VIA D’AMELIO – L’attentato e le indagini

Via d amelio

 

 Via d amelio

19 luglio 1992  La Strage di Via D’Amelio La bomba esplode alle 16.58. Il primo lancio dell’agenzia Ansa è delle 17.16.


RELAZIONI E RAPPORTI

 

Borsellino toga

“Un amico mi ha tradito”, il pianto di Borsellino e le nuove indagini sul depistaggio




VIDEO VIA D’AMELIO


Nel 2008, è spuntato sulla scena dei dichiaranti un ex killer di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, che dalla cella del 41 bis dov’era sepolto dagli ergastoli ha proposto al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso la sua versione dei fatti sulla strage di via d’Amelio.  Ha detto di volere “il perdono di Dio” e ha chiesto un incontro a un vescovo, per confessarsi. Davanti ai magistrati della Procura di Caltanissetta, Spatuzza ha smentito il pentito Vincenzo Scarantino sulla dinamica del furto dell’autobomba e poi sulla sua preparazione; ha introdotto soprattutto altre presenze nel gruppo operativo rispetto a quelle già consacrate nelle sentenze definitive. Così, per i pm nisseni è iniziata una nuova fase di indagini, non solo sulla fase esecutiva della strage del 19 luglio 1992, ma anche su chi accreditò Vincenzo Scarantino come pentito credibile.  Sulla base della nuova inchiesta, la Procura generale di Caltanissetta ha chiesto e ottenuto dalla corte d’appello di Catania la sospensione della pena per otto condannati nel primo e nel secondo processo Borsellino. Salvo Palazzolo


20 luglio 1992 – CAMERA dei DEPUTATI – La strage di Via D’Amelio


La presenza del SISDE in via D’Amelio. Torniamo in via D’Amelio, nei minuti immediatamente successivi alla strage. segue


Martedì 2 giugno 1992 All’indomani della strage di Capaci, per Borsellino è scattato il piano di protezione.

In prefettura si studiano le abitudini del Magistrato e si scopre che durante la settimana ha tre appuntamenti fissi: il Palazzo di giustizia, la chiesa di Santa Luisa di Marillac e la visita all’anziana madre. Ma gli agenti di scorta sollecitano invano l’istituzione di una zona rimozione in via D’Amelio. E quella mattina di giugno, affacciata al balcone del quarto piano di via Mariano D’Amelio, Maria Lepanto, l’anziana madre del giudice Borsellino, si accorge di movimenti sospetti di “gente strana” nel giardino adiacente al palazzo. Con una telefonata avverte il figlio Paolo che invita la polizia a dare un’occhiata. All’alba del giorno dopo arriva sul posto una squadra di agenti guidati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera. Scoprono alcuni cunicoli nascosti sotto il manto stradale con tracce di presenze recenti. Tratto dal libro Agende Rosse

La richiesta della Procura generale di Caltanissetta (13/10/2011)  La Procura di Caltanissetta, diretta da Sergio Lari, ha poi chiesto l’emissione di quattro ordinanze di custodia cautelare, riguardanti il capomafia pluriergastolano Salvino Madonia (è accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista), i boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti). Un quarto provvedimento ha riguardato il pentito Calogero Pulci, era l’unico in libertà: è accusato di calunnia aggravata, perché con le sue dichiarazioni avrebbe finito per fare da riscontro al falso pentito Vincenzo Scarantino

Il perché di un errore giudiziario  Un errore madornale, fatto per l’ansia di trovare un colpevole, o un depistaggio costruito ad arte? I magistrati di Caltanissetta hanno esplorato tutte le ipotesi. Un’ombra inquietante è nella nota inviata dall’Aisi alla procuratore Lari, che riferisce di una collaborazione con i servizi segreti intrattenuta in passato dal dirigente Arnaldo La Barbera, il coordinatore del gruppo d’indagine “Falcone-Borsellino”.
La scena del crimine I magistrati di Caltanissetta hanno chiesto alla polizia scientifica di ricostruire minuziosamente la scena di via d’Amelio, dove si consumò la strage Borsellino, per cercare di individuare la genesi del depistaggio istituzionale, ma anche per evidenziare ulteriori riscontri alla verità offerta dal pentito Spatuzza.


  • Ordinanza GIP 1 [29]
  • Ordinanza GIP 2 [30]
  • Ordinanza GIP 3 [31]

LA BORSAm E L’AGENDA ROSSA  Ci sono troppi profili di quel tragico disegno stragista che restano ancora oscuri. Bisogna insistere perché gli eventi vengano ricostruiti in tutte le loro implicazioni e sfaccettature. Le dichiarazioni rilasciate dal pentito e gli elementi da lui forniti alle Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo hanno consentito di ristabilire finalmente alcune verità sulle stragi.  Occorre seguire un metodo preciso nella ricostruzione delle vicende, lo stesso metodo che ha ispirato la mia carriera di magistrato: credere solo a quello che è riscontrabile, provato, offrire elementi di conoscenza, anche piccoli, che aggiungano tasselli al quadro, senza cadere nella tentazione di dipingere scenari opinabili, anche se suggestivi, ipotetici e non dimostrabili. Se si vuole chiarezza, si deve partire da ciò che è accertato, senza smettere di sollevare interrogativi e sottolineare i punti oscuri che richiedono un’ulteriore riflessione. Pietro Grasso 


19 luglio 1994 Conferenza Stampa Procura di Caltanisetta – Il punto sulle indagini  – AUDIO e TRASCRIZIONE 

  • GIOVANNI TINEBRA
  • ILDA BOCCASSINI

Inquietante il ricordo che Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, ha raccontato al settimanale “Left” alla fine del 2011: “Mi chiamò l’ex presidente Cossiga un mese prima di morire. In quella telefonata mi disse: ‘La storia di via D’Amelio è da colpo di stato’. Poi chiuse il telefono senza dirmi nient’altro”.

