COMO: COSÍ I CLAN FANNO AFFARI E SEMINANO PAURA

 

PAOLO MORETTI  – LA PROVINCIA 31.7.2026

Dosi di droga pagate con il reddito di cittadinanza, prestiti a tassi d’usura, pestaggie minacce. Cosìi clan facevano (e fanno) affari nella nostra provincia. I retroscena dei loschi giri di denaro da parte dei personaggi legati ad ambienti’ndranghetisti emergono dalle motivazioni della sentenza  che ha portato a una serie di condanne, per reati che vanno dallo spaccio di droga all’usura, dalle minacce all’estorsione, che hanno coinvolto alcuni degli imputati dell’operazione condotta lo scorso anno dalla Squadra mobile di Como. Due i gruppi sui quali è concentrata l’attenzione degli inquirenti: nella zona di Erba, attivi soprattutto nel giro dí armi dí droga , e nella zona  Olgiatese e Bassa Comasca, dove avveniva no anche prestiti a tassi d’usura.

Usura ed estorsione

LA vicenda  sicuramente più eclatante riguarda le minacce e le botte rivolte a un imprenditore in difficoltà da Giovanni e Giacomo Pirrottina, padre e figlio legati a un uomo legato alla’ndrangheta della zona di Cadorago e dintorni, Marco Bono. Attraverso un avvo- cato brianzolo, il gruppo di Bono aveva prestato 50mila euro – chiedendo però una restituzione con interessi del 30% al mese. E quando il gruppo dei Pirrottina – sto dare a garanzia degli assegni protestati, la reazione è stata violentissima: «Sono qua con sti porci! Con l’avvocato e con l’altro… Porta cinque litri di benzina che quagli mandiamo tutto all’aria». Epoi: «Ieri una guerra…. L’abbiamo ammazzato di botte con Giaсото».
Nel corso del processo, l’imprenditore ha cercato di minimizzare la responsabilità di padre e figlio. Ma anziché portare a un’assoluzione, questo comportamento ha convinto ancor di più il Tribunale di Como della pericolosità degli imputati: «La contraddizione tra la paura espressa in tempo reale (attraverso le intercettazione ndr) e le minimizzazioni dibattimentali» impone difendere la decisione sulle fonti più vicine ai fatti. Contraddizione che dimostra una «perdurante soggezione psicologica verso i soggetti coinvolti».

La droga

Ma oltre le botte e le minacce e i soldi prestati a  interessi usurai, la ‘ndrangheta e gli ambientale vicini (nessuno degli imputati è stato condannato e accusato per associazione a delinquere di stampo mafioso, anche se a tutti o quasi è stata contestante l’aggravante mafiosa) continua a fare affari,soprattutto con la droga. In questo Marco Bono aveva escogitato modalità clamorose.
Raccontante, a processo, da Fernando Capobianco, detective della Mobile di Como: «Il teste si legge nelle motivazioni-riferiva che il pos del distributore veniva utilizzato non soltanto per pagamenti leciti di carburante, ma anche per pagamenti collegati a sostanza stupefacente, interessi usurari e altre operazioni illecite; venivano inoltre richiamate carte collegate al reddito di cittadinanza, talvolta trattenute da Bono e utilizzate
I contanti provento dei prestiti usurai trovati in casa di Marco Bono durante il blitz di un anno fa per scalare il prezzo della droga». La sentenza finale ha condannato Michele Filippo Cutrì, a 12 anni per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e concorso nella gestione di un carico di due chili di cocaina arrivato dalla Calabria alla Brianza; Giacomo Pirrottina, 11 anni e 4 mesi: partecipazione all’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, usura ed estorsione aggravata dal metodo mafioso; Giovanni Pirrottina, 9 anni per usura ed estorsione aggravata dal metodo mafioso; Nicodemo Macrì, 8 anni e 6 mesi: per spaccio di cocaina; Mario Polito, 8 anni per cessione a Vincenzo Milazzo di mezzo chi- lo di cocaina, avvenuta a Valbrona il 28 maggio 2020. Infine Ibrahim Zabzuni, 6 anni e 6 mesi sempre per droga, 

 

MAFIA e ANTIMAFIA nel comasco