Il Dossier Mafia&Appalti e l’eliminazione del dottor Paolo Borsellino

 

 

19.11.2021

Lo Forte nascose a Borsellino l’archiviazione dossier mafia-appalti»


MAFIA e APPALTI

IL SISTEMA DEGLI APPALTI IN SICILIA – audio udienze processi  


Palermo, 22 giugno 1990 Commissione Parlamentare Antimafia – Mafia e appalti. Audizione Dottor Giovanni Falcone 
Dichiarazioni del dottor Giovanni Falcone in audizione, illustra gli elementi che lo inducevano a riscontrare l’esistenza di una centrale unica per il controllo illecito sulle procedure di appalto in Sicilia con cui Cosa Nostra si assicurava un’ingente mole di proventi finanziari. –    XI_Leg_miss_PA_22 giu. 1990_parte Falcone e magistrati

Da pag. 81 –  Falcone: “A me sembra che cercare di stabilire se questo comitato d’affare sia isolano o nazionale urti contro i presupposti del ragionamento, cioè la TERRITORIALITA’ dell’organizzazione mafiosa, che controlla le opere pubbliche eseguite nella zona.
Alcune opere vengono aggiudicate altrove. Il problema sarà ampiamente chiarito, ma non posso farlo completamente in questo momento perché non credo sia opportuno. Ma il punto è sempre lo stesso: il presupposto dell’intervento dell’organizzazione mafiosa sta nel controllo del territorio: altrimenti non vi sarebbe alcuna possibilità di intervenire.
Qualsiasi impresa, italiana o anche straniera, che operi in queste zone è sicuramente soggetta agli stessi problemi: questo è sicuro. Per quanto riguarda quello che diceva il senatore Calvi, io credo che noi non dovremmo dire altro se non che a nostro giudizio – confortato dalle decisioni del giudice per le indagini preliminari – sono emersi elementi di responsabilità a carico di certi funzionari dell’amministrazione pubblica e di certi imprenditori. Tutto il resto, a mio avviso, NON deve essere oggetto di valutazione da parte del magistrato.

“LA VALUTAZIONE POLITICA SPETTA A VOI, non a noi, come non spetta a noi, se non come privati cittadini, stabilire se e in quale misura debba essere accettata la proposta dell’onorevole Nicolosi su una centralità dell’intervento dello Stato. Ed è anche verissimo – come ha ricordato tra l’altro l’onorevole Mancini- che vi è tutta una serie di appalti per i quali esiste una specifica normativa di aggiudicazione che prescinde dalla legislazione di carattere generale in cui si annidano le possibilità – che quasi sempre vengono attuate – di un pesante condizionamento soprattutto in sede locale. Se così è, chiaramente tutto questo riguarda qualsiasi imprenditore che operi in determinate zone, sia esso persona fisica, che cooperativa o ente a partecipazione statale. “


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Falcone e Borsellino hanno detto: «Salvo Lima è stato ucciso per il dossier mafia-appalti»

È il 12 marzo del 1992, l’europarlamentare democristiano Salvo Lima, leader della corrente capitanata da Giulio Andreotti, viene ucciso dalla mafia a Mondello, località balneare in prossimità di Palermo. Al momento dell’agguato si trovava in compagnia di altre due persone, il professor Alfredo Li Vecchi e il dottor Leonardo Liggio, a bordo di una Opel Vectra.
 Subito dopo essere partiti ed aver percorso un breve tragitto, l’autovettura viene affiancata da una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo, una delle quali esplode diversi colpi d’arma da fuoco, inducendo Li Vecchi, che si trova alla guida, a bloccare la vettura. Nel contempo Lima gridava “Stanno ritornando “e tutti e tre gli occupanti si precipitavano fuori dall’abitacolo in cerca di scampo, dirigendosi in senso opposto a quello di marcia dell’autovettura, cioè verso l’Addaura. Li Vecchi e Liggio avevano trovato riparo dietro il cassonetto della spazzatura e si erano accorti che Lima era disteso a terra, bocconi e privo di vita.
Un omicidio ordinato da Totò Riina Parliamo di un omicidio commesso, per ordine di Totò Riina e di altri componenti della Cupola, dai mafiosi poi diventati pentiti, Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante. Un omicidio che, di fatto, ha aperto la stagione stragista. Si è sempre detto, come si legge in sentenza, che la casuale del delitto sarebbe consistita nella delusa aspettativa di un esito favorevole del maxiprocesso da parte della Corte di Cassazione con la sentenza del 30 gennaio ‘92, nonostante l’impegno che avrebbe assunto Salvo Lima per una più favorevole definizione. In realtà c’era chi intravvedeva qualcos’altro. In una vecchia intervista rilasciata al Corriere della sera, l’allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso disse qualcosa di più e che assieme al verbale inedito, che Il Dubbio ha potuto visionare, potrebbe cambiare la versione dei fatti e rafforzare ancora una volta la pista del dossier mafia-appalti: causale di tutta la stagione stragista.
Pietro Grasso: Falcone e Borsellino erano nemici da bloccare «Certamente Falcone, come Borsellino, erano dei nemici da bloccare per quello che potevano continuare a fare. Ma l’attentato di Capaci, per le modalità non usuali per Cosa Nostra, fu anche un messaggio di tipo terroristico non tanto eversivo quanto conservativo per frenare le spinte che venivano fuori da Tangentopoli contro una politica che era in crisi». Queste sono state le valutazioni dell’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. «Per noi è lacerante intuire ma non potere ancora dimostrare – ha affermato Grasso – che la strategia stragista sia iniziata prima di Capaci e cioè con l’omicidio Lima. È lì che scattò un segnale, per cui lo stesso Falcone mi disse “Adesso può succedere di tutto”».
Falcone e Borsellino avevano capito che l’omicidio di Lima era legato a mafia-appalti Ma Falcone cosa pensava? Ora sappiamo che sia lui che Borsellino avevano capito che quell’omicidio – e non solo quello – era scaturito dal rifiuto di Lima di intervenire presso la Procura di Palermo, in merito al procedimento nato dal dossier mafia- appalti, che era stato elaborato su impulso di Falcone stesso dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno. A rivelarlo è stato l’allora sostituto procuratore Vittorio Teresi, molti anni dopo conosciuto come uno dei pm del processo sulla presunta Trattativa Stato-mafia. Parliamo di un verbale di assunzione di informazione del 7 dicembre 1992, in cui viene sentito dal pubblico ministero Fausto Cardella della procura di Caltanissetta. Il verbale è stato di recente acquisito dalla Corte d’Appello di Palermo per il processo Trattativa oramai alle battute finali.
Anche al maresciallo Guazzelli era stato chiesto di attenuare le indagini «Insieme a Paolo Borsellino, seguivo le indagini relative all’omicidio del Maresciallo Guazzelli – racconta Teresi innanzi al Pm di Caltanissetta-; a questo proposito riferisco di quanto ho appreso da Paolo Borsellino: il maresciallo Guazzelli sarebbe stato il referente dei Ros e in particolare del generale Subranni nella provincia di Agrigento. Per questa sua qualità il maresciallo sarebbe stato un giorno avvicinato da Siino Angelo e da Cascio Rosario, nei confronti dei quali il Ros stava sviluppando un’indagine, al fine di indurlo ad attenuare la loro posizione nell’inchiesta». Teresi prosegue: «Il maresciallo Guazzelli non solo avrebbe rifiutato di interporre suoi buoni uffici presso il Ros, ma addirittura avrebbe trattato in così malo modo il Siino e il Cascio, che il primo, uscito dalla casa del Guazzelli, si sarebbe sentito male». Ed ecco che Teresi spiega cosa gli raccontò Borsellino, ovvero che «andato a vuoto questo primo tentativo, il Siino si sarebbe rivolto all’onorevole Lima affinché questi intervenisse sul Procuratore Giammanco tramite l’onorevole D’Acquisto al medesimo fine».
 Non solo. «Borsellino – continua Teresi – però aggiunse di aver commentato queste notizie con Giovanni Falcone e che anche lui riteneva possibile che potessero avere una rilevanza, non solo ai fini della spiegazione dell’omicidio Guazzelli ma anche di quello dell’onorevole Lima». Sintetizza Teresi innanzi al Pm di Caltanissetta il 7 dicembre 1992: «In sostanza secondo l’opinione concorde di Paolo e Giovanni, l’onorevole Lima non sarebbe stato in grado o, peggio, non avrebbe voluto influire sulla Procura di Palermo per alleggerire la posizione di Siino (tant’è che questi fu arrestato)».
L’informativa mafia-appalti fu illecitamente divulgata Come ha scritto l’allora gip Gilda Loforti nella sua ordinanza di archiviazione del 2000, «risulta assolutamente certo che l’informativa del febbraio del 1991, denominata “mafia-appalti”, fu illecitamente divulgata prima della emissione dei provvedimenti restrittivi». Dopodiché inizia a scorrere il sangue. Il primo a morire – e ora sappiamo che secondo Falcone e Borsellino sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra per la questione del procedimento mafia-appalti – fu l’andreottiano Salvo Lima, il 12 marzo 1992. Poi, il 4 aprile successivo, toccò al maresciallo Giuliano Guazzelli, ucciso perché – su esplicita richiesta – rifiutò di stemperare le accuse contro Angelo Siino, ritenuto dai Ros uno degli anelli di congiunzione tra mafia e imprenditoria. Quindi, come noto, seguirono le stragi di Capaci e di Via D’Amelio.
Riina intercettato al 41 bis: «Ho ucciso Falcone anche per questo» Come sappiamo, Falcone esplicitò l’importanza del dossier mafia-appalti sul coinvolgimento delle imprese dell’Italia del Nord. Anticipò tangentopoli, ma con la terza gamba mafiosa, durante il convegno del 15 marzo 1991, provocando la reazione dei fratelli Buscemi che dissero «questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare»: parliamo degli imprenditori mafiosi, prestanomi di Totò Riina che volevano impossessarsi delle imprese nazionali.
Totò Riina lo dice chiaramente nelle famose intercettazioni del 2013 di quando era al 41 bis. Ne parla con il suo compagno d’ora d’aria Lorusso. Si riferisce a Falcone e del perché aveva ordinato l’attentato. È un passaggio della trascrizione “colloquio area passeggio” del 28 settembre 2013. «Fu un colpo veramente che … Minchia Salvatore te l’ha combinata …. Salvatore …», e poi aggiunge: «Salvatore … il piccolo cosi…si è messo a fare… ride … Minchia si è messo a fare … se sapevo fare il costruttore (imprenditore, ndr). Ti chiudo là dentro … anche per questo è successo, è successo … è successo». Totò Riina, per dire che è accaduto perché Falcone lo ha definito un imprenditore, l’ha ripetuto per ben tre volte. Per quello è successo, è successo, è successo.   IL DUBBIO Damiano Aliprandi 8.4.2022

