Fiammetta Borsellino biografia

 

Fiammetta Borsellino 

è la minore dei tre figli che il magistrato ebbe con Agnese Borsellino. Classe 1973, è sorella di  Manfredi  Lucia.  Quando il magistrato morì lei aveva 19 anni e si trovava in Thailandia, una vacanza che sarebbe dovuta servire per vivere qualche giorno spensierato lontano dalla sua vita blindata, fatta di scorte e paure. Ma la speranza di un po’ di tranquillità fu interrotta dallo scoppio di un’autobomba.

“Amo ricordare di mio padre quella sua incredibile capacità di non prendersi mai sul serio ma al tempo stesso di prendersi gioco di taluni suoi interlocutori – ha dichiarato Fiammetta in una delle sue rare interviste -. Queste qualità caratteriali l’hanno aiutato in vita ad affrontare di petto qualsiasi cosa minasse il suo ideale di società pulita e trasparente e ne sono sicura lo avrebbero accompagnato ancora in questo particolare periodo storico, in cui l’illegalità e la corruzione continuano ad essere fenomeni dilaganti nel nostro paese.” Fiammetta non finirà mai di ringraziare il padre per averle fatto capire “il reale significato della parola ‘vivere’ e del ‘combattere per i propri ideali’ per il raggiungimento dei quali, come disse più di una volta ‘è bello morire’.” 

 

 

Fiammetta Borsellino si racconta

Signora Fiammetta, come ha vissuto il rapporto con suo padre?  “Il rapporto con lui è sempre stato un rapporto normale, anche se so che può apparire strano da pensare e soprattutto da capire. Mio padre ha sempre cercato di impostare con noi figli un rapporto basato sull’ascolto, sul dialogo e sui valori dell’umiltà e del rispetto. Il rapporto con mio padre era come quello che hanno tutte le figlie con il loro genitore: negli anni dell’adolescenza l’ho stressato per avere il motorino – e sono riuscita ad averlo anche prima dei 14 anni – e per avere orari di uscita più “flessibili” rispetto a quelli che mi aveva dato. Prima che gli fosse assegnata la scorta (una realtà blindata per Paolo Borsellino già nel 1984, ndr) quando mi accompagnava a scuola scendevo sempre prima e non proprio vicino all’ingresso, perché mi vergognavo e la stessa cosa facevo quando magari rientravo la sera in compagnia di alcuni miei amici. I miei fidanzati, come capita spesso, ovviamente temevano già solo di incrociare lo sguardo di mio padre sotto casa. Ho vissuto in casa con lui 19 anni e devo dire che, nonostante le scorte le minacce e le pressioni, accanto a lui mi sono sempre sentita forte, non ho mai temuto per la mia vita. Ovvio che tutti noi in famiglia avessimo un po’ di paura, ma per superare quei momenti negativi mi facevo forza con una frase di Giovanni Falcone”.

Quale frase?  “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”.

Che percezione avevate del pericolo derivante dalle attività di suo padre?  “Certo sapevamo di essere esposti anche noi come nucleo familiare ai rischi che il suo lavoro comportava, ma non abbiamo mai vissuto all’interno di una campana di vetro antiproiettile né mio padre ha mai voluto mettercene una sulla testa. Negli anni, crescendo, sono maturate nuove consapevolezze, purtroppo per niente piacevoli. Sembra brutto da dire, ma è stato un po’ come se fossimo preparati alla strage del 19 luglio in Via D’Amelio. Non sapevamo quando sarebbe successo, ma sapevamo che sarebbe successo. Ma prevedere una mazzata che ti sta per arrivare tra capo e collo non allevia il dolore che ti provoca. E per noi quel giorno è iniziata una devastazione, era come se avessero annientato anche noi”.

