📌 Il refuso del “punto 11” (“fragranza” al posto di “flagranza“) è presente nel “papello originale” e così è stato riportato nella trascrizione
Il mistero del “papello”: tra verità giudiziaria e ombre irrisolte
A più di trent’anni dalle stragi del 1992, il cosiddetto papello attribuito da Massimo Ciancimino a Totò Riina continua a rappresentare uno dei documenti più controversi della storia repubblicana.
Un elenco di dodici richieste che Cosa nostra avrebbe avanzato allo Stato in cambio della cessazione della strategia stragista.
Un foglio che, secondo alcuni, sarebbe la prova materiale della trattativa tra pezzi delle istituzioni e la mafia. Ma la sua autenticità, a oggi, non è mai stata definitivamente accertata.
Il papello entra nel dibattito pubblico solo nel 2009, quando Massimo Ciancimino — figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito — consegna ai magistrati una fotocopia del presunto documento scritto da Riina.
L’elenco comprende richieste drastiche: dalla revisione del 41-bis all’abolizione dell’ergastolo, fino alla riforma della legge sui pentiti.
La Procura di Palermo, pur riconoscendo l’interesse investigativo del materiale, rileva un punto cruciale: non esiste l’originale, solo una copia di provenienza incerta.
L’assenza dell’originale impedisce infatti qualsiasi analisi tecnica su carta e inchiostro.
L’analisi del toner utilizzato per la fotocopia è compatibile con quelli in uso nella metà degli anni Novanta. Questo dettaglio non smentisce del tutto la cronologia della presunta “trattativa” (iniziata nel 1992), ma non ne prova l’autenticità.
Gli stessi magistrati, nel corso degli anni, parlano del “papello” come di un documento “da verificare”, mai come una prova pienamente acquisita. Le difese nei processi sulla trattativa hanno più volte evidenziato incongruenze e possibili manipolazioni.
Inaffidabilità del testimone: Nelle motivazioni delle sentenze sul processo Stato-Mafia, i giudici d’appello hanno evidenziato che le manipolazioni documentali e le false dichiarazioni accertate a carico di Massimo Ciancimino gettano pesanti ombre e “sicuri dubbi” sull’autenticità del documento specifico da lui consegnato
Il papello rimane così sospeso tra storia e leggenda giudiziaria: un simbolo potente, ma privo della certezza documentale necessaria per essere considerato autentico.
Ciò nonostante, a gennaio di quest’anno – anche se la notizia è emersa solo nei giorni scorsi – il documento è stato riesumato e citato nel decreto di archiviazione riguardante Dell’Utri, firmato dal GIP di Firenze Patrizia Martucci.
- 23 maggio 1992 – Strage di Capaci. Muore Giovanni Falcone. Secondo Ciancimino, iniziano i primi contatti tra ufficiali del ROS e suo padre Vito Ciancimino per “capire cosa vuole Cosa Nostra”.
- Giugno 1992 – I primi incontri Mori–De Donno / Vito Ciancimino Il capitano Giuseppe De Donno incontra più volte Vito Ciancimino.
- Luglio 1992 – La c.d. trattativa entra nel vivo Secondo Ciancimino, il padre accetta di fare da mediatore. Il ROS chiede un “segnale” da Cosa Nostra. Riina, tramite il medico mafioso Antonino Cinà, avrebbe preparato un elenco di richieste.
- Fine luglio 1992 – Arriva il “papello” Secondo il racconto di Massimo Ciancimino, Antonino Cinà gli avrebbe consegnato un plico destinato al padre. Dentro ci sarebbe stato il c.d. papello: un elenco di 12 richieste di Riina allo Stato.
- 19 luglio 1992 – Strage di via D’Amelio Paolo Borsellino viene ucciso. Secondo Ciancimino, la trattativa non si interrompe, anzi: Riina irrigidisce le richieste.
- Agosto–Settembre 1992 – Il “contro-papello” Vito Ciancimino avrebbe giudicato il papello inaccettabile per lo Stato e avrebbe redatto un contro-papello con richieste più “politicamente presentabili”.
