Signor Direttore, faccio ancora ricorso alla sua gentilezza per chiederle, se lo riterrà opportuno, di pubblicare questo mio intervento, che vuole essere una personale analisi delle argomentazioni sostenute nelle motivazioni dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo relative alla sentenza che, il 23 settembre 2021, mi ha mandato assolto, unitamente ai colleghi Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, per non avere realizzato quelle minacce al Governo del paese, attribuiteci in sede di processo di primo grado, e per le quali avevamo ricevuto una pesante condanna.
Nel testo i giudici, mentre definiscono inequivocabilmente la liceità del comportamento dei Carabinieri del Ros in relazione agli addebiti loro mossi, esprimono alcune critiche che si possono così riassumere:
. i contatti con Vito Ciancimino da parte del Ros furono “improvvidi”;
. il modo di procedere di Mori e De Donno fu “discutibile e poco rispettoso delle procedure”;
. i Carabinieri del Ros avevano una “visione ipertrofica” della propria autonomia”;
. la “corrente moderata” di cosa nostra, quella di Bernardo Provenzano, fu favorita per potere combattere la fazione di Salvatore Riina. Accetto, ovviamente, il verdetto emesso, e quindi devo prendere anche atto delle valutazioni che ad esso sono collegate. Poiché non pretendo di contestare le decisioni della magistratura giudicante, mi permetto di fare solo alcune osservazioni che esprimono la mia posizione in relazione alle vicende che mi hanno visto protagonista.
Questo procedimento è giunto alla sentenza a circa trenta anni dai fatti che era chiamato a valutare, e l’Italia di oggi non è certamente quella della fine del secolo scorso. Molto è cambiato, in particolare per quanto attiene alla situazione dell’andamento della sicurezza pubblica nel cui ambito si sono sviluppati i fatti processualmente esaminati. Il dibattimento, che ha avuto come sfondo aspetti complessi della vita nazionale, ha dovuto affrontare e giudicare le azioni dei protagonisti della vicenda penale che non poteva prescindere dal contesto in cui costoro erano stati chiamati ad operare. Per questa considerazione ritengo che, nell’ampio esame compiuto dai giudici dei fatti direttamente o indirettamente connessi al mio operato, sarebbe stata necessaria un’analisi dello scenario di riferimento più ampia di quanto è avvenuto, oltre alla presa in considerazioni di sentenze connesse già passate in giudicato che, forse, avrebbero consentito di meglio inquadrare l’operato mio e dei miei dipendenti.
Si era riproposta nella fase temporale oggetto del giudicato, addirittura accentuandosi con i tentativi di delegittimazione e poi con gli assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quella situazione che già pochi anni prima aveva provocato tante morti eccellenti, da Cesare Terranova, a Carlo Alberto dalla Chiesa, passando attraverso Piersanti Mattarella, Pio La Torre ed altri ancora. Posta questa constatazione, ai fini di una valutazione processuale, a mio parere, non si poteva non considerare attentamente anche l’impatto delle vicende esaminate sulla pubblica opinione che, davanti alle tragiche scene di Capaci e via D’Amelio, constatava la drammatica impotenza dello Stato nel combattere il fenomeno mafioso, mai giunto a osare tanto nella storia italiana, e pretendeva una reazione adeguata da parte dell’ambito istituzionale. Così, a mio avviso, andava sottolineato ancor più, in questo contesto, l’incerto procedere delle forze politiche, ondivaghe in quegli anni nel costante dilemma tra la ricerca dell’efficacia repressiva e il rispetto della legalità.
Si doveva in particolare valutare che l’apparato preposto alla sicurezza, in specie quello destinato al contrasto della grande criminalità, già da tempo in difficoltà nell’individuare risposte adeguate, di fronte al manifestarsi di un’attività stragista, aveva inizialmente dato più di una sensazione di incertezza, evidenziando l’incapacità di definire prontamente indirizzi operativi più aderenti alle dimensioni della sfida.
Quando mi riferisco all’apparato preposto alla sicurezza, intendo non solo le forze di polizia e l’intelligence, ma anche la magistratura requirente, e quella siciliana in particolare. Le prime, nei loro organi di vertice, limitandosi, in quei giorni drammatici, da un lato, a rassicurare genericamente la pubblica opinione e, dall’altro, a sollecitare alle proprie strutture un “maggiore impegno investigativo”, senza però nulla aggiungere dal punto di vista qualitativo a quello che già era l’apparato di contrasto e soprattutto non fornendo alcuna direttiva che consentisse una più mirata ed efficace azione di contrasto a “cosa nostra”. La seconda lamentando come un mantra il proprio isolamento, attribuito al disinteresse e al distacco da parte delle altre componenti statali, a cui si univa la constatazione della mancanza di strumenti legislativi e materiali per adeguare la propria risposta pratica.