Dal 5 al 30 agosto 1985 Falcone e Borsellino furono portati coattivamente assieme alle famiglie sull’isola-penitenziario dell’Asinara perché suo padre e Falcone dovevano preparare la requisitoria per il maxi-processo a Cosa Nostra. Come avete vissuto quel periodo?  “Sia mio padre che Giovanni Falcone hanno vissuto quel periodo attraversando stati d’animo diversi: eravamo lì perché loro dovevano istituire il maxi processo, il processo più grande realizzato in Italia sino ad allora e quindi c’era una mole di lavoro da fare che richiedeva un grandissimo impegno. I primi giorni in cui siamo arrivati all’Asinara attendevano ancora che arrivassero gli incartamenti e ricordo che si sentivano come dei leoni in gabbia, impotenti, sentivano di avere le mani legate senza poter far nulla, ma sono stati anche i giorni in cui si sono goduti una sorta di “vacanza obbligata”, forse almeno per qualche ora, da quello che era diventato il loro obiettivo primario. Quando arrivarono i faldoni invece si gettarono anima e corpo su quegli incartamenti e furono totalmente assorbiti da tutto ciò che comportarono. Per quanto riguarda noi familiari, sicuramente mia mamma, mio fratello Manfredi e mia sorella Lucia avranno avuto una percezione diversa rispetto a me che ero più piccola, ma ad ogni modo la percezione di pericolo si avvertiva. Il 6 agosto 1985 i corleonesi avevano ucciso a Palermo Ninni Cassarà, vicecapo della Squadra Mobile e capo della sezione investigativa. Più di un collaboratore prezioso per mio padre e per Falcone. Da quella tragedia in poi il loro lavoro all’Asinara proseguì con un altro ritmo”.

Rispetto ad altri familiari di vittime della mafia lei ha scelto una posizione più defilata e prova di impegno politico diretto.  “Perché? Dopo la morte di mio padre abbiamo cercato di aggrapparci con le unghie e con i denti alla vita, nonostante fossimo devastati dal dolore. Io mi trovavo all’estero e il mio primo pensiero è stato quello di rientrare e condividere quel dolore con mia madre, con mia sorella Lucia e con mio fratello Manfredi. Non è stato affatto facile, eravamo ogni giorno esposti mediaticamente in maniera estrema, quando volevamo soltanto starcene in silenzio a elaborare il nostro lutto. È stato un processo lungo e faticoso che continua tutt’oggi, tra l’altro. Finiti gli studi, decisi di accettare di lavorare per il Dipartimento Servizi Sociali del Comune di Palermo, ricoprendo quel ruolo come figlia di vittima della mafia. In quel periodo desideravo una normale quotidianità, volevo che si spegnessero i riflettori sulla mia vita come “figlia di Paolo Borsellino” e volevo cercare di essere soltanto Fiammetta. Senza mai dimenticare gli insegnamenti e l’esempio di mio padre, ma cercando di tirarmi fuori da quell’onda d’urto che si è generata dopo la strage di via d’Amelio. Ho lavorato per il Comune di Palermo per 17 anni, ma poi mi sono resa conto che non era più quello che mi rendeva felice”.

E che ha fatto?  “Ho deciso di lasciare il “posto fisso” e dedicarmi ad altro, soprattutto a testimoniare il valore della legalità agli studenti di scuole superiori. Finalmente in presenza, dopo il forzato distanziamento da coronavirus. La didattica a distanza è stata una mutilazione, seppur necessaria, per il mondo scolastico. La presenza, il faccia a faccia, è questo il modo migliore per trasmettere quegli ideali di giustizia e legalità che mi ha insegnato mio padre e che è fondamentale trasmettere ai più giovani per svolgere una vera azione contro tutte le mafie”.

La vicenda di Paolo Borsellino dal 23 maggio 1992, l’assassinio di Giovanni Falcone nella strage di Capaci, al 19 luglio 1992, strage di via D’Amelio, è ancora oggetto di indagini, inchieste e controverse polemiche. Ma è anche per gettare una luce sui misteri di quei 57 giorni che separarono il destino di due amici inseparabili nel lavoro e nella vita. La battaglia di Fiammetta Borsellino è per gettare una luce di verità su un passato che ancora oggi sparge i suoi veleni nelle Istituzioni dello Stato. Ma soprattutto per un futuro in cui l’abito mentale e la subcultura mafiose siano minoritarie e isolate.  Simone Savoia Angela Amoroso IL GIORNALE  11 Maggio 2021