- Autunno 1992 – Arresto di Riina imminente Ciancimino padre chiede garanzie per sé e per la sua famiglia. I rapporti con il ROS si incrinano. La trattativa, secondo Massimo Ciancimino , si sarebbe spostata verso Provenzano.
- 15 gennaio 1993 – Arresto di Totò Riina Riina viene catturato. Secondo Ciancimino, l’arresto non chiude la trattativa: cambia solo l’interlocutore mafioso.
- 1993–1998 – Il papello scomparE. Il documento non viene mai consegnato alla magistratura.
- 2008–2009 – Le prime rivelazioni di Massimo Ciancimino Durante gli interrogatori, Massimo Ciancimino racconta per la prima volta l’esistenza del papello. I magistrati chiedono di consegnarlo.
- 15 ottobre 2009 – Consegna del papello alla Procura Massimo Ciancimino consegna una copia del papello ai PM di Palermo. Il documento diventa prova fondamentale nel procedimento sulla trattativa Stato–mafia.
- 2010–2018 – Processi e contestazioni Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino vengono utilizzate come base per l’accusa. La difesa contesta: autenticità del documento, manipolazioni e versioni contraddittorie. Ciancimino viene imputato per calunnia e falso in atti.
- 2018–2023 – Il papello resta un mistero Nessuna prova definitiva della sua autenticità. Nessuna prova definitiva della sua falsità. Il papello rimane simbolo della trattativa e delle sue zone d’ombra. Secondo Massimo Ciancimino il papello è il documento con cui Totò Riina avrebbe voluto dettare allo Stato le condizioni per fermare le stragi del 1992–1993.
- Per la magistratura sarebbe un elemento utile, ma non decisivo, e non verificabile in modo assoluto. Per la storia: resta uno dei documenti più controversi della Repubblica
14.4.2023 – Caro Ranucci, il cosiddetto papello di Riina non è mai esistito… Il conduttore di Report, per rispondere ai penalisti, ricorda il papello in cui si chiede l’abolizione del 41 bis. Ma la tesi non torna
Risulta evidente che le fotocopie, con l’uso di carte e inchiostri datati, impediscano l’accertamento delle epoche degli originali, oggetto della copiatura.
Lo stesso Massimo Ciancimino ha invece fornito l’originale, e non la fotocopia, del post-it manoscritto a matita dal padre che recita ‘”consegnato spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori dei Ros”, attaccato alla fotocopia del “papello”. Si scoprì che quel post-it riguardava la consegna del libro di don Vito ai Ros.
Un libro dal titolo “Le mafie”, ritenuto privo di valore. Ma attaccandolo alla fotocopia di quel “papello”, ha creato una manipolazione. Molto grossolana.
19.2.2021 – Via D’Amelio, il medico di Riina Cinà non ha avuto ruoli. La trattativa perde pezzi?
La gip di Caltanissetta ha accolto la richiesta di archiviazione dei pm per Antonino Cinà, difeso dagli avvocati Giovanni Di Benedetto e Federica Folli
Antonino Cinà non solo non ha ricoperto alcun ruolo apicale della mafia corleonese, ma nemmeno è responsabile della strage di Via D’Amelio. La giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Valentina Balbo, sciogliendo la riserva assunta all’udienza camerale del 24 settembre 2020, ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dai pm nisseni.
Antonino Cinà, difeso dagli avvocati Giovanni Di Benedetto del foro di Palermo e Federica Folli del foro di Parma, è stato un semplice intermediario tra Vito Ciancimino e Salvatore Riina e non gli viene riconosciuto alcun altro protagonismo.
Ma andiamo con ordine. Tutto nasce dal fatto che la cosiddetta trattativa Stato-mafia fosse considerata la causa dell’accelerazione della strage di Via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. Da una parte c’è la tesi giudiziaria palermitana che inquadra i contatti tra gli ex Ros, Mario Mori e Giuseppe De Donno, e Vito Ciancimino non come una semplice “trattativa” per arrivare a decapitare i corleonesi, ma come patto per porre fine alle stragi: in cambio la mafia avrebbe ottenuto dei favori esplicitati da un presunto papello a firma di Totò Riina. Quali? Difficile individuarli visto che sono stati arrestati tutti e i boss principali, a partire dal capo dei capi, sono finiti ininterrottamente al 41 bis. Carcere duro che fu varato dal Parlamento subito dopo le stragi.
