ARCHIVIAZIONE DELL’UTRI

 

TRIBUNALE DI FIRENZE  Ufficio del giudice per le indagini preliminari

DECRETO DI ARCHIVIAZIONE

Il giudice per le indagini preliminari, dott. Patrizia Martucci; letti gli atti del procedimento n. 16249/22 R. Gip a carico di:

INDAGATI

Marcello Dell’Utri, nato a Palermo, l’11/9/1941; per i reati di cui agli artt. 422, c. 1 e 2, 81 II c., 110, 112 n. 1 c. p., 416 bis. 1, 270 bis.1 c. p. (già 1 d. l. 15 dicembre 1979, n. 625, convertito con la legge 6.2.1980, n. 15), commessi in Roma, il 14 maggio 1993; in Firenze, il 27 maggio 1993; in Milano, il 27 luglio 1993; in Roma, il 28 luglio 1993, alle ore 0,03 e alle ore 0,08; in Roma, domenica 23 gennaio 1994; iscritto nel registro di notizie di reato, con provvedimento del 22 dicembre 2023 (nell’ambito del p. p. n. 16109/2023 R.G.N.R. Noti, riunito con provvedimento del 27 dicembre 2023), scadenza 22 dicembre 2024, e da ultimo prorogato sino al 22 dicembre 2025;

OMISSIS

Vista la richiesta di archiviazione presentata dai Pubblici Ministeri,

OSSERVA

L’oggetto del presente procedimento viene efficacemente così riassunto dai Pubblici Ministeri: Omissis.

Il presente procedimento ha ad oggetto l’attività di indagine finalizzata ad accertare l’origine e la motivazione della strategia stragista del biennio 1993-1994 e conseguentemente a verificare l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti, rispetto a quelli già condannati in via definitiva, nell’attività di ideazione, progettazione ed esecuzione della stessa.
In particolare, rientrando in tale focus investigativo i fatti avvenuti in Roma, Firenze e Milano nel 1993, collocati nell’arco di 75 giorni, a partire dal 14 maggio al 28 luglio sino al 28 luglio 1993, a cui occorre aggiungere il fallito attentato del 23 gennaio 1994. Tali episodi stragisti, come noto, hanno fatto seguito alle stragi di Capaci e di via Mariano d’Amelio, rispettivamente del 23 maggio 1992 e del 19 luglio 1992.
Gli eventi si collocano nel più ampio progetto terroristico eversivo ideato nell’autunno del 1991 ed efficacemente sintetizzato dalle parole di Salvatore Riina “Bisogna prima fare la guerra prima di fare la pace”, riportate dal collaboratore di giustizia Filippo Malvagna. Un’espressione capace di esprimere in sé un ragionamento politico che prende le mosse dall’imprevisto esito negativo del c.d. maxiprocesso, sancito dalla sentenza della Corte di cassazione del 30 gennaio 1992, e dal conseguente fallimento dei tentativi di condizionarne l’esito: dopo tale esito processuale, infatti, cosa nostra decise di colpire sia i magistrati che più di ogni altro avevano sino a quel momento rappresentato un pericolo per l’organizzazione, che i tradizionali referenti politico-istituzionali.
Da quel momento i vertici del sodalizio criminoso hanno intrapreso infatti una vera e propria guerra allo Stato, nel tentativo di piegarlo e indurlo a trattare, in una fase estremamente critica per la storia repubblicana, caratterizzata in particolare dallo sfaldamento dei partiti di governo, travolti dalle indagini su Tangentopoli.
L’attacco sarebbe dovuto essere funzionale alla creazione di un nuovo assetto di potere ritenuto funzionale alle proprie aspettative, riannodando il rapporto politico/mafioso chiuso con i precedenti referenti ritenuti inadeguati e, perciò, eliminati o, comunque, abbandonati, contemporaneamente condizionando la politica legislativa del governo e del parlamento, in modo da ottenere vantaggi sul terreno carcerario (con l’abolizione del carcere duro di cui all’art. 41 bis O. P. e dell’ergastolo), e su quello del pentitismo e del sequestro dei beni mafiosi.