 


Fiammetta Borsellino: «Il futuro passa da qui»

Sono passati quasi 30 anni dalla strage di via D’Amelio, e da una stagione difficile per il Paese. E adesso che l’Italia vive un’altra crisi, Fiammetta Borsellino ci dà una lezione sul coraggio, ovvero «la capacità di raccontarsi una storia diversa»

Fiammetta Borsellino «Il futuro passa da qui»


All’epoca in cui le regioni d’Italia virano sempre più al rosso, e i contagi totali hanno superato il milione di casi, Fiammetta Borsellino esce di casa ogni mattina
con la mascherina per accompagnare Felicita, 10 anni, e Futura, 7, alla scuola steineriana che «anche in una realtà complessa come Palermo, esiste». Sembra quasi estate, anche se siamo a novembre, nel quartiere della Kalsa, a pochi metri dalla casa in cui nacque, il 19 gennaio 1940, suo padre Paolo. Nonostante la sua vita sia stata sconvolta il 19 luglio 1992 dalla strage di via D’Amelio, non ha mai pensato di abbandonare questo posto. «Era una città che papà amava visceralmente. All’inizio non gli piaceva, ed era per questo che, diceva, poi se ne era innamorato così tanto».

Come passa le sue giornate? «Ci sono le restrizioni per la pandemia, la sera non si esce. La giornata è assorbita completamente dagli impegni delle bambine, tra scuola, attività sportive e musica. Adesso ci stiamo riorganizzando. Se sarà possibile, nel fine settimana con mio marito continueremo ad andare nella casa in mezzo al bosco a Cefalù, un’oasi di benessere».

Ha paura del virus? «Seguo le regole e il buonsenso. Abbiamo avuto dei conoscenti malati, ma per fortuna nessun morto. La serenità di fondo che ho, mi deriva dal fatto di avere vissuto esperienze forti e dolorose. Ognuno di noi ha un rapporto personale con la morte».

Anche lei non riuscì a salutare suo padre, proprio come i parenti dei malati di Covid non riescono a salutarli se in ospedale non ce la fanno. «Quel 19 luglio ero in vacanza in Indonesia con una famiglia di amici, e ho sempre pensato che se non fossi stata lì probabilmente sarei morta, perché sarei andata anche io a trovare la nonna in via D’Amelio, con papà, dopo il mare. Che era morto l’ho saputo invece da una telefonata. Per questo capisco bene chi vede andar via i genitori, e li perde senza poterli nemmeno abbracciare. In più, mio padre aveva 52 anni: non abbiamo avuto molto tempo insieme. Tra l’altro è una pena che provo ancora adesso, la sto vivendo con mia sorella Lucia, che vive a Roma. Ha una grave malattia, è immunodepressa e posso metterla in pericolo, non posso starle vicino. L’ho vista a settembre dopo molti mesi, oggi spostarsi è ancora più complicato».

Lei che rapporto ha con la morte? «Sin da quando ero bambina è sempre stata una di famiglia. Vedere mio padre con la scorta, vedere morire i suoi amici, colleghi, giornalisti… ha fatto sì che per me fosse un pensiero sempre presente. Allo stesso tempo ho interiorizzato quello che diceva mio padre, ossia che bisogna comunque vivere. La paura è un fatto umano, ma bisogna farsi forza e andare avanti, perché la paura non diventi un ostacolo».

Non teme proprio nulla? «Avendo vissuto un clima di perdita perenne, posso solo dire che mio padre è stato bravo a prendere le cose con ironia, a scherzarci su, a farci vivere una normalità nell’anormalità degli anni ’70 e ’80. Le paure di oggi sono più che altro delle preoccupazioni sul futuro dei figli».