La versione dei Ros sulla trattativa Dall’altra c’è la versione dei Ros stessi, che poi viene confermata dal verbale del 1993 riguardante l’interrogatorio fatto a Vito Ciancimino. Ovvero che la “trattativa” (termine che compare proprio nel verbale) consisteva semplicemente in una proposta avanzata dai Ros: «Consegnino alla Giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento ai suoi familiari». In che cosa sarebbe consistita la collaborazione dell’ex sindaco di Palermo? Ricostruendo un sistema mafia- appalti attraverso Vito Ciancimino stesso che avrebbe ripreso dei contatti con il mondo imprenditoriale in odor di mafia, assicurando al suo «interlocutore- ambasciatore» che avrebbe potuto ricreare un rapporto tra le imprese senza che potesse «riprodursi l’effetto Di Pietro». Antonino Cinà medico di fiducia di Riina, Provenzano e Bagarella.
Chi era questo interlocutore? Dal verbale risulta che Ciancimino dichiarò che era il dottor Antonino Cinà, personaggio di primissimo piano: era il medico di fiducia di Riina, Provenzano e Bagarella, cioè del vertice di Cosa nostra. Il dottor Cinà, ricordiamo, è anche tra i condannati in primo grado nel processo “trattativa”. Ora c’è il processo d’appello in corso. Lo scopo ultimo di questa trattativa era quello di arrestare tutti i coinvolti e magari raggiungere esponenti mafiosi di alto livello, come riferì il generale Mori durante una sua dichiarazione spontanea nel processo sulla trattativa. Si trattava in pratica di far diventare Vito Ciancimino «una sorta di agente sotto copertura». I pm nisseni hanno chiesto l’archiviazione per Cinà La cosa però saltò, non se ne fece più nulla, perché poi Ciancimino – mezzora dopo quel colloquio con i Ros – venne tratto in arresto.Come mai i pm di Caltanissetta hanno chiesto l’archiviazione per Cinà? La questione è semplice. Oltre al fatto che non ricoprisse alcun ruolo apicale, escludono la trattativa come causa dell’accelerazione della strage. Anche perché i primi veri contatti con Ciancimino si ebbero dopo la strage di Via D’Amelio. Ma riportiamo il passaggio del pubblico ministero. Attraverso una sintetica, ma puntuale, disamina di quanto emerso dalle investigazioni e dalle istruttorie dibattimentali espletate in quasi un trentennio sulle stragi del 1992, il pm nisseno conclude che «prescindendo dalle dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino (il figlio di “Don Vito”, ndr) il compendio probatorio in atti non consenta di ritenere univocamente dimostrato che il Colonnello Mori abbia avuto diretti contatti con Vito Ciancimino prima della strage di via D’Amelio e che gli appartenenti al Ros. dei Carabinieri fossero stati messi a conoscenza, sempre prima dell’attentato del 19 luglio 1992, dei punti contenuti nel cd. “papello” redatto da Salvatore Riina». Il pm va al dunque, sottolineando che «al di là delle considerazioni di tipo logico, infatti (può dirsi quasi scontato che, laddove informato, il dottor Borsellino mai avrebbe avallato natura e finalità di quei contatti) non aiutano allo scopo prefisso nemmeno le dichiarazioni rese da Giovanni Brusca». Il Borsellino quater ha escluso la trattativa come causa dell’accelerazione della strage. Il pm cita il verbale di interrogatorio dell’ 8 maggio del 2009: «non ho mai parlato con Riina del fatto che il dottore Borsellino sia stato ucciso in quanto ostacolo alla trattativa. Si tratta di una mia interpretazione basata sulla conoscenza che ho dei fatti di Cosa nostra ma anche delle vicende processuali cui ho partecipato. Mi venne detto da Riina che vi era “un muro” da superare ma in quel momento non mi venne fatto il nome di Borsellino. È