degli anni ’70, a Messina. Negli anni Ottanta proseguì nelle televisioni locali della sua città natale. Nell’estate del 1991 diventò corrispondente del giornale “La Sicilia”, occupandosi di politica, cronaca e sport.
Il contesto criminale di Barcellona Pozzo di Gotto Barcellona Pozzo di Gotto era stata, sin dagli anni ’70, il crocevia dei traffici di contrabbando di sigarette prima e della droga poi, gestite direttamente dalle cosche palermitane di Cosa Nostra. Inoltre, verso la metà degli anni ’80, ingenti quantità di denaro arrivavano nel comune messinese per la costruzione del raddoppiamento della linea ferroviaria con Terme Vigliatore e per l’autostrada Messina-Palermo.[1] Nel 1986, a Terme Vigliatore, fece ritorno dopo anni di carcere il boss Pino Chiofalo, che si mise a capo di una cosca indipendente dalle regole di Cosa Nostra, dichiarando guerra al clan barcellonese al tempo dominante sul territorio. Alla fine, tutti gli esponenti del clan barcellonese di Cosa Nostra furono uccisi. Nel 1987 Chiofalo venne tuttavia arrestato a Pellaro (RC) e condannato alla pena dell’ergastolo. Poco tempo dopo decise di collaborare con la giustizia. A seguito del suo arresto, la maggior parte degli appartenenti della sua cosca entrarono a far parte della compagine barcellonese, che si riappropriò del suo potere nella zona. Subito dopo la mafia barcellonese entrò in stretti rapporti con la mafia catanese: Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, fidanzato con la figlia del boss di Barcellona Ciccio Rugolo, diventò il coordinatore dell’ala militare barcellonese per conto del boss Nitto Santapaola, diventando, a differenza di altri boss della zona, il punto di contatto con i poteri istituzionali, i rappresentanti del potere giudiziario e delle forze dell’ordine, nonché membro di un circolo culturale famoso nel barcellonese, la “Corda Fratres“. Il 27 luglio 1991, venne ucciso a Barcellona il figlio di Chiofalo, Lorenzo: fu a quel punto che Beppe Alfano cominciò la sua corrispondenza con il giornale “La Sicilia”, puntando l’attenzione sul sistema criminale barcellonese. Alfano, cronista antimafia Dopo l’estate del 1992, l’attività giornalistica di Alfano si concentrò essenzialmente su tre fronti:

  • La vicenda dell’erogazione dei contributi AIMA (Azienda per gli Interventi sul Mercato Agricolo), le truffe ad essa sottostanti e i rapporti tra Cosa Nostra e personaggi barcellonesi;
  • La questione del raddoppio ferroviario;
  • La serie di rapporti instaurati tra i soggetti che gestivano l’erogazione dei contributi AIMA e il raddoppio ferroviario e l’AIAS (un’associazione che si occupava di assistenza agli spastici e che trovava a Milazzo la sua sede più proficua)

Inoltre, in quei giorni della fine 1992, Alfano sospettava la presenza di Nitto Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto. In effetti il boss catanese si trovava nascosto nel territorio barcellonese.
L’ultimo fronte di investigazione condotto dal giornalista prima di essere ucciso fu l’aver delineato il sospetto della presenza di una loggia massonica composta sia da rappresentanti del potere ufficiale sia da rappresentanti della mafia.
L’omicidio 
La sera dell’8 gennaio 1993, a bordo della sua Renault rossa, Beppe Alfano venne ucciso da alcuni sicari, con tre colpi di una pistola calibro 22: uno in bocca, uno alla tempia destra e uno al torace.
Processi 
Il 18 novembre 1993, il GIP di Messina, su richiesta dei pm Olindo Canali e Gianclaudio Mango, chiese tre ordinanze di custodia cautelare in carcere per:

  • Nino Mostaccio, Presidente dell’Aias, considerato il mandante dell’omicidio Alfano;
  • Giuseppe Gullotti, considerato l’organizzatore dell’omicidio;
  • Nino Merlino, considerato uno dei killer della cosca di Gullotti.

Il 15 maggio 1996, la Corte d’Assise di Messina condannò a 21 anni e 6 mesi Nino Merlino come killer, mentre assolse Giuseppe Gullotti e Nino Mostaccio. I pm e la difesa di Merlino ricorsero in appello, e nel febbraio 1998 la Corte d’appello di Messina confermò la condanna per Merlino, condannando anche Gullotti a trent’anni come l’organizzatore dell’omicidio. Il 27 aprile 2006, al terzo pronunciamento giudiziario su Merlino, la Cassazione confermò la condanna a 21 anni di reclusione in quanto riconosciuto essere il killer del giornalista.[2]
Maurizio Avola, ex sicario di Cosa Nostra nella cosca del boss Santapaola, alla sua decisione di collaborare con la giustizia (autoaccusandosi di una cinquantina di omicidi, compreso quello del giornalista Pippo Fava, e di aver partecipato alle stragi del ’92-’93), fece delle dichiarazioni in merito all’omicidio Alfano, che portarono alla riapertura delle indagini. Avola dichiarò che Alfano sarebbe stato ucciso su ordine di Cosa Nostra per aver scoperto che dietro il commercio degli agrumi si nascondevano interessi di Santapaola e di imprenditori legati alla massoneria; il centro nevralgico di tale attività sarebbe stata Barcellona Pozzo di Gotto. Le indagini sono tuttora in corso e i reali mandanti dell’omicidio non sono ancora stati individuati in sede giudiziaria.  WIKIMAFIA


