FIAMMETTA BORSELLINO – pensieri e parole 2017-2022

 

Fiammetta la figlia di Paolo  e di Agnese che non ama le «liturgie dell’antimafia» Fino al 2017 é stata la più defilata della famiglia Borsellino. Da allora in poi é diventata la voce più forte e limpida nel reclamare giustizia dopo anni di bugie e clamorosi depistaggi sull’eccidio che si consumò in quella domenica d’estate del 1992.
Era la piccola di casa, è diventata la testimone più ingombrante. Sembrava la più debole, s’è rivelata la più determinata nella ricerca della verità. Certamente la più esposta. 
Laureata in giurisprudenza, prima di dedicarsi interamente alla sua attività di «sensibilizzazione» e condivisione della propria esperienza personale, ha lavorato per 17 anni come dirigente all’interno della pubblica amministrazione nel Comune di Palermo, occupandosi dell’attivazione di servizi per tutte le fasce deboli. «Un’esperienza bellissima e interessante», ricorda.
Fiammetta è una persona combattiva, temprata dagli eventi, che contrasta ogni giorno omertà e silenzio lottando per una società e uno Stato liberi dalla mafia, ma anche per una verità (quella sulla morte del padre), ancora oggi negata. La sua quotidianità si divide fra la famiglia e gli incontri con i giovani nelle scuole e università italiane.
Quando perse il padre aveva 19 anni e si trovava all’estero, una vacanza che sarebbe dovuta servire per vivere qualche giorno spensierato lontano dalla sua vita blindata, fatta di scorte e paure. Ma la speranza di un po’ di tranquillità fu interrotta dallo scoppio di un’autobomba.
L’operato di suo padre, conclusosi drammaticamente in via D’Amelio il 19 luglio 1992, ha segnato un prima e un dopo nella lotta alla criminalità organizzata..


L’11 luglio 1992 Fiammetta Borsellino, parte per una vacanza in Indonesia insieme  gli amici di famiglia Alfio Lo Presti, la moglie Donatella Falzone e i loro figli Giorgia e Salvatore. “Questo è stato un altro spicchio di normalità, ritagliato nel momento più buio. Telefonavamo a casa ogni volta che potevamo, ma spesso non lo trovavamo, per lui erano giorni di lavoro incessante. Ho ancora davanti a me l’immagine di Alfio chiuso in una cabina che sbatte la cornetta contro il telefono e scoppia in lacrime, quando venimmo a sapere della strage. Poi l’incubo del ritorno verso casa. Il giorno in cui morì eravamo riusciti a parlare con papà quando in Italia era ancora molto presto, ma nella mia mente i ricordi si sovrappongono. Di sicuro ho cominciato a pensare, e lo penso ancora oggi, che quel viaggio potrebbe avermi salvato la vita. Perché se fossi stata a Palermo, dopo la domenica trascorsa al mare, probabilmente l’avrei accompagnato dalla nonna, e sarei morta con lui. Invece sono sopravvissuta, e per essere la donna che sono diventata ho dovuto affrontare un lungo percorso, seguendo il principale insegnamento di papà: fare il proprio dovere. Ho continuato a studiare, ho costruito il mio futuro gettando le basi per mettere su una famiglia. A 19 o 20 anni non puoi avere gli strumenti per comprendere appieno quello che ti sta accadendo intorno, il che non significa delegare ad altri la domanda di verità: noi quella l’abbiamo sempre chiesta, a partire dal 20 luglio 1992. Ma ci sono consapevolezze che si acquisiscono nel tempo.”  FIAMMETTA BORSELLINO 


SE UN BAMBINO DOVESSE FERMARTI PER STRADA E TI CHIEDESSE COS’È LA MAFIA, COSA RISPONDERESTI ?  “La mafia è un’organizzazione criminale fatta di regole, di rituali. Un’organizzazione simile ad uno Stato. Ha una mentalità che si basa sull’oppressione. È una mentalità che trae le sue fondamenta da una concezione della vita come affermazione del potere”.


Per combattere la mafia non ci vogliono le conoscenze giuste, ma la giusta conoscenza, quella che si impara a scuola. La prima cosa da fare quindi è studiare, avere consapevolezza dei propri diritti e doveri, come la casa, un lavoro, la bellezza. Sapere sempre innanzitutto che avere queste cose non deve essere una sorta di favore concesso da terzi a condizioni illecite: parliamo di diritti. Considerare uno Stato come amico e non come nemico, non cedendo all’indifferenza e denunciando quando qualcosa non va. 


Se le nuove generazioni hanno il coraggio di urlare ogni giorno il loro no alla mafia, la mafia finirà, perché la mafia è fatta di uomini. Per combatterla non ci vogliono le conoscenze giuste, ma la giusta conoscenza, quella che si impara a scuola. La prima cosa da fare quindi è studiare, avere consapevolezza dei propri diritti e doveri, come la casa, un lavoro, la bellezza. Sapere sempre innanzitutto che avere queste cose non deve essere una sorta di favore concesso da terzi a condizioni illecite: parliamo di diritti. Considerare uno Stato come amico e non come nemico, non cedendo all’indifferenza e denunciando quando qualcosa non va . 

La scuola è il miglior modo per combattere la mafia perché ci insegna lo spirito critico. La lotta alla mafia non si fa con le pistole ma con la cultura.


Se c’è un posto sicuro per i ragazzi quello è la scuola, la mafia non è un fenomeno isolato e parlarne significa far conoscere un fenomeno insito in vari ambiti della nostra società.  


I giovani devono essere educati al senso di responsabilità verso gli altri così da adoperarsi per contribuire al cambiamento del paese: i giovani sono la speranza per un futuro, per un ‘paese sano.


Vale la pena investire sui giovani. Le mafie si nutrono del consenso giovanile, verranno sconfitte sicuramente quando i giovani negheranno loro il consenso e questo può avvenire parlando di mafia per le strade, nelle piazze e dire apertamente da che parte stare. In questo percorso di condivisione che sto facendo sto avendo il privilegio e la fortuna di conoscere e confrontarmi con la parte sana di questo paese: siete voi, sono i ragazzi che sto incontrando in questi giorni. Questo lo considero l’ennesimo regalo che mio padre mi ha fatto.


Io sono ottimista perché vedo che verso di essa (la mafia, ndr) i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanta io e la mia generazione ne abbiamo avuta.


Ai ragazzi dico: pretendete modelli concreti di legalità, persone che mettono davvero in pratica certi valori, oltre le liturgie dell’antimafia.


I giovani hanno un ruolo fondamentale alla lotta alla criminalità organizzata, perché investendo sulla cultura, sullo studio, con l’impegno costante, crescono e imparano a ragionare con la propria testa, comprendendo che tutto ciò che li circonda è un loro diritto e non un qualcosa da ottenere grazie a favori. E’ nei giovani che si deve credere, loro che sono la parte pulita della società, è nell’istruzione che si deve investire!


I giovani sono gli artefici del futuro della nostra Terra, porli di fronte alla necessità del rispetto delle regole per la costruzione di una società più equa e di un bene comune è fondamentale.


Ai ragazzi ricordo sempre che al vantaggio di pochi corrisponde sempre uno svantaggio di molti. Qualcosa che è a somma algebrica zero. Come le droghe che prospettano benessere e poi ti fanno cadere nel malessere e nella criminalità perché si compiono rapine, furti, estorsioni per procurarsi il denaro necessario.


Le mafie si nutrono del consenso giovanile per questo la scuola e la cultura devono essere al centro dell’agenda politica. Bisogna avvicinare i ragazzi alla politica. Investire sui ragazzi vuol dire investire sul futuro. Educarli  al rispetto delle regole vuol dire educarli ai diritti e ai doveri.


I giovani non si devono  accontentare di frasi astratte. Le pratiche antimafia quotidiane consistono nel dire ogni giorni il proprio no di fronte a comportamenti di sopraffazione, sfruttamento, violenza. Anche il bullismo è l’anticamera di una mentalità mafiosa.


 

Dopo la morte di mio padre, io e i miei fratelli non ci siamo lasciati sopraffare dalla rabbia, dal dolore e dal desiderio di vendetta. Abbiamo continuato a studiare. La cultura è ciò che vi permette di ragionare con la vostra testa.


Nel tempo libero mio padre parlava ai ragazzi perché solo cultura può farvi dire no alla mafia, la cultura vi fa pensare con la vostra testa


La criminalità organizzata si nutre del consenso giovanile, senza i giovani non saprebbe dove andare. Sono i ragazzi come voi le principali vittime del commercio di stupefacenti. 


 

Questo ulivo è un simbolo di una resistenza che spero possa contraddistinguere il viaggio di ciascuno di voi. Questo ulivo rappresenta la vittoria della vita sulla morte. Puoi uccidere fisicamente una persona ma non puoi uccidere le sue idee. Fare memoria significa riappropriarsi delle testimonianze di chi ha vissuto prima di noi per poter portare avanti i loro valori”. 


 

Non possiamo cadere nel disfattismo, con il rischio di cedere alla sfiducia, tradiremmo il senso dell’impegno di mio padre. Perché, la speranza viene dal senso di giustizia e dalla purezza che si riscontra nei giovani. In loro raccolgo il principale insegnamento di mio padre: malgrado tutto considerare lo Stato come amico e non come nemico.


Gli incontri nelle scuole hanno un senso solo se riescono a suscitare nei giovani un interesse che non vuol dire parlare di cose che riguardano il passato ma di attualizzarle nel presente. Parlarne oggi, a trent’anni di distanza, e trovare questa grande partecipazione dei ragazzi è la vera vittoria della vita sulla morte.


E’ indispensabile lavorare sulle nuove generazioni. Le mafie si nutrono del consenso giovanile. Solo quando gli verrà negato potranno essere sconfitte. Una tesi che mio padre ha sempre sostenuto è che la lotta alla criminalità organizzata non può essere delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine. Deve essere un movimento culturale e morale».


L’istruzione e la cultura insegnano a pensare con la propria testa, a dire no a certi apparenti vantaggi che ti può prospettare un’organizzazione mafiosa. Perché se si cede si diventa schiavi ai quali chiedere sempre qualcosa in cambio.


Vivo il mio impegno, rivolto principalmente ai giovani e alle scuole, come una missione necessaria e dovuta. C’è stata una chiamata alla quale non ho saputo sottrarmi. Il lavoro con gli studenti è fondamentale per compiere quella rivoluzione culturale e morale che voleva mio padre e che, come diceva lui, non si fa con le pistole o solo con la magistratura ma con un cambiamento radicale delle coscienze.


 Per costruire il bene comune non serve essere per forza magistrati o indossare una divisa, serve il contributo della società civile, dei giovani che dicono no alle promesse delle mafie e alle scorciatoie dell’illegalità, ma anche alla sopraffazione, ad esempio anche il bullismo è l’anticamera di una cultura violenta di cui si nutre la criminalità. La verità è che senza il consenso dei giovani la mafia scompare, per questo sono fondamentali lo studio, la cultura, l’umanità: non a caso anche il lavoro di mio padre non è stato burocratico, ha esercitato il suo ruolo con la massima umanità, parlando nelle scuole ed essendo sempre molto presente anche nella vita famigliare.


Bisogna abbandonare l’idea delle scorciatoie, il comportamento legato all’omertà e all’indifferenza, predominante nell’ organizzazione criminale.


Premio Magna Grecia Awards: “Io non la vivo come una scelta di coraggio ma come un dovere civico che riguarda me come cittadina e come figlia. Sono felice di ricevere il premio ma lo percepisco come qualcosa in più perché credo che sia mio dovere adoperarmi a favore della legalità. Ho sempre pensato di dedicarlo a quell’esercito di docenti che lavorano nelle scuole superando qualsiasi limite, anche quello derivante dagli ostacoli ministeriali dei programmi, perché viviamo in un Paese che non investe nella scuola. Dedico quindi questo riconoscimento agli insegnanti che, in assenza di mezzi e condizioni favorevoli, agevolano e promuovono la conoscenza, attraverso lo studio dei fatti storici e quindi anche delle stragi del ’92, di quegli uomini che hanno sacrificato la propria vita per la legalità. Lo dedico a tutte le persone che lavorano in silenzio per diffondere la cultura del diritto e della legge. L’eccessiva burocratizzazione della scuola, non sono del settore ma dialogo con tanti docenti, implica che si dedichi la maggior parte del tempo alle circolari continue, agli adempimenti burocratici, sottraendo tempo alla trasmissione del sapere.