Da qualche anno ha iniziato a girare le scuole e le università, per chiedere la verità sulla morte di suo padre. Non ha paura anche che, dopo di lei, nessuno ne parli più? «Più che paura è sofferenza, il dolore che può provocarmi l’idea che tutto finisca nell’oblio, nel silenzio. Che questa possa diventare l’ennesima tragedia italiana che molto probabilmente rimarrà nel mistero. Mi riferisco ovviamente alla ricerca della verità, perché se parliamo della memoria, le vie e le piazze che vengono intitolate a mio padre, i ragazzi delle scuole, quella c’è ed è molto viva. Ma non basta. Occorre che accanto alla memoria ci sia la ricerca della giustizia, e la giustizia passa attraverso la verità. Se non c’è la verità è come fare morire due volte Paolo Borsellino, uno Stato che non riesce a far luce su queste ferite non ha futuro e non hanno futuro neanche i nostri figli. Non ha possibilità di progresso, che passa soprattutto sul far luce su fatti gravi che hanno segnato tutto il popolo italiano».

La sua vita, dopo quel 1992, ha avuto due fasi. Una prima parte di cui non si sa molto di lei, poi a 25 anni dalla strage è diventata più visibile, per chiedere, appunto, la verità. «Ho fatto il mio dovere, quello che mio padre diceva sempre di fare. A 19 anni il mio dovere era studiare, perché attraverso la cultura si combatte la mafia. E creare le basi per crescere, essere uomini e donne maturi. Non mi sono bloccata a quell’evento, come i miei fratelli».

Sua sorella Lucia diede un esame universitario poche ore dopo la morte di suo padre. «Era appunto il miglior modo di mettere in pratica gli insegnamenti di mio padre».

Dopo aver studiato, che cosa ha fatto? «Dopo la laurea in Legge ho lavorato 17 anni al Comune di Palermo come funzionario dei servizi educativi. Con la nascita della mia prima figlia ho però scelto di cambiare vita e dedicarmi totalmente a lei. Adesso che invece le bambine sono più grandi ho di nuovo cambiato vita. E ora che sono più consapevole, dopo anni a seguire le udienze e studiare i processi, ho deciso di impegnarmi per chiedere che cosa davvero è successo. Non avrei potuto farlo a 19 anni».

Se avesse la certezza che le rispondessero la verità, quale domanda farebbe?«Le sentenze ci dicono chi è stata la mano armata della strage, chi materialmente, appartenendo all’organizzazione criminale denominata mafia o Cosa Nostra, ha ucciso. Quello che oggi non si sa è la verità su quel fatto, quali sono state le menti che hanno voluto che ciò accadesse e che quindi hanno dato un contributo fondamentale all’attuazione della strage. Se quindi dovessi fare una domanda, questo presupporrebbe un contributo di onestà dalle istituzioni. Chiederei che queste fossero chiare e non reticenti, perché è stato penoso vedere in tribunale poliziotti e magistrati che difendevano la loro posizione senza dare alcun contributo alla ricostruzione dei fatti».
Ai processi molti ora dicono «non ricordo», «non c’ero», «sono passati 28 anni». C’è ancora chi sa?«Sì, c’è assolutamente. Non sono tutti morti, e comunque le persone non agiscono da sole, gli alti vertici non potevano non sapere. Certo, più passa il tempo più la verità si allontana, ogni giorno che passa si sgretolano le prove».

Lei dopo i quattro processi sulla strage, ha denunciato il depistaggio in ogni sede. È cambiato qualcosa?«Il “Borsellino quater” si è concluso nel 2017 con una sentenza che sanciva il depistaggio. Si è aperto un nuovo processo nei confronti di alcuni poliziotti che aveva preso un buon ritmo, ma la pandemia ha rallentato tutto. Per i magistrati invece è stata chiesta l’archiviazione, abbiamo fatto ricorso e stiamo aspettando».

Che cos’è per lei il coraggio? «Credo che sia la capacità di andare avanti nonostante gli ostacoli che possono essere un freno a ideali o progetti. Coraggio è andare contro la corrente, la capacità di raccontarsi delle storie diverse da quelle che circolano».