 


AUDIZIONE DOMENICO GOZZO AL CSM   29.7.1992


13.7.2021 – MATTEO MESSINA DENARO IN VIA D’AMELIO. LO DICE TOTO’ RIINA  Analizzando le intercettazioni abbiamo scoperto che Riina indica Messina Denaro tra gli esecutori della strage di Via D’Amelio. Parla anche di un altro uomo che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis…


TUTTI I PIANI DELLA CUPOLA PER ELIMINARE UN MAGISTRATO CHE FACEVA PAURA   Nel periodo in cui Paolo Borsellino svolgeva le funzioni di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala, Cosa Nostra ideò alcuni progetti di omicidio nei suoi confronti

  • UN PIANO PER VIA CILEA Un ulteriore progetto omicidiario era destinato a trovare realizzazione nei pressi dell’abitazione del Dott. Borsellino, sita a Palermo in Via Cilea. 
  • I RICORDI DEL PENTITO ANZELMO   Il collaborante ha specificato che, secondo le regole di “Cosa Nostra”, sia il progetto omicidiario, sia la sua sospensione, sia l’inizio di una nuova fase esecutiva, dovevano essere decisi dalla “Commissione”.
  • COSA NOSTRA VOLEVA MORTO PAOLO BORSELLINO DA MOLTO TEMPO  La mafia voleva uccidere il giudice già tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in connessione con le indagini da lui svolte insieme con il comandante della compagnia dei carabinieri di Monreale, capitano Emanuele Basile, 
  • IL RACCONTO DI BRUSCA Tali vicende sono state ricostruite, nel corso del presente procedimento, durante l’incidente probatorio, all’udienza del 6 giugno 2012, dallo stesso Giovanni Brusca, il quale

Borsellino fu ucciso 24 ore prima di parlare dell’omicidio Falcone con la procura di Caltanissetta Che Borsellino avesse tante cose da dire sulla morte del suo amico Giovanni Falcone, lo aveva preannunciato il 19 giugno del 1992 quando nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo segue


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LE RISULTANZE DELLE INDAGINI TECNICHE  La Corte d’Assise ha ripercorso, quanto già accertato dal processo, cd “BORSELLINO uno”, laddove avevano reso testimonianza i tecnici ed esperti incaricati delle prime indagini e quelli investiti di CTP dall’organo requirente in una successiva fase segue

 

 

La testimonianza dell’agente di scorta sopravvissuto  Antonio Vullo  –


I “buchi” delle prime indagini   […] Se – da un lato – è assolutamente certo, alla luce degli approdi dei precedenti processi (sul punto, confermati dalle risultanze di questo), che la consumazione della strage del 19 luglio 1992 avveniva utilizzando, come autobomba, proprio la Fiat 126 rubata a Pietrina Valenti, è innegabile che vi sono delle oggettive incongruenze nello sviluppo delle primissime indagini per questi fatti e che rimangano diverse zone d’ombra… segue

  • E I KILLER SI RAMMARICANO PER NON AVERLI UCCISI INSIEME   
  • LA FAMIGLIA GANCI A DISPOSIZIONE   
  • IL FALSO ALLARME 
  • UCCIDERE IL GIUDICE UNA SETTIMANA PRIMA 

Ecco i misteri irrisolti   La prima svolta nelle indagini sulla Strage di via D’Amelio in cui perse la vita il giudicPaolo Borsellino è arrivata col “Borsellino quater” che ha certificato nel 2017 il colossale depistaggio  segue

  • L’UOMO MISTERIOSO NEL GARAGE 
  • IL TELEFONO INTERCETTATO 
  • CHI AZIONÒ IL TELECOMANDO? 
  • LE CICCHE E IL VETRO SCUDATO
  • IL CASTELLO UTVEGGIO 
  • L’AGENDA ROSSA 
  • IL DEPISTAGGIO 

NON SOLO LA BARBERA DIETRO I BUCHI NERI 

  • L’Avvocato ROSALBA DI GREGORIO nel suo libro scrive: «Facile oggi attribuire la colpa al solo La Barbera che è morto. Ma dietro, chi c’era? L’esplosivo lo porta Spatuzza, ma il Semtex chi lo porta?» 
  • Tra gli scarcerati dopo la ritrattazione di Scarantino c’è GAETANO SCOTTO, il boss dei misteri, 
  • La pista sul CASTELLO UTVEGGIO E I SERVIZI SEGRETI fu archiviata anni fa. Alla luce della conferma del depistaggio, e del ruolo di La Barbera, oggi è stata ripresa questa pista? 
  • La Procura di Messina sta indagando sui pm Palma e Petralia. Per loro l’accusa è pesantissima: concorso in calunnia, aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Di recente però ha presentato richiesta di archiviazione. 
  • Lei tempo fa ha accusato proprio ANNAMARIA PALMA.
  • Ci sono poi dei TABULATI SCOMPARSI
  • L’agenda rossa di Borsellino
  • Che cosa c’era nei tabulati in entrata di Borsellino?
  • Il mistero dei misteri resta l’AGENDA ROSSA. Fiammetta Borsellino ha considerato “contraddittorie” le numerose versioni del pm AYALA 
  • In termini di intercettazioni: cosa non è stato fatto, e cosa si sarebbe potuto fare per scoprire prima il depistaggio ed evitare questo macroscopico errore giudiziario?  
  • ILDA BOCCASSINI ha puntato il dito contro di lei, definendola
  • Il caso MONTANTE sembrerebbe intrecciarsi in qualche modo con la vicenda TRATTATIVA. I magistrati che indagano su di lui sospettano che possa avere una COPIA DELLE INTERCETTAZIONI MANCINO-NAPOLITANO

SULLA STRAGE L’OSCURA PRESENZA DI «UOMINI APPARTENENTI AI SERVIZI»  Tutt’altro che rassicuranti le emergenze istruttorie relative alla presenza, in via D’Amelio, nell’immediatezza della strage 

  • Il ricordo di quell’uomo che cercava la borsa del magistrato  
  • I RICORDI DI GAROFALO
  • UNA STRANA DOMANDA
  • AMBIGUE PRESENZE SUL LUOGO DELLA STRAGE

e ancora:

