Strage Rapido 904, la Cassazione dice no a Pippo Calò: non si farà un nuovo processo

 


Il cassiere di Cosa nostra è stato condannato all’ergastolo per l’attentato del 1984, ma dopo l’assoluzione di Totò Riina come mandante chiedeva la revisione: “Non avrei potuto agire senza l’ok della Cupola”. Per i giudici però non ha portato nuovi elementi che consentano di scagionarlo Respinta definitivamente la richiesta di revisione del cassiere di Cosa nostra, Pippo Calò, 89 anni, in relazione alla condanna all’ergastolo rimediata nel 1992 per la strage del Rapido 904, quella che con una bomba il 23 dicembre del 1984 provocò la morte di 16 persone che viaggiavano sul treno Napoli-Milano. Un’istanza che il mafioso aveva avanzato dopo l’assoluzione di Totò Riina come mandante dell’attentato, sostenendo che non avrebbe mai potuto organizzarlo da solo, ad insaputa del capo di Cosa nostra. La Cassazione adesso ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Genova, ritenendo che non ci siano i nuovi elementi idonei a riaprire il processo e a scagionare Calò.  Per la difesa del condannato, che aveva presentato ricorso alla Suprema Corte, i giudici di Genova avrebbero respinto la sua richiesta senza contraddittorio. Inoltre, l’avvocato dava per assodato che “la sentenza di assoluzione di Salvatore Riina aveva smentito che la strage fosse attribuibile a Cosa nostra e alcuni collaboratori di giustizia avevano escluso il coinvolgimento di Calò”. Nella richiesta era stato evidenziato anche che “secondo le regole di Cosa nostra, la strage avrebbe potuto essere decisa soltanto dalla Commissione e che i collaboratori di giustizia avevano escluso che fosse stata tenuta una riunione della Commissione per decidere quell’azione”. Inoltre, diceva ancora la difesa, “il processo aveva permesso di escludere l’ipotesi di una decisione adottata da Calò in totale autonomia, per di più, in qualità di ‘cassiere’ della mafia, Calò non era certamente un organizzatore di attentati o di stragi”. Infine “l’ipotesi che Calò si fosse appoggiato ad esponenti camorristici o dell’eversione di destra per organizzare l’attentato all’insaputa di Riina era del tutto congetturale”.

Per la Suprema Corte, però, “il ricorso è infondato e deve essere rigettato”. Rimarcano infatti i giudici che, come rilevato dalla Corte d’Appello, la richiesta “si presentasse del tutto generica quanto al mezzo di prova nuova di cui si chiedeva l’assunzione, non essendo stato indicato alcun nominativo di testimone e/o imputato di reato connesso” e, tra l’altro, neanche quelli dei collaboratori di giustizia.

Inoltre, dicono gli Ermellini, “nella richiesta di revisione, non può essere proposto soltanto un quadro d’insieme che faccia intravedere la possibilità di un proscioglimento del condannato (quadro d’insieme che, nel caso di specie, comprendeva ampie citazioni della sentenza di annullamento con rinvio della prima condanna di Calò del 1991, ma nessuna della sentenza del 1992 che, confermando invece la condanna l’aveva resa definitiva); deve invece essere enunciato un quadro probatorio preciso sulla base del quale il giudice deve effettuare la valutazione di ammissibilità”. La Cassazione argomenta poi che per “ritenere decisive le prove offerte nella richiesta di revisione occorreva escludere che Calò poteva aver deciso di sua iniziativa di compiere la strage, ma si trattava di una deduzione non necessitata. Del resto, era stata la stessa richiesta di revisione a mostrare una qualche incertezza proprio su questa deduzione: osservando che ‘appare assolutamente improbabile che il Calò avesse assunto l’iniziativa in totale autonomia, addirittura senza alcuna autorizzazione della Commissione a suo rischio e pericolo'”. Infine “si aggiunga che – come è noto – il ruolo di Calò all’interno dell’organizzazione e le sue azioni e iniziative a Roma erano rimaste, in buona parte, sconosciute e misteriose, cosicché dalla deduzione pretesa dal richiedente la revisione appariva ancora meno necessitata. In definitiva – conclude la Cassazione – l’improbabilità che Calò avesse deciso ed attuato la strage all’insaputa o contro la Commissione e il suo capo Salvatore Riina era un dato insufficiente ai fini della revisione, perché, come più volte sottolineato, la richiesta deve dimostrare la necessità di assolvere il condannato“.  Sandra Figliuolo30 ottobre 2020 PALERMO TODAY