GIUSEPPE ALFANO  detto Beppe nacque a Barcellona Pozzo di Gotto il 4 novembre 1945, frequentò la facoltà di economia e commercio all’Università di Messina dove conobbe Mimma Barbaro che divenne poi sua moglie. Dopo la morte del padre lasciò gli studi e si trasferì a Cavedine, vicino a Trento, lavorando come insegnante di educazione tecnica alle scuole medie. Tornò in Sicilia nel 1976. In gioventù fu militante del MSI-DN ma la sua grande passione fu il giornalismo anche se non fu mai iscritto all’albo dei giornalisti per una posizione di protesta contro l’esistenza stessa dell’albo. Cominciò così a collaborare con alcune radio provinciali, con l’emittente locale Radio Tele Mediterranea e fu corrispondente de La Sicilia di Catania. Divenne il “motore giornalistico” di due televisioni locali della zona di Barcellona Pozzo di Gotto, Canale 10 e poi Tele News, questa ultima di proprietà di Antonino Mazza, anch’egli ucciso dalla mafia. La sua attività giornalistica era rivolta soprattutto verso uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria. Le sue inchieste sul quotidiano La Sicilia avevano rivelato gli intrecci tra mafia, imprenditoria e collusioni con la politica. Forse era arrivato molto vicino a scoprire che il boss catanese Nitto Santapaola proprio a Barcellona Pozzo di Gotto aveva la sua rete di protezione.

La notte dell’8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili calibro 22 mentre era fermo alla guida della sua Renault 9 amaranto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto. A cento metri di distanza, nella vicina via Trento, una strada parallela, c’era la sua casa. I primi soccorritori lo trovarono con il capo riverso sul volante, ancora seduto al posto di guida dell’auto.
Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale, Giuseppe Gullotti, per aver organizzato l’omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti e le circostanze che provocarono l’ordine di morte nei suoi confronti.
Era un uomo incorruttibile, un giornalista d’inchiesta con il fiuto e l’esperienza del poliziotto, l’intuito del magistrato e la passione per la ricerca della verità. Disegnò anche l’organigramma delle cosche di Barcellona e del messinese, importante traccia che venne usata anche dagli inquirenti nel contrasto alle cosche emergenti degli anni ’90, era considerato, insomma, un giornalista che non si poteva né comprare né intimidire, poteva essere solo eliminato. Ha lasciato la moglie, un’infermiera all’ospedale di Patti, e tre figli. Questo delitto ricorda in parte quello di Giuseppe Fava avvenuto il 5 gennaio di nove anni prima e per entrambi inizialmente si è pensato ad un delitto passionale.
Intorno all’omicidio Alfano rimangono ancora molte ombre: indagini e perizie balistiche mai fatte, file cancellati – e poi riemersi – dal computer del giornalista che riguardano mafia e massoneria e gli affari di Santapaola nel nord Italia. Rimane ancora aperta un’inchiesta che però segna il passo.
I suoi familiari, nel suo nome, fanno parte dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia.
In particolare, la figlia Sonia è molto impegnata nel preservare la memoria del padre e i diritti delle vittime della mafia, oltre che nel condurre un’intensa attività informativa relativamente alla criminalità organizzata; dal 2009 al 2014 è stata eurodeputata eletta con l’Italia dei Valori; nell’assemblea di Strasburgo ha ricoperto diversi ruoli, fra cui quello di presidente della commissione speciale sulla criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di denaro.
Sonia Alfano l’8 gennaio del 1993 aveva 20 anni: spesso collaborava con il padre, lo aiutava nella redazione dei suoi articoli e delle sue inchieste. Aveva un profondo rapporto con il padre che stimava molto per la sua ricerca della verità a tutti i costi e proprio dalle sue parole traspare il carattere fiero e leale dell’uomo che gli impediva di accettare qualsiasi compromesso: “ci confrontavamo spesso e qualche giorno prima del suo omicidio, una sera, tornato a casa, mi chiamò nel suo ufficio e mi raccontò che gli avevano offerto dei soldi per lasciar perdere un’inchiesta che stava seguendo e che l’avrebbero ammazzato se non avesse accettato”.
Lo Stato ha onorato il sacrificio della vittima, con il riconoscimento concesso a favore dei suoi familiari, costituitisi parte civile nel processo, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99.  MINISTERO DELL’INTERNO


Beppe Alfano: la storia di una ”penna dissidente”