La lunga scia di sangue lasciata dal dossier «mafia-appalti»

Qualche giorno fa, per la precisione il 12 marzo scorso, in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Salvo Lima è andato in onda nell’edizione delle 14 del telegiornale regionale della Sicilia di Rai3 un servizio. Più che un servizio giornalistico si è trattato di una vera e propria agiografia di Salvo Lima, leader della corrente capitanata da Giulio Andreotti, ucciso dalla mafia a Mondello, località balneare della città di Palermo. L’omicidio fu commesso per ordine di Totò Riina dai mafiosi, poi diventati pentiti, Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante.

Salvo Lima e il “Sacco di Palermo”

Non solo le sue responsabilità, sia amministrative sia politiche, nei confronti della città di Palermo sono note a tutti, e sicuramente anche ai giornalisti della sede regionale Rai, ma ricordiamo, per chi è vittima dell’oblio, che Salvo Lima fu Sindaco di Palermo, con Vito Ciancimino assessore ai “Lavori pubblici” in quella stagione palermitana che oggi è ricordata come quella del “Sacco di Palermo”, una grossa speculazione edilizia realizzata anche con il rilascio di 4.000 licenze edilizie di cui 1.600 figurarono intestate a tre prestanome che non avevano nulla a che fare con l’edilizia. In quel periodo furono apportate innumerevoli modifiche al “Piano regolatore” di Palermo, modifiche che permisero alla società di Nicolò Di Trapani, un pregiudicato per associazione a delinquere, di vendere aree edificabili ad imprese edili, mentre il costruttore Girolamo Moncada, legato al boss mafioso Michele Cavataio, ottenne in soli otto giorni le licenze edilizie per numerosi edifici e il costruttore Francesco Vassallo, genero del boss della borgata Tommaso Natale Giuseppe Messina, riuscì a ottenere numerose licenze edilizie nonostante violassero le disposizioni del piano regolatore.

Salvo Lima e i suoi rapporti con la mafia

Nel 1963, nel corso di un’indagine, Salvo Lima ammise di conoscere superficialmente il boss mafioso Salvatore La Barbera e tale fatto fu riportato nella sentenza istruttoria sulla “prima guerra di mafia” depositata dal giudice Cesare Terranova nel 1964, e fu poi ripreso negli atti della Commissione parlamentare antimafia e nella relativa relazione di minoranza del 1976 redatta, tra gli altri, dagli onorevoli Pio La Torre e Cesare Terranova:

«Restando nell’argomento delle relazioni è certo che Angelo e Salvatore La Barbera, nonostante il primo lo abbia negato conoscevano l’ex sindaco Salvatore Lima ed erano con lui in rapporti tali da chiedergli favori […] Basti considerare che Vincenzo D’Accardi, il mafioso del quartiere “Capo” (quartiere di Palermo, ndr) ucciso nell’aprile 1963, non si sarebbe certo rivolto ad Angelo La Barbera per una raccomandazione al sindaco Lima, se non fosse stato sicuro che Angelo e Salvatore La Barbera potevano in qualche modo influire su Salvatore Lima. Del resto, quest’ultimo ha ammesso di avere conosciuto Salvatore La Barbera, pur attribuendo a tale conoscenza carattere puramente superficiale e casuale».

Nel settembre 1992, invece, il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta rilasciò alcune dichiarazioni secondo cui il padre di Lima era un affiliato della Famiglia di Palermo Centro, al tempo guidata dal boss Angelo La Barbera, e aveva “raccomandato” il figlio ai fratelli La Barbera perché lo sostenessero elettoralmente. Buscetta inoltre affermò di aver conosciuto Lima alla fine degli anni cinquanta, quando era già sindaco di Palermo, e con lui si sarebbe scambiato una serie di favori, incontrandosi con il deputato nel 1980 durante la sua latitanza. Nel 1993 l’onorevole Franco Evangelisti dichiarò inoltre che Lima gli aveva confidato di conoscere bene Buscetta.

Lima, Guazzelli, Falcone e Borsellino: la lunga scia di sangue lasciata dal dossier “mafia-appalti”

Le motivazioni della sua morte sono generalmente identificate con l’incapacità attribuita a Salvo Lima di influenzare positivamente, tramite la sua rete di conoscenze, l’esito del maxi-processo. In realtà, l’omicidio di Salvo Lima sembra ascriversi in quella lunga scia di sangue lasciata dal dossier “mafia-appalti”. Le prime tracce, anzi evidenze, iniziano con le parole proprio di Falcone e Borsellino perché entrambi avevano capito che l’omicidio era scaturito dal rifiuto di Lima di intervenire presso la Procura di Palermo, in merito al procedimento nato dal dossier “mafia- appalti”, elaborato su impulso di Falcone dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno. Non solo. Sempre Falcone e Borsellino avevano capito che anche l’omicidio di Giuliano Guazzelli, maresciallo dei Carabinieri alla guida del nucleo di polizia giudiziaria al tribunale di Agrigento ucciso il 4 aprile 1992, poco meno di un mese rispetto a Lima, era da ascriversi ala dossier “mafia-appalti”. Il figlio del maresciallo Guazzelli, Riccardo, nel 2014, nel corso della sua testimonianza al processo “Bagarella e altri” di fronte al pm Vittorio Teresi, ebbe a dichiarare «Mio padre collaborava con il Ros. Era una collaborazione informale. Ma non era aggregato. Era alla sezione del Pg. Aveva collaborato per l’inchiesta mafia e appalti».

Singolare il fatto che lo stesso Vittorio Teresi, il 7 dicembre 1992 fu sentito dal pubblico ministero Fausto Cardella della procura di Caltanissetta. In quell’occasione ebbe a dichiarare che, secondo quanto riferitogli di Paolo Borsellino «il maresciallo Guazzelli sarebbe stato il referente dei Ros e in particolare del generale Subranni nella provincia di Agrigento. Per questa sua qualità il maresciallo sarebbe stato un giorno avvicinato da Siino Angelo e da Cascio Rosario, nei confronti dei quali il Ros stava sviluppando un’indagine, al fine di indurlo ad attenuare la loro posizione nell’inchiesta (si riferisce al dossier “mafia-appalti”, ndr). Il maresciallo Guazzelli non solo avrebbe rifiutato di interporre suoi buoni uffici presso il Ros, ma addirittura avrebbe trattato in così malo modo il Siino e il Cascio, che il primo, uscito dalla casa del Guazzelli, si sarebbe sentito male (…) andato a vuoto questo primo tentativo, il Siino si sarebbe rivolto all’onorevole Lima affinché questi intervenisse sul Procuratore Giammanco tramite l’onorevole D’Acquisto al medesimo fine»» e che «Borsellino però aggiunse di aver commentato queste notizie con Giovanni Falcone e che anche lui riteneva possibile che potessero avere una rilevanza, non solo ai fini della spiegazione dell’omicidio Guazzelli ma anche di quello dell’onorevole Lima». Ma, forse, nel 2014 Vittorio Teresi aveva dimenticato tutto ciò durante quel processo in cui, forse, avrebbe dovuto partecipare come testimone “informato dei fatti” e non come pm.