 


PIPPO CALÒ


MAXIPROCESSO Il confronto tra Calò e Buscetta è il momento più caldo dell’intero dibattimento. E’ il 10 aprile 1986, quando i due boss si trovano faccia a faccia, ad accusarsi reciprocamente dei delitti più efferati. Calò accusa l’ex amico di essere inaffidabile, puntando sulle sue infedeltà coniugali, Buscetta reagisce sottolineando le contraddizioni di Calò e imputandogli la sparizione dei suoi due figli. Finché, il pentito non parla di un delitto rimasto dell’ombra e di cui sostiene che Calò sia il responsabile. E’ un duello teatrale, un incontro tra due uomini d’onore che sono cresciuti insieme, e che sono stati divisi dalla ferocia dei Corleonesi. Calò è passato dalla loro parte, Buscetta è stato costretto a scappare. Tutta l’aula coglie l’importanza del momento, e il processo vive una delle giornate decisive.

Giuseppe Calò, soprannominato Pippo nato a Palermo il 30 settembre 1931, considerato il “cassiere di Cosa nostra” perché fortemente coinvolto nella parte finanziaria dell’organizzazione, soprattutto nel riciclaggio di denaroNato e cresciuto a Palermo, ha lavorato come commesso in un negozio di vendita di tessuti ed in seguito lavorò anche come macellaio e barista. All’età di diciotto anni, Calò si segnalò per aver inseguito e ferito a colpi di pistola l’assassino del padre.  Per queste sue “qualità”, all’età di 23 anni venne affiliato nella cosca mafiosa di Porta Nuova dal suo associato Tommaso Buscetta e iniziò numerose attività in imprese legali come rappresentante di tessuti a Palermo, aprì un bar e si occupò di una pompa di benzina. Giuseppe Calò ha avuto due figli, da uno di questi è nato il criminale italiano associato a Cosa nostra Leonardo Calò, condannato per riciclaggio, pluriomicidio, occultamento di cadaveri e sequestro di persona. Attualmente si trova in carcere a Bollate.

Nel 1969 Calò venne scelto come nuovo capo della cosca di Porta Nuova in seguito alla morte di vecchiaia del boss Giuseppe Corvaia. In questo periodo Calò divenne il principale fiancheggiatore del boss Luciano Liggio e del suo vice Salvatore Riina: l’omicidio del procuratore Pietro Scaglione venne eseguito dagli stessi Liggio e Riina nel territorio della cosca di Calò, che fornì anche i suoi uomini per il sequestro del costruttore Luciano Cassina ordinato da Riina. Nel 1974, quando venne ricostruita la “Commissione“, Calò entrò a farne parte come capo del mandamento di Porta Nuova, che comprendeva le cosche di Borgo VecchioPalermo centro e Porta Nuova.

All’inizio degli anni settanta Calò si trasferì a Roma. Sotto la falsa identità di Mario Aglialoro, investì in beni immobiliari e operò nel riciclaggio di denaro per conto delle cosche dello schieramento dei Corleonesi, legandosi alla Banda della Magliana, a frange eversive dell’Estrema destra e ad ambienti finanziari, in particolare con i faccendieri Umberto OrtolaniErnesto Diotallevi e Flavio Carboni; inoltre Calò era in stretti rapporti d’amicizia con l’onorevole Francesco Cosentino Nel primo periodo a Roma Calò si occupò inizialmente del gioco clandestino e poi, insieme al boss Stefano Bontate, controllò la distribuzione dell’eroina ai gruppi malavitosi di Testaccio, della Magliana e di OstiaAcilia; dopo l’uccisione di Bontate, il traffico di eroina dalla Sicilia a Roma continuò, controllato soltanto da Calò

In particolare Calò, grazie alle sue conoscenze negli ambienti finanziari, si avvaleva di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi.  Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di salvare il denaro investito da Calò per conto degli altri boss andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno. Nel 1982 Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse ad un agguato compiuto da esponenti della banda della Magliana legati a Calò; Calvi partì per Londra, forse per tentare un’azione di ricatto dall’estero verso i suoi precedenti alleati politici, tra cui l’onorevole Giulio Andreotti, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge].

Calò organizzò il 23 dicembre 1984 l’esplosione di una bomba sul treno Napoli-Milano con 17 morti e 267 feriti (la cosiddetta Strage del Rapido 904 o strage di Natale), per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle rivelazioni date dal pentito Tommaso Buscetta.