  • Nel garage dove si prepara l’autobomba, una “presenza anomala e misteriosa”
  • IL FURTO DELL’AUTO  
  • LE DIRETTIVE DI GIUSEPPE GRAVIANO  
  • I PREPARATIVI DELLA STRAGE  
  • I RISCONTRI POSITIVI  
  • Menzogne e falsi pentiti, ecco Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino
  • ANCHE CANDURA AMMETTE DI AVER MENTITO 
  • I SOPRALLUOGHI IN VIA D’AMELIO  
  • Le menzogne di Andriotta per mettere Scarantino “con le spalle al muro”  
  • I NUOVI INTERROGATORI  
  • NEL “BORSELLINO UNO” ANDRIOTTA È RITENUTO CREDIBILE  
  • IL GIUDIZIO DEL “BORSELLINO BIS”  
  • La Corte d’Assise del secondo processo per questi fatti, così si esprimeva, sul punto:
  • La squadra di Arnaldo La Barbera e il falso collaboratore  
  • LA DECISIONE DI “COLLABORARE” CON GLI INQUIRENTI  
  • «SE VOGLIO IO, GLI FACCIO CADERE TUTTO IL PROCESSO» 
  • LE CONCLUSIONI DEI GIUDICI DEL BORSELLINO QUATER  
  • La riunione, l’incontro con Riina e l’auto da rubare, tutte menzogne  
  • L’INCARICO DATO DA SALVATORE PROFETA  
  • QUALCHE INQUIETANTE ELEMENTO DI VERITÀ  
  • La condanna di Gaetano Murana, che non c’entrava nulla con il massacro 
  • LE FALSE DICHIARAZIONI DI PULCI   
  • I servizi segreti e quell’irrituale richiesta del procuratore Tinebra  
  • LE NOTE DEL SISDE  
  • CONTRADA E TINEBRA  
  • Dichiarazioni preparate a tavolino e misteriosi suggeritori  
  • QUEGLI STRANI COLLOQUI INVESTIGATIVI  
  • I PENTITI E LE VERITÀ DA RACCONTARE  
  • I POLIZIOTTI DI LA BARBERA  
  • L’omertà degli uomini delle istituzioni e una verità ancora lontana 
  • ANOMALIE D’INDAGINE  
  • IL DEPISTAGGIO E LA SPARIZIONE DELL’AGENDA ROSSA 

 


La strage di via D’Amelio fu “anticipata” dal Capo dei capi di Corleone?

A parere di questa Corte, per fare chiarezza sulla questione in esame occorre risalire ai pochi punti processualmente certi. Una ricostruzione ancorata alla datazione come “rettificata” da Brusca, mentre anticipa troppo i tempi della trattativa tra Ciancimino e i carabinieri (e lo stesso giudice di prime cure finisce per ritenerla inattendibile), perviene al risultato di far corrispondere l’inizio dell’iter esecutivo al momento in cui deve in effetti ritenersi – sulla base delle risultanze acquisite nei processi celebrati sulla strage Borsellino e non inquinate dalle false propalazioni di Vincenzo Scarantino – che abbia avuto concreto inizio l’operazione via D’Amelio: e cioè fine giugno primissimi giorni di luglio. Già Cancemi collocava alla fine di giugno la riunione in casa di Guddo Girolamo in occasione della quale egli ebbe contezza che Riina aveva fretta di eliminare Borsellino […]. Spatuzza ha reso dichiarazioni che, raccordate con risultanze più certe, consentono di datare ai primi di luglio il furto della Fiat 126 che fu poi tenuta in un garage per essere poi portata nell’officina in cui furono fatti gli ultimi lavori all’impianto dei freni. Il dato certo è che il 10 luglio venne sporta da Pietrina Valenti formale denuncia di furto dell’auto intestata alla madre (D’Aguanno Maria). La denunciante asseriva che le era stata rubata la notte prima; ma sentita dagli inquirenti e poi al dibattimento del primo processo sulla strage ricordava perfettamente che si era recata a sporgere denuncia la domenica mattina, ma aveva dovuto tornare successivamente perché la caserma era chiusa, essendo domenica. Sennonché il 10 luglio era un venerdì, e quindi se il furto fosse avvenuto la notte prima, cioè il 9 luglio, non si spiegherebbe il ricordo di essersi recata in caserma a sporgere denuncia la domenica mattina. E tuttavia la donna riferiva anche di essersi rivolta ad un conoscente, Salvatore Candura perché desse voce nel quartiere per farle trovare l’auto. E il Candura confermò la circostanza e ammise di avere convinto la Valenti ad attendere qualche giorno prima di sporgere denuncia (circostanza confermata anche da Valente Luciano, fratello di Pietrina). È quindi più che probabile che il furto sia avvenuto la settimana prima, e precisamente nella notte tra il 4 luglio — che era sabato — e il 5 luglio; e che la donna recatasi in caserma a porgere la denuncia e, alla richiesta dei carabinieri di tornare in un giorno non festivo, e prima di formalizzare la denuncia, si sia rivolta al Candura perché l’aiutasse a recuperare l’auto; e avrebbe quindi atteso qualche giorno, come lo stesso Candura ha ammesso di averle suggerito, prima di recarsi nuovamente dai carabinieri. D’altra parte, Spatuzza nel rievocare con comprensibile approssimazione a distanza di tanti anni quelle circostanze, conserva il ricordo di alcune complicazione che certamente ritardarono l’espletamento dell’incarico che gli era stato conferito da Giuseppe Graviano tramite Fifetto Cannella.