Lo studio della storia è fondamentale perché vuol dire recupero della memoria, riappropriarsi delle testimonianze di persone che hanno creduto nello Stato sino a dare la vita. Studiare la storia equivale a contribuire alla creazione del patrimonio di un popolo e a metterne in pratica gli insegnamenti. Mi riferisco alla pratica dell’antimafia quotidiana attraverso azioni concrete, tangibili e non ai meri proclami.


Il mio è un impegno giornaliero, ogni giorno parlo con i giovani, vado nelle scuole perché credo che la memoria sia legata alla pratica dell’antimafia quotidiana e che questa vada coltivata sempre, credo che bisogna riappropriarsi del patrimonio di vita di certi uomini per portare avanti le idee e gli insegnamenti che ci hanno lasciato.


Investire sui giovani significa investire sul futuro perché, come diceva sempre mio papà, la lotta alla mafia non può essere una mera opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che deve coinvolgere le nuove generazioni perché nessuno meglio dei ragazzi può contrastare il fenomeno e diffondere quel fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso e perché le mafie, da sempre, si nutrono anche del consenso giovanile.


Promuovere la cultura della legalità e del bene comune significa diffondere valori in contrasto alla mafia. La lotta a questo fenomeno deve coinvolgere tutti. Se le nuove generazioni hanno il coraggio di urlare ogni giorno il loro no alla mafia, la mafia finirà, perché la mafia è fatta di uomini. Per combatterla non ci vogliono le conoscenze giuste, ma la giusta conoscenza, quella che si impara a scuola.


La scuola è importante, non tanto perché  i ragazzi devono  seguire dei programmi didattici ma soprattutto perché li aiuta a pensare con la loro  testa.


Contrariamente a come talvolta si può pensare la criminalità organizzata è un problema che non riguarda solo i magistrati e i poliziotti. Riguarda tutti. Mio padre ne era fortemente cosciente.


La mafia esiste ancora, anche a distanza di trent’anni dalle stragi di Falcone e Borsellino. Sebbene la mancanza di spargimento di sangue possa far credere il contrario le organizzazioni mafiosi sono ancora ben radicate nel territorio. Hanno solo cambiato volto, decidendo di continuare a perseguire i loro obiettivi – il denaro e il potere – nel modo più subdolo.


 Oggi a distanza di trent’anni la strage in via d’Amelio è studiata come uno dei casi esemplari di cattiva pratica investigativa. È stato fatto tutto il contrario di quello che andava fatto: sono state nascoste prove, non è stato tutelato il luogo della strage. Sono state tralasciate le regole basilari a cui bisogna attenersi in questi casiQuesto però non deve provocare in noi un atteggiamento di sfiducia verso lo Stato. So che è un concetto complesso, ma è importante ricordare che la Sicilia non è solo terra di mafia, ma anche ha saputo partorire i migliori esempi passati e attuali di lotta contro la mafia. Noi dobbiamo esserne coscienti.


È facile concentrarsi sulle cose negative ma bisogna saper guardare agli esempi positivi e guardare avanti. Falcone infatti diceva: ‘È tempo di andare avanti‘. Se queste persone alle prime delusioni si fossero arrese, oggi questo metodo di lotta alla criminalità organizzata non avrebbe l’importanza attuale e non sarebbe studiato in tutto il mondo.


Fare memoria vuol dire far camminare le idee di questi uomini attraverso le gambe delle generazioni future.


Il valore della memoria è necessario a proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato.


Occorre che accanto alla memoria ci sia la ricerca della giustizia, e la giustizia passa attraverso la verità. Se non c’è la verità è come fare morire due volte Paolo Borsellino, uno Stato che non riesce a far luce su queste ferite non ha futuro e non hanno futuro neanche i nostri figli. Non ha possibilità di progresso, che passa soprattutto sul far luce su fatti gravi che hanno segnato tutto il popolo italiano.


Non è che non apprezzi le commemorazioni, le rispetto, però, sinceramente ritengo molto più utile un impegno giornaliero e slegato da proclami od eventi. Insieme alle giornate dedicate e alle manifestazioni deve esserci un impegno costante. Io mi sento solo una persona che fa semplicemente il proprio dovere, niente di eccezionale, solo la condivisione di una testimonianza di vita. La mia è una forma di contrasto indiretta alla mafia, perché promuovere la cultura della legalità e del bene comune significa diffondere valori in contrasto alla mafia. La lotta a questo fenomeno deve coinvolgere tutti.


Cinque anni fa (2017) avevo parlato per la prima volta pubblicamente, in occasione della diretta Rai sul venticinquennale. Avevamo deciso, con i miei fratelli Lucia e Manfredi, di riprenderci il diritto alla parola. Denunciai, sempre per la prima volta pubblicamente, la solitudine di mio padre, il tradimento da parte dei suoi colleghi magistrati. Avevo espresso un altro punto di vista. Ho sentito il gelo intorno a me. Nei giorni successivi mi si rispose che i familiari delle vittime sono privi di qualsiasi forma di prudenza verbale. Invece del dialogo, ci fu immediatamente una chiusura».


Le scuole sono l’unico posto dove mi trovo a mio agio a raccontare di papà. Solo il contatto con menti pure, disinteressate, senza secondi fini, mi dà serenità.


 Non partecipo agli anniversari di via D’Amelio. Mio padre fu lasciato solo e tradito. «Una parte si è appropriata della memoria, anche indebitamente, monopolizzandola. Quando ho denunciato la solitudine di mio padre e il tradimento da parte dei suoi colleghi ho sentito il gelo intorno a me.


Mi impegno ogni giorno dell’anno. Non mi sento obbligata dagli anniversari. È giusto che le cerimonie vengano fatte, ma è più giusto per gli altri. Per noi familiari non può essere che si prema un bottone e si facciano partire i ricordi. Molti non capiscono quanto per noi si tratti ancora di una cosa molto seria e dolorosa. Il bisogno che abbiamo è quello del raccoglimento, del silenzio, dell’evitare le apparizioni.


Ho deciso che è inutile andare a cerimonie e anniversari  allorquando ho avuto chiara certezza che personaggi di primo piano delle istituzioni non avevano fatto il loro dovere. La piena consapevolezza di questo l’ho avuta quando le prime sentenze hanno documentato l’esistenza del più grande depistaggio nella storia della Repubblica italiana oggi noto a tutti, quello relativo alle indagini sulla strage di via D’Amelio, per la quale era stato costruito un finto pentito ed erano stati condannati degli innocenti. 


Il mio è un percorso di verità e memoria, che vuole superare certe liturgie dell’antimafia. Andare oltre le liturgie non è semplice, specie se i ragazzi, spesso loro malgrado, ne sono protagonisti. Quello che suggerisco loro è di non soffermarsi all’apparenza, alle parole, alla vetrina dei fenomeni. Devono cercare chi, dall’amministratore locale in su, certi valori li mette in pratica, pretendere che certi valori, tanto proclamati, diventino concreti.


La strage di via D’Amelio, una ferita aperta che sanguina.


L’omertà non é solo quella mafiosa ma c’ê quella istituzionale che è più grave.


La memoria non può essere un fatto sterile. Non mi importa venire qui dopo 30 anni a parlare di cose passate, se queste non hanno poi una ricaduta nel presente. È facile intitolare piazze ed aule, è molto più difficile dare delle risposte concrete e intraprendere una strada verso la giustizia, che non vuol dire punire semplicemente le persone che hanno fatto del male, ma capire perché si è arrivati a quel male.


La ricerca della memoria vuol dire ricerca della verità.


La verità è l’opposto della menzogna, dobbiamo ogni giorno cercarla, pretenderla e ricordarcene non solo nei momenti commemorativi. Solo così, guardando in faccia i nostri figli, potremmo dire loro che siano in un paese libero, libero dal puzzo del potere e del ricatto mafioso.


Ricordare vuol dire riappropriarsi delle testimonianze di vita di determinati uomini affinché diventino patrimonio di tutti noi, lo dico sempre ai ragazzi perché costituiscano un faro per il nostro avvenire. Solo così la vita può avere una prevalenza sulla morte. Ricordare non può essere una mera celebrazione, non può essere una santificazione perenne, quando ciò accade diventa retorica, un oppio, e svia dai problemi. La memoria non può essere disgiunta dalla ricerca verità. In questi anni abbiamo assistito a tantissime celebrazioni ma il diritto alla verità su queste terribili vicende, che io definisco una ferita collettiva, non individuale, è stato totalmente calpestato attraverso percorsi voluti e depistaggi. 


La rabbia c’è, ma ho trovato il mio equilibrio, mi sono fatta la mia famiglia e se ci fosse solo quella la darei vinta a chi non lo merita.


Non c’è una strada verso la giustizia che non passi dalla ricerca della verità e fare memoria vuol dire anche appropriarsi delle testimonianze di vita di determinati uomini affinché diventino patrimonio di un popolo. Vuol dire far camminare le loro idee attraverso le gambe delle generazioni future. 


Il coraggio credo che sia la capacità di andare avanti nonostante gli ostacoli che possono essere un freno a ideali o progetti. Coraggio è andare contro la corrente, la capacità di raccontarsi delle storie diverse da quelle che circolano.


Il rancore è un sentimento distruttivo e non serve a risolvere le cose.


La lotta alla criminalità organizzata non ha cessato di esistere. Bisogna conoscere i percorsi, gli esempi, le idee, le buone prassi, dare una guida alle generazioni future. Anche le guerre pensavamo non potessero ritornare tra noi. Le organizzazioni criminali si adeguano ai nostri contesti. Dobbiamo dare un faro per il futuro, ai giovani, alle forze dell’ordine, a ciascuna persona per liberarsi. La memoria non è intesa in senso sterile. Non si è ancora fatta luce su tanti delitti. Tante sono le menzogne. Un Paese che vive nella menzogna non ha futuro.


Al di là degli esiti della campagna elettorale dobbiamo avere un ruolo di vigilanza e dobbiamo sentirci responsabili in questo ruolo


La mafia è prima di tutto il nostro modo sbagliato di comportarci.


Non bisogna cedere alle semplificazioni solo perché non ci sono più le stragi.


Le mafie sono bravissime a cambiare, ad adeguarsi ai nuovi contesti socio economici. Quindi non bisogna cedere alle semplificazioni, solo perché non ci sono più le stragi.


 È semplicistico dire “la mafia ha vinto” così come “la mafia ha perso”. In primo luogo, perché la mafia si è riorganizzata, è cambiata e guarda con interesse tutti quei fenomeni, come per esempio il turismo, che portano soldi. Oggi poi, rispetto al passato, la mafia risiede nei centri del potere economico, se volessimo semplificare diremmo nei colletti bianchi, pur continuando a gestire, per esempio, lo spaccio in strada.


Al Sud la mafia si è posta come risposta immediata a un bisogno che lo Stato non è riuscito a soddisfare. Per questo è importante migliorare l’efficienza e la trasparenza degli apparati istituzionali, individuando e smantellando le contaminazioni.


Che la mafia fosse infiltrata pesantemente anche al Nord i magistrati come mio padre e Falcone l’avevano capito già 30 anni fa. Oggi la situazione è esplosa. Lo si misura dalla quantità di processi in corso e dai beni sequestrati. Non ci si può nascondere dietro le false convinzioni che il problema sia relegato solo ad alcune regioni. Nessuna è esente, ma il Nord Est è un territorio molto allettante perché produttivo.