Anche Calogero Pumilia indica il dossier “mafia-appalti” come causa principale della morte di Salvo Lima

Ritornando all’agiografia trasmessa da Rai3 lo scorso 12 marzo, al termine del materiale di repertorio commentato,  propone un’intervista a Calogero Pumilia, già Deputato della Democrazia Cristiana, al tempo dirigente dello stasso partito in cui militava Salvo Lima. «Lima viene individuato come colui che non ha saputo, potuto o voluto, mantenere i patti. La storia politica del personaggio era una storia politica. Falcone aveva detto che Lima non era mafioso. Emanuele Macaluso aveva detto che Lima non era mafioso e aveva aggiunto che Lima utilizzava la mafia per fini anche politici come era, peraltro, nella tradizione di questa nostra terra dall’Unità (d’Italia, ndr) in poi. Lima si era sottratto dalla richiesta di intervenire sulla procura della Repubblica per bloccare l’indagine sul rapporto tra mafia e appalti. Era un uomo di confine, era quello che impediva che il confine fosse oltrepassato ma che aveva anche la possibilità di passare da un campo all’altro. Lima era un protagonista di questa politica e, alla fine, fu vittima, della stessa».

Ancora una volta, e sempre più spesso, assistiamo a una revisione non solo della Storia ad uso e consumo di una pseudo verità ma, proprio dai testimoni del tempo, rileviamo un uso strumentale della parole sia di Falcone sia di Borsellino, regolarmente provenienti da quello che egli stesso definì «covo di vipere», ossia la procura di Palermo, luogo in cui, nei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via d’Amelio ma non solo, Paolo Borsellino non si fidava di nessuno dei suoi colleghi.  Roberto Greco 14 Marzo 2022 GLI STATI GENERALI


29.3.2022 Perché riaprire il dossier mafia-appalti 


Nel 2006 il boss pentito Antonino Giuffrè dichiarava a verbale:
“Un motivo è da ricercarsi, per quanto io so, nel discorso degli appalti. Perchè si sono resi conto che il dottor Borsellino era molto addentrato in questa branca, cioè in questo discorso mafia, politica e appalti. E forse alla pari del dottor Falcone”.
 “Il dottor Borsellino stava diventando più pericoloso di quello che addirittura si era pensato, in particolare per quanto riguarda il discorso degli appalti”.
Nelle motivazioni  del Borsellino quater: “L’inquietante scenario descritto dal collaboratore (Giuffrè, ndr) trova precisi riscontri negli elementi di prova emersi nell’ambito del presente procedimento, che evidenziano l’isolamento creatosi intorno a Borsellino e la sua convinzione che la sua esecuzione sarebbe stata resa possibile dal comportamento stesso della magistratura”.
“Falcone e Borsellino erano pericolosi nemici di Cosa Nostra per la loro persistente azione giudiziaria svolta contro l’organizzazione mafiosa e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti”

MAFIA E APPALTI – Articoli 1° parte

  • Il dossier “mafia-appalti” e la guerra fra magistrati e carabinieri 
  • ROTTURA TRA PROCURA E ROS  
  • QUELLA RIUNIONE POCO PRIMA DI MORIRE  
  • ESTRATTO DALL’AUDIZIONE DEL DR FALCONE IN COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA, – GIUGNO 90.
  • MAFIA E APPALTI, IL VERBALE DI FALCONE DESECRETATO: “STA EMERGENDO UN QUADRO PREOCCUPANTE” Desecretata l’audizione del 1990 in Antimafia di Giovanno Falcone  
  • Falcone era sempre informato dai Ros: indagini svolte con encomia 
  • «Il problema dei pubblici appalti, abbiamo detto in più riprese e ormai da anni che è un punto cruciale nella strategia antimafia» 
  • 14.7.2021 –  FALCONE, VERBALE DESECRETATO: MAFIA E APPALTI 
  • 15.7.2021 Il verbale di Falcone desecretato. Permettetemi un Dubbio
  • Da qualunque angolazione la si legga,  si arriva a mafia-appalti DEI TEMPLI
  • 17.6.2021- ROBERTO SCARPINATO / STRAGI, I MANDANTI POLITICI  Audito in Commissione Antimafia Sicilia non parla del dossier Mafia e Appalti

MAFIA E APPALTI – Articoli 2° parte

  • 27 maggio 2021 – Falcone e Borsellino hanno detto: «Salvo Lima è stato ucciso per il dossier mafia-appalti» 
  • Pietro Grasso: Falcone e Borsellino erano nemici da bloccare  
  • Falcone e Borsellino avevano capito che l’omicidio di Lima era legato a mafia-appalti 
  • Anche al maresciallo Guazzelli era stato chiesto di attenuare le indagini 
  • L’informativa mafia-appalti fu illecitamente divulgata 
  • Riina intercettato al 41 bis: «Ho ucciso Falcone anche per questo» 
  •  25.5.2021 AUDIZIONE COMMISSIONE ANTIMAFIA REGIONE SICILIA ANTONIO INGROIA. ”Borsellino: Ingroia, indagini volte a puntare solo su mafia. 
  • 29.4.2021 – Sono basito e sconcertato

MAFIA E APPALTI – Articoli 3° parte

  • L’INCONTRO CON LUCA ROSSI – Il 6 luglio 1992 Paolo Borsellino incontra in via informale Luca Rossi, giornalista del Corriere della Sera.
  • L’assalto mafioso agli appalti pubblici raccontato nei reportage di Francese
  • Tratto da:  N. 2108/97 R.G. notizie di reato N. 959/98 R.GIP N. 2285/97 R.G. notizie di reato N. 958/98 R Gip TRIBUNALE DI CALTANISSETTA UFFICIO DEL GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI ORDINANZA DI ARCHIVIAZIONE

MAFIA E APPALTI – Articoli 4° parte

  • Strage di via d’Amelio, i legali di Borsellino puntano il dito su “ mafia- appalti”
  • Borsellino, gli atti del Csm e le sue domande sul caso “mafia e appalti”
  • La figlia di Borsellino: “Perché avete archiviato mafia-appalti?”
  • Borsellino lavorava sul dossier Mori… Poi fu ammazzato
  • Mafia Appalti, concausa della strage di via D’Amelio?
  • Borsellino lavorava sul dossier Mori… Poi fu ammazzato
  • Mafia-appalti e il legame con la strage di via D’Amelio

MAFIA E APPALTI – Articoli 5° parte

  • Alberto Di Pisa: «Borsellino ucciso per mafia-appalti»
  • Mafia-appalti, Totò Riina voleva far uccidere Borsellino, prima ancora di Falcone
  • Mafia-appalti, sparito il pentito che parlò a Borsellino del coinvolgimento di Raul Gardini
  • Di Pietro: «Paolo Borsellino ucciso perché avrebbe voluto indagare su mafia- appalti»
  • Borsellino, 5 giorni prima della strage, ai colleghi: «Approfondite mafia-appalti!»

MAFIA E APPALTI – Articoli 6° parte

  • Richiesta di archiviazione  “Dagli atti in questione, emergeva, in sostanza, che la gestione illecita del sistema di aggiudicazione degli appalti in Sicilia aveva costituito uno dei molteplici moventi che avevano indotto 
  • 13 LUGLIO. SCARPINATO E LO FORTE FIRMANO LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE DEL DOSSIER MAFIA-APPALTI.
  • MAFIA-APPALTI-POTERI OCCULTI: FALCONE E BORSELLINO UCCISI PER L’INFORMATIVA CARONTE  DOCUMENTO ESCLUSIVO COMMISSIONE ANTIMAFIA: LA RELAZIONE CHOC DELL’EX PROCURATORE GRASSO SULL’INCHIESTA DEI CARABINIERI ROS DI MORI  SVELA I RETROSCENA DEGLI ATTUALI PROCESSI  PER TRATTATIVA STATO-MAFIA E DEPISTAGGI  
  • LA TRATTATIVE STATO-MAFIA E IL DOSSIER SCOTTANTE 
  • L’INCHIESTA MAFIA-APPALTI ARCHIVIATA DOPO LA STRAGE 
  • IL DOSSIER “MAFIA-APPALTI” / LA CHIAVE PER CAPIRE LE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO
  • LA VERA MAFIO-TANGENTOPOLI  
  • PARLA BASILIO MILIO  
  • Informativa Mafia Appalti 1991
  • Estratto di verbale di sommarie informazioni testimoniali di FERRARO Liliana del 14 ottobre 2009, reso alla procura di Caltanissetta.  Dalla Sentenza con rito abbreviato  Borsellino quater.  
  • Tra gli altri argomenti che ho affrontato col dott. BORSELLINO ricordo di aver parlato anche della tematica degli appalti. Ho memoria del fatto di aver affrontato col dott. BORSELLINO il tema del rapporto mafia-appalti poiché lo stesso sapeva della mia conoscenza di tale rapporto. 