 A 27 anni di distanza permangono misteri sulla morte del giornalista siciliano Ventisette anni fa a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, veniva fermata per sempre una “penna dissidente”. Quella di Beppe Alfano. Un giornalista che amava tanto la verità quanto sua figlia Sonia, che negli anni ne ha raccolto il testimone intraprendendo, anche lei, una lotta intensa contro la mafia. Alfano era considerato un giornalista controcorrente a partire dalla sua idea di politica. A differenza di molti dei suoi colleghi non si rispecchiava nei principi socialisti o comunisti, ma si identificava maggiormente nella linea di pensiero di destra, sfatando così quel mito che vorrebbe gli eroi dell’antimafia schierati solo a sinistra. Beppe Alfano non aveva neanche il tesserino da giornalista il giorno che è stato ucciso (non si iscrisse mai all’Ordine), come a voler dimostrare, senza presunzione, che per denunciare il crimine organizzato non servono né titoli né targhette. Basta la forza di volontà e l’amore per la verità. Una verità che ancora oggi fatica ad arrivare. Alfano venne assassinato la notte dell’8 gennaio del 1993. Stava rientrando a casa in Via Marconi dalla stazione quando alcuni uomini esplosero tre colpi di pistola calibro 22 alla testa e al torace mentre si trovava ancora a bordo della sua Renault 9 rossa. Poco prima dell’agguato all’angolo della strada vide qualcosa, si allontanò per poi tornare indietro dalla moglie e dirle di salire su in casa e chiudersi dentro. Appena entrata Mimma Barbaro informò la figlia, Sonia, dell’anomalo comportamento del padre. La ragazza, dopo aver tentato vanamente di contattarlo, chiamò al giornale La Sicilia dove Beppe Alfano lavorava, che al telefono le comunicarono la drammatica notizia. Fin da subito, come spesso accade, iniziarono a palesarsi le prime millanterie che parlavano di gioco d’azzardo o motivi passionali come causa del delitto. La realtà che emerse solo a distanza di tempo inseriva invece l’omicidio in un contesto decisamente più serio e inquietante. Giorni prima dell’agguato Alfano ripeteva in maniera quasi ossessiva ai propri familiari un’orrenda convinzione: “Mi uccideranno prima del giorno di S. Sebastiano”. Il giornalista, già prima di iniziare la propria collaborazione nel 1991 con il quotidiano La Sicilia, aveva iniziato a denunciare abusi, inadempienze, sprechi della pubblica amministrazione attraverso le antenne barcellonesi di Telenews, emittente tv rilevata nel ‘90 dall’amico d’infanzia Antonio Mazza. Qui Alfano si occupava di cronaca, dirigeva i servizi giornalistici. Ma aveva anche scoperto gli scandali di un’associazione di assistenza dove gravitavano una serie di interessi politico-mafiosi, e indagava sulle logge di Messina e Barcellona, considerate vero e proprio feudo del clan catanese dei Santapaola già dalla fine degli anni Settanta. Insomma era iniziato a diventare scomodo per le sue inchieste giornalistiche e per quella capacità di saper riconoscere a distanza il puzzo del malaffare. Ma il vero motivo che portò Cosa nostra a mettere a tacere un altro giornalista siciliano, l’ottavo, ancora non è del tutto chiarito.