Calò fu arrestato il 30 marzo 1985 nel suo appartamento in Viale Tito Livio a Roma, in zona Balduina, mentre era in compagnia del mafioso Antonino Rotolo[8]. L’11 maggio la polizia perquisì un edificio rustico presso Poggio San Lorenzo in provincia di Rieti, acquistato da Calò attraverso il suo prestanome Guido Cercola: furono trovati alcuni chili di eroina, un apparato ricetrasmittente, delle batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi e diversi tipi di esplosivo.

Calò fu uno tra le centinaia di imputati sottoposti a giudizio durante il Maxiprocesso che iniziò l’anno seguente, nel quale dovette difendersi dalle accuse di associazione mafiosariciclaggio di denaro, e della responsabilità della strage del Rapido 904. Al termine del processo, nel 1987, Calò, riconosciuto colpevole, si vide infliggere una pena detentiva di due ergastoli.

Nel 1997 Calò e altri quattro (il faccendiere Flavio Carboni, la sua ex fidanzata Manuela Kleinszig, l’ex affarista della banda della MaglianaErnesto Diotallevi e Silvano Vittor) coinvolti nell’omicidio di Roberto Calvi furono indagati ed il loro processo, cominciato nell’ottobre 2005, si è concluso nel giugno 2007 con l’assoluzione degli imputati per «insufficienza di prove» da parte della Corte d’Assise. Sul caso rimane invece aperta l’indagine-stralcio presso la procura di Roma sui mandanti dell’omicidio che vede indagate una decina di persone tra cui Licio Gelli, l’ex capo della P2.

Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Calò sarebbe uno dei responsabili dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (assassinato il 20 marzo 1979 a Roma) per via dei suoi legami con la banda della Magliana.«La tesi accusatoria nel processo prospettava che il delitto sarebbe stato deciso dal senatore Andreotti il quale, attraverso l’on. Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Salvo l’eliminazione di Pecorelli. I Salvo avrebbero attivato Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali, attraverso la mediazione di Giuseppe Calò, avrebbero incaricato Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci di organizzare il delitto che sarebbe stato eseguito da Massimo Carminati e da Michelangelo La Barbera.»(Documento del Senato della Repubblica. Dopo tre gradi di giudizio, nell’ottobre del 2003, la Corte di Cassazione emanò una sentenza di assoluzione “per non avere commesso il fatto” nei confronti di Calò, imputato insieme a Giulio AndreottiClaudio Vitalone e Gaetano Badalamenti (accusati di essere i mandanti) e per Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera da quella di essere gli esecutori materiali dell’omicidio, bollando le testimonianze dei collaboratori di giustizia come non attendibili.Il legame di Calò con la Banda della Magliana è testimoniato anche dai rapporti con Danilo Abbruciati (boss della Banda ucciso a Milanonell’attentato a Roberto Rosone): infatti Calò era il principale fornitore di eroina alla Banda. Lo stesso Abbruciati uccise poi Domenico Balducci, usuraio di Roma, che riciclava denaro sia per conto della Banda, sia per conto di Calò. Si dice che i motivi dell’uccisione siano in un favore fatto da Danilo Abbruciati proprio a Pippo Calò che aveva deciso di chiudere il rapporto con Domenico Balducci.

Nel 1995, nel processo per gli omicidi di Piersanti MattarellaPio La Torre e Michele Reina, Calò venne condannato all’ergastolo insieme ai boss Salvatore RiinaMichele GrecoBernardo BruscaBernardo ProvenzanoFrancesco Madonia e Nenè Geraci . Sempre nel 1995, nel processo per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Calò fu condannato all’ergastolo insieme a Bernardo ProvenzanoSalvatore RiinaBernardo BruscaFrancesco MadoniaNenè Geraci e Francesco Spadaro[15]. Nel 1996 fu nuovamente condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme ai boss Salvatore RiinaFrancesco MadoniaGiuseppe Giacomo GambinoGiuseppe LuccheseBernardo BruscaSalvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri[14].