Il 14 luglio c’è stata una riunione alla Direzione Distrettuale di Palermo e Borsellino chiese conto e ragione a Lo Forte ha affermato l’avvocato FabioTrizzino, legale dei figli di Borsellino,– perchè tra l’altro Giammanco è nella storia della Repubblica, primo e unico procuratore costretto a dimettersi per un ammutinamento dei suoi sostituti: io credo che non ci siano precedenti del genere. Borsellino voleva sapere a che punto fosse quel rapporto Mafia e Appalti e non gli dicono che il 13, il giorno prima, era stata fatta una richiesta di archiviazione, che venne ratificata il 14 agosto 1992”.Lo Stato deve sapere che è stato lasciato solo da molti suoi colleghi, da qualcuno che voleva prendere delle iniziative senza consultarsi e quindi uccidendolo Riina ebbe la formidabile occasione di potere dar conto a quella parte di Cosa Nostra fatte da strane commistioni di massoni e imprenditori e dall’altra proseguire con la sua strategia stragista condivisa con Messina Denaro”

  • Estratto dalla memoria dell’Avv. Trizzino al processo MMD.  Borsellino gli disse che stava seguendo delle indagini sull’omicidio di Falcone e che aveva un’ipotesi. Quale? «Pensava che potesse esistere una connessione tra l’omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone, e che il trait d’union fosse una questione di appalti, in cui Lima era stato in qualche modo coinvolto e che Falcone stava studiando».

17.7.2020 – Familiari: le  cause della morte nei 57 giorni dopo Falcone e nella gestione del rapporto Mafia e Appalti   Lo ha detto l’avvocato Fabio Trizzino, nella foto sopra, legale dei familiari del magistrato Paolo Borsellino, costituiti parte civile nel processo in cui il latitante Matteo Messina Denaro è imputato per essere uno dei mandanti delle stragi del 1992.  “Finalmente abbiamo un’occasione unica, cioè di processare un vero capo che ha aderito totalmente alla strategia stragista di attacco al cuore delle istituzioni nazionali”, ha aggiunto il legale. “Noi dobbiamo fare l’analisi delle parole di Borsellino, che ha lasciato detto qualcosa che potesse guidare gli investigatori verso la possibilità di scoprire le ragioni e i motivi della sua morte – ha aggiunto l’avvocato Trizzino – noi dovremmo fare un’esegesi delle parole di Borsellino evitando di contaminare quelle che erano le sue conoscenza prima di Capaci e ciò che acquisì in quei 57 giorni, in cui trovo una plausibile spiegazione nell’accelerazione”.     Nel corso della sua arringa, il legale che rappresenta i familiari del giudice ha parlato delle “collaborazioni tardive di Claudio Martelli, Liliana Ferraro, Alessandra Camassa e Massimo Russo, da cui abbiamo saputo delle cose che creano un rinnovato dolore”. Dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, la mafia siciliana aveva stabilito l’eliminazione di Calogero Mannino, ma poi l’obbiettivo immediato diventò Paolo Borsellino. “Da quanto ci raccontano i collaboratori di giustizia, la virata avviene tra il 3 e il 20 giugno”, ha aggiunto l’avvocato Trizzino. “Cosa succede? L’autorità giudiziaria di Catania, con il sostituto procuratore Felice Lima, stava interrogando Giuseppe Lipera del 13-14-15 giugno 1992. Noi dobbiamo capire se alcune di quelle informazioni possano essere finite a Borsellino e questo è importante perchè potremmo iniziare a vedere la finalità preventiva di bloccare Borsellino sul fronte del dossier ‘Mafia e Appalti’”. 

“Il procuratore Giammanco non fu mai ascoltato dalle autorità di allora e questa è una delle cose piu dolorose”. Lo ha detto l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei familiari del magistrato Paolo Borsellino, nel corso della sua arringa nel processo in cui il latitante Messina Denaro è imputato davanti la corte d’Assise di Caltanissetta (presidente Roberta Serio) per essere stato tra i mandanti delle Stragi del ’92. Una ricostruzione approfondita dei 57 giorni che separarono l’uccisione di Giovanni Falcone da quella di Borsellino. “In quei giorni Borsellino dice io so, non io penso, ma io so quali sono le ragioni dietro l’uccisione di Giovanni Falcone”, ha aggiunto il legale, riferendosi all’incontro di piazza Casa Professa (Palermo) del 25 giugno 1992, descritto come “il primo passo della sua via crucis, segnata da tappe ben chiare”. “Il 14 luglio c’è stata una riunione alla Direzione Distrettuale di Palermo e Borsellino chiese conto e ragione a Lo Forte – ha aggiunto Trizzino – perchè tra l’altro Giammanco è nella storia della Repubblica, primo e unico procuratore costretto a dimettersi per un ammutinamento dei suoi sostituti: io credo che non ci siano precedenti del genere. Borsellino voleva sapere a che punto fosse quel rapporto Mafia e Appalti e non gli dicono che il 13, il giorno prima, era stata fatta una richiesta di archiviazione, che venne ratificata il 14 agosto 1992”. “Lo Stato deve sapere che è stato lasciato solo da molti suoi colleghi, da qualcuno che voleva prendere delle iniziative senza consultarsi e quindi uccidendolo Riina – ha continuato l’avvocato dei Borsellino – ebbe la formidabile occasione di potere dar conto a quella parte di Cosa Nostra fatte da strane commistioni di massoni e imprenditori e dall’altra proseguire con la sua strategia stragista condivisa con Messina Denaro”.     L’avvocato poi si è soffermato sull’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco, morto per cause naturali nel dicembre 2018. “Tra le prime cose dette da Borsellino a Casa Professa, fu che confermò l’autenticità dei diari di Falcone, pubblicati dalla giornalista Liana Milella sul Sole 24 ore ed è importante perchè li si arriva al comportamento di Giammanco, che fu assolutamente non ortodosso”, ha aggiunto il legale. “Questa è una delle cose piu dolorose – ha sottolineato –  perchè Giammanco non è mai stato ascoltato dalle autorità di allora, non fu mai compulsato da un pm per spiegare due circostanze, perchè dell’informativa sul tritolo e la telefonata del 19 luglio alle 7.15 del mattino: io posso fare tutte le illazioni di questo mondo perchè nessuno ha chiesto ragione a Giammanco di una telefonata al mattino presto, nonostante tutti sapessero che il rapporto tra i due non era per niente idilliaco”. AGI 


28 aprile 2021 – Fiammetta Borsellino, ‘nella sentenza trattativa c’è una menzogna su mio padre  “Nella sentenza trattativa si dice una menzogna, una bugia. Si dice che mio padre fosse addirittura disinteressato al dossier ‘Mafia e appalti’ o che non lo conoscesse ma non è vero, perché lo conosceva benissimo”. E’ la denuncia di Fiammetta Borsellino, la figlia minore di Paolo Borsellino nello speciale Mafia di Enrico Mentana su La7. “La cosa grave è che il 14 luglio 1992 (cinque giorni prima della strage ndr) mio padre fece una riunione con i suoi sostituti in cui chiese come mai l’indagine di sua competenza non fosse confluita nel dossier Mafia e appalti”. (Adnkronos 28.4.2021)


28 aprile 2021 FIAMMETTA BORSELLINO a La7  “Le anomalie sulle indagini e i processi di Via D’Amelio sono la più grande offesa per il popolo italiano” VIDEO
 FIAMMETTA BORSELLINO , che fine ha fatto il dossier Mori, i dubbi sulla Procura di Palermo
FIAMMETTA BORSELLINO ha parlato del dossier “mafia-appalti”, contestualizzando fatti e testimonianze.: “Sulla strage di via D’Amelio nient’altro che la verità