25 anni di processi ma la verità resta lontana

Il processo per la morte del cronista de La Sicilia iniziò nel 1995. Antonino Mostaccio, ex presidente dell’Aias, e il boss Giuseppe Gullotti erano accusati di essere i mandanti del delitto mentre Antonino Merlino era imputato per aver commesso l’omicidio. Quest’ultimo nel 2006 fu condannato a ventun anni e sei mesi di reclusione, mentre i primi due vennero assolti. Al processo d’Appello la condanna a Merlino venne confermata, ma a questa si aggiunse quella a Gullotti (a trent’anni) con la matrice mafiosa dell’omicidio che venne comunque riconosciuta. Negli anni scorsi, però, con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, il caso è stato riaperto per accertare l’intervento di possibili mandanti esterni e per scoprire la verità sul depistaggio che nel frattempo si era consumato. Le dichiarazioni di D’Amico fecero iscrivere nel registro degli indagati Stefano Genovese e Basilio Condipodero, indicati dal collaboratore di giustizia come il sicario ed il basista dell’omicidio.
“Mio fratello Carmelo – disse D’Amico ai pm – dopo che uscì dal carcere nel 1995, a seguito del triplice omicidio Raimondo-Geraci-Martino, mi rivelò che quell’omicidio non era stato commesso da Antonino Merlino, che dunque era stato arrestato un innocente e che l’esecutore materiale di quel fatto di sangue era stato, in realtà, Stefano Genovese”. Poi aggiunse: “Mio fratello Carmelo non mi disse come fosse venuto a sapere queste circostanze. Per l’omicidio Alfano furono arrestati Merlino e Pippo Gullotti ma mentre Merlino non c’entrava niente, era coinvolto in pieno Gullotti… Mi pare di ricordare che Carmelo mi disse anche che all’omicidio Alfano aveva partecipato tale Basilio Condipodero, soggetto anche lui affiliato ai barcellonesi. Specifico però che non sono sicuro che mio fratello mi abbia riferito di tali circostanze. Mi pare di ricordare che la partecipazione di Condipodero all’omicidio Alfano me l’abbia riferita qualcun altro, ma in questo momento non ricordo chi“. L’inchiesta ter, dunque, vede indagate almeno due persone ma il Procuratore Vito Di Giorgio e Procuratore capo Maurizio De Lucia l’estate scorsa hanno chiesto al gip l’archiviazione. I giudici il 28 novembre 2019 hanno rinviato l’udienza camerale dopo che la famiglia Alfano assistita dall’avvocato Fabio Repici si era opposta a tale richiesta. Nel documento depositato al gip il legale ha inserito nuovi elementi investigativi che dovrebbero far luce sulla vicenda chiedendo di approfondire ulteriormente proprio le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia partendo da D’Amico. Secondo Repici il delitto rappresenta il “più grave dei crimini commessi a Barcellona Pozzo di Gotto da Cosa nostra“. Non solo. “E’ questo il crimine sul quale maggiormente organi istituzionali hanno mostrato il loro volto peggiore, con la commissione di sconvolgenti omissioni e veri e propri depistaggi“. Nella memoria depositata infatti – come ha riferito in un’intervista all’agenzia Agi Sonia Alfano – vengono “descritti documentalmente gli innumerevoli depistaggi che sono stati adoperati da Olindo Canali, il quale chiaramente non ha agito da solo, ma con la complicità di apparati istituzionali deviati con cui lui era in contatto”. Olindo Canali, oggi giudice del Tribunale di Milano nella sezione specializzata per l’immigrazione, è accusato di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante, scrivono il procuratore della Repubblica, Giovanni Bombardieri, e l’aggiunto, Gaetano Paci, di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività di Cosa nostra e in particolare della famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto. Canali era l’autore di una lettera anonima presentata durante il processo Mare Nostrum. In quella lettera, oltre a venir screditato l’avvocato Fabio Repici, veniva esternato il dubbio che la persona condannata al processo per omicidio di Beppe Alfano, cioè Pippo Gullotti, non fosse il responsabile dubitando anche la validità delle indagini condotte da Canali stesso. Da quella missiva lo scorso luglio i giudici della corte d’Appello di Reggio Calabria hanno stabilito la revisione del processo proprio per Giuseppe Gullotti. Una decisione che Sonia Alfano ha descritto come un “caso unico della storia dell’ordinamento giudiziario”.
Ombre e misteri L’omicidio Alfano si inserisce nella lunga lista di delitti di mafia avvolti da misteri. Varie sono le trame mai chiarite intorno alla vicenda. Diversi elementi emersi nelle indagini hanno evidenziato come Beppe Alfano sarebbe riuscito a venire a conoscenza della latitanza del capo mafia Nitto Santapaola nella sua Barcellona Pozzo di Gotto. Nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta “ter” redatta dal procuratore aggiunto di Messina Vito Di Giorgio e dal Procuratore capo Maurizio De Lucia si legge che “gli accertamenti finalizzati a dimostrare un collegamento tra l’omicidio del giornalista Giuseppe Alfano e la latitanza di Nitto Santapaola nel barcellonese hanno messo in luce punti di contatto tra i due aspetti”. Purtroppo, secondo gli inquirenti, nonostante gli elementi raccolti “non è possibile affermare con certezza che quelle indagini siano state la causa della sua morte; in ogni caso, anche a voler dare per accertato tale assunto, non si dispone di alcun elemento per individuare gli autori del fatto”. Secondo Sonia Alfano, invece, il padre venne ucciso proprio per aver scoperto la latitanza di Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto e quindi aver rivelato la cosa al pm Canali, che Alfano riteneva un amico. Sempre la Alfano ha raccontato di documenti riguardanti traffici di armi e uranio sui quali il padre stava indagando “spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine”. In quell’occasione “alle 22.45 dell’8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi portarono via numerose carte ed effetti personali, ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate”. Tra i buchi neri irrisolti, anche il mistero della Colt 22, l’arma usata per l’omicidio mai sottoposta a perizia balistica, le cui tracce sono state scoperte dall’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del cronista. Su quest’arma si potrebbe aprire un vero e proprio “cold case”. L’ennesimo sul quale i famigliari del giornalista siciliano si vedono costretti a indagare per raggiungere quella giustizia e verità che da 27 anni continuano a non presentarsi. amduemila 08 Gennaio 2020 di Karim El Sadi
Beppe Alfano e il suo omicidio avvolto ancora nell’ombra. Giuseppe Aldo Felice Alfano, meglio conosciuto come Beppe, era un giornalista anticonvenzionale. Insegnante di educazione tecnica alle scuole medie di Trento, era in realtà originario di Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia, e svolgeva la professione di giornalista per passione: contrario all’esistenza di un Albo, rifiutò sempre di prendere il tesserino, pur collaborando con il giornale La Sicilia e con l’emittente Radio Tele Mediterranea. Beppe divenne anche il centro della televisione locale TeleNews, di proprietà di Antonino Mazza, amico d’infanzia in seguito assassinato dalla mafia.
E proprio alla mafia era rivolta l’appassionata attività giornalistica di Beppe, che trattava di mafiosi latitanti e politici collusi. Insieme a Mazza, Alfano denunciava gli abusi della pubblica amministrazione e gli scandali della politica locale, ma soprattutto indagava sulle potenti associazioni massoniche e mafiose operanti a Barcellona Pozzo di Gotto. La sua passione per la ricerca della verità gli è infine costata la vita, come per Mazza e molti altri giornalisti che con la loro scomoda presenza intralciavano le attività mafiose.
Beppe Alfano muore assassinato la notte del’8 gennaio 1993, raggiunto da tre colpi di pistola mentre si trovava in auto nella sua città natale. Da allora sono trascorsi più di venticinque anni, durante i quali restano ancora oscuri motivi e mandanti della sua morte.
Il processo, iniziato nel ’95, vede imputati Antonino Mostaccio, ex presidente dell’Aias, il boss locale Giuseppe Gullotti e Antonino Merlino quale esecutore materiale. Solo Merlino viene condannato, mentre gli altri due vengono assolti; grazie alla collaborazione del pentito Carmelo D’Amico, in appello anche Gullotti viene condannato all’ergastolo, con riconoscimento della matrice mafiosa dell’omicidio. Ma restano tutt’ora ignoti i mandanti del suo omicidio.
Da quel lontano 8 gennaio, tra ombre e depistaggi, la famiglia Alfano aspetta di conoscere la verità sull’omicidio. La figlia Sonia chiede che venga fatta luce sulla morte misteriosa del padre, ancora avvolta da interrogativi e questioni irrisolte. Stando alle rivelazioni della figlia, Beppe stava indagando su traffici di armi e uranio; i suoi appunti, però, sparirono misteriosamente la sera stessa dell’omicidio.
50 agenti perquisirono l’abitazione di Beppe, portando via documenti ed effetti personali che non furono mai restituiti né verbalizzati, come la Colt 22 usata per assassinare il giornalista, mai sottoposta a perizia. Non solo: Sonia è convinta che dietro l’omicidio del padre ci fosse l’importante scoperta di Beppe sulla presenza a Barcellona Pozzo di Gotto del boss latitante Nitto Santapaola. Questioni ancora irrisolte, che tuttavia lasciano pensare all’eliminazione di un testimone scomodo della verità.
Oggi Beppe Alfano è stato iscritto, postumo, all’Albo dei Giornalisti: un riconoscimento, almeno simbolico, all’importanza della sua attività e al suo sacrificio.  8 gennaio 2017 Silvia Giovanniello – Cosa Vostra


