LA MORTE DI CARLO ALBERTO DALLA CHIESA E IL MISTERO SUI COMPLICI OCCULTI DEI KILLER MAFIOSI

 

 
Giovanni Bianconi, Corriere della Sera, 3 sett 2022
 
La morte del generale Dalla Chiesa, 40 anni fa, insieme con Emanuela Setti Carraro e un agente di scorta. Il rapporto Cassarà: per la prima volta viene usata l’espressione «convergenza di interessi»
«Alle ore 21,10 di ieri 3 corrente mese, veniva segnalata tramite 113 una sparatoria con feriti in via Isidoro Carini». La prima informativa della Squadra Mobile di Palermo alla Procura sull’ennesimo fatto di sangue consumato in quell’anno terribile porta la data del 4 settembre 1982. «Prontamente inviato sul posto, personale dipendente accertava che ignoti avevano assassinato i passeggeri dell’autovettura A112 targata ROMA J97252, ferma vicino al marciapiede sinistro della strada, e ferito gravemente l’autista dell’Alfetta bleu targata PA 507032, anch’essa ferma lungo lo stesso marciapiede».
A seguire, i nomi delle vittime: «I due occupanti la utilitaria venivano identificati per Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto di Palermo, ed Emanuela Setti Carraro, consorte dell’alto funzionario, mentre l’autista dell’Alfetta veniva identificato per l’agente della Polizia di Stato Russo Domenico, autista dell’autovettura di servizio del prefetto». Il 15 settembre spirerà anche lui, portando a tre il bilancio dei morti della strage di via Carini. Rivendicata da una telefonata anonima al quotidiano La Sicilia: «L’operazione Carlo Alberto si è conclusa».
UNA STRANA RIVENDICAZIONE
Iniziativa del tutto inedita per un attentato di mafia. Gli assassini vollero scimmiottare i terroristi, e del resto dalla lotta al terrorismo veniva il generale dalla Chiesa, catapultato a Palermo nelle vesti di prefetto il pomeriggio del 30 aprile, subito dopo l’uccisione del segretario regionale comunista Pio La Torre.
Un tentativo di confondere le acque, o di dare a quel nuovo «omicidio eccellente» una valenza diversa. Che fu colta e inquadrata da un successivo e ben più sostanzioso rapporto di polizia inviato in Procura nove mesi più tardi, il 27 giugno 1983, redatto dal commissario capo Antonino «Ninni» Cassarà, insieme al capitano dei carabinieri Domenico Barillari. Una denuncia per il triplice omicidio a carico di Totò Riina e altri dieci boss di Cosa nostra (tra cui Michele e Salvatore Greco, e il catanese Nitto Santapaola), in cui si delineava un movente che andava oltre la volontà degli «uomini d’onore» di eliminare un nemico scomodo. Il quale aveva proclamato pubblicamente di voler perseguire gli interessi economici e politici delle cosche, e chiesto con insistenza poteri che il governo si ostinava a negargli, nonostante l’avesse scelto come simbolo del contrasto alla mafia. Lasciandolo però un generale senza esercito e senza mezzi, dunque isolato e pressoché inerme. Bersaglio facile per i boss e i loro alleati.
«In sintesi deve affermarsi che il movente dell’omicidio è complesso e composito», scrisse Cassarà nel suo rapporto, «nel senso che esso non apparirebbe logico se non si ipotizzasse una convergenza di finalità ed interessi diversi che rispecchia la situazione dei gruppi mafiosi e i loro collegamenti con potenti gruppi economici».
È dunque in relazione al delitto dalla Chiesa che compare, forse per la prima volta in un documento giudiziario, l’espressione «convergenza d’interessi»; utilizzata per superare il confine scontato delle responsabilità dei clan ed estenderle alla «zona grigia» delle collusioni, imprenditoriali e istituzionali.
La reazione dello Stato
Un leit motiv che da allora tornerà per tutte le successive stragi di mafia, e sul quale, quarant’anni dopo, si continua a indagare senza essere arrivati a risposte soddisfacenti e tantomeno esaustive. Ma restano — inevitabili — le domande sottese proprio al rapporto Cassarà: che interesse avevano, i capiclan, a uccidere un avversario spedito a combatterli senza armi, provocando con un delitto tanto eclatante la certa reazione dello Stato? In pochi giorni il Parlamento fu quasi costretto a varare la legge Rognoni-La Torre che introdusse il reato di associazione mafiosa e il sequestro dei beni per i boss, ferma da oltre due anni a Montecitorio.
Un meccanismo del tutto analogo a quello innescato dieci anni dopo, con la strage che nel 1992 uccise Paolo Borsellino nemmeno due mesi dopo l’eccidio di Capaci in cui era saltato in aria Giovanni Falcone: fu la seconda bomba a determinare la quasi immediata approvazione del decreto-legge che istituiva il carcere duro per i mafiosi e nuovi benefici per i pentiti, altrimenti destinato a decadere.
«La decisione dell’omicidio non può essere stata che collettiva», continuava Cassarà nella ricostruzione del delitto dalla Chiesa, «e le responsabilità necessariamente sono individuabili a vari livelli corrispondenti a quelli degli interessi illeciti che con l’omicidio si è inteso proteggere: esse vanno dall’esecuzione materiale, attribuibile mafiosi, all’istigazione degli imprenditori che con i mafiosi hanno ambigui rapporti economici, fino alle connivenze colpevoli di quei rappresentanti delle forze politiche che dai mafiosi traggono favori elettorali e agli imprenditori collegati procurano lucrosi appalti. In realtà — chiosava il commissario — dalla Chiesa era un personaggio scomodo per molti, come è rilevabile dalle polemiche (reali e presunte) riportate dai mass media fino all’ultimo giorno della sua vita».
I DUBBI DEI MAFIOSI
Scomodo al punto che già nel 1979, rivelerà Tommaso Buscetta, quando il generale si occupava di terrorismo, la mafia provò a organizzarne l’uccisione camuffandola da azione delle Brigate rosse. E nel 2001 il capoclan Giuseppe Guttadauro, intercettato dalla polizia, confiderà a un altro mafioso: «Tu partici dall’82… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a dalla Chiesa… Insomma viene questo qua che non ha nessun potere… E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore…».
Anche dentro Cosa nostra, quindi, c’era la consapevolezza di complicità che a quarant’anni di distanza restano occulte, e si sottolineavano le «convergenze d’interessi» che hanno determinato la strage di via Carini.
Due anni dopo aver utilizzato quel termine nel suo rapporto sull’omicidio del prefetto, il commissario Cassarà fu a sua volta trucidato a colpi di kalashnikov, il 6 agosto 1985, nel mezzo di un’altra estate di sangue palermitano. L’indomani Falcone e Borsellino furono prelevati con le rispettive famiglie e «deportati» sull’isola-carcere dell’Asinara, poiché altrove lo Stato non era in grado di proteggerli. Rimasero lì il tempo necessario a concludere l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxi-processo a Cosa nostra, nella quale tornarono a parlare, a proposito dei «delitti politici» ordinati dai boss, di «singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica».
Ai due giudici istruttori rimanevano sette anni di vita. Durante quel periodo di lavoro isolato, Falcone chiese e ottenne di tornare — superscortato — per poche ore a Palermo: il 3 settembre (IO 1985), per partecipare alla commemorazione del generale-prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, nel terzo anniversario dell’omicidio.