Si sente simile a suo padre? «Avevamo un rapporto speciale, ero la piccola di casa, anche se poi abbiamo avuto i nostri screzi. Ricordo in particolare una litigata bestiale e una tensione che durò diverse settimane perché lui non mi fece andare a un concerto dei Duran Duran per cui mi avevano regalato dei biglietti. Del carattere di papà mi è arrivato molto, soprattutto la serenità di parlare di cose dolorose, di saperle condividerle. Lui era anche un po’ frivolo, amava l’ironia, il bello, giocare con i bambini, provocarli, insegnargli per gioco le parolacce, fare il bambino lui stesso, essere goliardico, strafottente. Era un cane che non aveva padroni, ho sempre detto. Mio fratello Manfredi ha più quel modo di fare, scherzoso. Non credo che abbiamo voluto emularlo, credo però che abbiamo assorbito molto di lui, i pochi anni che abbiamo vissuto insieme sono stati molto intensi, ed equivalgono a una vita intera».

Che cosa ha raccontato, alle sue figlie, di suo padre? «Non ho bisogno di raccontare, da quando sono nate sono cresciute a “pane e nonno Paolo”. Ne parliamo tanto, raccontiamo come se fosse accanto a noi, ci sono foto, libri che rimandano ai nonni. Le mie figlie hanno saputo sempre tutto, sia la parte felice sia quella dolorosa. Sono serene, anche se hanno la tristezza per non averlo potuto conoscere, e sono soprattutto orgogliose di avere avuto un nonno che era anche un esempio».

Perché le ha chiamate Felicita e Futura?«Felicita è un nome legato a mio padre, che, essendo un cultore della letteratura – adorava Dante che citava a memoria, era autodidatta della lingua tedesca –, tra i tanti amava anche Guido Gozzano. In particolare la poesia La signorina Felicita, ovvero la felicità. Me l’aveva fatta imparare a memoria e mi faceva anche esibire, sulla sedia, davanti agli altri, gli piaceva come la recitavo. Quando ho scoperto, al parto, che era una femmina, questo era uno dei nomi prescelti. Futura invece si chiama così perché è il nome di una canzone di Lucio Dalla che amiamo particolarmente».

Liliana Segre, a 90 anni, ha deciso di terminare la sua testimonianza pubblica. Lei ha mai pensato di smettere? «Per ora non mi sono data una scadenza, non so come sarò tra cinque o sei anni, bisogna fermarsi se non si sta più bene. Ho avuto momenti difficili e di stanchezza. Ero passata da essere una madre iperpresente a una assente, stavo sempre fuori casa, giravo per l’Italia, avevo sempre la valigia in mano ed ero sempre in un aeroporto. Ho cercato un equilibrio. Non è facile raccontare i propri fatti personali e dolorosi davanti a un pubblico. Da una parte ti dà un benessere infinito, dall’altra un’enorme fatica».

Riesce a trattenere le lacrime? «È capitato che ho pianto, ma nel 90 per cento dei casi mi trovo a gestire le lacrime degli altri e riesco a mantenere la calma. È come se mi uscisse una determinazione, come se capissi che bisogna parlarne con il sorriso, solo così riesci a far breccia, a trasmettere la forza di questa storia. Se la prendi per quella che è, genera sconforto. Invece porsi in maniera decisa, con energia, è meglio, genera la volontà di andare avanti. E forse anche perché piangere lo vivo come una sconfitta. Sono convinta che noi, alla fine, con le nostre domande, ne usciamo vincitori. Sono altri che sono morti. Sono ancora vivi, ma sono morti dentro».  Di Silvia Bombino  VANITY FAIR 19 novembre 2020


5.7.2019 FIAMMETTA BORSELLINO: «SAPEVO CHE MIO PADRE POTEVA MORIRE OGNI GIORNO» L’INCONTRO Nel 1992 Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia insieme alla sua scorta. La figlia minore gira l’Italia per ottenere la verità: «Quando uscivo di casa con lui mi lanciavo in strada per prima, in modo che se qualcuno avesse sparato avrebbe colpito me al posto suo» Era la piccola di casa, è diventata la testimone più ingombrante. Era la più attaccata a suo padre, ogni volta che lui diceva «Esco» lei si accodava, «Vengo anch’io», ma quando tutto s’è consumato era la più lontana, addirittura in un altro continente. Sembrava la più debole, s’è rivelata la più determinata nella ricerca della verità. Certamente la più esposta. «Ma noi eravamo e siamo una famiglia», precisa. «Quella di Paolo e Agnese Borsellino, i nostri genitori; di mia sorella Lucia e di mio fratello Manfredi, dei nostri figli. Eravamo la forza di mio padre, siamo la nostra».