Il furto della Fiat 126

In sostanza, quando gli fu dato, la mattina del sabato precedente alla strage, l’incarico di rubare le targhe da apporre alla Fiat 126 per consentirne lo spostamento in via D’Amelio, vi provvide lo stesso giorno (con la complicità di Orofino Giuseppe, presso cui era ricoverata per riparazioni l’altra Fiat 126 di proprietà di Sferrazza Anna, da cui vennero asportate le targhe). Invece, per il furto dell’auto passarono alcuni giorni rispetto al momento in cui gli era stato dato l’incarico. Spatuzza non era un ladro d’auto e allora dovette chiedere l’autorizzazione ad avvalersi di Tutino Vittorio, più esperto di lui in materia. Inoltre, si pose un problema di competenza, perché voleva essere certo di potere effettuare il furto in qualsiasi pane del territorio di Palermo, anche fuori del mandamento di Brancaccio. Si rivolse quindi a Cannella che a sua volta dovette interpellare Giuseppe Graviano. E passò qualche giorno prima di avere la risposta. E solo allora Spatuzza poté concordare con il Tutino il giorno in cui vedersi per andare a rubare un’auto del tipo richiesto. Deve quindi convenirsi con la conclusione cui sono pervenuti i giudici del Borsellino quater — che peraltro si riportano a risultanze già acquisite nel corso dei precedenti processi sulla strage di via D’Amelio, annotate nelle sentenze versate anche agli atti di questo processo -secondo cui l’incarico di Giuseppe Graviano a Gaspare Spatuzza per rubare una Fiat 126 può senz’altro collocarsi alla fine del mese di giugno 1992. Anche se alcuni dei preparativi, come il collaudo dei telecomandi effettuato in località Case Ferreri dietro il Sigros di Palermo, di cui ha riferito, per avervi preso parte, il collaboratore di giustizia Giovanbattista Ferrante, furono compiuti molto più a ridosso del 19 luglio (Sabato li luglio, come il Ferrante aveva detto deponendo al Borsellino ter; o, come ha dichiarato in questo processo, una settimana o dieci giorni prima della strage). E c’è un’altra risultanza che ci viene dalle pagine dei processi celebrati sulla strage di via D’Amelio, e che non è stata scalfita dalle revisioni dei giudicati a seguito delle verità emerse in relazione al depistaggio attuato con le sue false propalazioni dal sedicente pentito Vincenzo Scarantino.  La scelta del luogo e del giorno (la domenica) non lii né casuale né estemporanea, ma dovette essere preceduta da un’accurata attività di pedinamento e di osservazione degli spostamenti abituali del magistrato, che condusse gli assassini a individuare il luogo più propizio in cui piazzare l’autobomba in via D’Amelio, dove era ubicata l’abitazione non della madre del dott. Borsellino, ma della sorella Rita, presso la quale la madre soleva stare, in genere, nei fine settimana: quando appunto il dott. Borsellino si recava in via D’Amelio per fare visita all’anziana madre. Tale attività preparatoria deve avere richiesto diverse settimane (come in effetti sembrerebbe evincersi dalla pur scarne dichiarazioni rese al riguardo in particolare da Galliano Antonino), come si evince dal passaggio che segue della sentenza nr. 29/97 della Corte d’Assise di Caltanissetta: […]. Il dato dell’abitualità delle visite in via D’Amelio, nei fine settimana, per andare a trovare la madre, a fronte dell’incertezza delle visite a casa dell’altra sorella, che avveniva durante i giorni feriali, ma non con regolarità, conferma che lo studio delle abitudini della vittima e dei suoi spostamenti più abituati deve essersi protratta per diverse settimane.

Ci fu accelerazione?

Ebbene, la sentenza impugnata ha totalmente omesso di confrontarsi con le risultanze sopra richiamate, nello sforzo di dimostrare non solo che vi fu una brusca accelerazione dell’iter esecutivo della strage di via D’Amelio; ma anche che tale accelerazione ivi dovuta a uno specifico evento sopravvenuto dopo la strage di Capaci: un evento nuovo, non previsto e di tal portata da stravolgere il programma criminoso di Riina, e sopravvenuto poco prima del 19 luglio, tanto da indurre Riina a stoppare altri progetti omicidiari già in fase avanzata di esecuzione (come l’attentato a Mannino, di cui ha parlato Brusca, che però nella datazione degli eventi rettificata rispetto alle sue prime dichiarazioni, colloca pur sempre lo stop a giugno) e dare ordine ai suoi uomini di attivarsi per eseguire l’attentato a Borsellino nel girodi pochi giorni. Lo stesso Riina avrebbe infatti confermato, in alcune delle conversazioni, intercettate a sua insaputa, con il codetenuto Lo Russo, che la strage fu studiata alla giornata, e attuata, nella sua concreta esecuzione — poiché la condanna a morte di Borsellino risaliva invece a diverso tempo prima — nel giro di pochi giorni. […] Ma che la strage Borsellino possa essere stata decisa, organizzata e attuata nel volgere di pochi giorni e a seguito di un evento imprevisto quale la sollecitazione al dialogo pervenuta a Riina proprio in quei giorni, attraverso il canale Ciancimino-Cinà, e proveniente da quelli che lo stesso Riina aveva motivo di credere fossero emissari di organi di governo, o rappresentanti dello Stato appare frutto di una chiara forzatura di tutti i dati disponibili. L’operazione via D’Amelio ha inizio alla fine di giugno ‘92, nel senso che a quella data è già in itinere, con l’incarico a Spatuzza di rubare la Fiat 126 da utilizzare come autobomba: e ciò significa che era stata già stabilita questa modalità di esecuzione, e, d’altra parte, erano già disponibili sia i telecomandi necessari per comandare l’ordigno a distanza (Biondino aveva provveduto a procurare cinque coppie di telecomandi e Ferrante ne aveva sentito parlare fin da marzo) sia l’esplosivo, che era stata “lavorato” (da Spatuzza) insieme a quello utilizzato per la strage di Capaci. D’altra parte, volendo prestare fede al racconto di Brusca, nella versione rettificata, lo stop al progetto già in fase avanzata di uccidere Mannino gli sarebbe stato impartito nel mese di giugno (e dobbiamo fare uno sforzo per sorvolare, come s’è visto, sul persistente contrasto con la narrazione di La Barbera e sulla diversa datazione del “fermo” indicata dallo stesso Brusca nelle sue prime dichiarazioni). E sempre alla fine di giugno lo stesso Cancemi — che neppure il giudice di prime cure si sente tuttavia di poter assumere come riscontro rassicurante all’attendibilità della ricostruzione che si ricaverebbe dal racconto di Brusca — colloca l’episodio della riunione a casa di Guddo in cui Riina avrebbe manifestato, parlandone con il fido Raffaele Ganci, la fretta di procedere all’eliminazione del dott. Borsellino. (E per inciso, se si prestasse fede alle rivelazioni di Cancemi, se ne dovrebbe inferire una traiettoria ricostruttiva degli eventi che condurrebbe molto lontano dall’ipotesi che la fretta di Riina traesse origine dall’essere venuto a conoscenza della “trattativa”, o meglio della proposta di trattativa, perché la lettura che ne offre lo stesso Cancemi è tutt’altra).

Si può comunque affermare che Riina al più tardi nell’ultima decade di giugno abbia dato disco verde all’esecuzione della decisione – già adottata peraltro diversi prima — di uccidere il magistrato che dopo Falcone era il simbolo della Lotta alla mafia e ne aveva preso anche in tale veste il testimone.