sicuro, comunque, che vi fu una accelerazione nell’esecuzione della strage». Il pm nisseno, quindi, spiega che «può dirsi estremamente chiaro come il Brusca abbia collegato solo in maniera deduttiva le considerazioni che gli aveva fatto il Riina sull’ostacolo da superare alla persona del dottor Borsellino. Deduzione che però, allo stato, non è assistita da alcun elemento oggettivo in grado di farla assurgere a dignità di prova. Dal complesso delle sue esposte considerazioni discende, senza bisogno di ulteriori considerazioni, l’impossibilità lo stato di un utile esercizio dell’azione penale potendosi prevedere sulla scorta degli elementi a disposizione esiti non favorevoli del giudizio eventualmente instaurato». A tal proposito è bene ricordare che le motivazioni del Borsellino quaterrecentemente depositate dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, non solo confermano questo assunto, ma escludono categoricamente la trattativa come causa dell’accelerazione: viene invece inquadrata nel discorso dell’interessamento di Borsellino nell’indagine mafia appalti di cui ancora non era titolare, una strage accelerata per “cautela preventiva”. Per la gip Cinà era latore di dichiarazioni tra i vertici mafiosi e Ciancimino La giudice delle indagini preliminari specifica che per la posizione di Cinà non è rilevante il fatto che la cosiddetta trattativa sia o meno esistita in quei termini. Quello che interessa sapere, invece, è se abbia ricoperto o meno ruoli attivi, oppure “passivi” sapendo che la sua azione da intermediario avrebbe causato la strage. La giudice prende le mosse proprio dalle dichiarazioni in merito rese da Massimo Ciancimino a più riprese. Prende in considerazione quella resa il 29 gennaio 2008 ed emerge che Cinà era un mero intermediario tra il padre Vito e Salvatore Riina e non gli viene riconosciuto nessun altro protagonismo, neppure quello di consegnare “il papello” di richieste fatte da Cosa nostra. Ma non solo. La giudice fa riferimento a un manoscritto di Vito Ciancimino dove emerge un dato fondamentale: l’incontro con Antonino Cinà e il suo fare altezzoso, alla notizia che i Carabinieri avrebbero voluto avere un contatto con i vertici mafiosi, viene collocato dopo la strage di via d’Amelio. «Non si comprende, dunque – scrive la giudice -, come avrebbe mai potuto Cinà, la cui condotta si innesta in un momento successivo alla strage di via D’Amelio, contribuire ad accelerarne il verificarsi». Riportando anche uno stralcio della sentenza trattativa di primo grado, la giudice sentenzia che non aggiunge elementi di novità tali da giustificare l’imputazione di Cinà per il delitto di strage del 19 luglio 1992. Tali esiti dimostrano solo che Cinà era ritenuto latore di dichiarazioni tra Salvatore Riina, i vertici mafiosi e Vito Ciancimino. Non c’è nessun elemento che lo qualifichi come figura apicale che avrebbe in qualche modo potuto dare il proprio contributo ad assumere determinazioni in materia di omicidi eccellenti come quello di Paolo Borsellino. IL DUBBIO Damiano Aliprandi
31.5.2019 Processo Trattativa, il giudice d’appello: “Molti dubbi sull’autenticità del papello”
La relazione introduttiva del presidente della Corte: “Pesano le modifiche apportate da Ciancimino”
“A far dubitare della autenticita’ del documento definito ‘papello’, consegnato da Massimo Ciancimino, sono le sicure modifiche apportate dallo stesso Ciancimino assieme alla persistente incertezza sul vero autore del documento.
In definitiva le prove sull’autenticita’ finiscono per passare dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, caratterizzate da oscillazioni e incertezze.