Al vantaggio di pochi corrisponde sempre uno svantaggio di molti. Qualcosa che è a somma algebrica zero. Come le droghe che prospettano benessere e poi ti fanno cadere nel malessere e nella criminalità perché si compiono rapine, furti, estorsioni per procurarsi il denaro necessario.


Le pratiche antimafia quotidiane consistono nel dire ogni giorno il proprio no di fronte a comportamenti di sopraffazione, sfruttamento, violenza. Anche il bullismo è l’anticamera di una mentalità mafiosa.


L’esempio conta.  Bisogna pretendere l’esempio da chi si professa a parole paladino della legalità. Chiedere conto di ciò che ha fatto e sta facendo.


Non si può delegare la ricerca della verità solo ai magistrati


Questo è un paese che ha avuto molto da nascondere, soprattutto a se stesso


Il contributo di onestà devono darlo non solo i mafiosi, ma anche le persone delle istituzioni che sanno.


Si sono seguite piste inesistenti quando da sempre abbiamo ribadito che bisognava approfondire quel clima che mio padre viveva dentro la Procura di Palermo.
Si doveva approfondire il filone dei dubbi e del senso di tradimento che mio padre manifestò parlando a mia madre dei colleghi, il perché non si è voluto indagare sul Procuratore Giammanco.  Secondo noi queste erano le piste su cui si doveva indagare, non altre…
Per noi l’accelerazione è stata data dal dossier mafia e appalti ma non lo dice la mia famiglia lo dice il processo Borsellino ter, che l’elemento acceleratore è stato il dossier mafia e appalti che è stato archiviato il 15 luglio, cioè pochi giorni prima della strage. Nonostante mio padre il 14 luglio avesse chiesto conto e ragione del perché a quel dossier non venisse dato ampio respiro. 

Ci sono voluti ben quattro processi per arrivare a stabilire che le iniziali indagini furono condizionate dal più grande depistaggio che la storia giudiziaria italiana ricordi. In particolare, le dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, poste a fondamento dei processi sulla strage e di svariate condanne all’ergastolo, erano totalmente false. Sulla base delle dichiarazioni di Scarantino, alle quali per anni i giudici hanno creduto, vennero infatti condannate all’ergastolo sette persone. Le false accuse sono state poi smontate dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.


Lo Stato non ha saputo difendere i suoi uomini migliori.


Questo lavoro passa anche attraverso la conoscenza delle storie di quegli uomini che hanno sacrificato la loro vita per i valori di giustizia e libertà. Questo vuol dire fare memoria, ma non una memoria sterile. Parliamo di un riappropriarsi delle testimonianze di vita di uomini, affinché diventino il nostro faro per il futuro.


Una scelta di democrazia. Di quella vera però, di quella che consente al cittadino di determinarsi davvero liberamente, senza il condizionamento dell’intimidazione, del bisogno e della minaccia. Una scelta di civiltà il cui fine era quello di una società migliore.


Per il nostro Paese il maxiprocesso ha rappresentato una svolta epocale sia sul piano giudiziario, avendo contribuito all’affermazione di una linea nuova e finalmente efficace nell’attività di contrasto alla criminalità mafiosa, sia sul piano politico avendo dato la prova e la misura dello sforzo della magistratura e delle Istituzioni nel contrasto alla criminalità organizzata senza incertezze o ambiguità.


Il maxiprocesso di Palermo si basò in gran parte sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.  Da questo punto di vista rappresentò una scommessa vinta, nel senso che nessuno, tranne i magistrati che si spesero su questo fronte con mio padre e Giovanni Falcone in testa, credeva che all’interno di Cosa nostra potesse svilupparsi il fenomeno del pentitismo e che mafiosi di rango, “uomini d’onore” di primo livello, potessero collaborare con i giudici.


Nessuno può dimenticare gli attacchi a Falcone quando venne chiamato dal ministro Claudio Martelli a collaborare con lui al Ministero della Giustizia e si propose di creare la Direzione nazionale antimafia, per la cui guida era il candidato più accreditato. E non si possono dimenticare le polemiche che investirono mio padre poco tempo dopo la sua nomina a procuratore di Marsala.


Io credo fortemente nello Stato, nella magistratura e nella giustizia perché questi sono gli unici modi per onorare la morte di questi uomini e fare memoria. Ecco, per me fare memoria vuol dire necessariamente passare attraverso la giustizia che si consegue solo con la ricerca della verità.


Il fatto che ci sia stato sicuramente un lavoro fatto male (indagini su Via D’Amelio) altro non denota che la presenza di un cancro all’interno dello Stato, uguale o comunque simile a quello della mafia. Detto questo voglio anche ricordare che bisogna comunque guardare agli esempi positivi di uomini che hanno creduto fino allo stremo nello stato, fino al punto di fare sacrificio della vita. L’esempio viene anche da molti uomini che lavorano in silenzio, con sobrietà: a loro dobbiamo tendere il volto per credere in quella idea di stato sano che mio padre ha difeso fino al punto di morirne. Lui diceva sempre che lo stato va considerato come un amico e non come un nemico.


I concetti di legalità, pace e bene comune vanno sempre coltivati: non bisogna mai cedere alle semplificazioni dicendo che la mafia ha vinto o ha perso, perché non si può ridurre ai minimi termini un discorso così complesso. Sicuramente negli anni le coscienze sono cambiate, ma questo è un fuoco che va tenuto vivo e acceso, una pianta che va nutrita. Bisogna dire ogni giorno, con fatti concreti, il nostro no alle mafie.


Un paese che non fa luce sulle stragi è un paese che vive di menzogna e quindi non ha futuro. La verità non è qualcosa di delegato solo alle forze dell’ordine e alla magistratura, ma ognuno di noi deve perseguirla e chiederla quando questa è poco chiara.


Io mi fido di chi, pur essendo esposto al maggiore pericolo, svolge il suo lavoro con sobrietà; di certo non mi fido di chi si espone alle liturgie dell’antimafia per la devozione dei devoti.


Se un Giudice muore non è soltanto colpa della criminalità organizzata, ma muore anche perché è rimasto solo, perché esiste una parte malata dello Stato che scende a patti con la criminalità, perché ci sono persone che potevano e dovevano fare qualcosa ma non l’hanno fatto, forse per incapacità, forse per disattenzione. Oggi bisogna combattere una nuova mafia che vive di traffici illeciti e si basa sul commercio di droga. E «quando si vede qualcosa di storto bisogna denunciare pubblicamente, la mafia va combattuta», perchè l’Antimafia non deve essere delegata alla magistratura ma deve essere portata avanti dalla collettività perché, come dicevano sempre soddisfatti Falcone e Borsellino, “La gente fa il tifo per noi.


Ad Aprile del 2017 il bilancio era stato amarissimo: c’era stata una sentenza a conclusione del quarto processo di via D’Amelio che svelava il grande inganno di via D’Amelio, quello che poi, un po’ dopo, verrà definito come il depistaggio più grave della storia di questo Paese. Una storia di orrore, di menzogne, un depistaggio che si distingue proprio per la sua grossolanità e che pertanto costituisce un’offesa all’intelligenza e alla buona fede non soltanto della nostra famiglia, ma anche del popolo italiano.


Se prima il problema sembrava appartenere solo agli addetti ai lavori dopo via D’Amelio c’è stato un sentire diverso da parte di tutti. Questo primo grande obiettivo è stato raggiunto, non dimentichiamo che tantissimi giovani italiani decisero di fare il magistrato proprio sull’onda di quanto successo. Oggi si denuncia di più e ci si volta meno dall’altra parte, ma non dobbiamo abbassare la guardia perché l’organizzazione criminale ha una capacità di riorganizzazione enorme, con controllo direttamente sul Pil del Paese. È un equilibrio molto sottile e non si deve mai parlare per slogan.


Sono andata da Giuseppe e Filippo Graviano con l’idea che può vivere e morire con dignità non soltanto il magistrato che sacrifica la propria vita, ma anche chi, pur avendo fatto del male, è capace di riconoscere il grave male che ha inflitto alle famiglie e alla società ed è capace di chiedere perdono e di riparare il danno. Riparare il danno vuol dire non passare il resto della propria vita all’interno di un carcere, ma dare un contributo concreto per la ricerca della verità. Chi uccide, uccide la parte migliore di sé. E poi soltanto contribuendo alla ricerca della verità, i figli potranno essere orgogliosi dei padri.


Dall’incontro con i Graviano  ne sono uscita certamente fortificata. Il confronto con quelle due persone, così diverse da me, che hanno inciso così profondamente nella mia vita mi ha fatto crescere. Chissà se l’incontro è servito anche a loro, ma in qualche modo sono convinta di sì. Poi come lo sapranno elaborare non lo so. Sia a loro che a me hanno ucciso il padre. Loro sono cresciuti in un determinato contesto e hanno perpetuato vendetta e violenza. Io, figlia di un magistrato, ho seguito una strada opposta. Beninteso, ciò non li assolve dalle loro terribili colpe. Ma in ogni caso penso che bisogna smettere di porre la questione in termini di «perdono» o di «vendetta». Io preferisco parlare di percorsi di cambiamento che mi possano avvicinare a una persona che mi ha fatto del male. Il confronto può anche essere doloroso, ma è anche la strada verso la riconciliazione interiore. Convivere con pulsioni di vendetta provocati dal delitto è una cosa pesantissima. Del resto è ciò che ha portato i Graviano e tutti gli altri come loro ad uccidere. Si entra in una spirale che genera sempre violenza, odio e vendetta. Una spirale tossica.


L’incontro in carcere con i fratelli Graviano l’ho fatto sull’onda di una urgenza emotiva. Io avevo deciso di intraprendere quel percorso ma mi sono stati posti ostacoli non motivati di ogni tipo. Tutte le procure competenti avevano dato parere negativo. Nessun addetto ai lavori mi ha mai spiegato il perché. Alla fine gli ho incontrati anche se l’allora procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho volle  incontrarmi riservatamente per convincermi a rinunciare. L’ho ritenuta una intromissione nell’ambito di un percorso dentro il proprio dolore che non compete a quel tipo di istituzioni.


Quando ho chiesto e ottenuto di incontrare in carcere i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (due dei capimafia responsabili della strage di via D’Amelio, ndr) l’ho fatto per l’urgenza emotiva di condividere il dolore non solo con le persone vicine e affini, ma anche con chi quel dolore ha provocato. Guardarli e farmi vedere in faccia. E seppure non ci sono stati risultati tangibili, penso che per loro trovarsi di fronte a una vittima qualche effetto l’abbia provocato. Giuseppe è stato arrogante e quasi offensivo chiamando Paolo Borsellino “la buonanima di suo padre”, e ho notato una certa strafottenza mentre si vantava del figlio che è riuscito ad avere durante il “carcere duro”. Ma sono convinta che ad uscire rafforzata da quei colloqui sono stata io, non loro; loro sono i veri morti di questa storia, non io che vivo insieme a mio padre in ogni momento della mia esistenza. Ho fatto un salto nel buio che è servito a farmi sentire più forte, più determinata a chiedere spiegazioni. Io non cerco altre risposte precostituite, voglio solo ricostruire gli anelli di una catena. Lo ritengo un mio dovere, se ognuno avesse fatto il suo in questi anni oggi non saremmo a questo punto. Mio padre ha fatto tutto ciò che ha potuto non solo per processare i mafiosi ma anche per sconfiggere la cultura mafiosa, senza mai smettere di parlare ai giovani che sono la speranza per il futuro. È quello che provo a fare anch’io, perché in fondo pure le coperture e l’omertà istituzionale che hanno avallato i depistaggi rientrano nella cultura mafiosa.