La “sollecitazione” del Ros

Ma se così è, il collegamento che si vorrebbe contestare con la sollecitazione al dialogo rivolta dai carabinieri del Ros ai vertici mafiosi per il tramite di Ciancimino, anche prescindere dalle legittime perplessità suscitate dalle ondivaghe datazioni di Giovanni Brusca, non appare compatibile con i tempi di svolgimento dei contatti instaurati, prima dal solo De Donno e poi dal De Donno insieme a Mori, con l’ex sindaco di Palermo. Non parliamo ovviamente dei tempi descritti dai due ex ufficiali del Ros (e tanto meno della datazione di Ciancimino che sarebbe troppo spostata in avanti, a dire degli stessi ex ufficiali odierni imputati, laddove afferma di avere deciso solo dopo la strage di via D’Amelio di accettare la richiesta del capitano De Donno di incontrarlo; e di avere successivamente incontrato anche il colonnello Mori), che sono molto lontani da uno svolgimento conforme a quello che si vorrebbe — in sentenza — asseverare. Ma non si può nascondere — come si vedrà in proseguo – che la stessa testimonianza della Ferraro non consente di dare per provato che a cavallo del 23 giugno 1992 il capitano De Donno avesse già incontrato Ciancimino, e non fosse piuttosto in procinto di incontrarlo proprio in quei giorni. E tanto meno può inferirsene la prova che vi fosse stato già un primo incontro di Mori con Ciancimino. Parimenti deve dirsi per la testimonianza di Fernanda Contri: la sua impressione che gli incontri di Mori con Ciancimino fossero un’iniziativa in fieri può lasciare il tempo che trova, come semplice impressione personale. Ma è certo che lo stesso Mori nel fargliene cenno, le fece intendere che si trattasse di un approccio preliminare, senza nulla di definito e men che meno con dei primi risultati concreti. E quindi, in quell’ultima decade del mese di giugno cui, come s’è visto, risale l’inizio dell’iter esecutivo della strage, l’interlocuzione dei carabinieri con Ciancimino, ammesso che fosse a sua volta iniziata, doveva essere ancora in una fase embrionale, tanto da potersi escludere che i carabinieri avessero già scoperto le carte e detto chiaramente a Ciancimino che volevano che si facesse da tramite con i vertici di Cosa nostra per sondarne la disponibilità ad allacciare un dialogo per far cessare le stragi. E tanto meno può credersi che Ciancimino avesse avuto già il tempo di informarne prima il Cinà, e attraverso quest’ultimo — che, non va dimenticato, in un primo momento non si prestò a fare da tramite come da lui stesso ammesso, salvo poi ripensarvi (come sostiene Vito Ciancimino, che parla al riguardo di un ritorno di fiamma delle persone a cui si era rivolto e che inizialmente avrebbero irriso alla sua richiesta).


Quegli uomini dei servizi segreti

Un altro contributo alla ricostruzione della vicenda in esame, difficilmente compatibile con tutti quelli sopra analizzati, veniva fornito con la deposizione (in parte già anticipata) di Francesco Paolo Maggi, Sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo.
Il poliziotto era uno dei primissimi rappresentanti delle forze dell’ordine ad intervenire in via D’Amelio ed arrivava sul posto, con il funzionario di turno (dottor Fassari della Sezione Omicidi), con l’automobile di servizio (fondendone il motore), appena una decina di minuti dopo la deflagrazione.
Al momento del suo arrivo, il poliziotto notava l’Agente Antonio Vullo, unico superstite fra gli appartenenti alla scorta del dottor Paolo Borsellino, in evidente stato di shock, seduto sul marciapiede, con il capo fra le mani. Il poliziotto, dunque, confidando di poter trovare qualcun altro ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti, mettendo un panno bagnato sul naso. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta: i corpi, infatti, erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. I resti del dottor Paolo Borsellino erano riconoscibili solo dai tratti somatici del viso e dai baffi. I resti di Claudio Traina erano finiti addirittura sull’albero rampicante che si trovava all’ingresso dello stabile di via D’Amelio, mentre Eddie Walter Cosina era carbonizzato dentro l’automobile. I resti di Emanuela Loi erano riconoscibili unicamente per un seno rimasto intatto, mentre i resti delle altre due vittime della Polizia di Stato, vale a dire Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli erano irriconoscibili.
Il Sovrintendente Maggi si metteva alla ricerca di eventuali tracce o reperti, anche scavalcando un muretto di recinzione posto alla fine (del lato chiuso) della via D’Amelio. Nel frattempo, le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio. Uno di questi interessava proprio la Croma blindata del Magistrato.
Mentre si diradava il fumo, si potevano notare quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenario della strage, anche nei pressi della predetta blindata: si trattava, a dire del teste (come già anticipato nel precedente paragrafo), di appartenenti ai Servizi Segreti, alcuni dei quali conosciuti di vista da Maggi e già notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci (come detto, la circostanza, prima della deposizione dibattimentale era assolutamente inedita, nonostante le diverse audizioni precedenti del teste, in fase d’indagine preliminare).
Un vigile del fuoco, non meglio identificato (dell’età di circa quarant’anni), seguendo le disposizioni di Maggi, spegneva il focolaio d’incendio che interessava la Fiat Croma blindata, che aveva già lo sportello posteriore sinistro aperto. Il fuoco cominciava ad attingere anche la borsa che era all’interno dell’abitacolo, in posizione inclinata, fra il sedile anteriore del passeggero e quello posteriore. La borsa, bruciacchiata ma integra, veniva prelevata (quasi sicuramente) dal predetto vigile del fuoco, che la passava a Maggi. Nei pressi non vi era il dottor Giuseppe Ayala (pure notato e riconosciuto dal teste, prima di allontanarsi dalla via D’Amelio). Il poliziotto poteva constatare che la borsa era piena, anche se non ne controllava il contenuto all’interno. Maggi consegnava la borsa al proprio superiore gerarchico, rimasto all’inizio della Via D’Amelio (lato via Dell’Autonomia Siciliana) a comunicare, via radio, con gli altri funzionari. Quest’ultimo funzionario (trattasi del menzionato dottor Fassari della Sezione Omicidi) teneva la borsa del Magistrato fino a quando, ad un certo punto, rivedendo il sottoposto, gli ordinava di portarla subito negli uffici della Squadra Mobile (“Ancora qua sei? -dice- Piglia ‘sta borsa e portala alla Mobile”). Così faceva il Maggi, che la portava dentro l’ufficio del dottor Arnaldo La Barbera (dove entrava con l’aiuto dell’autista del dirigente), lasciandola sul divano dell’ufficio.
Si riporta, qui di seguito, uno stralcio della relativa deposizione, dalla quale risulta anche che la relazione di servizio sulla propria attività di polizia giudiziaria (come appena visto, tutt’altro che secondaria), veniva redatta soltanto 5 mesi più tardi, su esplicita richiesta del dottor Arnaldo La Barbera ed unicamente in vista dell’audizione (pochi giorni dopo) del teste davanti al Pubblico Ministero di Caltanissetta, dottor Fausto Cardella:

P.M. Dott. GOZZO – Sovrintendente, perfetto. Le volevo chiedere se lei ebbe modo, il 19 luglio del 1992, di intervenire presso via D’Amelio.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, le spiego: io quel giorno non dovevo lavorare, mi hanno chiesto un turno di servizio perché periodo di ferie e quindi ho acconsentito a questa cosa. Mi trovavo negli uffici dove noi espletavamo servizio normalmente, a disposizione del funzionario di turno, di…
P.M. Dott. GOZZO – Quindi stiamo parlando, mi scusi, degli uffici della Squadra Mobile di Palermo?
TESTE MAGGI F.P. – Della Squadra Mobile di Palermo. Ora non ricordo bene l’orario, all’incirca è quello che sappiamo tutti, la… quando sono successi i fatti. Ho sentito un po’ di trambusto e quindi… la cosa era abbastanza grave, perché c’erano colleghi abbastanza concitati, chi
correva a destra. Io, così, istintivamente presi le chiavi e mi recai subito a prendere il funzionario di turno; quel giorno era il dottor Fassari della Sezione Omicidi, e subito mi recai sul posto, presi contatto con la Sala Operativa, gli dissi che avevo il funzionario a bordo e quindi mi portavo in via… in via D’Amelio. Avrò messo pochissimo, Signor Presidente, ora non riesco a quantificare, fatto sia che il Ministero addirittura mi voleva addebitare l’auto, in quanto ho bruciato il motore e quindi… saranno passati minuti, non… Arrivato, giunto sul posto, notai subito che c’erano i Vigili del Fuoco che già stavano operando, una coltre di fumo e ancora vetri che… che saltavano in aria, macchine andate a fuoco. Mi addentrai per vedere, cioè, se c’era qualcosa da fare; subito mi sono reso conto che per i colleghi purtroppo non c’era niente da fare e mi misi alla ricerca subito di prove, di qualche indizio che poteva servire. Non potendo fare altro, feci quello; solo che lo feci in più riprese, perché il fumo era così denso che non mi permetteva di permanere molto tempo sul posto e quindi trovai uno straccio, lo bagnai e mi feci spazio. Arrivato a un certo punto, notai… presumo che era l’auto del magistrato, una Croma azzurra. I miei ricordi sono sfuocati, la mia relazione di servizio al tempo è abbastanza dettagliata.
P.M. Dott. GOZZO – Eh, ma siccome non si può acquisire, io, Presidente, chiederei, visto che è una nota a firma proprio del… del 21 dicembre ’92, di mostrarla al teste.
(…)
P.M. Dott. GOZZO – Perfetto. E allora, la prima domanda che le vorrei fare, perché adesso vorrei che… lei già ha dato, diciamo così, una prima descrizione dei fatti come li ricorda. Io le volevo chiedere, ma è un dato, diciamo, che salta agli occhi: questa nota ha una data, che è quella del 22 dicembre del 1992, stiamo parlando del 21 dicembre 1992, stiamo parlando, quindi, di -mi scusi- cinque mesi dopo i fatti. Può specificare alla Corte per quale motivo venne fatta questa relazione (….) tutto questo tempo dopo?
TESTE MAGGI F.P. – …al momento poi io subentrai a far parte del gruppo di lavoro Falcone – Borsellino, che è stato instaurato. ‘Sta relazione non so perché non… non la feci al momento, l’ho fatta successivamente e la consegnai al dottor La Barbera personalmente, il capo della…
P.M. Dott. GOZZO – Ecco, infatti, questa è un’altra cosa che le volevo chiedere: la relazione è diretta al signor dirigente della Squadra Mobile sede. Ebbe una richiesta in questo senso da parte del dottore La Barbera?
TESTE MAGGI F.P. – Una richiesta in che senso? Mi scusi.
P.M. Dott. GOZZO – Una richiesta di redigere dopo tutti questi mesi, insomma…
TESTE MAGGI F.P. – Sì, magari lui si… si incavolò su questa cosa, dice: “Come mai ancora non l’hai fatta la relazione?” “Dottore, fra una cosa e un’altra mi… non l’ho fatta”, mi… mi giustificai così.
P.M. Dott. GOZZO – E si ricorda, appunto, quali erano i motivi per cui le venne chiesta la relazione? Si ricorda se in quei giorni…?
TESTE MAGGI F.P. – E perché dovevo essere sentito a… al tempo mi sentì il dottor Garofalo, mi pare, se non…
P.M. Dott. GOZZO – Il dottore Cardella.
TESTE MAGGI F.P. – Cardella, mi scusi, Cardella.
P.M. Dott. GOZZO – Quindi doveva essere sentito il 29 dicembre dal dottore Cardella. (…) Quindi fu questo il motivo.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
P.M. Dott. GOZZO – E il dottore La Barbera lo sapeva, evidentemente, e quindi…
TESTE MAGGI F.P. – Sì, esatto.
P.M. Dott. GOZZO – …le chiese di fare questa relazione.
TESTE MAGGI F.P. – Sì.
P.M. Dott. GOZZO – Senta, lei ricorda… ecco, lei già ha riferito su quello che ricordava oggi, diciamo, relativamente a quello che le venne detto quando avvenne lo scoppio. Lei ricorda, in particolare, se venne detto dove vi era stato questo scoppio? Subito, diciamo così.
TESTE MAGGI F.P. – No, subito no, lo appresi tramite… tramite radio, dando la mia sigla radio, ho chiesto più… più informazioni alla Sala Operativa e… mi specificò che c’era stata una deflagrazione, si presume che fosse la scorta del dottore Borsellino.
P.M. Dott. GOZZO – Ma visto che lei si è recato a prendere il dottore Fassari, doveva avere un’idea su dove recarsi. (…) Dico, è sicuro? E’ sicuro, e per questo. (…) a suo ricordo, la invito a leggere la sua relazione, che inizialmente non venisse riportata, anche se genericamente, la zona in cui era avvenuta l’esplosione?
TESTE MAGGI F.P. – Sì, qua io lo menziono che lo apprendevo dalla Sala Operativa che…
(…) Via Autonomia Siciliana.