Dichiarazione del Presidente Mattarella nel venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Beppe Alfano

«Nel venticinquesimo anniversario del brutale assassinio, per mano mafiosa, di Beppe Alfano, desidero rendere il mio partecipe e commosso omaggio alla sua memoria.
Giuseppe Aldo Felice Alfano, detto Beppe, insegnante di educazione tecnica con la passione del giornalismo, rientrato in Sicilia fu vittima di un vile attentato a Barcellona Pozzo di Gotto, mentre si trovava all’interno della sua auto.
Collaboratore di alcune emittenti e testate locali, in una Sicilia scossa qualche mese prima dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, si era occupato di inchieste che svelavano affari e collusioni della criminalità organizzata oltre che abusi e inadempienze delle amministrazioni pubbliche.
Il suo tenace impegno nella ricerca della verità e della giustizia costituisce una autentica testimonianza di partecipazione dei cittadini alla affermazione della legalità accanto alle istituzioni, nel contrasto alle reti di complicità delle organizzazioni criminali.
Il suo straordinario esempio, come quello di tutte le altre vittime della violenza mafiosa, rafforza i principi fondanti della democrazia, nel comune impegno di soggetti istituzionali, cittadini e forze politiche e sociali contro ogni forma di barbarie e a garanzia della pacifica convivenza». Roma, 8 gennaio 2018

 


Tre proiettili calibro 22 uccisero, l’8 gennaio di 29 anni fa, il giornalista Beppe Alfano a Barcellona Pozzo di Gotto, nel messinese.
Mi piace ricordarlo con questa meravigliosa foto, in cui con lui ci sono i figli Sonia, Chicco e Fulvio.
Ma non si può ricordare Beppe Alfano, senza partire da quel coacervo di interessi che è Barcellona Pozzo di Gotto, patti inconfessabili tra mafia e massoneria deviata che si protraggono anche oggi.
Basti pensare alla presenza di Rosario Pio Cattafi o alle parole di Sonia sugli “innumerevoli depistaggi che sono stati adoperati da Olindo Canali (il pm al quale Alfano avrebbe rivelato di sapere della latitanza di Nitto Santapaola, ndr) il quale chiaramente non ha agito da solo, ma con la complicità di apparati istituzionali deviati con cui lui era in contatto”.
Alla morte di Beppe Alfano, infatti, seguì un lungo processo, e tantissimo fango per lui e per i figli (Sonia, in particolare). Perché oltre alla morte, Beppe Alfano doveva essere infangato, così come i familiari che ne hanno sempre chiesto Giustizia. L’unico condannato è il boss Giuseppe Gullotti (all’ergastolo) per aver organizzato l’omicidio, ma sono totalmente ignoti (per la Giustizia, non per chi conosce la storia) i mandanti.
Sonia ieri ha denunciato, ancora una volta, il silenzio attorno alla ricorrenza. Noi vogliamo rompere quel silenzio e far riecheggiare, oltre al ricordo, quei nomi “indicibili”. Per non dimenticare mai. 8.1.2022

Omicidio Alfano, rimane la condanna a 30 anni per Gullotti


 

Beppe Alfano, cronista di mafia disse alla figlia: non posso tacere

La sua storia, le infiltrazioni a Barcellona Pozzo di Gotto (ME), l’iter giudiziario, alcune pagine del libro di Sonia Alfano sul sito “Ossigeno – Cercavano la verità”

L’8 gennaio 1993, Giuseppe (detto Beppe) Alfano fu ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) a colpi di arma da fuoco. Era da solo, all’interno della sua automobile, non lontano dalla sua abitazione. Gli spararono in bocca. Aveva 47 anni. Era un insegnante. Per passione svolgeva attività di cronaca e di inchiesta per le emittenti locali e come corrispondente del quotidiano “La Sicilia”di Catania. Non era iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ma fu iscritto ad honorem dopo la tragica morte, riconoscendo il valore del suo impegno giornalistico e sociale. Con i suoi articoli, Beppe Alfano squarciò la coltre di ipocrisia che copriva la presenza delle mafie in quella parte della provincia di Messina che in quegli anni viveva considerata una delle zone cosiddette “babbe” della Sicilia, cioè indenni dalla presenza e dalle infiltrazioni mafiose. Le sue inchieste esclusive fecero emergere storie di appalti irregolari, un traffico di stupefacenti e di armi, intrecci tra cosche, amministrazioni locali e massoneria.