Agli assassini di mio padre ho detto: raccontate la verità, solo così sarete uomini liberi. L’incontro in carcere con Giuseppe e Filippo Graviano è stato guidato unicamente da un lungo, complesso percorso personale e dettato da una forte e urgente esigenza emotiva. Ho sentito la necessità, in quanto figlia di un uomo che ha sacrificato la propria vita per i valori in cui ha creduto e per amore della sua terra, di dovere attraversare questo ulteriore passaggio importante per il mio percorso umano e per l’elaborazione di un faticoso lutto. Un incontro che ha assunto come unico motore la necessità di esprimere un dolore profondo inflitto non solo alla mia famiglia, ma alla società intera. La richiesta di incontro con Giuseppe e Filippo Graviano nasce dunque come fatto strettamente personale. E chiedo che tale debba rimanere.
Sono andata da Giuseppe e Filippo Graviano con l’idea che può vivere e morire con dignità non soltanto il magistrato che sacrifica la propria vita, ma anche chi pur avendo fatto del male è capace di riconoscere il grave male che ha inflitto alle famiglie e alla società, è capace di chiedere perdono e di riparare il danno. Riparare il danno per me vuol dire non passare il resto della propria vita all’interno di un carcere, ma dare un contributo concreto per la ricerca della verità. Si tratta di un contributo di onestà che gli uomini della criminalità organizzata devono dare principalmente a loro stessi, perché chi uccide, uccide la parte migliore di sé. E poi soltanto contribuendo alla ricerca della verità, i figli potranno essere orgogliosi dei padri.
Ora è importante che io possa continuare quel dialogo che è stato interrotto, con enorme dispiacere registro la mancanza di una risposta ufficiale da parte delle istituzioni preposte a fronte di una mia richiesta reiterata alcuni mesi fa.
E voglio fare un’altra considerazione. Pur nell’ambito del profondo rispetto che nutro per le istituzioni, e pur cosciente della complessità del percorso che deve portare i giudici della corte d’assise di Caltanissetta alla stesura delle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, da figlia ritengo che il passaggio di più di oltre un anno per il deposito del provvedimento sia un tempo troppo lungo. Anche dal deposito di quelle motivazioni dipende un ulteriore prosieguo dell’attività giudiziaria, della procura di Caltanissetta e del silente Consiglio superiore della magistratura, per far luce su ruoli e responsabilità di coloro che hanno determinato il falso pentito Scarantino alla calunnia. A causa di questo depistaggio, sono passati infruttuosamente 25 anni.


Né perdono, né vendetta, nei confronti dei mafiosi.  La rabbia è un sentimento che ho provato e continuo a provare non nei confronti dei mafiosi, piuttosto nei confronti di chi mafioso non è ma non ha fatto il proprio dovere. Dal mafioso il male te lo aspetti. Non dovresti aspettartelo da chi è chiamato ad amministrare la giustizia. Mi fa male pensare che mio padre abbia potuto definire il suo luogo di lavoro, quello in cui passava la gran parte delle sue giornate, come un covo di vipere. Mi fa male anche pensare che mio padre dovesse difendersi anche dai suoi stessi colleghi. E mi fa male prendere atto che nei tanti anni trascorsi dopo la strage di via D’Amelio, molti che avrebbero dovuto indagare o capire che era in corso un depistaggio diabolico invece sembravano voltarsi dall’altra parte, forse impauriti dal pericolo che un accertamento a tutto tondo avrebbe messo in discussione quantomeno la linearità di molti magistrati.


Non mi piace parlare di perdono, perché così fine a se stesso non porta a nulla. Mi piace parlare di cambiamento, della possibilità che una persona che ha fatto del male possa comunque riacquistare una dignità attraverso un percorso di cambiamento, che deve essere stimolato. Non mi sento meglio se so che queste persone sono in galera e che hanno “gettato via la chiave”. Credo che l’ideale che aveva mio padre di giustizia possa essere realizzato soltanto se lo Stato in cui viviamo possa essere capace di stimolare un cambiamento in queste persone, quindi con un adeguato sistema carcerario, in cui non ci sia un altissimo tasso di recidiva e di suicidi, che denotano un male profondo.


Mi è capitato di frequentare anche alcune carceri italiane per partecipare ad alcuni incontri con i detenuti. Mi rendo conto che non possiamo non porci il problema del senso della detenzione, specie in un sistema carcerario come il nostro, così pieno di problemi. Riesce davvero il carcere a provocare un cambiamento nelle persone? Se rispondiamo negativamente il carcere è una sconfitta. Questo vale anche per il 41 bis. Anche rispetto alle persone che più mi hanno fatto male come i Graviano, io non mi sento più appagata se loro restano segregati in una cella, ma se si accende una miccia di cambiamento. Attenzione: non necessariamente questa deve condurre a una collaborazione. A me interessa che si produca un mutamento profondo nelle persone. Per il resto, a me mio padre non lo restituirà mai nessuno.


Troppo spesso parte della magistratura ha abbandonato il tanto osannato «Metodo Falcone e Borsellino». Io non ho mai visto mio padre scrivere o promuovere libri su attività giudiziarie in corso. L’uomo che ho conosciuto io lavorava in silenzio e quando capitava non mancava di aiutare gli uomini della scorta a cambiare la ruota della macchina blindata che si era forata in autostrada. Io conservo quest’esempio. Mio padre ha rilasciato pochissime interviste e solo quando non ne poteva fare a meno. Piuttosto, dedicava molto tempo all’incontro dei giovani. Ci teneva. L’esempio era anche quello di Rocco Chinnici: come non ricordare i suoi interventi sulla droga! E poi mio padre guardava l’uomo prima del criminale: questa secondo me è stata anche la chiave del suo successo investigativo e professionale.


 Nel depistaggio c’è stata una responsabilità collettiva dei magistrati che hanno avuto comportamenti contra legem e che ad oggi non sono stati mai perseguiti nè sul piano disciplinare nè su quello giudiziario. C’è chi ha lavorato nel periodo del depistaggio e dimostrato di non aver capito nulla di mio padre.


Il più grande depistaggio della storia repubblicana, così lo hanno definito i giudici di Caltanissetta. Un depistaggio grossolano, anche. Addirittura la sentenza afferma chiaramente che il pentito ha dichiarato il falso perché è stato indotto da coloro che lo gestivano, che si sono resi autori di una serie di forzature. Poi ci sono stati molti filoni di indagine incomprensibilmente trascurati. Si è sprecato molto tempo nel seguire piste investigative improbabili o mal impostate (ad esempio il processo della cd Trattativa arenatosi in appello), a scapito di altre verosimilmente più promettenti. Oggi, a distanza di tanti anni, la possibilità di raggiungere risultati apprezzabili è assai compromessa. Da questo punto di vista possiamo dire che l’obiettivo del depistaggio è stato raggiunto. E non è un problema che riguarda solo la mia famiglia, che anzi ha trovato gli strumenti per andare avanti. È un problema del Paese tutto, che in qualche modo deve essere affrontato per costruire con fiducia l’avvenire nostro e dei nostri figli soprattutto.


Il depistaggio continua nei minuti successivi alla strage di via D’Amelio, quando non viene attuata nessuna forma di tutela per quel luogo, tanto da permettere alla “mandria di bufali” di cancellare qualsiasi prova, grazie anche al comportamento inadeguato di addetti ai lavori che maneggiarono la borsa senza accertarsi del contenuto e della persona a cui andava consegnata. Dopo di questo abbiamo una serie di indagini e processi condotti violando le norme del codice, in quegli anni duranti i processi non furono fatte verbalizzazioni di sopralluoghi importantissimi da cui si poteva immediatamente evincere l’inattendibilità del falso pentito Scarantino, il “pupo” scelto per auto-accusarsi di questa strage nonostante le evidenze che fosse assolutamente inattendibili.


Al “processo depistaggio” abbiamo visto magistrati e poliziotti che non ricordavano passaggi fondamentali delle loro indagini. Abbiamo assistito a una vera e propria omertà istituzionale che ha reso difficile il lavoro importante dei magistrati di Caltanissetta». «Dai mafiosi te l’aspetti l’omertà, dagli uomini delle istituzioni no. Sono inaccettabili i silenzi, le reticenze, i pianti e i non ricordo.

L’omertà non c’é solo quella mafiosa, c’è anche quella istituzionale che é ancora più pericolosa.


Se il cancro della menzogna e dell’omertà infesta i palazzi, c’è una speranza che viene dal senso di giustizia e dalla purezza che constato nei giovani che incontro. Raccolgo con loro il principale insegnamento di mio padre e li invito, malgrado tutto, a considerare lo Stato come amico e non come un nemico. Perché non possiamo correre il rischio di cedere alla sfiducia, di cadere nel disfattismo. Tradiremmo il senso dell’impegno di Paolo Borsellino.


Ritengo che la responsabilità sia di tutte le persone che nel quindicennio e nel ventennio successivo alla strage sfilavano nella nostra casa parlo anche dei magistrati della procura di Palermo che erano al corrente di ciò che avveniva, e a nessuno è venuto in mente di allertare la nostra famiglia rispetto ai pericoli, rispetto alla cosa più importante che ci riguardava, ovvero la verità sulla morte di mio padre.


Ho assistito a decine di testimonianze di magistrati, avvocati, investigatori, una sfilata di reticenza, di “non ricordo” di fatti che avrebbero dovuto segnare anche le loro vite. Una cosa, dal punto di vista umano, veramente inaccettabile, misera, pietosa. Dall’aula della corte d’assise di Caltanissetta sarei potuta uscire con un sentimento umano diverso se solo avessi percepito una disponibilità alla ricerca della verità che non ho visto.


È accettabile, fa parte della loro natura, che i mafiosi si trincerino dietro i «non ricordo». Ho incontrato i Graviano, loro negano perfino la loro stessa esistenza, negano l’evidenza. I mafiosi preferiscono morire in galera anziché parlare. È inaccettabile però constatare il silenzio di pezzi dello Stato. I “non ricordo” di magistrati e poliziotti. L’ostinata negazione delle loro omissioni e delle loro manipolazioni. Per queste, non solo non hanno pagato ma, al contrario, sono stati premiati con riconoscimenti di carriera. Sono tutti giunti all’apice dei loro uffici. E anche questa è una verità che ci viene spiattellata davanti con violenta evidenza.


Nessuno può veramente credere che solo un manipolo di poliziotti abbia depistato le indagini sulla strage senza avalli e coperture da parte di chi ha orchestrato tutto. Senza connivenze di poteri istituzionali e della magistratura. Perché in definitiva è per questa gente che mio padre è morto. Sono le stesse persone, gli stessi settori delle istituzioni che hanno ostacolato, isolato e mandato a morire un uomo che aveva una incrollabile fede nello Stato.


Dal mafioso il male te lo aspetti. Non dovresti aspettartelo da chi è chiamato ad amministrare la giustizia. Mi fa male pensare che mio padre abbia potuto definire il suo luogo di lavoro come un covo di vipere. Molti che avrebbero dovuto indagare o capire che era in corso un depistaggio diabolico invece sembravano voltarsi dall’altra parte, forse impauriti dal pericolo che un accertamento a tutto tondo avrebbe messo in discussione quantomeno la linearità di molti magistrati. Troppo spesso parte della magistratura ha abbandonato il tanto osannato “Metodo Falcone e Borsellino”. Io non ho mai visto mio padre scrivere o promuovere libri su attività giudiziarie in corso. L’uomo che ho conosciuto io lavorava in silenzio e quando capitava non mancava di aiutare gli uomini della scorta a cambiare la ruota della macchina blindata che si era forata in autostrada. Io conservo quest’esempio. Mio padre ha rilasciato pochissime interviste e solo quando non ne poteva fare a meno. Piuttosto, dedicava molto tempo all’incontro dei giovani. Ci teneva. L’esempio era anche quello di Rocco Chinnici: come non ricordare i suoi interventi sulla droga! E poi mio padre guardava l’uomo prima del criminale: questa secondo me è stata anche la chiave del suo successo investigativo e professionale.
 