Fiammetta Borsellino è l’ultima figlia del magistrato ucciso dalla mafia – e forse non solo dalla mafia – ventisette anni fa, insieme ai cinque agenti di polizia che gli facevano da scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina. Era il 19 luglio 1992, la strage di via D’Amelio, nemmeno due mesi dopo quella di Capaci che aveva portato via Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre uomini della scorta. Fiammetta aveva 19 anni quando suo padre saltò in aria. Oggi ne ha 46, ed è diventata un’infaticabile accusatrice del depistaggio che ha inquinato e continua a inquinare la verità su quella bomba: bugie di Stato servite a infliggere sette ergastoli contro altrettanti innocenti (oltre alle 26 condanne confermate) e coprire qualche colpevole mai individuato. Un mistero nel mistero che questa donna ha cominciato a denunciare da un palco televisivo nel venticinquesimo anniversario della strage, e da allora non s’è più fermata. Cominciando un cammino che l’ha portata nei tribunali e nelle aule delle commissioni d’inchiesta, ma anche nelle scuole, nelle parrocchie e ovunque la chiamino per ascoltare la sua domanda di giustizia, fino al carcere dove ha incontrato due carnefici di suo padre. Un percorso lungo e accidentato, ricostruito in questo racconto che è uno sfogo ma anche un segnale di speranza.

Io e mio padre «In casa abbiamo sempre saputo che papà correva dei rischi, io sono cresciuta nella consapevolezza che poteva morire ogni giorno. Tutti gli anni Ottanta sono stati attraversati da lutti e delitti che ci hanno toccato da vicino, dal capitano Emanuele Basile al procuratore Gaetano Costa, dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa a Rocco Chinnici, da Beppe Montana a Ninni Cassarà (tutte vittime della mafia, uccise insieme a molte altre tra il 1980 e il 1985, ndr). Quando uscivo di casa con lui mi lanciavo in strada per prima, in modo che se qualcuno avesse spa rato avrebbe colpito me al posto suo. Mi illudevo di poterlo salvare così, nella mia immaginazione era un eroe invincibile. A proteggerlo c’era la scorta, ma anche noi: io che nella mia ingenuità ero pronta a morire per lui, e tutta la famiglia che l’ha sempre accompagnato e sostenuto in ogni momento e scelta della sua e della nostra vita. Io ero la più piccola, e fino all’ultimo non ho mai abbandonato questo ruolo che piaceva sia a mio padre che a me. Avevamo un rapporto particolare perché a differenza di Lucia e Manfredi, sempre molto posati, studiosi e ubbidienti, io ero molto proiettata verso l’esterno, avevo un forte senso di indipendenza che poteva essere scambiato per ribellione: a 13 anni volevo viaggiare da sola, papà cercava di frenarmi e mi diceva: “Ma dove vai? Se poi m’ammazzano come fanno ad avvisarti?”. Era un modo per trattenermi, ma anche per esorcizzare il pericolo. E di prepararci a quello che poteva succedere: piccoli messaggi, lanciati di tanto in tanto, per non farci trovare impreparati».

La tragedia dietro l’angolo «Io intuivo che la tragedia era sempre dietro l’angolo, l’assoluta precarietà della sua e della nostra esistenza, ma il suo modo di mescolare la minaccia con la normalità è stata una forma di protezione nei nostri confronti. Anche dopo il 23 maggio, il giorno della strage di Capaci, pur nel dramma più totale abbiamo proseguito la vita di sempre. Com’era accaduto in passato di fronte agli altri omicidi, o alla tragedia del liceo Meli che segnò mio padre più di ogni altra. La morte di quei due studenti (Biagio Siciliano e Giuditta Milella, di 14 e 17 anni, ndr) travolti da un’auto della sua scorta la visse come la perdita due figli. Non si dava pace. Che lui potesse morire, e con lui qualcuno di noi, era nel conto; ma che venissero colpiti gli uomini della sicurezza, o addirittura degli estranei coinvolti casualmente, non poteva accettarlo. «Con questi pesi nel cuore è andato avanti, trovando la forza in noi che abbiamo camminato sempre al suo fianco, come un monolite inarrestabile. E lui ci aiutava sdrammatizzando. Ogni tanto scherzava: “Dopo che mi avranno ammazzato diventerete ricchi con i risarcimenti che lo Stato dovrà versare”. Oggi so che era un modo per farci capire quanto le istituzioni sarebbero state responsabili della sua dipartita».