Questi elementi costituiscono un ostacolo insormontabile a provare la sua autenticita’ sostenuta dall’accusa“. Lo ha detto il presidente della seconda Corte d’assise d’appello di Palermo, Angelo Pellino, a latere Vittorio Anania, proseguendo cosi’ la relazione introduttiva del processo di secondo grado “Stato-mafia”, con cui ripercorre le oltre cinquemila pagine di motivazioni della sentenza di primo grado. In primo grado Massimo Ciancimino, figlio del sindaco mafioso di Palermo, don Vito, era stato condannato e 8 anni per la calunnia all’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro.
“Anche lo stesso Salvatore Riina esclude di avere scritto alcunche”. La falsificazione documentale e’ stata utilizzata dal Ciancimino – prosegue Pellino – per supportare le sovrastrutture artificiosamente aggiunte ma il contenuto corrisponde effettivamente alle richieste promanate dai vertici mafiosi. Lo stesso Brusca nel ’96, ancor prima di Massimo Ciancimino, parlo’ di un ‘papello’ precisando di non avere mai visto il documento scritto. E’ provato, si legge nelle motivazioni della la Corte d’assise, che Riina – sostiene Pellino – abbia risposto alla sollecitazione pervenuta facendo conoscere le condizioni per far cessare la strategia stragista. Non e’ provato che il papello sia stato effettivamente scritto da lui. Resta da provare che la minaccia di riprendere o proseguire la strategia stragista – nel caso in cui le condizioni non fossero state accolte – sia pervenuta al destinatario”.
10.11.2016 – Stato-mafia, depone la Scientifica: “Nel papello nessuna manomissione”

Per il giudice che ha assolto Calogero Mannino, il “papello” attribuito al boss Salvatore Riina sarebbe solo una “grossolana manipolazione”.
La procura di Palermo ribatte e al processo “Trattativa Stato-mafia” chiama a deporre quattro esperti del Servizio centrale della polizia Scientifica di Roma, che davanti alla corte d’assise dicono: “Sulla fotocopia consegnata da Massimo Ciancimino non è stata rilevata alcuna manomissione grafica o merceologica, non sono state evidenziate anomalie o alterazioni”.
Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonino Di Matteo, gli esperti hanno spiegato che “la carta del documento denominato ‘papello’ risale a un periodo databile fra il 1986 e il 1990, la tecnica della fotocopiatura è quella della fusione a caldo, che riporta al periodo fine anni Ottanta-metà anni Novanta”. Dunque a un’epoca compatibile con il 1992, in quell’anno, hanno sostenuto Ciancimino ma anche altri pentiti, Riina avrebbe scritto “un papello di richieste per fermare le stragi” consegnandolo a uomini delle istituzioni.
Secondo Massimo Ciancimino erano gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, che dopo la strage di Capaci avevano avviato un dialogo riservato con il padre di Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo. Mori e De Donno, imputati nel processo Trattativa, hanno però sempre negato di aver ricevuto quel documento.
A rispondere alle domande dei pm Di Matteo e Del Bene, nell’aula bunker di Palermo, sono Annamaria Caputo, Sara Falconi, Maria Vincenza Caria e Marco Pagano. “Il papello – hanno spiegato – è scritto da un solo autore, rimasto misterioso. Il processo di fotocopiatura è risultato uniforme al microscopio”. La scrittura del “papello” è stata confrontata con quella di 32 persone, tutti boss o familiari della cerchia di Totò Riina, Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino, ma nessuno di loro è risultato l’autore del “papello”. Non è stato possibile confrontare invece la scrittura di Totò Riina.
Il capomafia ascolta in videoconferenza dal carcere di Parma, è disteso su una barella. Poco dopo le risposte della Scientifica sul “papello” chiede alla corte presieduta da Alfredo Montalto di rinunciare all’udienza e tornare in cella.
Sono 48 i documenti consegnati negli anni scorsi da Ciancimino (16 in originale e 32 in fotocopia). Uno in particolare, quello che faceva riferimento all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, è risultato manomesso.
Per questa ragione, Massimo Ciancimino era finito in carcere su ordine della procura di Palermo e adesso è imputato per calunnia al tribunale di Caltanissetta.
7 aprile 2008 Trascrizione integrale interrogatorio Massimo Ciancimino ciancimino