Nessun uomo dotato di una minima intelligenza  crederà che un depistaggio, definito come il più grave della Repubblica Italiana, sia stato compiuto da un manipolo di poliziotti. La sentenza del processo Borsellino-quater, che sancisce quello di via D’Amelio come il depistaggio e l’errore più grave della storia, dice che Scarantino è stato indotto a dire il falso da coloro che lo gestivano. Coloro che lo gestivano sono sicuramente investigatori ma, come sappiamo tutti, sono controllati e coordinati dai magistrati. A questo impianto così grave, queste gravissime anomalie che hanno caratterizzato le indagini e i processi, non ha fatto seguito nessun accertamento di responsabilità nei confronti di coloro che ne sono stati attori, né nei confronti del Csm, né da parte della Procura Generale della Corte di Cassazione.


«Il processo sulla trattativa è stato pompato mediaticamente. Si scrivevano libri e si facevano interviste ad opera degli stessi autori prima ancora che finisse il primo grado e questo di sicuro non è frutto dell’insegnamento delle persone che ci hanno lasciato-. Nessuno ha mai conosciuto il Borsellino quarter perché non ne hanno parlato i giornalisti. I magistrati che non facevano parte di quelle procure, ma che erano a Palermo, non si sono mai messi di traverso e non hanno mai avvertito noi familiari di quello che stava succedendo. Ricordiamoci che Scarantino, mentre diceva falsità a Caltanissetta, si era autoaccusato di un duplice omicidio a Palermo.


Ad accelerare la morte di mio padre non è stata affatto la trattativa ma il dossier su mafia e appalti. Si doveva approfondire il filone dei dubbi e del senso di tradimento che mio padre manifestò parlando a mia madre dei colleghi, il perché non si è voluto indagare sul Procuratore Giammanco. Secondo noi queste erano le piste su cui si doveva indagare, non altre…
Per noi l’accelerazione è stata data dal dossier mafia e appalti ma non lo dice la mia famiglia lo dice il processo Borsellino ter, che l’elemento acceleratore è stato il dossier mafia e appalti che è stato archiviato il 15 luglio, cioè pochi giorni prima della strage. Nonostante mio padre il 14 luglio avesse chiesto conto e ragione del perché a quel dossier non venisse dato ampio respiro. Un dossier dei generali Mori e De Donno. Per questo non mi ha mai convinto questa tesi. E i dubbi li ho sempre espressi. Bisogna farsele delle domande. Ho avuto sempre tante dubbi.

Soggetti dello Stato hanno esposto mio padre alla mafia come bersaglio da eliminare.


Quella diretta da Tinebra a Caltanisetta era una Procura massonica.


A forza di studiare verbali, perizie e sentenze mi sono fatta una certa competenza, e posso dire che la responsabilità dei depistaggi portati alla luce dal pentito Gaspare Spatuzza nel 2008 (si autodenunciò per la strage smascherando il falso pentito Vincenzo Scarantino, ndr) non è solo degli investigatori che hanno costruito a tavolino una falsa verità. I pubblici ministeri che negli anni Novanta hanno condotto le indagini e sostenuto l’accusa nei processi, non hanno visto o non hanno voluto vedere. A parte il balletto delle ritrattazioni e controritrattazioni, dopo un confronto tra Scarantino e un collaboratore del calibro di Salvatore Cancemi che implorava i magistrati di non credere alle bugie di quel personaggio, hanno evitato di depositare le trascrizioni lasciando che il depistaggio proseguisse. E chi s’è accorto che qualcosa non andava s’è limitato a un paio di lettere messe agli atti. Mio padre nel 1988 denunciò pubblicamente lo smantellamento del pool antimafia, e per questo rischiò di finire sotto processo disciplinare davanti al Csm; è stato lui a insegnare a me, ma prima ancora ai suoi colleghi, che le ingiustizie vanno svelate. Il male non lo commette solo chi uccide, anche l’indifferenza è colpevole. Sulla strage di via D’Amelio c’è stata una regia occulta per sviare le indagini agevolata dalle sentinelle rimaste in silenzio. È come se un medico vedesse una cartella clinica palesemente falsa e non dicesse nulla. La cosa più incredibile di questa vicenda non è che qualcuno abbia depistato, perché questo purtroppo è accaduto più volte nella storia d’Italia, ma che nessuno si sia messo di traverso nonostante le carte parlassero da sole, fin da subito. Nella migliore delle ipotesi i magistrati sono stati funzionali al depistaggio con la loro incapacità o insipienza, e ancora oggi non ho sentito nessuno ammettere di aver sbagliato e chiedere scusa.


Si deve avere rispetto per quanto ci circonda, si deve agire non cedendo a ricatti o a favori che prima o poi torneranno per presentare il conto, ci si deve informare prima di prendere decisioni.


Quella di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone e di tanti altri prima di loro, è una storia collettiva, che appartiene a tutti.


L’antimafia non può non essere disinteressata, non può mirare al potere e non può diventare essa stessa potere.


Sono  passati 30 anni e ormai ci siamo rassegnati all’idea che noi familiari di tutte le vittime delle stragi non avremo mai una verità giudiziaria. Perchè nessuno ha voluto guardare dove si doveva guardare da subito: a quel palazzo di giustizia covo di vipere, come lo chiamava mio padre. Lui e Giovanni Falcone, almeno nell’ultimo anno della loro vita ne avevano piena consapevolezza.


C’è stata la mano armata di Cosa nostra ovviamente ma anche chi a questa mano armata ha spianato la strada, consegnando le teste di Falcone e Borsellino su un piatto d’argento. L’ormai famosa convergenza di interessi di cui parlava Falcone. Io oggi da figlia sono consapevole che mio padre è morto perchè è stato abbandonato dai suoi colleghi.


Fin quando siamo stati zitti, il salone di casa nostra era pieno di presunti amici di mio padre che venivano a raccontare balle a mia madre. Da quando invece io ho deciso di parlare, di dire senza peli sulla lingua che le responsabilità delle stragi di Capaci e via D’Amelio sono a più livelli, da quel momento ci siamo improvvisamente ritrovati soli. Di tutto quello stuolo di magistrati che ci stava attorno non si vede più nessuno. Qualche settimana fa sono andata a Marsala, la città dove mio padre è stato procuratore, per l’intitolazione di una strada ad Emanuela Loi, una degli agenti di scorta uccisi con lui. Sono rimasta sola. Nessuno, dico nessuno dei magistrati presenti, mi ha avvicinato anche solo per salutarmi. Ma a me sta bene così.


Ormai abbiamo trovato pace. Tutto finalmente è chiaro. Non abbiamo più bisogno di sentenze di condanna che tanto non arriveranno mai. Per noi ormai sono chiare le connivenze vere, le omissioni, le menzogne, le condotte sbagliate di uomini e donne delle istituzioni che non hanno avuto rossore a presentarsi in un’aula di tribunale e a balbettare monosillabi. A essere offesi non siamo solo noi familiari ma l’intelligenza del popolo italiano.


Non mi sentirò appagata dall’esito dei processi sulla morte di mio padre e, soprattutto, su quel che è successo dopo: il più grande depistaggio della storia, come è stato definito. E so che tanta parte dell’opinione pubblica la pensa esattamente come me.


Nonostante l’encomiabile sforzo di pochi, pochissimi, magistrati come Stefano Luciani e Gabriele Paci, la verità giudiziaria non potrà dare conto dell’omertà di Stato che ha coperto e copre chi ha lavorato nelle istituzioni per inquinare tutto. Più mi addentro in questa melma e più il marcio risulta evidente. So però che anche questa è una verità, patrimonio ormai di tutti. O quasi.


Anche nell’amarezza, non resta che andare avanti, facendo tesoro di quanto abbiamo capito fin qui. La nostra consapevolezza è la spinta che mi porta a rifuggire dalle commemorazioni di facciata, anche da quelle con il crisma dell’ufficialità, e aderire con slancio, al contrario, a tutte le occasioni di confronto diretto e franco con i giovani delle scuole.


Noi stessi, noi figli siamo andati avanti e crediamo ancora nell’essenza di quello stesso Stato in cui credeva mio padre. Nell’impegno per fare della nostra terra, della nostra città un posto dove è bello vivere e per il quale vale la pena spendersi. Dobbiamo tutti quanti andare avanti, andare oltre. Senza mai dimenticare. E se il depistaggio rende impossibile il miracolo della completa verità giudiziaria, abbiamo già tutti gli elementi per giudicare e comprendere ciò che è realmente accaduto. 


Lo diceva anche mio padre che il fatto di non riuscire ad arrivare ad una sentenza, che non si riescano a trovare le prove, non significa che non ci siano colpe.  E credo che per politici o magistrati anche avere una sola ombra sulla testa sia una colpa.


Presenziare  alle udienze dei processi per la strage di via D’Amelio è stato come un affacciarsi alla miseria umana, di magistrati e poliziotti che si vantano di successi che non hanno mai conseguito e non ricordano nulla di vicende che avrebbero dovuto segnare le loro vite ed essere scolpite nella loro memoria, impegnati come sono a difendersi spasmodicamente 


Dopo 30 anni ormai miracoli non ce ne aspettiamo più, l’evidenza per noi è già una verità e una consapevolezza ma certo me ne sarei andata da quel palazzo di giustizia con uno stato d’animo diverso dal disgusto per questa miseria umana. Una consapevolezza che, d’altra parte, aveva anche mio padre quando parlava a mia madre del Palazzo di giustizia di Palermo come di un covo di vipere. Un giorno le disse: ‘La mafia mi ucciderà quando i miei colleghi glielo permetteranno, quando Cosa nostra avrà la certezza che sono rimasto davvero solo.


Non è moralmente e politicamente accettabile che persone condannate per mafia influenzino l’andamento elettorale o appoggino candidati con le loro liste. Bisogna dire chiaramente da che parte si sta» Palermo è a un bivio importante. Tutti siamo coinvolti, anche se non assumiamo direttamente degli incarichi. Oggi un’amministrazione può governare bene solo se ha la collaborazione di tutta la cittadinanza. Come è stata capitale della mafia, Palermo è stata anche capace di dare vita al più grande movimento antimafia mai esistito al mondo. Dobbiamo prenderne atto. Credo nelle persone, credo nei giovani. C’è tanta gente che vuole che le cose cambino e sono le persone che lavorano più in silenzio. Come i docenti delle scuole, per esempio. Nutro un’enorme speranza che Palermo possa riscattarsi.


La mafia non si combatte delegando questo compito solamente alla magistratura e alle forze dell’ordine. Si combatte con l’istruzione e la scuola.


La lotta alla mafia è di tutti, non bisogna essere necessariamente dei magistrati e anche un magistrato se non è coadiuvato da una rete che lo appoggia non riesce a fare il proprio lavoro. Non basta appiccicare un bollino in negozio dicendo “io non pago il pizzo”, bisogna sempre pretendere da chi dice di lottare contro la mafia esempi concreti e azioni tangibili.


Le mafie hanno una grande capacità di adeguarsi ai nuovi contesti socio economici. Oggi si dice che investano in Borsa e nell’alta finanza. Sanno insinuarsi capillarmente negli apparati amministrativi dello Stato, in quei settori in cui si investono soldi: manipolazione degli appalti, smaltimento dei rifiuti, gioco d’azzardo, sfruttamento della prostituzione ma anche nuove tecnologie.


Ci sono delle cariche in cui l’amministratore non deve essere onesto solo perché lo dice una sentenza giudiziaria. Ci sono cariche in cui gli amministratori devono apparire onesti.


Non ho mai pensato di lasciare questa Palermo come peraltro non fece mai neanche mio padre in quegli anni. Nutro una passione viscerale anche se piena di conflitti nei confronti di questa città. A 15 anni andavo con padre Cosimo Scordato, il sacerdote dell’Albergheria, in giro per Ballarò a raccattare bambini da portar via dalla strada e quando potevo ci trascinavo anche mio padre che la domenica, quando era possibile, ci portava sempre a passeggiare nei vicoli del centro storico. 