“Adesso ci troviamo di fronte ad una situazione che genericamente possiamo dire è di grave allarme, ma in concreto ignoriamo nei suoi esatti termini la portata dell’infiltrazione mafiosa nel tessuto economico e in particolare nel settore dei pubblici appalti.  Debbo dire, che fino a quando sono stato alla Procura di Palermo, il tipo di indagini di cui mi sono occupato induce a ritenere che la situazione sia ancora più grave, ma molto più  grave di quello che appare all’esterno. Abbiamo soprattutto, è questo in futuro verrà fuori chiaramente, una indistinzione fra imprese meridionali e imprese di altre zone d’Italia per  quanto attiene al condizionamento e all’inserimento in certe tematiche di schietta matrice mafiosa. Sono state acquisite intercettazioni telefoniche con chiarissime indicazioni di ben precise scelte operative delle organizzazioni mafiose a cui tutti sottostanno, pena conseguenze gravissime e pena l’autoespulsione dal mercato”.   Giovanni Falcone 15 maggio 1991


Audizione di Maria  Falcone fa comprendere lo stato di isolamento del fratello e i motivi per cui decise di andare via ma, soprattutto, vi sono le parole di BORSELLINO quando raccomanda alla signora Maria di evitare dichiarazioni pubbliche e aspettare perché ” lui potesse acquisire quelle prove…acquisire tutte quelle prove, tutti quei documenti che.. sa come vanno da voi le cose, è chiaro tutti i magistrati non fanno illazioni, non si basano…ma è chiaro che quando si vogliono fare riferimenti a determinate cose ci vogliono delle prove. BORSELLINO sapeva che doveva competere con un leone, e quindi doveva portare delle prove, delle cose inconfutabili, verso la fine mi ha anche detto, nel trigesimo della morte di Giovanni, durante la messa, che era molto vicino a scoprire delle cose tremende, delle cose terribili, che avrebbero fatto saltare parecchie cose.”

Il verbale del dr Gozzo è molto esplicativo sulla famosa riunione del 14 luglio 92 in procura. Una riunione in cui Borsellino chiede notizie sull’indagine prodotta dal dossier mafia appalti presentato dai Carabinieri del ROS nel febbraio ‘91. “C’è stata questa riunione il 14 luglio (che è stata l’ultima a cui ha partecipato Paolo BORSELLINO, era seduto due sedie dopo di me)..” Su “mafia e appalti”, quindi, c’era il collega PIGNATONE (se non ricordo male) e doveva esserci anche il collega SCARPINATO che però non potè venire per problemi di famiglia. Ho visto proprio questo contrasto più che latente, visibile, perchè proprio BORSELLINO chiese e ottenne che fosse rinviata, perché al momento aveva dei problemi, la discussione su questo processo e fece degli appunti molto precisi: come mai non fossero inserite all’interno del processo determinate carte che erano state mandate …

  • SANTORO: Quale processo?
  • GOZZO:”Mafia-appalti”, quello- SINO per intenderci. Fece queste affermazione: come mai non fossero contenute queste carte all’interno del processo e, poi, disse anche che c’era..
  • RUGGIERO: Di che carte si trattava?
  • GOZZO: Si trattava di carte che erano state inviate (quello che ho sentito là, chiaramente, posso riferire) alla Procura di Marsala – e nella fattispecie dal collega INGROIA, che adesso è anche lui alla Procura di Palermo – che era lo stesso processo però a Marsala. C’erano degli sviluppi e, quindi, erano stati mandati a Palermo e lui si chiedeva come mai non fosse stata seguita la stessa linea (insomma credo di aver capito dal …) e, poi, diceva che c’erano dei nuovi sviluppi (in particolare un pentito di questi che ultimamente aveva parlato), e sono rimasto sorpreso perché dall’altra parte si rispose: “ma vedremo”. Cioè, di fronte ad un offerta così importante (io riferisco i fatti): “Ma vedremo, se è possible, ma è il caso di acquisirlo”.
  • RUGGIERO…
  • GOZZO:Cioè da parte del relatore …Dott….Il collega PIGNATONE era il relatore.
  • SANTORO :Relatore e anche titolare del processo?
  • GOZZO: Titolare del processo insieme a SCARPINATO dovrebbe essere se non ricordo male (però, ripeto, SCARPINATO non era presente alla riunione).”


«Con Giovanni passavamo qui interi pomeriggi» mi racconta. Poi si fa serio, mi abbraccia e a bassa voce mi fa una promessa: «Devi credere in me, Maria, perché io alla verità ci arrivo». Resto senza parole, sorpresa dal tono grave: «Sto scoprendo cose che non puoi immaginare» mi sussurra. «Altro che Tangentopoli.» Capisco in quel momento che ciò che ha intuito indagando sulla morte di mio fratello in quella manciata di giorni lo ha sconvolto. Conosco Paolo, ha sempre pesato le parole e rifuggito l’enfasi. E, come Giovanni, non ha mai parlato delle indagini cui stava lavorando. Perciò non faccio domande, ma il dubbio sul significato di quelle rivelazioni solo accennate non mi ha mai lasciato. Tante volte negli anni mi sono chiesta a quali scenari alludesse, a quali sconvolgenti verità si fosse avvicinato, dove sarebbe potuto arrivare se non lo avessero fermato.” Estratto sal libro di Maria Falcone e Lara Sirignano “L’eredità di un giudice”

L’accusa di FIAMMETTA BORSELLINO: “Nessuna fiducia nei pm antimafia e nel Csm, hanno depistato”«Pur essendo passati ormai tanti anni, non riesco ancora a farmene una ragione. Non mi capacito del fatto che nessuno abbia mai voluto fare luce fino in fondo sul perché venne archiviato il dossier “mafia-appalti a cui mio padre teneva moltissimo. E ciò per me è come un tarlo che si insinua nella mente, giorno e notte», dichiara Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, il magistrato ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio del 1992.  Il dossier mafia-appalti venne redatto dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell’allora colonnello Mario Mori.

Nel dossier erano indicate tutte le principali aziende italiane che trattavano con la mafia. L’indagine era “rivoluzionaria”, affrontando per la prima volta il fenomeno mafioso da una diversa prospettiva.  I carabinieri avevano scoperto che Cosa nostra, anziché imporre il pagamento di tangenti estorsive agli imprenditori, così come faceva tradizionalmente, era diventava essa stessa imprenditrice con società commerciali riferibili ad appartenenti all’organizzazione che avevano assunto e realizzato, con modalità mafiose, commesse pubbliche, principalmente nel settore delle costruzioni. Al termine di una attività investigativa durata anni, i carabinieri del Ros depositarono il 20 febbraio 1991 alla Procura di Palermo l’informativa denominata “Angelo Siino + 43”.

Il fascicolo, circa 900 pagine, era assegnato a Giuseppe Pignatone, all’epoca PM della Procura del capoluogo siciliano. Di queste quarantaquattro persone, il 10 luglio successivo, su richiesta della Procura di Palermo, ne vennero arrestate sei. Fra loro, Siino, definito il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra ma, più precisamente, dei corleonesi di Totò Riina, poi diventato collaboratore di giustizia, e Giuseppe Li Pera, un geometra, capo area del colosso delle costruzione Rizzani De Eccher. Il fascicolo, a novembre del 1991, venne tolto a Pignatone dal procuratore Pietro Giammanco e assegnato ai pm Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato. I due magistrati, il 13 luglio dell’anno successivo, firmano la richiesta di archiviazione del fascicolo. Il giorno dopo, 14 luglio 1992, si tenne una riunione fra tutti i pm della Procura di Palermo. Giovanni Falconeera stato assassinato da circa due mesi, il 23 maggio, e Borsellino in qualità di neo procuratore aggiunto affrontò il tema del fascicolo mafia-appalti, rimproverando i colleghi di averlo sottovalutato, senza evidentemente sapere che era stata già avanzata la sua richiesta di archiviazione. La mattina del 19 luglio, alle sette del mattino, Paolo Borsellino ricevette una telefonata da Giammanco nel corso della quale lo avvisava che sarebbe stato delegato alla conduzione dell’indagine sul fascicolo mafia-appalti, una delega che, senza ragione apparente, fino a quel momento gli era stata negata. La circostanza della telefonata emerse da una testimonianza delle moglie Agnese nel 1995. Alle ore 16.58 successive, una Fiat 126 piena di tritolo fece saltare in aria a via D’Amelio la sua auto di scorta, uccidendolo insieme ai cinque agenti di scorta. Il 22 luglio 1992 la richiesta di archiviazione del fascicolo mafia-appalti venne depositata tata formalmente. E alla vigilia di Ferragosto arrivò la definitiva l’archiviazione da parte del gip.