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, Calò venne condannato all’ergastolo insieme ai boss Salvatore RiinaPietro AglieriBernardo BruscaRaffaele GanciNenè GeraciBenedetto SperaNitto SantapaolaBernardo ProvenzanoSalvatore MontaltoGiuseppe Graviano e Matteo Motisi[16]. Lo stesso anno, nel processo per l’omicidio del giudice Cesare Terranova, Calò ricevette un altro ergastolo insieme a Michele GrecoBernardo BruscaSalvatore RiinaNenè GeraciFrancesco Madonia e Bernardo Provenzano[17]Inoltre nel 2004 viene accusato dal collaboratore Salvatore Cancemi di aver strangolato i due figli del pentito Tommaso Buscetta, scomparsi nel 1982 e mai più ritrovati Nel settembre 2001 il boss ammette l’esistenza di Cosa Nostra e decide di dissociarsi dall’organizzazione mafiosa


“Mi dissocio ma non mi pento  – Pippo Calò e una svolta a metà: “Niente nomi”. Il boss  ai giudici: “Per due anni ho fatto parte della Cupola”  Il cassiere di Cosa Nostra   Per la prima volta un capo di Cosa nostra si “dissocia” e ammette che la mafia esiste. Parola di don Pippo Calò, il cassiere dell’organizzazione, in carcere da sedici anni, due ergastoli definitivi sulle spalle,trapiantato a Roma, l’uomo che teneva i contatti con altre bande criminali, a cominciare da quella della Magliana. Insomma, non uno qualunque. Ammette non solo l’esistenza della mafia, Calò, ma anche quella della “Commissione”, l’organismo decisionale di Cosa nostra della quale dice di avere fatto parte per pochi anni, dal ’79 all’81. Dissociato ma non pentito, dice. Pronto ad ammettere le sue responsabilità ma non quelle di altri (“Non farò nessun nome”) e a garantire che la “Commissione” non ha deciso stragi né delitti eccellenti. “Sono mafioso ma non voglio essere accusato di stragi”, dice Calò che però il primo ergastolo se l’è preso proprio come mandante di una strage, quella del rapido 904. Una mossa a sorpresa, quella di ieri, che conferma quanto più volte anticipato da “Repubblica” nei mesi scorsi sulla nuova strategia di Cosa nostra pronta a “collaborare” in qualche modo con lo Stato in cambio di benefici carcerari, sconti di pena e revisione dei processi. Calò ha annunciato la sua dissociazione ieri mattina nell’aula bunker di Caltanissetta durante la requisitoria del sostituto procuratore generale Maria Giovanna Romeo nel processo d’appello per la strage di via D’Amelio. L’aveva anticipato qualche giorno prima con una lettera di cinque pagine, scritte a mano, inviate al presidente della Corte d’assise d’appello che non è stata però letta in aula. Ed allora Calò ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee per dire cosa aveva deciso di fare. “Mi dissocio ma non mi pento, non farò nomi di altri, ho fatto parte, anche della Commissione, dal 1979 al 1981, ma tengo a precisare che da tanti anni mi sono estraniato da Cosa nostra e così sarà per il futuro”. Per Calò ogni omicidio eccellente “ha una storia a sé e un solo responsabile, ci sono stati omicidi eccellenti, così come vengono chiamati, ai quali Cosa nostra e chiunque di Cosa nostra, è estraneo”. Affermazioni clamorose che vengono però prese con le pinze dalla Procura di Palermo e dal procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna che dice: “Calò cominci a confessare i delitti che ha compiuto, quello che ha detto sono cose scontate. Per il resto non credo che abbia abbandonato il suo atteggiamento di mafioso”. E sempre ieri un’altra “rivelazione”. Interrogato sulle stragi del ’92 e del ’93, nel processo che vede imputato di mafia Marcello Dell’Utri, il pentito Giovanni Brusca ha sostenuto che “la sinistra era a conoscenza; non voglio dire che la sinistra è mandante delle stragi. Voglio dire che in quel momento chi comandava sapeva quello che accadeva in Sicilia e nel Nord Italia” e che le bombe “erano un monito rivolto successivamente anche a Berlusconi che avrebbe manifestato “stupore””. 25 settembre 2001 La Repubblica


Giuseppe Calò,  A lui si fa riferimento come il “cassiere di Cosa nostra” perché fortemente coinvolto nella parte finanziaria dell’organizzazione, soprattutto nel riciclaggio di denaroNato e cresciuto a Palermo, ha lavorato come commesso in un negozio di vendita di tessuti e in seguito lavorò anche come macellaio e barista. All’età di diciotto anni, Calò si segnalò per aver inseguito e ferito a colpi di pistola l’assassino del padre[1]. Per queste sue “qualità”, all’età di 23 anni venne affiliato nella cosca mafiosa di Porta Nuova dal suo associato Tommaso Buscetta e iniziò numerose attività in imprese legali come rappresentante di tessuti a Palermo, aprì un bar e si occupò di un distributore di benzina. Giuseppe Calò ha avuto due figli, da uno di questi è nato il criminale italiano associato a Cosa nostra Leonardo Calò, condannato per riciclaggio, pluriomicidio, occultamento di cadaveri e sequestro di persona. Attualmente si trova in carcere a Bollate.