Palermo è una città dalla quale sento il periodico bisogno di allontanarmi, sento ogni tanto questa cappa di oppressione, ma mi basta qualche giorno in campagna, i miei viaggi, ma non ho mai pensato di andare a vivere altrove. L’unica volta che ci ho provato è stato quando mi sono iscritta all’Università a Pavia, facevo giurisprudenza e prendevo ottimi voti ma non riuscivo a capire se me li davano perché mi chiamavo Fiammetta Borsellino o perché me li meritavo. E sono tornata presto. E ho messo le radici qui, nel centro storico di Palermo che amo follemente, con i miei bambini con cui lavoro da anni e che riuscivo persino a portare a casa quando ancora c’era papà. Glieli facevo trovare lì e riempivo la casa. E a lui piaceva tanto.


All’indomani di via D’Amelio, mia madre aveva rifiutato i funerali di Stato. Allo stesso modo, noi figli abbiamo deciso di non partecipare mai più a cerimonie e celebrazioni di Stato finché non sarà chiarito, anche fuori dai processi penali, tutto quello che è accaduto. Per me fare memoria è avere risposte in termini di cose concrete, che ci avvicinino alla verità. Fare memoria non è dire vuote parole».


Dopo trent’anni resta chiarissima la percezione della grande solitudine in cuimio padre e Falcone sono stati lasciati. Una solitudine che è rimasta anche dopo le stragi, sempre da parte dei colleghi. Le inchieste che sono state svolte hanno rivelato quanto il lavoro investigativo sia stato mal condotto da magistrati e inquirenti. Il percorso verso la verità è stato precluso dai colleghi di mio padre e di Falcone. Hanno remato contro. Per questo parlo non solo di solitudine, ma anche di tradimento.


Il dossier mafia-applti avrà avuto molti limiti, ma oggi risulta che mio padre era ben intenzionato a lavorarci. E per quanti limiti potesse avere, se fosse finito nelle mani di mio padre, come lui avrebbe voluto e come gli è stato impedito, non ho dubbi che avrebbe dato risultati».


Se tocchi certi poteri, si arena tutto quanto. Neppure le procure più volenterose possono fare qualcosa, se poi anche i testimoni pensano solo a difendere il loro operato, ma non danno nessun contributo per farci comprendere cosa davvero non ha funzionato nel sistema».


Solo io ho chiesto scusa agli innocenti condannati ingiustamente. Non sono mai stata avvicinata da nessun addetto ai lavori per un qualsivoglia chiarimento, neppure sul piano personale e umano. In questo c’è stata molta disumanità. Anche quando ho espresso la mia necessità di compiere un percorso di giustizia compensativa o riparativa, sono stata isolata.


A volte l’opinione pubblica considera noi figli di Borsellino quelli forti, quasi dovessimo avere nelle cellule il coraggio di papà. Tante volte siamo noi a dover consolare gli altri. In realtà, la nostra vicenda è stata estremamente triste e circondata da una grande miseria umana. A un certo punto abbiamo reagito, spinti da una esigenza di verità. Personalmente ho avuto una urgenza emotiva di denunciare l’ingiustizia, altrimenti non avrei trovato la forza di raccontare la storia di mio padre. Senza questa spinta non avrei avuto neppure la percezione della verità e delle dinamiche per insabbiarla. E non mi sarei accorta che quelle dinamiche avevano dei volti e dei nomi. La mia sarebbe stata la generica denuncia di un depistaggio, e in quanto generica sarebbe stata meno efficace. Una parte di questo percorso ha comportato anche incontrare chi ci aveva fatto del male.


Il sistema carcerario è incapace di generare percorsi di cambiamento. Gli incontri tra detenuti e vittime, invece, possono innescare tentativi nuovi. Altrimenti il malessere collettivo nelle carceri diventa una bomba a orologeria, generando solo suicidi e recidività. Lo stesso carcere duro per i mafiosi non è più adeguato, se non favorisce percorsi di cambiamento, che non devono passare necessariamente per una collaborazione. È un’altra idea di giustizia, che ho imparato da mio padre.


 

Non bisogna mai smettere di sognare, io sono quella bambina che spera in un cambiamento vero, quello delle coscienze.


 


MIO PADRE:

 

In casa abbiamo sempre saputo che papà correva dei rischi, io sono cresciuta nella consapevolezza che poteva morire ogni giorno. Tutti gli anni Ottanta sono stati attraversati da lutti e delitti che ci hanno toccato da vicino, dal capitano Emanuele Basile al procuratore Gaetano Costa, dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa a Rocco Chinnici, da Beppe Montana a Ninni Cassarà (tutte vittime della mafia, uccise insieme a molte altre tra il 1980 e il 1985, ndr). Quando uscivo di casa con lui mi lanciavo in strada per prima, in modo che se qualcuno avesse sparato avrebbe colpito me al posto suo. Mi illudevo di poterlo salvare così, nella mia immaginazione era un eroe invincibile. A proteggerlo c’era la scorta, ma anche noi: io che nella mia ingenuità ero pronta a morire per lui, e tutta la famiglia che l’ha sempre accompagnato e sostenuto in ogni momento e scelta della sua e della nostra vita. Io ero la più piccola, e fino all’ultimo non ho mai abbandonato questo ruolo che piaceva sia a mio padre che a me. Avevamo un rapporto particolare perché a differenza di Lucia e Manfredi, sempre molto posati, studiosi e ubbidienti, io ero molto proiettata verso l’esterno, avevo un forte senso di indipendenza che poteva essere scambiato per ribellione: a 13 anni volevo viaggiare da sola, papà cercava di frenarmi e mi diceva: “Ma dove vai? Se poi m’ammazzano come fanno ad avvisarti?”. Era un modo per trattenermi, ma anche per esorcizzare il pericolo. E di prepararci a quello che poteva succedere: piccoli messaggi, lanciati di tanto in tanto, per non farci trovare impreparati.
Io intuivo che la tragedia era sempre dietro l’angolo, l’assoluta precarietà della sua e della nostra esistenza, ma il suo modo di mescolare la minaccia con la normalità è stata una forma di protezione nei nostri confronti. Anche dopo il 23 maggio, il giorno della strage di Capaci, pur nel dramma più totale abbiamo proseguito la vita di sempre. Com’era accaduto in passato di fronte agli altri omicidi, o alla tragedia del liceo Meli che segnò mio padre più di ogni altra. La morte di quei due studenti (Biagio Siciliano e Giuditta Milella, di 14 e 17 anni, ndr) travolti da un’auto della sua scorta la visse come la perdita due figli. Non si dava pace. Che lui potesse morire, e con lui qualcuno di noi, era nel conto; ma che venissero colpiti gli uomini della sicurezza, o addirittura degli estranei coinvolti casualmente, non poteva accettarlo.
Con questi pesi nel cuore è andato avanti, trovando la forza in noi che abbiamo camminato sempre al suo fianco, come un monolite inarrestabile. E lui ci aiutava sdrammatizzando. Ogni tanto scherzava: “Dopo che mi avranno ammazzato diventerete ricchi con i risarcimenti che lo Stato dovrà versare”. Oggi so che era un modo per farci capire quanto le istituzioni sarebbero state responsabili della sua dipartita.

L’estate del ‘92 volevo andare in Africa, ma un po’ per le apprensioni di mio padre e un po’ per la tragedia di Giovanni Falcone trovammo un compromesso: mi lasciò partire per l’Indonesia insieme alla famiglia del suo migliore amico, Alfio Lo Presti. Un altro spicchio di normalità, ritagliato nel momento più buio. Telefonavamo a casa ogni volta che potevamo, ma spesso non lo trovavamo, per lui erano giorni di lavoro incessante. Ho ancora davanti a me l’immagine di Alfio chiuso in una cabina che sbatte la cornetta contro il telefono e scoppia in lacrime, quando venimmo a sapere della strage. Poi l’incubo del ritorno verso casa. Il giorno in cui morì eravamo riusciti a parlare con papà quando in Italia era ancora molto presto, ma nella mia mente i ricordi si sovrappongono. Di sicuro ho cominciato a pensare, e lo penso ancora oggi, che quel viaggio potrebbe avermi salvato la vita. Perché se fossi stata a Palermo, dopo la domenica trascorsa al mare, probabilmente l’avrei accompagnato dalla nonna, e sarei morta con lui. Invece sono sopravvissuta, e per essere la donna che sono diventata ho dovuto affrontare un lungo percorso, seguendo il principale insegnamento di papà: fare il proprio dovere. Ho continuato a studiare, ho costruito il mio futuro gettando le basi per mettere su una famiglia. A 19 o 20 anni non puoi avere gli strumenti per comprendere appieno quello che ti sta accadendo intorno, il che non significa delegare ad altri la domanda di verità: noi quella l’abbiamo sempre chiesta, a partire dal 20 luglio 1992. Ma ci sono consapevolezze che si acquisiscono nel tempo.
Dopo la strage ho terminato gli studi all’università, ho cominciato a lavorare con una dedizione che non mi concedeva molto spazio per l’impegno civile. Insieme ai miei fratelli abbiamo seguito mia madre nella sua lunga malattia, e siamo rimasti in rispettosa attesa nei confronti delle istituzioni giudiziarie che dovevano darci delle risposte. In fondo anche questo è stato un insegnamento di nostro padre: avere fiducia nell’amministrazione della giustizia. C’erano i processi, abbiamo aspettato che si concludessero. Nel frattempo ho messo al mondo due (splendide – ns. commento)  bambine, Felicita e Futura, rappresentano il mio paradiso: sono loro a darmi la forza di guardare l’inferno che s’è spalancato davanti ai miei occhi quando ho scoperto i depistaggi fabbricati da alcuni investigatori, di fronte ai quale i magistrati non hanno sorvegliato o si sono voltati dall’altra parte. Ora che le mie figlie sono cresciute mi posso permettere di dedicarmi anche ad altro, la mia famiglia mi concede il tempo e il sostegno necessario a studiare le carte processuali e girare l’Italia per denunciare uno scandalo di cui ancora non si vede la fine. Forse in passato qualcuno ha scambiato la nostra educazione e il nostro rispetto verso le istituzioni per superficialità e buonismo, ma ha sbagliato i suoi calcoli. Prima la nostra casa era sempre piena di amici, falsi amici, mitomani, controllori che volevano verificare le nostre reazioni e tenerci buoni; adesso non ci cerca più nessuno, siamo soli. Ma non importa, abbiamo ugualmente la forza per andare avanti.


Quando uscivo di casa la mattina con papà, lo precedevo sempre, così se qualcuno l’avesse voluto colpire, io gli avrei fatto da scudo. Mi illudevo di poterlo salvare così, nella mia immaginazione era un eroe invincibile. A proteggerlo c’era la scorta, ma anche noi: io che nella mia ingenuità ero pronta a morire per lui, e tutta la famiglia che l’ha sempre accompagnato e sostenuto in ogni momento. Io ero la più piccola, e fino all’ultimo non ho mai abbandonato questo ruolo che piaceva sia a mio padre che a me. Avevamo un rapporto particolare perché a differenza di Lucia e Manfredi, sempre molto posati, studiosi e ubbidienti, io ero molto proiettata verso l’esterno, avevo un forte senso di indipendenza che poteva essere scambiato per ribellione: a 13 anni volevo viaggiare da sola, papà cercava di frenarmi e mi diceva: “Ma dove vai? Se poi m’ammazzano come fanno ad avvisarti?”. Era un modo per trattenermi, ma anche per esorcizzare il pericolo. E di prepararci a quello che poteva succedere: piccoli messaggi, lanciati di tanto in tanto, per non farci trovare impreparati.


Una persona di altra epoca e con un stile difficilmente conciliabile con il “Sistema” descritto da Luca Palamara e fatto di magistrati chattatori.


Quando, dopo la morte di Falcone gli fu proposto di candidarsi per l’incarico di procuratore nazionale antimafia, rifiutò di farlo.


Mio padre e Giovanni Falcone, assieme ad altri validissimi colleghi, non soltanto portarono il “loro” maxi processo a dibattimento dinanzi alla Corte di Assise di Palermo ma videro il loro impegno definitivamente consacrato nella sentenza della Cassazione del 1992.