P.M. Dott. GOZZO – Via Autonomia Siciliana, perfetto. Poi, successivamente, in macchina apprendeste di via D’Amelio.
TESTE MAGGI F.P. – E’ chiaro, sì.
P.M. Dott. GOZZO – Avete appreso proprio che si trattava di via D’Amelio.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
P.M. Dott. GOZZO – Senta, e quand’è che ha avuto la consapevolezza che si trattava, ecco, di una blindata, che si trattava di un magistrato, che si trattava del dottore Borsellino e degli uomini della scorta del dottore Borsellino?
TESTE MAGGI F.P. – Subito, subito, nell’immediatezza, quando sono arrivato.
P.M. Dott. GOZZO – Cioè che cosa attirò la sua attenzione?
TESTE MAGGI F.P. – Io quando… quando arrivai sul posto, ho visto davanti all’ingresso del… dell’edificio dei corpi smembrati; tutti i corpi presentavano mutilazioni sia degli arti superiori che degli arti inferiori, a terra c’erano solo tronchi. Riconobbi subito il dottor Borsellino, perché i dati somatici del viso erano rimasti intatti, anche se il corpo era carbonizzato lo riconoscevo, l’ho riconosciuto dai baffetti, e quindi senza ombra di dubbio ho riconosciuto il dottor Borsellino. I colleghi un po’ meno, erano più dilaniati.
P.M. Dott. GOZZO – Sì. Lei poco fa ha detto, appunto, che la prima cosa che ha fatto non appena è arrivato, prima di tutto ha visto i Vigili del Fuoco che già spegnevano…
TESTE MAGGI F.P. – Prima… prima mi accertavo che… di quello che era successo, se c’era ancora qualche… qualcuno che bisognava aiuto, che… subito dopo mi sono reso conto che per i colleghi non c’era… e per il dottore non c’era più niente da fare.
P.M. Dott. GOZZO – Ma erano già presenti i Vigili del Fuoco?
TESTE MAGGI F.P. – Mi pare… erano presenti, un’autopompa già era presente quando sono arrivato.
P.M. Dott. GOZZO – Quindi quando lei è arrivato, anche per collocare temporalmente, diciamo, il suo arrivo, erano arrivati già i Vigili del Fuoco.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, un’autopompa me la ricordo benissimo.
P.M. Dott. GOZZO – Perfetto. Ricorda se c’erano delle Volanti presenti, oltre a voi?
TESTE MAGGI F.P. – Questo non lo so, non glielo so dire, dottore, perché io, come ripeto, mi sono proiettato immediatamente sul posto dove è successo l’attentato e quindi davanti a me… cioè cercavo solo tracce e non… Subito dopo che…
P.M. Dott. GOZZO – Perfetto. E allora, andiamo su queste cose, anche per cercare di quantificare il periodo di tempo che lei ha speso, diciamo, prima di arrivare sulla macchina del Procuratore Aggiunto Borsellino. Nella fattispecie le volevo chiedere: quindi, lei ha detto che la prima cosa che ha fatto è verificare se c’erano, appunto (…) le condizioni dei colleghi. Anche perché
c’era un collega vivo lì presente, lei lo ricorda?
TESTE MAGGI F.P. – Sì, era… era all’ingresso del… di via D’Amelio, con le mani giunte sul capo, seduto sul marciapiede, sconvolto, non… Non mi sono preoccupato di fargli domande, perché ho capito lo stato in cui versava e quindi (…) non c’ho fatto caso. Cioè ho riconosciuto il collega Vullo, però ho tirato avanti e…
P.M. Dott. GOZZO – E quindi ha fatto questa prima verifica sui corpi. Li ha rinvenuti tutti? Cioè…
TESTE MAGGI F.P. – Mancava solo Traina, perché era rimasto attaccato, quel che restava del collega, in un albero; forse era un rampicante che adornava l’ingresso dell’edificio, era…
P.M. Dott. GOZZO – Quindi, diciamo, non vorrei sembrare macabro, ma è sempre per calcolare il tempo necessario. (…) Lei è riuscito a trovare sei corpi.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, gli altri… Cosina era dentro l’auto, carbonizzato, mi ricordo. Poi c’era Manuela Loi che a terra era proprio… l’ho riconosciuta che era rimasto un seno intatto e ho capito che si trattava della ragazza. Gli altri, Catalano e gli altri, non… non riuscivo a distinguerli; ho riconosciuto il dottore Borsellino, come gli ho detto, che il viso proprio era… era solo carbonizzato, però si vedeva che era il dottore Borsellino, dai dati somatici, ecco.
P.M. Dott. GOZZO – Senta, per riuscire a comprendere: in tutto questo lei seguiva il dottore Fassari oppure era per i fatti suoi?
TESTE MAGGI F.P. – No, il dottor Fassari l’ho perso di vista, perché il dottor Fassari aveva acciacchi. Io mi… mi sono dato molto da fare, non… non so che fine ha fatto il dottor Fassari. (…) Ah, faccio una premessa: subito dopo il mio istinto mi ha portato… via D’Amelio è una strada chiusa, confina con un giardino. Qualcosa mi faceva dire che se… qualcuno che aveva progettato tutto questo fosse ancora là e quindi, così, magari inconsciamente, magari subito dopo mi sono reso conto di quello che stavo facendo. Mi sono addentrato pure dentro il giardino, a rischio e pericolo mio; poi sono ritornato sui miei passi, sono ritornato ancora sul posto dell’accaduto, dell’attentato.
P.M. Dott. GOZZO – E ha visto qualcosa di interessante all’interno del giardino?
TESTE MAGGI F.P. – Non ho visto niente, anche perché la vegetazione era fitta, c’erano spine, non mi permetteva più di andare avanti.
P.M. Dott. GOZZO – Mi scusi se a questo punto intervengo su questo punto, ma il cancello era aperto? Quindi lei è riuscito ad entrare.
TESTE MAGGI F.P. – Non lo so, perché io ho scavalcato una recinzione, mi sono strappato il pantalone. (…) non sono entrato da un ingresso.
P.M. Dott. GOZZO – Glielo chiedo perché nelle fotografie il cancello appare aperto, quindi volevo capire se lei aveva (…) Se lei mi dice che ha scavalcato (…) evidentemente non era aperto. Ricorda