Il 19 luglio 1992 «L’estate del ‘92 volevo andare in Africa, ma un po’ per le apprensioni di mio padre e un po’ per la tragedia di Giovanni Falcone trovammo un compromesso: mi lasciò partire per l’Indonesia insieme alla famiglia del suo migliore amico, Alfio Lo Presti. Un altro spicchio di normalità, ritagliato nel momento più buio. Telefonavamo a casa ogni volta che potevamo, ma spesso non lo trovavamo, per lui erano giorni di lavoro incessante. Ho ancora davanti a me l’immagine di Alfio chiuso in una cabina che sbatte la cornetta contro il telefono e scoppia in lacrime, quando venimmo a sapere della strage. Poi l’incubo del ritorno verso casa. Il giorno in cui morì eravamo riusciti a parlare con papà quando in Italia era ancora molto presto, ma nella mia mente i ricordi si sovrappongono. Di sicuro ho cominciato a pensare, e lo penso ancora oggi, che quel viaggio potrebbe avermi salvato la vita. Perché se fossi stata a Palermo, dopo la domenica trascorsa al mare, probabilmente l’avrei accompagnato dalla nonna, e sarei morta con lui. Invece sono sopravvissuta, e per essere la donna che sono diventata ho dovuto affrontare un lungo percorso, seguendo il principale insegnamento di papà: fare il proprio dovere. Ho continuato a studiare, ho costruito il mio futuro gettando le basi per mettere su una famiglia. A 19 o 20 anni non puoi avere gli strumenti per comprendere appieno quello che ti sta accadendo intorno, il che non significa delegare ad altri la domanda di verità: noi quella l’abbiamo sempre chiesta, a partire dal 20 luglio 1992. Ma ci sono consapevolezze che si acquisiscono nel tempo».

Le mie due vite «Dopo la strage ho terminato gli studi all’università, ho cominciato a lavorare con una dedizione che non mi concedeva molto spazio per l’impegno civile. Insieme ai miei fratelli abbiamo seguito mia madre nella sua lunga malattia, e siamo rimasti in rispettosa attesa nei confronti delle istituzioni giudiziarie che dovevano darci delle risposte. In fondo anche questo è stato un insegnamento di nostro padre: avere fiducia nell’amministrazione della giustizia. C’erano i processi, abbiamo aspettato che si concludessero. Nel frattempo ho messo al mondo due bambine, Felicita e Futura, che oggi hanno 8 e 6 anni e rappresentano il mio paradiso: sono loro a darmi la forza di guardare l’inferno che s’è spalancato davanti ai miei occhi quando ho scoperto i depistaggi fabbricati da alcuni investigatori, di fronte ai quale i magistrati non hanno sorvegliato o si sono voltati dall’altra parte. Ora che le mie figlie sono cresciute mi posso permettere di dedicarmi anche ad altro, la mia famiglia mi concede il tempo e il sostegno necessario a studiare le carte processuali e girare l’Italia per denunciare uno scandalo di cui ancora non si vede la fine. Forse in passato qualcuno ha scambiato la nostra educazione e il nostro rispetto verso le istituzioni per superficialità e buonismo, ma ha sbagliato i suoi calcoli. Prima la nostra casa era sempre piena di amici, falsi amici, mitomani, controllori che volevano verificare le nostre reazioni e tenerci buoni; adesso non ci cerca più nessuno, siamo soli. Ma non importa, abbiamo ugualmente la forza per andare avanti».