Vedere mio padre con la scorta, vedere morire i suoi amici, colleghi, giornalisti… ha fatto sì che per me fosse un pensiero sempre presente. Allo stesso tempo ho interiorizzato quello che diceva mio padre, ossia che bisogna comunque vivere. La paura è un fatto umano, ma bisogna farsi forza e andare avanti, perché la paura non diventi un ostacolo.


Il contrasto alla criminalità organizzata per mio padre non era solo un impegno straordinario ed eccezionale di un momento della vita o della carriera ma era una scelta di vita.


Si è sempre battuto, senza doppi fini, per il riscatto dei palermitani e di tutti i siciliani.


Mio padre era un lettore onnivoro. Leggeva di tutto. Soprattutto era appassionato di letteratura tedesca. Kafka lo catturava. Poi i grandi polizieschi. Ho ereditato la sua grande collezione di Simenon. E i siciliani, non ultimo Sciascia, che era per lui un punto di riferimento.


Aveva la consapevolezza di dovere applicare sempre legge anche contrastando feroci organizzazioni criminali, tenendo bene a mente che il giudice “non lotta” contro nessuno.


Mio padre è stato lasciato solo e tradito sia da vivo che da morto.


Era ironico. Mai banale. E dotato di grande umanità. Mio padre va ricordato soprattutto per l’eredità morale e professionale che ha lasciato, per l’impegno profuso nell’istruzione del cosiddetto maxi processo di Palermo, per ciò che lo univa a Giovanni Falcone e per ciò che da lui lo distingueva.


La scelta della legalità per mio padre  era anche la consapevolezza di stare dalla parte della legge, delle Istituzioni, del cittadino.


Il suo lavoro  è stato un atto di amore non solo nei confronti della sua città, l’amatissima Palermo, ma nei confronti di tutto l’intero paese, perché per molti anni si è preferito pensare che il problema fosse circoscritto soltanto a determinate regioni d’Italia e che dovesse riguardare soltanto giudici e magistrati. Non è così: per anni si è preferito pensare che non fosse un problema collettivo ed è questo che ha esposto questi uomini ad un maggiore pericolo. Mio padre diceva sempre “È la mafia che mi ucciderà, ma lo farà quando avrà avuto la completa certezza che io sia rimasto solo”».


Era un magistrato apolitico, indipendente, rispettoso delle garanzie del cittadino, e soprattutto serio. Ha sempre agito tenendosi lontano da pregiudizi ideologici o visioni politiche della società.


Non ha mai parlato delle sue indagini o scritto libri sulle sue indagini.


Parlava spesso con i colleghi più giovani raccontandogli le difficoltà che si incontravano nell’interrogare il pentito di mafia, della complessità delle vicende narrate dal mafioso, delle loro strategie processuali, e soprattutto degli scenari squarciati dai pentiti con le loro dichiarazioni.


Ha lavorato con onestà, coscienza e profonda umanità. Invece mio padre pensava che tutti potessero dare un contributo nella lotta alla mafia: senza il contributo della società civile non ti ottengono risultati. Ed è il motivo per cui sono morti. Sono stati lasciati soli a combattere quella battaglia.


Di mio padre amo sempre ricordare questo amore pazzesco che aveva nei confronti dei bambini e dei giovani: egli stesso sapeva mettersi assolutamente in una posizione di gioco. Era amato da tutti i bambini, da tutti i ragazzi, come padre e come zio ovunque richiesto, proprio per questa sua capacità di non prendersi mai sul serio e spesso anche di non prendere sul serio taluni suoi interlocutori. Tale modalità, tutta sua, gli ha permesso in ogni momento di affrontare la vita con le sue amarezze e le sue difficoltà, a testa alta. Mio padre mi ha insegnato veramente cosa vuol dire la parola “vivere”, cosa vuol dire la parola “combattere” per i propri ideali, per i quali egli stesso ha sempre detto “è bello morire.

Mio padre non scriveva libri sui suoi processi, preferiva andare nelle scuole per parlare ai ragazzi di cosa è la mafia. Su questa vicenda non avrebbe gradito il clamore mediatico che è stato dato in corso di processo.
 
 
 
 
Ha sempre cercato di impostare con noi figli un rapporto basato sull’ascolto, sul dialogo e sui valori dell’umiltà e del rispetto. Il rapporto con mio padre era come quello che hanno tutte le figlie con il loro genitore: negli anni dell’adolescenza l’ho stressato per avere il motorino – e sono riuscita ad averlo anche prima dei 14 anni – e per avere orari di uscita più “flessibili” rispetto a quelli che mi aveva dato. Prima che gli fosse assegnata la scorta (una realtà blindata per Paolo Borsellino già nel 1984, ndr) quando mi accompagnava a scuola scendevo sempre prima e non proprio vicino all’ingresso, perchè mi vergognavo e la stessa cosa facevo quando magari rientravo la sera in compagnia di alcuni miei amici. I miei fidanzati, come capita spesso, ovviamente temevano già solo di incrociare lo sguardo di mio padre sotto casa. Ho vissuto in casa con lui 19 anni e devo dire che, nonostante le scorte le minacce e le pressioni, accanto a lui mi sono sempre sentita forte, non ho mai temuto per la mia vita. Ovvio che tutti noi in famiglia avessimo un pò di paura, ma per superare quei momenti negativi mi facevo forza con una frase di Giovanni Falcone: l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.


A mio padre stavano a cuore i legami tra mafia, appalti e potere economico. Questa delega gli fu negata dal suo capo, Piero Giammanco, che decise di assegnargliela con una strana telefonata alle 7 del mattino di quel 19 luglio. Ma pm e investigatori non hanno mai assunto come testimone Giammanco, colui che ha omesso di informare mio padre sull’arrivo del tritolo a Palermo…».


Lui diceva sempre che lo stato va considerato come un amico e non come un nemico.

Mio padre e Falcone non svolsero il loro compito con aridità e freddezza burocratica, anzi ebbero quello sguardo all’uomo che gli permise di passare da un’allusione ad una confessione – e ricordo quello che disse Giovanni Falcone di Buscetta: “fu per noi come un professore di lingua straniera che ci insegnò a parlare ai turchi passando dai gesti alle parole. Bisognava essere anche un po’ mafiosi per combattere la mafia.


La verità disattesa, parte innanzitutto in quei 57 giorni che intercorrono tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. Lì inizia il depistaggio perché a mio padre fu impedito di riferire quello che stava facendo anche in riferimento a delle indagini sulla morte di Falcone. Lui chiese alla Procura di Caltanissetta di essere sentito ma non lo vollero mai ascoltare, tant’è che al famoso discorso alla Biblioteca Comunale di giugno in un atto di disperazione si mise in pericolo dicendo di sapere ma che avrebbe riferito solamente alle autorità giudiziarie. Fu gettato in una solitudine assoluta, che poi è l’origine della maggiore esposizione al pericolo: tutti coloro che sono morti in quegli anni, sono morti sicuramente per mano mafiosa ma principalmente perché lo Stato italiano non è stato in grado di difendere i suoi uomini migliori. 

Tutto è stato disatteso dalla parte poco sana delle istituzioni: mio padre è stato tradito da vivo e da morto.


E’ morto con dignità, perché è anche vissuto con dignità. Però credo anche che possa vivere e morire con dignità chi, avendo fatto del male, riconosce il danno che ha fatto alle famiglie e alla società e ripara il danno. Credo che la giustizia in sé non sia un giudizio eterno e incontrovertibile, si configura come un equilibrio di molteplici poteri e verità. Avendo delle figlie, so che una verità non è davvero sensata se non può essere spiegata a una bambina di 8 anni. Io dico sempre alle mie figlie che non bisogna mai smettere di sognare, forse io stessa sono una bambina che crede nel cambiamento, quello vero, delle coscienze.


Giocava a calcio con i figli dei mafiosi ma ha deciso di cambiare strada. Palermo non gli piaceva e per questo ha deciso di amarla perché il vero amore è amare le cose che non ci piacciono e cambiarle. Mio padre era quello che ogni sera si guardava allo specchio e si chiedeva se quel giorno avesse meritato lo stipendio. Qualsiasi lavoro assume una qualità diversa quando si va oltre un rapporto formale.


Credo che ricordare la morte di mio padre, di Giovanni Falcone, di Francesca e degli uomini della scorta, possa contribuire a coltivare il valore della memoria. Quel valore necessario per proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato significa anche dire in maniera ferma da che parte stiamo, perché noi stiamo dalla loro parte, dalla parte della legalità e della giustizia per le quali sono morti. Credo che con questa stessa forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi servitori dello stato, quelle menti raffinatissime che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione, ore fondamentali per l’acquisizione di prove che avrebbero determinato lo sviluppo positivo delle indagini. Quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto. Tutto questo non può passare in secondo piano, e non può passare in secondo piano che per via di false piste investigative ci sono uomini che hanno scontato pene senza vedere in faccia i loro figli, come quei giovani che sono morti nella strage di Capaci. Questa restituzione della verità deve essere anche per loro.

 

 

Papà sapeva coinvolgerci tutti, portando a casa delle storie di umanità che ci raccontava. Era un padre che faceva cose enormi, pericolosissime per la sua vita, e ce le sapeva spiegare cosicché noi non gli abbiamo mai messo bastoni tra le ruote. Per lui era importante il nostro sostegno.


La più grande eredità che le ha lasciato mio padre é la faccia pulita dell’Italia, io oggi mi sento ricca, non sola, per la grandissima relazione che ho con tantissima gente onesta, vera. Ricca non certo materialmente. Quando papà è morto sul suo conto corrente abbiamo trovato un milione di lire. Perchè oltre alla nostra famiglia portava avanti quella di una sua sorella rimasta sola con sette figli e aiutava anche quelle di alcuni uomini delle forze dell’ordine a lui vicini. Era il papà silenzioso di tanti.


Il rapporto con lui è sempre stato un rapporto normale, anche se so che può apparire strano da pensare e soprattutto da capire. Mio padre ha sempre cercato di impostare con noi figli un rapporto basato sull’ascolto, sul dialogo e sui valori dell’umiltà e del rispetto.


Bellezza e amore sono le parole dominanti nella nostra vita. Mio padre anche nei momenti più difficili non smetteva mai di sorridere anche utilizzando come antidoto alla paura l’ironia, che permetteva di sdrammatizzare. Il 19 luglio 1992 noi eravamo ragazzi adolescenti, tra i 19 e i 22 anni. A quell’età è facile lasciarsi un po’ andare e se non si trovano delle risorse interiori. Abbiamo scelto la strada della vita, se non avessimo fatto così avremmo totalmente sconfessato quelli che sono stati gli insegnamenti di mio padre.


Avevamo capito da subito il valore delle cose che faceva, mio padre, senza dovercelo dire e anche per noi non c’erano altre strade possibili a quelle di vivere la nostra vita, pur con sacrifici, una vita scortata ma che camminava insieme alle nostre situazioni di bambini e adolescenti; ci muovevamo coi motorini in una città pericolosa ma papà sapeva che se ci avesse rinchiuso sotto una campana di vetro ci saremmo morti dentro. Questo non vuol dire che non abbiamo pagato dei prezzi molto alti: ricordo l’estate trascorsa tutti insieme all’Asinara, che allora era un carcere, non perché mio padre si stesse preparando al maxi processo con Falcone, come erroneamente viene spesso riportato, ma perché lo Stato non era in grado di garantire la sicurezza a Palermo per i suoi uomini migliori.


Un’infanzia certo non semplice, tanti sono stati i prezzi pagati ma per fortuna  i nostri genitori sono riusciti a darci quelle risorse necessarie per superarli e andare avanti. Mio padre è stato un papà molto presente, il tempo che trascorreva con noi era di altissima qualità e, nonostante fosse un uomo così impegnato, trovava il modo di partecipare agli incontri con i nostri professori. C’erano dei momenti per lui sacri in famiglia, come il ritorno da scuola, ci mettevamo a tavola e ci raccontavamo in attesa del pranzo. Nulla avrebbe potuto distrarlo dal trascorrere con noi quegli attimi. La nostra casa era come un porto di mare, sempre aperta a tutti. Era il suo modo di essere, anche con i ragazzi della scorta che erano come dei figli.