OMISSIS

Ed infatti, anche nelle motivazioni di processi già definiti si legge che «… erano in corso trattative con canali istituzionali che si erano condensate nell’arcinoto ‘papello’, che era una sorta di cahier de doléances che costituiva per Riina la base per una seria trattativa con lo Stato».
Ed ancora: «…l’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata ad indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti, potesse assicurare come per il passato le necessarie complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato».
«Ritornando al tema delle trattative va rammentato che Cancemi, in sede di riesame ha fatto riferimento ai contatti avuti da Riina con gli onorevoli Dell’Utri e Berlusconi …. contatti che, a suo dire, avevano lo scopo di ottenere provvedimenti legislativi favorevoli all’organizzazione; annullare la legge sui pentiti, abolire l’ergastolo, eliminare la normativa sul sequestro dei beni o di affievolirne le conseguenze. Anche Brusca ha riferito di una trattativa, a cavallo delle stragi, condotta da Salvatore Riina per ottenere benefici in tema di revisione dei processi, di sequestri di beni, di collaboratori di giustizia, nonché del progetto di attentato nei confronti del giudice Grasso, essendosi inasprite le trattative in corso, dopo la strage di Via D’Amelio. Dell’esistenza di contatti tra Salvatore Riina con rappresentanti istituzionali si trae conferma come ha ricordato lo stesso Brusca, dalle dichiarazioni rese dal gen. Mori e dal magg. De Donno… Tali trattative, nel cui ambito si inserì anche Vito Ciancimino, sfociate nel notissimo “papello”, vennero intraprese nel quadro di una serie di iniziative del ROS, volte alla cattura di Riina e Provenzano.
I vertici di Cosa Nostra, subito dopo la strage di Capaci, avevano ricevuto un segnale istituzionale che, nella loro prospettiva, convalidava la bontà delle prospettive che si aprivano in concomitanza con le stragi, tant’è che Riina aveva cercato di rivitalizzare, dopo la strage di Via D’Amelio, la trattativa con il progetto di attentato nei confronti del dr. Pietro Grasso. Difatti, la trattativa condotta dagli ufficiali del ROS con Ciancimino si era bloccata, avendo quest’ultimo chiesto una pausa di riflessione». (cfr. sentenza Corte d’assise d’appello di Caltanissetta, depositata il 23 giugno 2001 e ormai definitiva).
Quindi, si è dimostrata nel tempo e attraverso più procedimenti l’esistenza di trattative tra referenti istituzionali e esponenti di cosa nostra, circostanza che, anche nell’ultima sentenza della Suprema Corte del novembre 2024, che ha definitivamente prosciolto proprio i referenti istituzionali di quella trattativa (Mori e De Donno), non appare smentita visto che l’assoluzione è stata motivata sulla carenza dell’elemento psicologico della fattispecie in contestazione.
Di qui l’ulteriore profilo investigativo percorso dalla Procura di Firenze finalizzato ad accertare se il centro di interessi rappresentato da Berlusconi, che proprio in quegli stessi anni dava vita ad un partito politico (comunque strettamente connesso alla via delle sue aziende) avendo come principale coadiutore Marcello Dell’Utri, potesse essere stato quello che aveva, come indicato dai Pubblici Ministeri “alimentato il convergente ed autonomo interesse criminale di cosa nostra, al punto da determinare quest’ultima organizzazione a progettare e dare esecuzione all’attacco stragista del 1993-1994”.
Così nella richiesta di archiviazione vengono ripercorsi puntualmente tutti i segmenti investigativi fin qui seguiti (pr. 6).

OMISSIS

Sotto quest’ultimo profilo, il rapporto a livello investigativo con la Procura Distrettuale di Milano ha offerto elementi di novità connessi alle dichiarazioni di altro collaboratore di giustizia, G. Marasco (così ricordano i Pubblici Ministeri “In proposito, peraltro, si ricorda che la funzione di Mangano a Milano è stata oggetto di dissertazione anche nella motivazione di condanna di Dell’Utri per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, evidenziando che proprio Mangano avrebbe dovuto svolgere il compito di garante dell’accordo intercorso fra Berlusconi e cosa nostra, per la protezione personale sua e dei familiari oltre che delle sue aziende”) ma anche all’audizione di un soggetto coinvolto nell’indagine milanese “Equalize”, Calamucci; da lì sono venute ulteriori conferme al legame fra ambienti di cosa nostra e Silvio Berlusconi risalenti ad una data antecedente alle stragi del 1993-1994.
Al contempo, sempre da quella collaborazione, emergeva la figura di V. De Marzio, militare del Ros di Milano nel 1994, che, non solo avrebbe ascoltato il Mangano ma potrebbe essere a conoscenza di circostanze (poi riferite a terze persone, tra le quali il Calamucci) che avrebbe appreso, per diretta esperienza di servizio, sulla figura di Silvio Berlusconi (vi sarebbe un’annotazione del 1992 avente ad oggetto un pedinamento di Berlusconi) e di Mario Mori, Comandante operativo del Ros alla data in cui il De Marzio prestava servizio a Milano.
Tanto premesso, seppure si configuri un quadro indiziario significativo quanto alla posizione del Dell’Utri OMISSIS non vi sono elementi che consentano di formulare una ragionevole previsione di condanna, intesa come probabilità qualificata di esito sfavorevole per gli indagati, non riducibile a mera possibilità.
Infatti, gli esiti investigativi prospettano che vi siano soggetti, OMISSIS in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi, OMISSIS mai veicolate alla magistratura e destinatario di confidenze fattegli da OMISSIS OMISSIS mancano, però, allo stato, elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri (stretto collaboratore di Berlusconi) OMISSIS  contatti che possano dimostrare l’assunto investigativo di cui si è detto in premessa ovvero che l’attacco stragista del 1993-94 abbia avvantaggiato gli interessi di Berlusconi.
Infine, OMISSIS nessun riscontro diretto è emerso rispetto alla fondatezza di tali dichiarazioni e quindi alla sussistenza della fattispecie di false dichiarazioni al Pubblico Ministero ovvero del delitto di calunnia.

Visti gli artt. 409 e ss. c.p.p.

P.Q.M.

Dispone l’archiviazione del procedimento sopra indicato e ordina la restituzione degli atti al Pubblico Ministero.

Firenze, 15 gennaio 2026

Il giudice per le indagini preliminari Patrizia Martucci