  • Fiammetta Borsellino, la sentenza del processo di Caltanissetta ha affermato che l’indagine mafia appalti aveva impresso un’accelerazione alla morte di suo padre. Esatto.
  • Mentre nel processo Trattativa Stato-mafia di Palermo questo aspetto è stato escluso, negando che suo padre avesse un interesse al dossier mafia appalti. E non è vero. Mio padre era convinto della bontà dell’indagine per il suo respiro nazionale. Mi riferisco, ad esempio, agli interessi di Totò Riina nella Calcestruzzi spa.
  • Alla Procura di Palermo non erano tutti della stessa opinione di suo padre. C’è la testimonianza del dottor Scarpinato che riferisce del profilo regionale dell’indagine quando era evidente invece che ci fossero interessi particolari anche nella Penisola.
  • L’incongruenza fra le due sentenze, quella del processo Trattativa Stato-mafia e quella del Borsellino quater pare evidente. Una incongruenza che destabilizza.
  • Non ha fiducia nei giudici? Non ho fiducia in coloro che si proclamano magistrati antimafia e hanno condotto procedimenti giudiziari che contrastano in maniera così manifesta. E non ho fiducia in chi dovrebbe fare chiarezza. Anche sul piano morale.
  • Ad esempio?  In chi non si è accorto degli errori grossolani sul depistaggio della morte di mio padre. E nel Consiglio superiore della magistratura.
  • Perché non ha fiducia nel Csm? Il Csm si è dato in questi anni sempre la zappa sui piedi, tutelando interessi di tipo clientelare e di carriera. Fu solerte quando si trattò di mettere sotto processo disciplinare mio padre per aver denunciato pubblicamente lo smantellamento del pool antimafia ed è stato inerte nei confronti di coloro, organi inquirenti e giudicanti, che in qualche modo hanno contribuito, avendo parte attiva o passiva, al più grande depistaggio della storia giudiziaria del Paese.
  • Gli atti che riguardano suo padre sono stati desecretati dal Csm. Mi pare una operazione di facciata senza alcun senso se poi ci ferma e non si accertano le condotte indegne tenute dai magistrati dopo la morte di mio padre. Non mi importa nulla della desecretazione se non si fanno accertamenti seri.
  • Prova un po’ di amarezza? Anche. Soprattutto che debbano prendere la parola su mio padre persone distantissime da lui e che hanno indagato su altre piste
  • Vuole fare un nome Nino Di Matteo.
  • Perché proprio lui?  A parte la vicenda del processo Trattativa Stato-mafia condotto proprio da Di Matteo, non può considerarsi erede di mio padre chi non pone in essere i suoi insegnamenti e anche quelli di Giovanni Falcone. Mio padre, ad esempio, non avrebbe mai scritto o presentato libri sui suoi processi in corso.
  • Che tipo era suo padre?  Mio padre era una persona di grande sobrietà, faceva solo il proprio dovere: ricercare la verità senza fare teoremi.  IL RIFORMISTA 24.2.2021

FIAMMETTA BORSELLINO: (…) “Mi viene in mente il contrasto fra le tesi espresse dalla sentenza “Trattativa Stato-mafia” e quelle emesse a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. La prima individua quale elemento acceleratore la trattativa.  La corte del Borsellino quater rileva invece che l’accelerazione sarebbe stata determinata dal dossier mafia e appalti, al quale mio padre era molto interessato. La sentenza “Trattativa” arriva a negare questo interesse. Com’è possibile avere queste due opposte valutazioni?”. dall’intervista di Salvo Palazzolo – Repubblica 4.2.2021

 

Fiammetta ok


Di Pietro a Palermo: “Falcone mi disse di controllare gli appalti in Sicilia”

“Borsellino fu ucciso perché indagava sulle commistioni tra la mafia e la gestione degli appalti. L’indagine mafia-appalti fu fermata. Come accadde con Mani pulite”. Lo ha detto Antonio Di Pietro al processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia davanti alla corte d’assise d’appello

“Falcone mi disse: ‘controlla appalti’”
Prima della strage di Capaci, nella primavera del 1992, in pieno periodo di tangentopoli, “Falcone mi disse: ‘Guarda negli appalti in Sicilia’. Era un riferimento a coordinare le indagini sul territorio nazionale”. Così Antonio Di Pietro proseguendo la sua deposizione al processo d’appello sulla trattativa tra Stato e mafia. “Falcone fu il mio maestro nel campo delle rogatorie – prosegue Di Pietro – mi disse di controllare gli appalti in Sicilia. L’indicazione era quella capire se alcune imprese del Nord si fossero costituite in associazioni temporanee di imprese con imprenditori siciliani per l’aggiudicazione di lavori nell’isola”.
 “Falcone mi disse che in Sicilia bisognava fare i conti con un terzo soggetto. Accanto ai politici e agli imprenditori, i mafiosi. Ne parlai con Borsellino, che però non mi disse quello che stava facendo, non mi disse che stava lavorando sul rapporto mafia e appalti, e che stava ascoltando il pentito Mutolo. Mi disse però che dovevamo tornare a incontrarci, era convinto
che in Italia ci fosse un sistema di spartizione nazionale attorno agli appalti”  ha detto Antonio Di Pietro.

Il rapporto dei Ros ‘Mafia-appalti del 1991’ “Borsellino non mi parlò del rapporto del Ros mafia e appalti del 1991. Ma – ha proseguito Di Pietro – il giorno del funerale di Giovanni Falcone con Borsellino parlammo degli stessi argomenti affrontati con Falcone e rimanemmo che ne avremmo dovuto riparlare. Mi disse ‘Bisogna fare presto’, in riferimento alla necessità di un coordinamento delle indagini sul territorio nazionale. Come sapete questo non fu possibile. E dopo la sua morte compresi meglio la diffusione del sistema, continuai a indagare e arrivò una segnalazione del Ros su un possibile attentato contro di me”. 
“Con il dottor Borsellino non avevamo una indagine comune ma un obiettivo. In quella occasione della camera ardente siamo rimasti che ci saremmo rivisti da lì a breve”, ha poi aggiunto Di Pietro. “Ogni giorno si scopriva qualcosa – aggiunge Di Pietro – ma la Sicilia restava silente. Borsellino mi disse: ‘Dobbiamo coordinare l’indagine’ e di quello ci stavamo occupando”. Borsellino alludeva alla necessità di coordinare le indagini sugli appalti in corso a Palermo e Milano, ha ricordato Antonio Di Pietro. “Capii allora – ha aggiunto – che Borsellino si stava occupando di questo. Cosa di cui ebbi conferma dopo tempo, quando su input del Ros andai a sentire Giuseppe Li Pera, geometra della De Eccher che mi spiegò il sistema degli appalti in Sicilia e mi fece i nomi di Siino e Salamone”. Ma Borsellino, il 19 luglio del 1992, venne assassinato e i due magistrati non ebbero il tempo di fare il punto sulla tranche di mani pulite che portava alla Sicilia. “Anni dopo, quando Caselli arrivò a Palermo – ha spiegato – il coordinamento si fece e dopo uno scontro con Ingroia, entrambi volevamo fare le indagini, si stabilirono in una cena a casa di Borrelli le regole per poter indagare contemporaneamente in modo efficace sugli appalti”.

“Parte tangente Enimont a Salvo Lima” L’ex pm di Mani Pulite Antonio di Pietro ha inoltre affermato: “Scoprimmo che parte della tangente Enimont attraverso Paolo Cirino Pomicino era arrivata a Salvo Lima. Parte dei soldi di Gardini – ha spiegato Di Pietro – sono finiti a Salvo Lima in Cct (buoni del tesoro ndr)”.

“Il Ros mi informò 2 giorni prima: stanno ammazzando Borsellino” Dopo la strage di Capaci e pochi giorni prima della strage di via D’Amelio, nell’estate del 1992, l’ex pm Antonio Di Pietro, fu informato “che doveva essere ucciso”. Lo dice lo stesso ex magistrato di Mani pulite deponendo al processo sulla trattativa tra Stato e mafia a Palermo. “Due giorni prima dell’omicidio di Borsellino – racconta in aula – il Ros mi informò: “guardate che stanno ammazzando Borsellino” e anche io dovevo essere ammazzato”.

“Borsellino ucciso per indagini su appalti” “Sono convinto – ha concluso Di Pietro – che Paolo Borsellino fu ucciso perché indagava sulle commistioni tra la mafia e la gestione degli appalti. L’indagine mafia-appalti fu fermata. E dopo fu fermata ‘mani pulite’ attraverso una campagna di delegittimazione e di dossieraggio ai miei danni ordita su input di politici specifici che poi mi spinse a dimettermi dalla magistratura”.