I depistaggi e le denunce «A forza di studiare verbali, perizie e sentenze mi sono fatta una certa competenza, e posso dire che la responsabilità dei depistaggi portati alla luce dal pentito Gaspare Spatuzza nel 2008 (si autodenunciò per la strage smascherando il falso pentito Vincenzo Scarantino, ndr) non è solo degli investigatori che hanno costruito a tavolino una falsa verità. I pubblici ministeri che negli anni Novanta hanno condotto le indagini e sostenuto l’accusa nei processi, non hanno visto o non hanno voluto vedere. A parte il balletto delle ritrattazioni e controritrattazioni, dopo un confronto tra Scarantino e un collaboratore del calibro di Salvatore Cancemi che implorava i magistrati di non credere alle bugie di quel personaggio, hanno evitato di depositare le trascrizioni lasciando che il depistaggio proseguisse. E chi s’è accorto che qualcosa non andava s’è limitato a un paio di lettere messe agli atti. Mio padre nel 1988 denunciò pubblicamente lo smantellamento del pool antimafia, e per questo rischiò di finire sotto processo disciplinare davanti al Csm; è stato lui a insegnare a me, ma prima ancora ai suoi colleghi, che le ingiustizie vanno svelate. Il male non lo commette solo chi uccide, anche l’indifferenza è colpevole. Sulla strage di via D’Amelio c’è stata una regia occulta per sviare le indagini agevolata dalle sentinelle rimaste in silenzio. È come se un medico vedesse una cartella clinica palesemente falsa e non dicesse nulla. La cosa più incredibile di questa vicenda non è che qualcuno abbia depistato, perché questo purtroppo è accaduto più volte nella storia d’Italia, ma che nessuno si sia messo di traverso nonostante le carte parlassero da sole, fin da subito. Nella migliore delle ipotesi i magistrati sono stati funzionali al depistaggio con la loro incapacità o insipienza, e ancora oggi non ho sentito nessuno ammettere di aver sbagliato e chiedere scusa».

L’incontro con gli assassini «Quando ho chiesto e ottenuto di incontrare in carcere i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (due dei capimafia responsabili della strage di via D’Amelio, ndr) l’ho fatto per l’urgenza emotiva di condividere il dolore non solo con le persone vicine e affini, ma anche con chi quel dolore ha provocato. Guardarli e farmi vedere in faccia. E seppure non ci sono stati risultati tangibili, penso che per loro trovarsi di fronte a una vittima qualche effetto l’abbia provocato. Giuseppe è stato arrogante e quasi offensivo chiamando Paolo Borsellino “la buonanima di suo padre”, e ho notato una certa strafottenza mentre si vantava del figlio che è riuscito ad avere durante il “carcere duro”. Ma sono convinta che ad uscire rafforzata da quei colloqui sono stata io, non loro; loro sono i veri morti di questa storia, non io che vivo insieme a mio padre in ogni momento della mia esistenza. Ho fatto un salto nel buio che è servito a farmi sentire più forte, più determinata a chiedere spiegazioni. Io non cerco altre risposte precostituite, voglio solo ricostruire gli anelli di una catena. Lo ritengo un mio dovere, se ognuno avesse fatto il suo in questi anni oggi non saremmo a questo punto. Mio padre ha fatto tutto ciò che ha potuto non solo per processare i mafiosi ma anche per sconfiggere la cultura mafiosa, senza mai smettere di parlare ai giovani che sono la speranza per il futuro. È quello che provo a fare anch’io, perché in fondo pure le coperture e l’omertà istituzionale che hanno avallato i depistaggi rientrano nella cultura mafiosa.

La verità «Ma non impiccherò la mia vita a questa storia, non voglio rimanere inchiodata all’ingiustizia subita. La verità sulla strage di via D’Amelio e quello che è successo dopo non riguarda solo la nostra famiglia, ma l’intero Paese. E anche se non arriveremo a ricostruirla per intero, e dopo 27 anni so bene che è molto difficile, avrò comunque la consapevolezza di non dovermi rimproverare nulla. A differenza di altri”. di Giovanni Bianconi Corriere della Sera Luglio 2019