Questo complessivo stato di cose sul terreno provocò una fase d’incertezza e di vuoto estremamente pericolosa e passò del tempo prima che lo Stato nella sua interezza si riprendesse dal trauma provocato dagli attentati di “cosa nostra”. Nel frattempo pochi, tra quelli rimasti sul terreno, tentavano di dare un indirizzo alle proprie attività ed un senso alle funzioni ricoperte. Come responsabile delle operazioni di un reparto operativo quale il Ros, forte delle mie esperienze passate, applicai immediatamente lo schema già definito contro il terrorismo, tra l’altro molto più oneroso perché prescindeva dalla ricerca del colpo immediato, pagante dal punto di vista promozionale e dell’immagine ma inefficace nella sostanza, proponendomi, come preciso obiettivo, la cattura di elementi del vertice mafioso. In tal modo stimavo di giungere alla sua disarticolazione attraverso lo sviluppo di una conseguente attività investigativa, che gli spunti informativi di uno o più successi nella ricerca dei latitanti, avrebbero certamente consentito.
Ritenevo così di applicare anche le effettive finalità della legge Rognoni – La Torre che, varata dopo la morte del generale Dalla Chiesa, con i nuovi strumenti normativi offerti, mirava proprio a debellare i sodalizi mafiosi nella loro organizzazione strutturale. Per realizzare questo disegno, spiegai anche in modo chiaro, ai magistrati interessati, agli esponenti istituzionali competenti e ai miei superiori, quali erano gli obiettivi prefissati e le procedure attraverso le quali intendevo raggiungerli. Le modalità esecutive che volevo applicare erano peraltro note in ambito nazionale, perché conosciute ed apprezzate come proprie del così detto “Nucleo Dalla Chiesa”, che aveva operato con successo nella lotta al terrorismo.
Non servivano mano libera o autorizzazioni speciali, attuavo una linea investigativa adeguata alla grave situazione della sicurezza pubblica, ma pienamente inquadrata nelle norme previste dall’ordinamento legislativo. Prova ne sia che questa tecnica, messa in atto in più parti del territorio nazionale, non ha mai dato luogo altrove a polemiche e nello stesso Tribunale di Palermo, nelle diverse vicende processuali che mi hanno riguardato, è stata giudicata rispettosa delle disposizioni vigenti. Il contatto con Vito Ciancimino, non una trattativa come sembra anche propendere nel suo giudizio la motivazione, può essere considerato “improvvido” oggi, quando lo si giudica a trenta anni dai fatti. Penso che non lo fosse nel 1992 quando lo Stato appariva in ginocchio e non giungevano, anche dai magistrati requirenti, indirizzi o iniziative da assumere.
Vi era anzi chi dichiarava, come il sostituto procuratore dott. Vittorio Teresi “Dobbiamo dare un segnale fortissimo … La giurisdizione penale a Palermo è finita. Dobbiamo chiudere il Tribunale per cinque anni. Lo riapriremo solo quando gli altri organi dello Stato faranno il loro dovere fino in fondo. Prendete i dieci superlatitanti, sorvegliate le zone ad alto rischio. E poi ne riparleremo. Volevo andare via, ma dopo Falcone sono rimasto, ho detto a Borsellino: metto la mia vita nelle tue mani, ma battiamo la mafia. Adesso basta, mi accorgo che non serve a nulla combattere. Qui si muore per nulla”. A chi legge o ascolta, queste parole suonano come una resa di fronte a “cosa nostra”, anche perché contestualmente c’era chi, come il dott. Antonino Caponnetto, dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sosteneva che “era tutto finito”.
Il contatto con la fonte Ciancimino era un atto del tutto consentito alla polizia giudiziaria e poteva essere sviluppato in tutta riservatezza.
Dissento anche sul fatto che il Ros non rispettò le procedure, se ciò fosse stato evidente penso proprio che la Procura della Repubblica di Palermo lo avrebbe sottolineato con atti documentati, ma ciò non avvenne, nemmeno quando quell’Ufficio decise di ascoltare il detenuto Vito Ciancimino che descrisse le serie dei suoi incontri con Mori e De Donno. Almeno che non si volesse dire che il Ros le procedure non rispettasse mai, il che oltre ad essere clamoroso, avrebbe dovuto avere la connivenza di tutti gli Uffici giudiziari nazionali, silenti di fronte a questa conclamata illegalità.
La concezione “ipertrofica” dell’autonomia, attribuita dalla motivazione ai Carabinieri del Ros, sembra solo appartenere al rapporto con la Procura della Repubblica di Palermo, perché non vi sono atti che la confermino in altre sedi giudiziarie. Questo sembra anche il parere del Tribunale di Palermo che, nel valutare i fatti connessi alla cattura di Salvatore Riina , attribuisce la ritardata perquisizione della sua abitazione alla decisione della Procura di Palermo e non già ad un’iniziativa estemporanea del Ros. Più che concezione ipertrofica io penso che si dovrebbe parlare di un diverso approccio operativo, dove quello della Procura, in quella fase, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, aveva perso quell’ampiezza che le avevano dato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, capace di affrontare le accresciute dimensioni dello scontro con “cosa nostra”.
La lotta al sistema mafioso è un impegno vecchio quanto lo Stato italiano e questa ovvia constatazione sta a dimostrare la complessità del problema. Intendo dire con ciò che la persistenza del fenomeno non è tanto dovuta a errori o deviazioni da parte di singoli, ma a difetti strutturali della nostra società, di cui la mafia è un’espressione, sia pure deviata.
 

(1-CONTINUA) IL RIFORMISTA