anche se c’era un muro oltre al cancello? Forse è passato dal muro.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, mi pare che c’è un muro di contenimento.
P.M. Dott. GOZZO – Quindi forse sarà passato da là.
TESTE MAGGI F.P. – Non sono sicuro, ma mi pare… mi sembra di sì.
P.M. Dott. GOZZO – Senta, quindi, per riuscire a comprendere, lei arriva quando ci sono già i Vigili del Fuoco, quindi siamo…
TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
P.M. Dott. GOZZO – Questo lo data, da quello che sono le sue conoscenze (…) una decina di minuti dopo il fatto. (…) Già stavano spegnendo, quindi forse qualcosa di più.
TESTE MAGGI F.P. – Stavano spegnendo le auto.
P.M. Dott. GOZZO – E poi ha visto tutte queste persone, quindi aggiungo un’altra… Quindi possiamo dire che a questo punto siamo a circa venti minuti dal fatto e lei comincia a verificare che cosa c’è…
TESTE MAGGI F.P. – Qualche minuto prima, un quarto d’ora. Eh, ma ero
molto concitato io, non (…) tutto quello che… che mi si mostrava agli occhi era una cosa proprio…
P.M. Dott. GOZZO – Sconvolgente.
TESTE MAGGI F.P. – Sì. (…) Ma io in quel momento cercavo un qualcosa di utile, perché non c’era più niente da fare là, e l’unica cosa era la ricerca di prove, di indizi, di qualcosa, va’.
(…)
P.M. Dott. GOZZO – Senta, e quindi dopo avere cercato, diciamo così, i colleghi e il magistrato che erano state vittime di questo fatto, lei che cosa ha fatto?
TESTE MAGGI F.P. – Sì, ho visto il… il vigile del fuoco che stava spegnendo l’auto, l’auto azzurra, presumo che era quella del magistrato.
P.M. Dott. GOZZO – Si ricorda dov’erano le fiamme? Cosa stava spegnendo?
TESTE MAGGI F.P. – Già era quasi spenta l’auto, perché già l’aveva domato.
P.M. Dott. GOZZO – Ricorda se la macchina era aperta o era chiusa?
TESTE MAGGI F.P. – Sì, la portiera era aperta.
P.M. Dott. GOZZO – Quale era aperta?
TESTE MAGGI F.P. – Sennò non potevo vedere la borsa.
P.M. Dott. GOZZO – Quale portiera era aperta?
TESTE MAGGI F.P. – Lato sinistro, lato di… del guidatore, posteriore… no, sinistro, sì.
P.M. Dott. GOZZO – Quindi non quello del guidatore, l’altro sarebbe quello di sinistra.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, quello… quella dietro, la portiera dietro. (…) E scorsi la borsa. Gli dissi ai Vigili del Fuoco di indirizzare… siccome era fumante, quella borsa mi sembrò l’unica cosa che potevo recuperare.
P.M. Dott. GOZZO – Dov’era posizionata la borsa esattamente? Se lo ricorda.
TESTE MAGGI F.P. – La borsa non era posizionata come di solito uno entra in auto e poggia la borsa e la fa poggiare nello schienale; la borsa era riversa di mezzo lato tra il sedile anteriore e posteriore, come se fosse caduta la borsa, inclinata.
(…)
P.M. Dott. GOZZO – (…) Senta, quindi poi, effettivamente,il vigile del fuoco bagnò la…?
TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì, seguì le mie indicazioni.
P.M. Dott. GOZZO – Lei ricorda se la borsa era vuota, piena? Come le sembrava?
TESTE MAGGI F.P. – La borsa, sì, già mi è stata fatta più volte quella (…) La borsa era piena, sicuramente, e abbastanza pesante, perché questo me lo ricordo, va’, non è che… è normale che me lo ricordo. La borsa, sì, conteneva materiale all’interno.
P.M. Dott. GOZZO – Conteneva materiale all’interno. Lei ha avuto modo di aprirla?
TESTE MAGGI F.P. – No, non… non mi è passato, dottore, perché a me mi interessava nell’immediatezza, cioè, recuperare la borsa e quindi avvertire
il funzionario che… del rinvenimento della borsa, e poi prodigarmi assieme agli altri a prestare sempre là assistenza a chi… C’erano persone che sgombravano, bambini, mi trovai con un neonato in mano, gente che urlava, si può immaginare le scene. (…) Una bambina di… di un paio di mesi, io l’avevo in braccio, l’ho portata all’ambulanza.
P.M. Dott. GOZZO – Questo prima o dopo la borsa? Se lo ricorda.
TESTE MAGGI F.P. – Dopo la borsa.
P.M. Dott. GOZZO – Dopo. E’ sicuro di questo?
TESTE MAGGI F.P. – Sì, perché poi fui avvicinato dal funzionario, dice: “Ancora qua sei? – dice – Piglia ‘sta borsa e portala alla Mobile”.
P.M. Dott. GOZZO – Quindi lei aveva avuto modo di interloquire sul fatto della borsa con il funzionario?
TESTE MAGGI F.P. – Sì.
(…)
P.M. Dott. GOZZO – E che cosa vi siete detti, diciamo, relativamente alla borsa?
TESTE MAGGI F.P. – Niente, e… di portare la borsa alla Mobile e consegnarla al… all’ufficio del dottore La Barbera.
P.M. Dott. GOZZO – Fu una disposizione del funzionario di non aprire la borsa e di portarla immediatamente in…?
TESTE MAGGI F.P. – No, non ci furono disposizioni in tal senso, ma a me non mi… non mi passava proprio per la testa di aprirla, non…
P.M. Dott. GOZZO – Sì. Senta, e una volta che lei poi si è… Quindi, se ho capito bene, mi corregga se sbaglio, la successione degli eventi, voi arrivate quando ci sono già i Vigili del Fuoco in operazione; lei prima vede i corpi, poi vede la borsa.
TESTE MAGGI F.P. – Sì.
(…)
P.M. Dott. GOZZO – Poi la bambina e poi Fassari le dice: “Ma ancora qua sei? Vai”.
TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
P.M. Dott. GOZZO – A questo punto lei va via, quindi, diciamo, siamo all’incirca mezz’ora – tre quarti d’ora dopo l’evento, diciamo.

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A cura di Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – Progetto san Francesco