Attività criminale  Nel 1969 Calò venne scelto come nuovo capo della cosca di Porta Nuova in seguito alla morte per vecchiaia del boss Giuseppe Corvaia. In questo periodo Calò divenne il principale fiancheggiatore del bossLuciano Liggioe del suo vice Salvatore Riina: l’omicidio del procuratore Pietro Scaglione venne eseguito dagli stessi Leggio e Riina nel territorio della cosca di Calò, che fornì anche i suoi uomini per il sequestro del costruttore Luciano Cassina ordinato da Riina[2]. Nel 1974, quando venne ricostruita la “Commissione“, Calò entrò a farne parte come capo del mandamento di Porta Nuova, che comprendeva le cosche di Borgo VecchioPalermo centro e Porta Nuova.

All’inizio degli anni settanta Calò si trasferì a Roma. Sotto la falsa identità di Mario Aglialoro, investì in beni immobiliari e operò nel riciclaggio di denaro per conto delle cosche dello schieramento dei Corleonesi, legandosi alla Banda della Magliana, a frange eversive dell’Estrema destra e ad ambienti finanziari, in particolare con i faccendieri Umberto Ortolani, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni; inoltre Calò era in stretti rapporti d’amicizia con l’onorevole Francesco Cosentino[3]. Nel primo periodo a Roma Calò si occupò inizialmente del gioco clandestino e poi, insieme al boss Stefano Bontate, controllò la distribuzione dell’eroina ai gruppi malavitosi di Testaccio, della Magliana e di OstiaAcilia; dopo l’uccisione di Bontate, il traffico di eroina dalla Sicilia a Roma continuò, controllato soltanto da Calò[4].

In particolare Calò, grazie alle sue conoscenze negli ambienti finanziari, si avvaleva di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi[5][6]. Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di salvare il denaro investito da Calò per conto degli altri boss andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno. Nel 1982 Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse a un agguato compiuto da esponenti della banda della Maglianalegati a Calò; Calvi partì per Londra, forse per tentare un’azione di ricatto dall’estero verso i suoi precedenti alleati politici, tra cui l’onorevole Giulio Andreotti, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge[6][7].

Calò organizzò il 23 dicembre 1984 l’esplosione di una bomba sul treno Napoli-Milano con 17 morti e 267 feriti (la cosiddetta Strage del Rapido 904 o strage di Natale), per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle rivelazioni date dal pentito Tommaso Buscetta.

L’arresto  Calò fu arrestato il 30 marzo 1985 nel suo appartamento in viale Tito Livio a Roma, in zona Balduina, mentre era in compagnia del mafioso Antonino Rotolo[8]. L’11 maggio la polizia perquisì un edificio rustico presso Poggio San Lorenzo in provincia di Rieti, acquistato da Calò attraverso il suo prestanome Guido Cercola: furono trovati alcuni chili di eroina, un apparato ricetrasmittente, delle batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi e diversi tipi di esplosivo[9].

Calò fu uno tra le centinaia di imputati sottoposti a giudizio durante il Maxiprocesso che incominciò l’anno seguente, nel quale dovette difendersi dalle accuse di associazione mafiosariciclaggio di denaro, e della responsabilità della strage del Rapido 904. Al termine del processo, nel 1987, Calò, riconosciuto colpevole, si vide infliggere una pena detentiva di due ergastoli.

Il caso Calvi. Nel 1997 Calò e altri quattro (il faccendiere Flavio Carboni, la sua ex fidanzata Manuela Kleinszig, l’ex affarista della banda della Magliana Ernesto Diotallevi e Silvano Vittor) coinvolti nell’omicidio di Roberto Calvi furono indagati e il loro processo, cominciato nell’ottobre 2005, si è concluso nel giugno 2007 con l’assoluzione degli imputati per «insufficienza di prove» da parte della Corte d’Assise[10]. Sul caso rimane invece aperta l’indagine-stralcio presso la procura di Roma sui mandanti dell’omicidio che vede indagate una decina di persone tra cui Licio Gelli, l’ex capo della P2[10].