IL RICORDO DELLA FIGLIA (*) In occasione di questo ventinovesimo anniversario, su concessione dell’autrice, Ossigeno pubblica sul sito “Ossigeno – Cercavano la verità” www.giornalistiuccisi.it, (che ospita già la storia di questo coraggioso cronista e della faticosa ricerca dei responsabili del suo assassinio  leggi) le prime pagine del libro della figlia, Sonia Alfano, dal titolo “La zona d’ombra. La lezione di mio padre ucciso dalla mafia e abbandonato dallo Stato”, edito da Rizzoli nel 2011 e non più in commercio. Il racconto comincia da una sera di novembre 1992, due mesi prima dell’uccisione del giornalista. Quel giorno Antonino Mostaccio, ex presidente dell’AIAS, l’Associazione Italiana Assistenza Spastici sulla cui attività il cronista stava conducendo una inchiesta, avrebbe detto a Beppe Alfano che lui non sarebbe arrivato al 20 gennaio. Gli aveva offerto trentanove milioni di lire affinché non scrivesse più articoli sulla gestione dell’AIAS. Alfano rifiutò. Oggi Sonia Alfano racconta a Ossigeno: «Devo continuare a scrivere, mi disse mio padre. Quella sera, come in altre successive, percepii tutta la sua preoccupazione. Ma non gli credetti fino in fondo: è questo il mio più grande rimpianto. Dopo il suo omicidio scesi in strada. Fu il nostro cane a portarmi dove c’era il sangue di mio padre. Ebbi la necessità di sentire il suo odore. A distanza di anni è quell’odore che mi spinge a continuare a lottare per ottenere giustizia per la sua uccisione». LEGGI 

I PROCESSI – Per l’assassinio di Beppe Alfano nel 2006 sono stati condannati Nino Merlino quale esecutore materiale e il boss Giuseppe Gullotti come mandante. Nel 2019 la Corte d’appello di Reggio Calabria ha acconsentito alla revisione del processo, su istanza dei legali di Gullotti. Sonia Alfano dice a Ossigeno: «Sebbene sia prevista dal nostro ordinamento giuridico, questa revisione è uno scandalo perché è stata disposta esclusivamente su richiesta del mandante dell’omicidio di mio padre, senza che il giudice vagliasse, come da procedura, l’esistenza e la validità di eventuali nuove prove. Il processo va avanti nel totale silenzio delle istituzioni. Adesso siamo in prossimità della sentenza, che potrebbe arrivare prima della conclusione del procedimento per corruzione contro il magistrato Olindo Canali, accusato di essere stato pagato dal boss Gullotti per fargli ottenere la revisione del processo». In corso anche le indagini, riaperte a dicembre 2020, sull’arma del delitto.

LE INIZIATIVE – L’8 gennaio, presso la stele alla memoria di Beppe Alfano eretta a Barcellona Pozzo di Gotto in Via Marconi, sarà deposta una corona d’alloro, seguirà un momento di preghiera. «Non parteciperò a qusta commemorazione a causa della recrudescenza dei contagi da Covid-19» dice a Ossigeno Sonia Alfano, che sottolinea di essere, in generale, delusa e arrabbiata nei confronti dello Stato «che non ha dimostrato in questi lunghi anni di volere davvero onorare la memoria di mio padre. È avvilente constatare che esistono vittime di mafia per le quali le commemorazioni si sprecano e vittime dimenticate».
«Ringrazio Ossigeno – sottolinea la figlia del cronista – perché prova a ricordare tutti i giornalisti italiani uccisi dalle mafie, dal terrorismo e dalle guerre. Ciascuno di essi aveva una storia umana, oltre che professionale, che va tramandata in onore della dignità di queste persone che, nella maggior parte dei casi, attendono ancora giustizia. È importante che l’operazione della memoria parta dai giornalisti, se così non fosse sarebbe avvilente per l’intera categoria». Hanno collaborato Vincenzo Arena e Grazia Pia Attolini

 


(*) Sonia Alfano

 

(Messina, 15 ottobre1971) è una politica italiana, europarlamentare per l’Italia dei Valoridal 2009 al 2014 e presidente della Commissione speciale antimafia dal 18 aprile 2012. Per quasi quindici anni è stata funzionario della Regione Siciliana, nel Dipartimento di Protezione Civile; è stata sindacalista ALBA e coordinatrice di soccorsi in emergenze. Si diploma presso il Liceo Classico Luigi Valli di Barcellona Pozzo di Gotto. Interrompe gli studi universitari alla facoltà di giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo dopo la morte a Barcellona Pozzo di Gotto del padre Beppe, ucciso dalla mafia per le sue inchieste scomode l’8 gennaio 1993. Ottiene l’assunzione presso la Regione Siciliana per chiamata diretta, in virtù della normativa in favore dei familiari delle vittime innocenti di mafia.

