“Da quando sono entrato in Parlamento succedono delle cose che non sono mai successe. Quando io parlo tutti i deputati e i senatori della maggioranza lasciano l’aula in segno di protesta…”
”Li conosco, perché ho studiato la loro storia da magistrato, so che molti di loro sono stati complici di mafia, so che sono corrotti; li ci sono i loro amici, i loro seguaci e io e loro ci conosciamo ecco perché é una guerra quasi aperta.”
“Ed è una guerra, perché io li denuncio ogni giorno, racconto le loro storie.”
“Hanno proposto una legge per impedirmi di accedere alla Commissione Antimafia, mi attaccano ogni giorno sui giornali, perché non parlo il loro linguaggio ma quello dell’uomo di Stato”.
“Oggi è sotto gli occhi di tutti: il potere è diventato mafioso“
“Ho dismesso la divisa di magistrato ma continuo ad avere quella di uomo di Stato”
Recentemente intervistato da Edwy Plenel, per la testata francese Mediapart, il senatore Roberto Scarpinato, nel definirsi “patriota della legge”, non si limita a raccontare che ogni suo intervento in Parlamento scatena una sorta di “evacuazione di massa” —No, lui rilancia: sostiene che la fuga coordinata non sia casuale, ma dovuta al fatto che conosce “fin troppo bene” la storia di molti presenti. E secondo il suo racconto, tra i suoi critici si aggirerebbero “complici dei mafiosi”, “corrotti” e “seguaci” assortiti.
Non chiarisce, ma allude; non illumina, ma suggerisce.
Tutto questo non lo racconta a un giornale italiano, ma a un giornalista francese. Forse la convinzione che certe verità, come certi formaggi, maturino meglio all’estero.
Avrà avuto i suoi motivi. Speriamo solo che, prima o poi, li condivida anche con il pubblico di casa — magari con qualche dettaglio in più e, perché no, con nomi e cognomi.
La critica più ricorrente nei suoi confronti riguarda il passaggio dalla toga al Parlamento. Il rischio è che un magistrato con un ruolo così centrale nella storia delle indagini antimafia finisca per portare in politica non solo la propria esperienza, ma anche il proprio capitale simbolico, trasformandolo in strumento di battaglia parlamentare. Un confine sottile, che in Italia — dove la giustizia è spesso terreno di scontro politico — diventa ancora più fragile.
Natoli–Scarpinato: la familiarità che scavalca il perimetro istituzionale
Il rapporto tra Gioacchino Natoli e Roberto nasce da una familiarità maturata negli anni della magistratura palermitana, rimasto per anni sullo sfondo senza generare interrogativi. Oggi quella stessa familiarità assume un’altra densità. Non per ciò che rappresenta sul piano personale, ma per ciò che produce sul piano istituzionale. Le 33 conversazioni intercettate tra i due, avvenute nei giorni immediatamente precedenti l’audizione di Natoli davanti alla Commissione Antimafia, non richiedono interpretazioni emotive.
Basta la cronologia.
Una relazione che non sorprende, ma che ora interferisce Natoli e Scarpinato hanno condiviso un lungo tratto di carriera. È un dato. Che continuassero a sentirsi è un altro possibile dato. Che ciò sia avvenuto mentre uno è chiamato a riferire e l’altro siede tra coloro che devono ascoltare, è un terzo dato.
La somma non produce scandalo. Produce una domanda di opportunità. Riguarda ciò che, per semplice “eleganza istituzionale”, avrebbe dovuto restare separato.
Quando uno diventa senatore e l’altro viene chiamato a riferire su un dossier sensibile come Mafia-Appalti, quella storia di amicizia non può più essere trattata come un fatto privato.
Il punto non riguarda unicamente il contenuto: è la sovrapposizione dei ruoli
La sola esistenza di un canale diretto tra un testimone e un membro della Commissione che lo ascolterà è sufficiente a generare un problema di contesto.
Non è questione di intenzioni. È questione di geometria istituzionale: due funzioni che, in quel momento, non dovrebbero toccarsi.
Un rapporto consolidato, una telefonata abituale, una consuetudine che non si interrompe quando sarebbe necessario farlo.
Il rapporto Natoli–Scarpinato appartiene alla loro storia professionale. Ma quando quella storia entra nel perimetro di un’indagine parlamentare, la neutralità si incrina.
Non per colpa, ma per contatto. La domanda finale resta immobile Non si tratta di stabilire se l’amicizia abbia inciso. Si tratta di stabilire se avrebbe dovuto restare fuori. La risposta non richiede interpretazioni: richiede solo di osservare la sequenza dei fatti.
È una domanda fredda. E proprio per questo, difficile da eludere.
Non riguarda ciò che è stato detto.
Non riguarda ciò che si è voluto ottenere.