Il caso Pecorelli e il rapporto con la Banda della Maglian. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Calò sarebbe uno dei responsabili dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (assassinato il 20 marzo 1979 a Roma) per via dei suoi legami con la banda della Magliana.

Dopo tre gradi di giudizio, nell’ottobre del 2003, la Corte di Cassazione emanò una sentenza di assoluzione “per non avere commesso il fatto” nei confronti di Calò, imputato insieme a Giulio AndreottiClaudio Vitalone e Gaetano Badalamenti (accusati di essere i mandanti) e per Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera da quella di essere gli esecutori materiali dell’omicidio, bollando le testimonianze dei collaboratori di giustizia come non attendibili.[12][13]

Il legame di Calò con la banda della Magliana è testimoniato anche dai rapporti con Danilo Abbruciati (boss della Banda ucciso a Milano nell’attentato a Roberto Rosone): infatti Calò era il principale fornitore di eroina alla banda. Lo stesso Abbruciati uccise poi Domenico Balducci, usuraio di Roma, che riciclava denaro sia per conto della Banda, sia per conto di Calò. Si dice che i motivi dell’uccisione siano in un favore fatto da Danilo Abbruciati proprio a Pippo Calò che aveva deciso di chiudere il rapporto con Domenico Balducci.

Le condanne. Nel 1995, nel processo per gli omicidi di Piersanti MattarellaPio La Torre e Michele Reina, Calò venne condannato all’ergastolo insieme ai boss Salvatore RiinaMichele GrecoBernardo BruscaBernardo ProvenzanoFrancesco Madonia e Nenè Geraci[14]. Sempre nel 1995, nel processo per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Calò fu condannato all’ergastolo insieme a Bernardo ProvenzanoSalvatore RiinaBernardo BruscaFrancesco MadoniaNenè Geraci e Francesco Spadaro[15]. Nel 1996 fu nuovamente condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme ai boss Salvatore RiinaFrancesco MadoniaGiuseppe Giacomo GambinoGiuseppe LuccheseBernardo BruscaSalvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri[14].

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, Calò venne condannato all’ergastolo insieme ai boss Salvatore RiinaPietro AglieriBernardo BruscaRaffaele GanciNenè GeraciBenedetto SperaNitto SantapaolaBernardo ProvenzanoSalvatore MontaltoGiuseppe Graviano e Matteo Motisi[16]. Lo stesso anno, nel processo per l’omicidio del giudice Cesare Terranova, Calò ricevette un altro ergastolo insieme a Michele GrecoBernardo BruscaSalvatore RiinaNenè GeraciFrancesco Madonia e Bernardo Provenzano[17].

Inoltre nel 2004 viene accusato dal collaboratore Salvatore Cancemi di aver strangolato i due figli del pentito Tommaso Buscetta, scomparsi nel 1982 e mai più ritrovati[18].

Dissociazione Nel settembre 2001 il boss ammette l’esistenza di Cosa nostra e decide di dissociarsi dall’organizzazione mafiosa, pur senza pentirsi[19].

Zio Carlo La figura di Calò ha ispirato il personaggio di Zio Carlo nel libro Romanzo criminale, scritto nel 2002 da Giancarlo De Cataldo e riferito alle vicende realmente avvenute della Banda della Magliana. Dal libro è stato tratto il filmdel 2005Romanzo criminale, diretto da Michele Placido, nel quale Zio Carlo è interpretato da Gigi Angelillo, e, nel 2008, il regista Stefano Sollima realizza la serie televisivaRomanzo criminale dove i panni del personaggio sono vestiti da Adriano Chiaramida.