Attività antimafia

A seguito della morte del padre comincia un’intensa attività antimafia per accertare la verità sulla sua morte e sui mandanti occulti.
Nel gennaio del 2003 denuncia depistaggi nelle indagini riguardanti la morte del padre ed il coinvolgimento, nell’assassinio, dei servizi segreti italiani. Pochi giorni dopo la denuncia pubblica, la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Messina, pressata dal gran clamore delle rivelazioni di Sonia, decide di riaprire le indagini, tuttora in corso.
Nel 2004 avvia una battaglia in merito alla morte del dottore urologo Attilio Manca, inizialmente considerata come un atto suicida.
Nel 2006 chiede lo scioglimento del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto per infiltrazioni mafiose. La richiesta non ha seguito.
Nel 2006 organizza una petizione per il trasferimento del Dott. Canali e del Dott. Sisci, magistrati della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, per presunta incompatibilità.
Il 28 marzo 2006, a seguito di intimidazioni, le viene assegnata una tutela della Guardia di Finanza[1], revocata l’11 agosto dello stesso anno.
Nel 2006, nell’ambito delle sue svariate battaglie sindacali, ha evidenziato gravi carenze organizzative nella gestione delle emergenze da parte dell’ufficio di Protezione Civile della Regione Siciliana.
All’origine degli scontri con i vertici del dipartimento vi è la drammatica situazione di 300 precari che da 15 anni lavorano presso quegli uffici, nella totale indifferenza dell’amministrazione regionale rispetto alla loro posizione contrattuale. Nel giugno del 2007 riesce a consegnare personalmente una lettera al presidente della repubblica Giorgio Napolitano, che accetta di occuparsi della questione. Nell’ambito della battaglia sindacale rilascia diverse interviste a trasmissioni e testate nazionali, tra le quali il Corriere della Sera, Il Sole 24 ore e Le Iene. Parte di quei precari è oggi stata regolarizzata dal governo della Regione e le carenze organizzative parzialmente risolte.
Nel 2007, insieme a Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso dalla mafia Paolo Borsellino, scrive al Presidente della Repubblica per chiedere il trasferimento del Ministro della giustizia Clemente Mastella, richiesta in seguito non considerata. Il Guardasigilli aveva a sua volta chiesto il trasferimento del PM Luigi de Magistris, della Procura della Repubblica di Catanzaro, titolare dell’inchiesta Why Not.
A difesa del Pm di Catanzaro, Sonia Alfano segue i giovani del movimento antimafia Ammazzateci tutti, che avevano avviato una seguitissima campagna di solidarietà nei confronti di Luigi De Magistris, catalizzando l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica sul caso del trasferimento ed una petizione su scala nazionale.
Dal 2007 al 2009 è stata coordinatrice regionale del movimento antimafia Ammazzateci tutti.
Nel novembre del 2007, in segno di protesta s’incatena al cancello della Prefettura di Palermo. Decine di familiari di vittime della mafia decidono di prendere parte alla protesta. Chiedono al Parlamento Italiano l’equiparazione delle normative previste per i familiari delle vittime della mafia e per i familiari delle vittime del terrorismo. La protesta ha risalto mondiale e molte testate giornalistiche straniere s’interessano alla battaglia per l’equiparazione della quale Sonia Alfano è l’iniziatrice.
Sempre nel 2007 collabora con il meetup “Amici di Beppe Grillo” di Palermo e altre associazioni, all’avvio della petizione “Chiediamo i danni a cosa nostra” lanciata con Stefania Petyx attraverso un servizio alla trasmissione TV, Striscia la notizia. La petizione ha raggiunto circa 20 000 firme. La petizione viene firmata anche da numerosi deputati dell’ARS e, in maniera bipartisan, trasformata in emendamento per la legge finanziaria regionale. Le richieste della petizione furono in buona parte recepite dall’articolo 18 della legge finanziaria regionale dello stesso anno e dall’articolo 4 della legge regionale antimafia.
Nel febbraio del 2008, insieme ad altre 40 persone, costituisce un’associazione, denominata “Associazione Nazionale Familiari Vittime di mafia”, della quale viene eletta presidente all’unanimità.
Nel 2009 partecipa, insieme a Salvatore Borsellino, all’organizzazione e allo svolgimento delle manifestazioni delle Agende Rosse, movimento che chiede verità e giustizia per le stragi mafiose del 1992-1993.
Dall’ottobre 2008 organizza una serie di incontri informativi con la cittadinanza di Reggio Emilia durante i quali legge delle carte processuali riguardanti il procuratore capo della città, Italo Materia. Lo stesso darà le dimissioni nell’aprile 2009 con una lettera in cui la accusa di esserne la causa[2].

Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia

Nasce nel 2008, dopo una manifestazione dei familiari delle vittime di mafia e del dovere davanti alla Prefettura di Palermo, per chiedere l’equiparazione delle vittime di mafia e del dovere alle vittime del terrorismo.
A partire dal 2008 l’associazione incontra studenti e società civile di tutta Italia in manifestazioni di legalità e nel ricordo dei propri cari.