A noi, quel 19 luglio non ci è piombato addosso, eravamo stati preparati a quell’evento, non a parole vivevamo una quotidianità in cui non potevi renderti conto che Palermo, in quegli anni era in uno stato di guerra, con centinaia di morti non solo tra le forze dell’ordine ma anche tra i civili. Anche se non si è mai preparati alla morte di un padre.


Era un uomo comune, che ha fatto il proprio dovere con la ‘pratica antimafia quotidiana’. Mai ha pensato di lasciare la Sicilia.


Con i miei fratelli ci siamo nutriti di mio padre e di mia madre. Ci hanno dato un esempio formidabile. 19 anni con mio padre equivalgono a 10 vite con lui. Ci hanno educato entrambi alla vita e alla morte. Mio padre è sempre stato molto presente, nonostante il lavoro. Non so come abbia fatto. Erano i padri degli anni ottanta.


Sembra brutto da dire, ma è stato un po’ come se fossimo preparati alla strage del 19 luglio in Via D’Amelio. Non sapevamo quando sarebbe successo, ma sapevamo che sarebbe successo. Ma prevedere una mazzata che ti sta per arrivare tra capo e collo non allevia il dolore che ti provoca. E per noi quel giorno è iniziata una devastazione, era come se avessero annientato anche noi.


Il rapporto con la morte:  Sin da quando ero bambina è sempre stata una di famiglia. Vedere mio padre con la scorta, vedere morire i suoi amici, colleghi, giornalisti… ha fatto sì che per me fosse un pensiero sempre presente. Allo stesso tempo ho interiorizzato quello che diceva mio padre, ossia che bisogna comunque vivere. La paura è un fatto umano, ma bisogna farsi forza e andare avanti, perché la paura non diventi un ostacolo.


Persone come mio padre sono morte semplicemente per aver compiuto con onestà il loro dovere e questo in un Paese normale non può accadere. In Italia accade perché la piaga della criminalità organizzata dal Sud al Nord è stata sempre esistente dal dopoguerra e chi la combatte incorre in chiari pericoli. Questo anche perché non si è abbastanza incoraggiati e protetti dallo Stato, dove, anzi, la criminalità ha spesso trovato terreno fertile, soprattutto in alcuni apparati. La lotta alla mafia in Italia è difficile e chi l’ha combattuta è morto perché è restato solo. Le stragi del ’92, però, hanno sicuramente segnato un giro di boa.


Amo ricordare di mio padre quella sua incredibile capacità di non prendersi mai sul serio ma al tempo stesso di prendersi gioco di taluni suoi interlocutori . Queste qualità caratteriali l’hanno aiutato in vita ad affrontare di petto qualsiasi cosa minasse il suo ideale di società pulita e trasparente e ne sono sicura lo avrebbero accompagnato ancora in questo particolare periodo storico, in cui l’illegalità e la corruzione continuano ad essere fenomeni dilaganti nel nostro paese.


Non finirò mai di ringraziare mio padre per avermi fatto capire il reale significato della parola ‘vivere’ e del ‘combattere per i propri ideali’ per il raggiungimento dei quali, come disse più di una volta ‘è bello morire’.


Il rapporto con mio padre era come quello che hanno tutte le figlie con il loro genitore: negli anni dell’adolescenza l’ho stressato per avere il motorino – e sono riuscita ad averlo anche prima dei 14 anni – e per avere orari di uscita più “flessibili” rispetto a quelli che mi aveva dato. Prima che gli fosse assegnata la scorta (una realtà blindata per Paolo Borsellino già nel 1984, ndr) quando mi accompagnava a scuola scendevo sempre prima e non proprio vicino all’ingresso, perché mi vergognavo e la stessa cosa facevo quando magari rientravo la sera in compagnia di alcuni miei amici.


Rispetto alla paura mio padre diceva l’non è stabilire se uno l’ha  o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.


Sapevamo di essere esposti anche noi come nucleo familiare ai rischi che il suo lavoro comportava, ma non abbiamo mai vissuto all’interno di una campana di vetro antiproiettile né mio padre ha mai voluto mettercene una sulla testa. Negli anni, crescendo, sono maturate nuove consapevolezze, purtroppo per niente piacevoli. Sembra brutto da dire, ma è stato un po’ come se fossimo preparati alla strage del 19 luglio in Via D’Amelio. Non sapevamo quando sarebbe successo, ma sapevamo che sarebbe successo. Ma prevedere una mazzata che ti sta per arrivare tra capo e collo non allevia il dolore che ti provoca. E per noi quel giorno è iniziata una devastazione, era come se avessero annientato anche noi”.


Io, i miei fratelli e mia madre abbiamo accompagnato mio padre nel suo percorso percorso professionale. Non gli abbiamo mai chiesto di fermarsi, né tantomeno messo i bastoni tra le ruote perché noi eravamo convinti di percorrere la strada del bene. Questa consapevolezza ci ha fatto superare la paura. Ci ha fatto talvolta quasi non vedere quei pericoli che potevamo toccare con mano. Noi siamo sempre stati convinti che questa potesse essere l’unica strada percorribile. Questo non vuol dire che abbiamo vissuto una vita di sacrifici o che vivevano chiusi in casa. Mio padre ci ha lasciati liberi di fare le nostre esperienze, di uscire, di muoverci a Palermo da soli. Contemporaneamente però vivevamo una realtà quasi anormale: era chiara per noi la situazione di pericolo, la precarietà data dal vedere un padre che ha dovuto accettare di spostarsi solo in presenza della scorta“.


Dopo la morte di mio padre abbiamo cercato di aggrapparci con le unghie e con i denti alla vita, nonostante fossimo devastati dal dolore. Io mi trovavo all’estero e il mio primo pensiero è stato quello di rientrare e condividere quel dolore con mia madre, con mia sorella Lucia e con mio fratello Manfredi. Non è stato affatto facile, eravamo ogni giorno esposti mediaticamente in maniera estrema, quando volevamo soltanto starcene in silenzio a elaborare il nostro lutto. È stato un processo lungo e faticoso che continua tutt’oggi, tra l’altro. Finiti gli studi, decisi di accettare di lavorare per il Dipartimento Servizi Sociali del Comune di Palermo, ricoprendo quel ruolo come figlia di vittima della mafia. In quel periodo desideravo una normale quotidianità, volevo che si spegnessero i riflettori sulla mia vita come “figlia di Paolo Borsellino” e volevo cercare di essere soltanto Fiammetta. Senza mai dimenticare gli insegnamenti e l’esempio di mio padre, ma cercando di tirarmi fuori da quell’onda d’urto che si è generata dopo la strage di via d’Amelio. Ho lavorato per il Comune di Palermo per 17 anni, ma poi mi sono resa conto che non era più quello che mi rendeva felice.  Ho quindi deciso di lasciare il “posto fisso” e dedicarmi ad altro, soprattutto a testimoniare il valore della legalità agli studenti. La presenza, il faccia a faccia, è questo il modo migliore per trasmettere quegli ideali di giustizia e legalità che mi ha insegnato mio padre e che è fondamentale trasmettere ai più giovani per svolgere una vera azione contro tutte le mafie.


Anche nei momenti più bui, quelli in cui il pericolo lo toccavamo con mano, non abbiamo mai perduto passione per le cose belle della vita. Questo non significa che non ci pesasse l’incombere costante del pericolo. E tuttavia mio padre non ha mai posto dei limiti alla libertà di noi figli di muoverci liberamente, di uscire e di vivere le nostre esperienze. Eppure lo vedevo che era molto in pensiero per noi. La notte quando ci ritiravamo ci aspettava sveglio consumando centinaia di sigarette! Basti pensare che il 19 luglio ero addirittura in Thailandia con amici di famiglia e quel viaggio fu proprio un compromesso raggiunto con papà. Io in realtà volevo andare in Africa, in una missione, insieme a un gruppo di volontariato con cui ero in contatto. Mio padre quella volta mi chiese di cambiare meta e quasi scherzando disse: «Fiammetta, se mi ammazzano come ti raggiungono laggiù?».


Dopo la strage di Capaci disse a mia madre: “La mafia ucciderà anche me quando i miei colleghi glielo permetteranno, quando Cosa nostra avrà la certezza che adesso sono rimasto davvero solo.


Non gradiva mai, in quei giorni, che noi famigliari ci muovessimo con lui. Diceva che eravamo a un punto di non  ritorno e che dopo Capaci non aveva più  Falcone a farli da scudo. Ci disse anche che non sarebbe più riuscito a mamma e a noi una vita normale.


Non impiccherò la mia vita a questa storia, non voglio rimanere inchiodata all’ingiustizia subita. La verità sulla strage di via D’Amelio e quello che è successo dopo non riguarda solo la nostra famiglia, ma l’intero Paese. E anche se non arriveremo a ricostruirla per intero, e dopo 27 anni so bene che è molto difficile, avrò comunque la consapevolezza di non dovermi rimproverare nulla. A differenza di altri. 


Mio padre ha sempre cercato di impostare con noi figli un rapporto basato sull’ascolto, sul dialogo e sui valori dell’umiltà e del rispetto. E’ stato un padre che faceva cose enormi, pericolosissime per la sua vita, e ce le sapeva spiegare cosicché noi non gli abbiamo mai messo bastoni tra le ruote. Per lui era importante il nostro sostegno. Questo non vuol dire che non abbiamo pagato dei prezzi molto alti: ricordo l’estate trascorsa tutti insieme all’Asinara, che allora era un carcere, non perché mio padre si stesse preparando al maxi processo con Falcone, come erroneamente viene spesso riportato, perché lo Stato non era in grado di garantire la sicurezza a Palermo per i suoi uomini migliori. Mio padre è stato un papà molto presente, il tempo che trascorreva con noi era di altissima qualità e, nonostante fosse un uomo così impegnato, trovava il modo di partecipare agli incontri con i nostri professori. C’erano dei momenti per lui sacri in famiglia, come il ritorno da scuola, ci mettevamo a tavola e ci raccontavamo in attesa del pranzo. Nulla avrebbe potuto distrarlo dal trascorrere con noi quegli attimi. La nostra casa era come un porto di mare, sempre aperta a tutti. Era il suo modo di essere, anche con i ragazzi della scorta che erano come dei figli. Il rapporto con mio padre era come quello che hanno tutte le figlie con il loro genitore: negli anni dell’adolescenza l’ho stressato per avere il motorino – e sono riuscita ad averlo anche prima dei 14 anni – e per avere orari di uscita più “flessibili” rispetto a quelli che mi aveva dato. Prima che gli fosse assegnata la scorta (una realtà blindata per Paolo Borsellino già nel 1984, ndr) quando mi accompagnava a scuola scendevo sempre prima e non proprio vicino all’ingresso, perchè mi vergognavo e la stessa cosa facevo quando magari rientravo la sera in compagnia di alcuni miei amici. I miei fidanzati, come capita spesso, ovviamente temevano già solo di incrociare lo sguardo di mio padre sotto casa. Ho vissuto in casa con lui 19 anni e devo dire che, nonostante le scorte le minacce e le pressioni, accanto a lui mi sono sempre sentita forte, non ho mai temuto per la mia vita. Ovvio che tutti noi in famiglia avessimo un pò di paura, ma per superare quei momenti negativi mi facevo forza con una frase di Giovanni Falcone: l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.

Mio padre diceva sempre che molte cose non si possono provare, tuttavia se ne possono trarre conseguenze

 

ARCHIVIO DIGITALE PAOLO BORSELLINO

 

LA DENUNCIA DI FIAMMETTA BORSELLINO 


Selezione tratta da racconti, scritti, interviste, dichiarazioni e colloqui  a cura Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie – Progetto San Francesco

 

copertine