GIUFFRÉ: CALVI FU UCCISO PER ORDINE DI PIPPO CALÒ

Chi e perché uccise il presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi? «Fu Cosa nostra, Pippo Calò». Sicuro, l´ultimo pentito di mafia, il boss Antonino Giuffrè ha risposto così ai pm romani, Maria Monteleone e Luca Tescaroli, titolari dell´inchiesta sul «suicidio» di Roberto Calvi. Parole pronunciate da Giuffrè negli ultimi giorni “utili” per la sua collaborazione. Alla mezzanotte di ieri sono infatti scaduti i termini per la raccolta delle sue dichiarazioni senza che il governo concedesse una proroga così come era stato più volte chiesto dai magistrati. Ma ieri a Siracusa il ministro di Grazia e giustizia Castelli ha gelato le attese: «Il governo non interverrà. Mi sembra che sei mesi siano un termine di tempo assolutamente ampio per rendere dichiarazioni». Se ritiene, dice Castelli, lo faccia il Parlamento. Rassegnati i pm di Palermo, voci di dissenso si levano dal centrosinistra ma anche dalla maggioranza con il presidente dell´Antimafia Centaro che conferma l´indirizzo dato dalla commissione al governo per una modifica della legge sui pentiti. Mentre martedì arriva al voto a Montecitorio il disegno di legge che rende definitivo il 41 bis. Sul caso Calvi, Giuffrè non ha dubbi, perché lui, «quel fatto» lo apprese dalla viva voce di Pippo Calò che commentava con altri capimafia. Giuffrè ha spiegato il movente dell´eliminazione di Roberto Calvi e fornito ai magistrati elementi definiti utili per l´idenficazione dei killer spediti da Calò a Londra per uccidere simulando poi il sucidio del banchiere. Il boss pentito ha anche tirato in ballo partiti e politici che in quel periodo, attraverso Calvi, avrebbero ricevuto «donazioni» dai boss di Cosa nostra, facendo il nome del senatore a vita Giulio Andreotti e della Democrazia Cristiana. «Regali» in cambio dei «favori» che la Dc ed Andreotti avrebbero fatto a Cosa nostra. I verbali di Giuffè saranno depositati agli atti della lunghissima inchiesta che dura da oltre dieci anni e che negli ultimi tempi ha ripreso nuovo impulso e vigore dopo il ritrovamento della cassetta di sicurezza di Calvi, scoperta 20 anni dopo la sua morte. «Roberto Calvi – racconta Giuffrè – fu ucciso perché aveva gestito male i soldi di Cosa nostra, in particolare i miliardi dei capi di Cosa nostra, Totò Riina, Bernardo Provenzano e Francesco Madonia». La verità sul caso Calvi Giuffrè ha detto di averla appresa durante un incontro con Pippo Calò che in quel periodo (metà degli anni ’80) era latitante e «protetto» a Caccamo, il paese di Giuffrè. Con Calò c´erano Francesco Intile, Lorenzo Di Gesù e Giuseppe Panseca ed insieme commentavano una notizia del telegiornale che parlava del «suicidio» di Calvi. «Calò sorrideva e raccontò di avere fatto uccidere Calvi perché aveva gestito male i soldi che Cosa nostra gli aveva affidato per riciclarli». FRANCESCO VIVIANO13 dicembre 2002 LA REPUBBLICA


L’ex presidente del vecchio Ambrosiano fu trovato impiccato sotto un ponte a Londra Concluso in Corte d’assise il primo atto di una vicenda dai contorni ancora oscuri Processo Calvi, la sentenza dopo 25 anni assolti Pippo Calò e gli altri imputati Tutti assolti al processo sulla morte di Roberto Calvi. Venticinque anni dopo il ritrovamento sotto il ponte dei Frati Neri a Londra del corpo dell’ex presidente del vecchio Banco Ambrosiano, la corte d’Assise di Roma ha assolto l’ex cassiere della Cosa nostra Pippo Calò; il faccendiere Flavio Carboni, la sua ex fidanzata Manuela Kleinszig, l’ex boss della banda della Magliana Ernesto Diotallevi e Silvano Vittor.

Assolti per “insufficienza di prova”. Appellandosi all’articolo del codice penale equivalente alla vecchia formula dell’insufficienza di prove, la Corte ha pronunciato l’assoluzione di quattro dei cinque imputati accusati di concorso in omicidio volontario premeditato. Per Manuela Kleinszig, ex fidanzata del faccendiere Flavio Carboni, la Corte ha accolto la richiesta del pm formulando un’assoluzione con formula piena.
Il processo iniziato nel 2005. Il processo era cominciato nell’ottobre del 2005. Dopo decine di udienze e centinaia di testimonianze, il pm aveva chiesto l’ergastolo per quattro degli imputati. E oggi nell’aula bunker del carcere di Rebibbia la corte d’Assise si è pronunciata su una vicenda dai contorni ancora oscuri.
I ruoli dei cinque imputati. Nessuno degli imputati era in aula ad ascoltare la sentenza: solo Calò era collegato in videoconferenza dal carcere di Ascoli Piceno. Secondo l’accusa, il mandante dell’omicidio sarebbe stato proprio lui, il “cassiere” di Cosa nostra, mentre Carboni, Diotallevi, Vittor e la Kleinzig avrebbero collaborato alla fase organizzativa ed esecutiva del piano.