Attività politica

Si è candidata nel 2008 alla presidenza della Regione Siciliana alle elezioni del 2008 con la lista Amici di Beppe Grillo con Sonia Alfano Presidente ottenendo quasi 70 000 consensi, pari al 2,44% dei voti validi.
In questi anni ha incontrato i ragazzi delle scuole di tutta Italia ed ha partecipato a diverse trasmissioni televisive dato il suo forte impegno civile ed antimafia.
Nel maggio dello stesso anno indice una conferenza stampa per presentare ai giornalisti l’“archivio Lombardo” e chiede l’apertura di indagini sui files che contenevano centinaia di richieste di favori e raccomandazioni all’appena eletto Presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo.
Alle elezioni europee del 2009 è stata candidata come indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori in tutte le circoscrizioni, ottenendo complessivamente 165 000 preferenze, venendo eletta infine nella circoscrizione Italia nord-occidentale.
Ha aderito al gruppo dell’ALDE[3].
Al Parlamento Europeo è membro della commissione LIBE – Libertà civili, giustizia e affari interni – e supplente della commissione CONT – controllo di bilancio.
Fa parte delle delegazioni “Assemblea parlamentare Euromediterranea”[4] e “Maghreb”[5].
Tra il 2010 e il 2011 si reca in visita presso i reparti 41bis dei penitenziari per verificare le condizioni di vita dei detenuti. Incontra nel giro di pochi mesi boss come Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Benedetto Santapaola, Giuseppe Graviano, Francesco Schiavone, Raffaele Ganci, Salvatore ed Alessandro Lo Piccolo, Salvatore Ritorto, Aldo Gionta, Pietro Rampulla e Antimo Perreca.
Un sondaggio lanciato da VoteWatch l’ha premiata come europarlamentare (su 736) più vicina ai cittadini europei sulla base dell’incrocio dei voti degli eurodeputati con quelli dei cittadini, che hanno partecipato al sondaggio votando gli stessi documenti precedentemente votati nelle aule del Parlamento europeo. Si distingue anche per la sua vicinanza ai movimenti civici e per la tutela dei testimoni di giustizia.
Il 25 ottobre 2011 viene approvata a Strasburgo, in plenaria al Parlamento europeo, la relazione sul contrasto al crimine organizzato in Europa[6] di cui Sonia Alfano è stata relatrice unica. Il 18 aprile 2012 diviene presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento europeo[7]Avvicinatasi al Partito Democratico, non è candidata alle Elezioni europee del 2014[8].
Nel 2017 prende parte alla scissione della corrente sinistra del Partito Democratico ed aderisce al Articolo Uno.[9]

Incarichi parlamentari

  • Presidente della Commissione speciale sulla criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di denaro
  • Membro della: Conferenza dei presidenti di commissione, Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, Commissione per le petizioni, Delegazione per le relazioni con i paesi del Maghreb e l’Unione del Maghreb arabo, Delegazione all’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo.
  • Membro sostituto della: Commissione per il controllo dei bilanci, Delegazione per le relazioni con i paesi dell’America centrale, Delegazione all’Assemblea parlamentare euro-latinoamericana.

Collaborazioni video

  • Blu notte – Il caso Beppe Alfano, con Carlo Lucarelli su Raidue;
  • Il testimone – Orfani di mafia, con Pif su Mtv;
  • Io ricordo, docufilm della Fondazione Progetto Legalità.

Collaborazione libri

  • 2004 – Filippo Basile, un dirigente regionale prematuramente scomparso. AA.VV. Solidaria.
  • 2005 – Solidarietà ad Personam, le vittime scelte. AA.VV. Solidaria.
  • 2005 – Ammazzate Beppe Alfano. Valeria Scafetta.
  • 2003 – Dalle interviste di Sonia è stata tratta una parte del libro di Carlo Lucarelli Misteri d’Italia.
  • 2012 – Dove eravamo. AA.VV. Caracò
  • 2012 – Io ricordo. Parlano i familiari delle vittime di mafia. AA.VV. Lupetti

Autrice

Note

  1. ^ Assegnata la scorta a Sonia Alfano dopo i due episodi di intimidazione, in La Repubblica, 30 marzo 2006, p. 6 sezione Palermo. URL consultato il 23 maggio 2010 (archiviato il 15 gennaio 2016).none
  2. ^ m. so, Si è dimesso il procuratore Italo Materia, su viaemilianet.it, Emilianet srl. URL consultato l’8 gennaio 2018 (archiviato dall’url originale il 25 aprile 2009).none
  3. ^ Gruppo ADLE al Parlamento Europeo Alfano Sonia, su Sito ufficiale ALDE. URL consultato il 23 maggio 2010.none
  4. ^ Assemblea parlamentare Euromediterranea, su Sito ufficiale ALDE. URL consultato il 23 maggio 2010 (archiviato il 25 marzo 2010).none
  5. ^ Maghreb, su Sito ufficiale ALDE. URL consultato il 23 maggio 2010.none
  6. ^ Il Parlamento Europeo ha approvato il rapporto contro le mafie, su soniaalfano.it (archiviato dall’url originale il 22 luglio 2012).none
  7. ^ Ansa – Sonia Alfano presidente commissione antimafia UE, su ansa.it. URL consultato il 19 aprile 2012 (archiviato il 19 aprile 2012).none
  8. ^ Il Fatto quotidiano, su ilfattoquotidiano.it. URL consultato il 18 aprile 2014(archiviato il 16 aprile 2014).none
  9. ^ Sicilia: Sonia Alfano aderisce ad Articolo 1, ecco le sue motivazioni, su Articolo Uno. URL consultato il 19 dicembre 2018 (archiviato il 20 dicembre 2018).none

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