“Mani pulite non l’ho scoperta io: nasce all’esito dell’inchiesta del maxi-processo di Palermo, quando Giovanni Falcone riceve, riservatamente, da Tommaso Buscetta la notizia che è stato fatto l’accordo tra il Gruppo Ferruzzi e la mafia. Là nasce. E Falcone dà l’incarico al Ros di fare quel che poi è divenuto il rapporto di 980 pagine: che doveva andare a Falcone, ma lui venne trasferito.”
profilo FB
«Mani Pulite nasce a Palermo, con Falcone e Borsellino, ucciso per quel che poteva ancora scoprire». E poi: «Gardini doveva farmi il nome di Salvo Lima, avrei chiuso il cerchio e aperto il processo mafia-appalti». Sul segretario Psi: «Un politico normale, ha agito come gli altri. Non fatelo più grosso di quel che è»
L’Espresso 18.2.2022

“Ero ai funerali di Giovanni Falcone. Paolo Borsellino mi si avvicinò e mi disse: Tonì, facciamo presto, abbiamo poco tempo.”

ANTONIO DI PIETRO
“Paolo Borsellino? Ho avuto alcuni incontri di lavoro con lui per quell’insieme d’inchieste sul sistema politica-mafia-affari. Ho avuto la percezione plastica che personaggi scomodi non solo venivano lasciati da parte, ma tutto sommato allo Stato interessava poco di loro“.
“Tutti giustamente adesso stiamo esaltando Borsellino, ma vi posso assicurare che lui, come Falcone e come me, ha avuto solo bastoni tra le ruote quando era in attività, poi ora ci fanno i film per mostrare quanto era bravo. Quando c’è scappato il morto fanno il bel funerale di Stato. Ricordo un fatto concreto riguardo a Borsellino e l’ho anche detto nelle sedi opportune. Quando morì Falcone – continua – tutti immaginavano e sapevano che sarebbe toccato a Borsellino. Lo diceva lui stesso. Ci furono anche relazioni formali dei Ros. Io all’epoca stavo a Bergamo e mi fu dedicata molta attenzione. La mia famiglia fu trasferita all’estero, avevo la mia casa controllata 24 ore su 24 da carabinieri e telecamere di sorveglianza. A me non si poteva avvicinare nessuno, mi hanno protetto. Per Borsellino perché non l’hanno fatto?“.
“Io e Borsellino lui sapevamo cosa ci sarebbe potuto succedere, ci arrivò proprio la informativa su quello che stavano preparando. E’ una cosa che non ha senso e non ha logica, se non quella di pensare: speriamo che non succeda, o magari: speriamo che succeda.
AdP da Fatto Quotidiano 13 gennaio 2022

Paolo Borsellino e la verità ritrovata

Il rapporto tra Borsellino e i colleghi della procura di Palermo letto attraverso documenti inediti, che smontano parecchi teoremi sulla Trattativa stato mafia

In occasione del ventisettesimo anniversario della strage di Via D’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 morirono il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), il Foglio è in grado di rivelare alcuni aspetti inediti del grave contrasto che prima della strage caratterizzò il rapporto tra Borsellino e i colleghi della procura di Palermo, dove prestava servizio, in particolare attorno all’indagine che con molta probabilità contribuì all’uccisione del magistrato da parte di Cosa nostra, quella su mafia e appalti. Ma andiamo con ordine.

La strage di Via D’Amelio è in larga parte ancora avvolta nel mistero, ancor di più dopo che nel 2017 la Corte di Assise di Caltanissetta, con la sentenza del processo Borsellino quater, ha svelato l’incredibile depistaggio delle indagini realizzato attraverso le rivelazioni di alcuni falsi pentiti (tra cui Vincenzo Scarantino), che ha prodotto “uno dei più gravi errori giudiziari della storia del nostro Paese”, costata la condanna all’ergastolo di otto innocenti. A Caltanissetta è ora in corso il processo sul depistaggio, che vede imputati tre poliziotti accusati di aver “indottrinato” i falsi pentiti, mentre la procura di Messina sta valutando l’operato del pool di pubblici ministeri all’epoca in servizio a Caltanissetta che portarono avanti l’indagine depistata (pool composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, deceduto, e dai sostituti Antonino Di Matteo, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, con questi ultimi due ora formalmente indagati).

  

Tutto ruota intorno a una riunione del 14/7/92, cinque giorni prima dell’uccisione di Borsellino. Ricordate mafia e appalti? Per commemorare il sacrificio di Borsellino urge fare luce su ciò che accadde attorno a un’indagine archiviata subito dopo la sua morte

La sentenza del Borsellino quater ha stabilito che ad accelerare l’uccisione di Borsellino furono diversi motivi, come il probabile esito sfavorevole del maxiprocesso e la pericolosità, per Cosa nostra, delle indagini che il magistrato era intenzionato a portare avanti, in particolare in materia di mafia e appalti.

Si tratta della celebre indagine fortemente voluta da Giovanni Falcone, e poi ripresa da Borsellino, incentrata sulle connessioni tra politici, imprenditori e mafiosi. L’inchiesta fu condotta, tra la fine degli anni ‘80 e il 1992, dai carabinieri del Ros guidati dall’allora colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno. Dall’indagine emerse per la prima volta l’esistenza di un comitato d’affari, gestito dalla mafia e con profondi legami con esponenti della politica e dell’imprenditoria di rilievo nazionale, per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia. La persona di riferimento del sistema di gestione illecita degli appalti veniva individuata in Angelo Siino, poi passato alla storia come il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra. Il 20 febbraio 1991, i carabinieri del Ros depositarono alla procura di Palermo l’informativa mafia e appalti relativa alla prima parte delle indagini, su esplicita richiesta di Falcone, che all’epoca stava passando dalla procura di Palermo alla Direzione degli affari penali del Ministero della Giustizia e riteneva di fondamentale importanza l’informativa. Il dossier passò per le mani prima dell’allora capo della procura di Palermo, Pietro Giammanco, e poi dei sostituti Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone e Roberto Scarpinato. Alla fine, il 7 luglio 1991 la procura chiese solo cinque provvedimenti di custodia cautelare. Non solo, ai legali dei cinque arrestati fu incredibilmente consegnata l’intera informativa del Ros, anziché gli stralci relativi alle posizioni dei diretti interessati, col risultato che tutti i contenuti dell’indagine vennero resi pubblici, vanificando il lavoro degli investigatori. La vicenda provocò una frattura insanabile tra il Ros e la procura di Palermo e diverse polemiche sui giornali, che parlarono addirittura di “insabbiamento” della parte di indagine che chiamava in causa esponenti politici.

Dopo l’uccisione di Falcone, Borsellino (all’epoca procuratore capo a Marsala e dal marzo 1992 di nuovo alla procura di Palermo come procuratore aggiunto) decise di riprendere l’inchiesta riguardante il coinvolgimento di Cosa nostra nel settore degli appalti e fornirle un nuovo slancio, considerandola di grande importanza. Ciò è confermato sia da un incontro che Borsellino volle tenere il 25 giugno 1992, presso la Caserma dei Carabinieri Carini di Palermo, con Mori e De Donno, ai quali chiese di sviluppare le indagini in materia di mafia e appalti riferendo esclusivamente a lui, sia dalle conversazioni avute dallo stesso Borsellino con Antonio Di Pietro, che allora stava conducendo le indagini sugli appalti al centro di Mani Pulite.

Nonostante l’attenzione riposta da Borsellino all’indagine mafia appalti, il 13 luglio 1992, con il magistrato ancora in vita, i sostituti procuratori Lo Forte e Scarpinato stilarono la richiesta di archiviazione, vistata dal procuratore Giammanco e depositata il 22 luglio, solamente tre giorni dopo l’assassinio di Borsellino. L’indagine venne poi archiviata a tempo record, il 14 agosto, quindi in pieno periodo ferragostano, dal gip Sergio La Commare. Da allora nulla è stato chiarito, nonostante gli appelli avanzati da Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato, soprattutto dopo la scoperta dell’epocale depistaggio: “Un tema che stava molto a cuore a mio padre era il rapporto tra la mafia e gli appalti. Infatti mi chiedo come mai il suo dossier fu archiviato il giorno dopo l’uccisione”.