Impiccato sotto il ponte dei Frati Neri. Roberto Calvi fu trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Per anni, quella morte fu ritenuta un suicidio; fino a quando alcune perizie parlarono apertamente di “morte provocata”, cioè di omicidio. A conclusione delle indagini, il pm andò addirittura oltre. Dietro la morte del banchiere – sostenne il magistrato – ci sarebbero stati una serie di intrecci torbidi: dalla cattiva amministrazione del denaro di Cosa nostra affidato al banchiere milanese, al pericolo che fossero rivelati segreti di operazioni sporche effettuate attraverso il vecchio Banco Ambrosiano.
Il capo d’imputazione. Si legge nel capo d’imputazione della Procura: “Gli imputati, avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa nostra e camorra, cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle predette organizzazioni ed impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro”.
Gli avvocati: “Crollano tutte le accuse”. I difensori degli imputati fin da subito si erano detti convinti che l’ex presidente del Banco Ambrosiano si fosse suicidato: “Da 25 anni si dava Carboni per colpevole: il risultato di oggi schianta un teorema accusatorio fondato sul nulla”, ha detto l’avvocato Renato Borzone, difensore dell’ex imprenditore. “Resta amarezza – ha aggiunto il penalista – perché un cittadino ha dovuto aspettare 25 anni per avere giustizia in un processo di primo grado”.
Aperto un secondo fascicolo. Ma la sentenza di oggi è destinata a rimanere solo una pagina di questa intricata vicenda: sulla morte di Calvi, in procura a Roma, c’é un secondo fascicolo aperto, un’indagine-stralcio sui mandanti che vede indagate una decina di persone tra cui Licio Gelli, l’ex capo della P2. (6 giugno 2007 LA REPUBBLICA )


  1. 1970-1982 I corleonesi alla ribalta – Il terrorismo nero e rosso – La storia di Pepino Impastato
  2. E LEGGIO SPACCO’ IN DUE COSA NOSTRA – la Repubblica.it
  3. xiv_023n016.pdf
  4. Motivazione della sentenza per il processo per l’omicidio di Roberto Calvi – Tribunale di Roma (PDF) (archiviato dall’url originale il 2 gennaio 2014).
  5. Mannoia: ” Gelli riciclava in Vaticano i soldi di Riina “
  6. ^ ab Il caso Calvi, un mistero italiano
  7. 1970-1982:Banchieri, faccendieri e massoni
  8. ^ Franco Recanatesi, Riciclava soldi delle cosche. Sulla-mafia-sa più di Buscetta, in la Repubblica, 31 marzo 1985. URL consultato il 13 febbraio 2018.
  9. ^ Claudio Gerino, La ‘centrale’ dell’eroina in una villa di Don Calò, in la Repubblica, 12 maggio 1985. URL consultato il 13 febbraio 2018.
  10. ^ ab Processo Calvi, la sentenza dopo 25 anni, assolti Pippo Calò e gli altri imputati, articolo de “la Repubblica” del 6 giugno 2007
  11. Senato della Repubblica XIV LEGISLATURA Documenti (PDF).
  12. Omicidio Pecorelli: nessuna prova contro Andreotti, in La Repubblica, 1º agosto 2000. URL consultato il 4 luglio 2012.
  13. ^ Corte di cassazione, Sentenza 24 novembre 2003, n. 45276, eius.it. URL consultato il 5 luglio 2012 (archiviato dall’url originale il 10 febbraio 2013).
  14. ^ a b Sportello Scuola e Università della Commissione Parlamentare Antimafia, su camera.it. URL consultato il 18 febbraio 2013 (archiviato dall’url originale il 14 dicembre 2007).
  15. Delitto Dalla Chiesa: ottavo ergastolo a Riina
  16. Sentenza Strage – CONDANNE ALL’ERGASTOLO Archiviato il 13 giugno 2013 in Internet Archive.
  17. Ecco chi uccise Terranova
  18. Calò: ‘Riina volle le stragi è un pazzo, andava ucciso’ – la Repubblica.it, su Archivio – la Repubblica.it. URL consultato il 5 gennaio 2020.
  19. la Repubblica/cronaca: Il cassiere di Cosa Nostra ‘Mi dissocio ma non mi pento’, su www.repubblica.it. URL consultato il 31 dicembre 2019.
 a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – Progetto San Francesco