Lo scorso anno, la sentenza di primo grado del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, pronunciata dalla Corte d’assise di Palermo, ha voluto improvvisamente riscrivere la storia dell’uccisione di Borsellino, slegandola dall’indagine mafia e appalti. I giudici, infatti, dando ragione ai pm palermitani che nel tempo hanno portato avanti l’inchiesta sulla trattativa (Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia), nella sentenza affermano che ad accelerare l’uccisione di Borsellino fu proprio la trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra, la cui esistenza sarebbe stata scoperta dal magistrato. La Corte d’assise di Palermo si spinge persino oltre, smentendo quanto stabilito dalla sentenza Borsellino quater: “Non v’è neppure certezza che il dott. Borsellino possa avere avuto il tempo di leggere il rapporto ‘mafia e appalti’ e di farsi, quindi, un’idea delle questioni connesse, mentre, al contrario, è assolutamente certo che non vi fu alcuno sviluppo di quell’interessamento nel senso di attività istruttorie eventualmente compiute o anche soltanto delegate alla polizia giudiziaria, che, conseguentemente, possano avere avuto risalto esterno giungendo alla cognizione dei vertici mafiosi così da allarmarli e spingerli improvvisamente ad accelerare l’esecuzione dell’omicidio del dott. Borsellino medesimo”. Questa interpretazione sembra essere in palese contrasto con la cronologia degli eventi effettivamente avvenuti e sopra ricordati, che vedevano Borsellino in prima linea per rilanciare l’indagine sulla gestione mafiosa degli appalti.

Ma c’è di più. Come noto, all’indomani della strage di Via d’Amelio, che seguì l’uccisione di Giovanni Falcone, all’interno della procura di Palermo si aprì una gravissima frattura e ben otto magistrati (inclusi Vittorio Teresi, Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato) chiesero un cambio al vertice della procura, oltre che segnali concreti da parte delle istituzioni a tutela delle toghe. Poche settimane dopo Giammanco venne effettivamente trasferito dal Consiglio superiore della magistratura e al suo posto arrivò, qualche mese dopo, Gian Carlo Caselli. Per comprendere cosa stesse accadendo nella procura di Palermo, tra il 28 e il 31 luglio 1992 il Csm convocò i magistrati palermitani. Le audizioni non sono mai state rese pubbliche, ma il Foglio è ora in grado di rivelarne i contenuti. Le audizioni infatti sono state anticipate dall’avvocato Basilio Milio, legale del generale Mario Mori, nel processo d’appello sulla trattativa, e depositate dall’avvocato Simona Giannetti, legale di Piero Sansonetti (ex direttore del Dubbio) e del giornalista Damiano Aliprandi, nel processo per diffamazione avviato contro di loro su querela di Lo Forte e Scarpinato (oggi procuratore generale di Palermo), per una serie di articoli pubblicati sul Dubbio proprio sulla vicenda dell’improvvisa archiviazione dell’indagine mafia e appalti dopo la morte di Borsellino.

Dalla lettura delle audizioni dei magistrati della procura di Palermo di fronte al Csm emergono diversi aspetti inediti e di fondamentale importanza. Tutto ruota intorno a una riunione che il 14 luglio 1992, cinque giorni prima dell’uccisione di Borsellino, il procuratore Giammanco convocò in procura per salutare i colleghi prima delle ferie estive, ma anche per trattare “problematiche di interesse generale” attinenti ad alcune indagini: “mafia e appalti, ricerca latitanti, racket delle estorsioni”. Il giorno prima Lo Forte e Scarpinato avevano terminato di redigere la richiesta di archiviazione dell’indagine mafia e appalti voluta da Borsellino. Nella riunione del 14 luglio, alla quale partecipò anche Borsellino, Lo Forte fu chiamato a relazionare sull’indagine, ma dalle testimonianze dei presenti risulta che la parola “archiviazione” non venne mai pronunciata. Non solo. Emergono il forte interesse riposto da Borsellino all’indagine, il suo malcontento per le modalità con cui l’indagine era stata gestita, e la sua profonda fiducia nei confronti dell’operato dei carabinieri del Ros (e questo, lo ricordiamo, a cinque giorni dalla sua uccisione, a dispetto delle ricostruzioni dei teorici della “trattativa”, secondo cui il magistrato il 28 giugno 1992 sarebbe rimasto sconvolto dalla scoperta, tramite Liliana Ferraro, vicedirettore agli Affari Penali al ministero della Giustizia, dei contatti tra i Ros e Vito Ciancimino).

Alla riunione partecipò anche Luigi Patronaggio, all’epoca da soli due mesi sostituto procuratore a Palermo, che in seguito al Csm riferisce: “Prima di questo momento io non avevo cognizione diretta delle divergenze e delle spaccature, incomincio a capire che esistono queste divergenze e queste spaccature proprio da questa riunione di martedì 14 luglio 1992”. Patronaggio afferma infatti che la riunione gli sembrò “una sorta di ‘excusatio non petita’”, cioè “si invitano i singoli colleghi a parlare di determinati processi perché sono attenzionati dall’opinione pubblica e la cosa mi stupisce, mi stupisce ancora di più quando il collega, il procuratore Borsellino, chiede addirittura delle spiegazioni, vuole chiarezza, vuole chiarezza su determinati processi, chiede, si informa, e per cui già capisco che qualche cosa non mi convince, non va”. Il procedimento in questione su cui Borsellino chiede insistentemente chiarezza è proprio quello su mafia e appalti, che vedeva coinvolto Angelo Siino e altri: “Paolo Borsellino – aggiunge Patronaggio – chiede spiegazioni su un procedimento riguardante Siino Angelo e altri, e capisco che qualche cosa non va evidentemente, perché mi sembra insolito che si discuta così coralmente delle relazioni dei colleghi assegnatari dei processi, una riunione che doveva avere tutt’altro carattere se non quello di salutarci prima di andare (in ferie, ndr)”.

In quella riunione, emergono il forte interesse riposto da Borsellino all’indagine, il suo malcontento per le modalità con cui era stata gestita. Gli atti inediti del Csm dimostrano che pochi giorni prima di morire Borsellino nutriva ancora piena fiducia nei carabinieri del Ros

Non solo Borsellino chiede spiegazioni sull’indagine mafia e appalti, ma lo fa in difesa dell’operato dei carabinieri, a conferma della profonda fiducia che a soli cinque giorni dalla strage di Via D’Amelio ancora vi era tra il magistrato e il Ros: “Borsellino in questa ottica – ribadisce Patronaggio al Csm – chiese spiegazioni su questo processo contro Siino Angelo perché lui aveva percepito che vi erano delle lamentele da parte dei carabinieri verosimilmente, e chiese delle spiegazioni che non erano tanto di carattere tecnico, cioè se era stata fatta o non era stata fatta una cosa, ma più che altro era il contorno generale del procedimento, chi c’era, chi non c’era, perché poi in buona sostanza la relazione sul processo Siino fu fatta unicamente, esclusivamente per dire che non vi erano nomi di politici rilevanti all’interno del processo o che se vi erano nomi di politici di un certo peso entravano soltanto per un mero accidente”. Insomma, “Borsellino chiese spiegazione di carattere estremamente generale, chi erano i politici, ma perché….”. Borsellino, infatti, ricorda Patronaggio, in assemblea “disse espressamente che i carabinieri si aspettavano da questa informativa dei risultati giudiziari di maggiore respiro”, non solo nei confronti di politici ma “anche nei confronti degli imprenditori”, e “su questo punto il collega Lo Forte si dilungò spiegando il delicato meccanismo e la delicata posizione dell’imprenditore in questo contesto”.

Anche Antonella Consiglio, da pochi mesi sostituto procuratore a Palermo, nell’audizione al Csm conferma che, quando nella riunione del 14 luglio Lo Forte relazionò sull’indagine mafia e appalti, “Paolo Borsellino fu l’unico che aveva qualche argomento in più, che ebbe qualche argomento che interessò i colleghi”.

Insomma, a dispetto di quanto sostenuto dai sostenitori della “trattativa” Stato-mafia e anche dagli stessi giudici del processo di primo grado, questi atti inediti del Csm dimostrano che pochi giorni prima di morire Borsellino nutriva ancora piena fiducia nei carabinieri del Ros, tanto da lamentarsi con i colleghi della procura perché il dossier redatto dai Ros sull’indagine mafia e appalti non aveva ricevuto l’ampio respiro atteso. Gli atti, così, confermano anche che fino all’ultimo Borsellino si occupò proprio dell’indagine sulla gestione mafiosa degli appalti, un interesse costante che è stato ritenuto dalla sentenza Borsellino quater uno dei motivi che spinse Cosa nostra a uccidere il magistrato. Indagine di cui, però, la procura di Palermo chiese l’archiviazione dopo soli tre giorni dall’uccisione di Borsellino, ottenendola il 14 agosto 1992.

Il modo migliore per commemorare il sacrificio di Paolo Borsellino è fare luce, una volta per tutte, su ciò che accadde attorno a questa indagine negli ultimi giorni di vita del magistrato e subito dopo la sua morte.

ERMES ANTONUCCI  17 LUG 2019 IL FOGLIO


 

 


a cura di Claudio Ramaccini  Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – PSF