MAFIA e RISTORAZIONE


22.2.2022 – Hotel e ristoranti nel mirino della mafia: Dia e Confindustria provano a difenderli

La pandemia e la successiva crisi hanno acuito il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata. Un allarme che Italia a tavola ha più volte lanciato negli anni. Ora la Direzione investigativa antimafia e Confindustria Alberghi hanno siglato un accordo per monitorare e prevenire il fenomeno. Un segnale importante a cui si spera diano seguito altre associazioni 


“La mafia commette meno reati a Milano, ma investe in bar e ristoranti”

 

Le parole della coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia, Alessandra Dolci

Una mafia meno visibile e sempre più infiltrata che ricicla denaro investendolo in bar e ristoranti, soprattutto nelle periferie. Questo il quadro delineato dalla coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia, Alessandra Dolci per quanto riguarda la presenza della criminalità organizzata a Milano. 

“Le mafie a Milano reinvestono molto i capitali in attività di ristorazione soprattutto nei quartieri periferici difficili come Rozzano, Comasina, Affori e Barona – le parole di Dolci durante il suo intervento sulle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico milanese,  lunedì 18 luglio, nell’aula di Palazzo Marino -. Contro queste attività è molto importante il ruolo della polizia locale. Rilevare un bar per le mafie significa marcare il territorio. Per questo motivo spesso il mafioso di turno in quel locale ci andrà spesso. Per questo l’intervento della polizia locale può essere fondamentale”, ha precisato poi Dolci.

Mafie a Milano, meno reati, più infiltrazioni

 

Per prevenire queste situazioni, di recente il Comune ha firmato un protocollo antimafia. “Non basterà però è un passo preciso, sono azioni concrete – ha commentato il sindaco Beppe Sala, a margine del consiglio comunale di lunedì -. Mi pare un’ottima iniziativa e un passo alla volta vedremo di gestire al meglio. La situazione non è particolarmente preoccupante ma lo può diventare anche alla luce di tanti investimenti che stanno arrivando su Milano”.

L’attenzione è alta anche per le Olimpiadi Milano Cortina: secondo Dolci per evitare infiltrazioni mafiose “serve fare un’attività di moral suasion (la persuasione morale che induce a comportamenti moralmente e socialmente corretti, ndr) per i soggetti privati coinvolti. Non possiamo imporre al privato di chiedere ogni volta la documentazione antimafia. Bisogna sensibilizzare gli operatori economici e di categoria sulle conseguenze delle infiltrazioni mafiose”.

“Negli anni ’80 a Milano c’erano più di 100 omicidi all’anno a stampo mafioso – ha spiegato Dolci – ora nel nostro contesto territoriale il numero è zero. Anche i reati spia sono in grandissimo decremento, ci sono pochissime segnalazioni, mentre nel 2015 erano un’enormità. La mafia ha cambiato volto, è diventata di stampo ‘imprenditoriale’. Questo tuttavia non vuol dire che possiamo stare sereni per quanto riguarda il nostro futuro. Esiste il grosso problema delle infiltrazioni”. MILANO TODAY  19 luglio 2022


Le mani della mafia su bar e ristoranti di Milano

 

La Direzione investigativa antimafia segnala un fenomeno che dalle Province, dove sono stati segnalati 25 gruppi di ‘ndrangheta, si sta diffondendo fino al cuore del capoluogo. Le mafie fanno affari riciclando il denaro sporco o prestando denaro a tassi di usura. Le associazioni chiedono di agevolare il prestito bancario, i gestori fanno rete

Le mafie vogliono prendersi i bar e ristoranti del centro di Milano. È quanto emerge dalla relazione semestrale della Dia, la Direzione investigativa antimafia in merito al primo semestre del 2021. La loro azione è già nota in Lombardia, dove sono stati segnalati 25 gruppi di ‘ndrangheta. Le associazioni criminali sembrano avere gioco facile. Approfittano del fatto che bar e ristoranti vengono da un periodo durissimo causato dall’emergenza pandemica. Molti imprenditori si trovano in difficoltà e fanno fatica a rivolgersi alle banche per accedere ai crediti. Tanti finiscono quindi per trovare i soldi altrove cadendo nelle mani di associazioni criminali che offrono crediti a prezzi di usura fino a soccombere, cedendo l’attività. Un allarme reale che Italia a tavola ha lanciato già nell’aprile di due anni fa e ha riportato a galla più volte, ma che resta per molti un tabù difficile da nominare. Da tempo le associazioni di categoria denunciano queste situazioni. Un’idea per porvi rimedio sarebbe di rendere più accessibile l’accesso al piccolo credito. Intanto baristi e ristoratori per non soccombere rispondono cercando di fare rete e diffondendo la cultura della

La Lombardia quarta per beni confiscati alla mafia

Per le associazioni criminali è facile infiltrarsi nel tessuto imprenditoriale locale della Lombardia, riciclando e reinvestendo i provvedimenti illeciti. La piaga del fenomeno delle infiltrazioni mafiose nella Regione è spiegata anche dal fatto che è la quarta  per beni sequestrati e confiscati. Sono in tutto 3.256a fronte dei 4.93 della Calabria, dei 6.091 della Campania e dei 14.036 della Sicilia.

È inoltre emerso che nella Regione risultano operativi 25 gruppi di ‘ndrangheta che insistono su 28 Comuni nelle province di Milano (nelle città di Milano, Bollate, Bresso, Cormano, Corsico, Pioltello, Rho, Solaro, Legnano), Como (a Erba, Canzo, Asso, Mariano Comense, Appiano Gentile, Senna Comasco, Fino Mornasco, Cermenate), Monza-Brianza (a Monza, Desio, Seregno, Lentate sul Seveso, Limbiate), Lecco (a Lecco e Calolziocorte), Brescia (a Lumezzane), Pavia (a Pavia e Voghera) e Varese (a Lonate

Per la mafia è facile fare affare nel settore della ristorazione

Il settore della ristorazione, in particolare a Milano, è fra quelli più a rischio. Molti imprenditori, in difficoltà per i due anni di emergenza pandemica sono allo stremo. I locali sono rimasti chiusi durante il lockdown e poi sono scappati i turisti e gli impiegati (a causa dello smart working). In questa situazione di crisi nera molti finiscono per rivolgersi agli strozzini che propongono prestiti a tassi di usura. Un reato di non facile e immediata rilevazione a detta degli agenti della Dia, perché molti preferiscono tacere.

I ristoratori: «Soltanto uniti potremo contrastare la criminalità»

Per Matteo Scibilia, cuoco del ristorante Piazza Repubblica di Milano e dirigente di Fipe-Confcommercio,  il problema delle infiltrazioni mafiose nei locali meneghini è risaputo. Nei grandi centri urbani viene convogliato un grande flusso di investimenti e non sempre quei soldi sono “puliti”. «Le attività di ristorazione fanno gola sotto molti aspetti alla malavita – ha spiegato –  Oggi è difficile trovare tanti soldi da investire per la propria attività. Così spesso ci si rivolge alle persone o ci si affida ai fornitori sbagliati». Per Scibilia, l’unica possibilità che hanno gli esercenti e i ristoratori per difendersi dalla piaga delle infiltrazioni mafiose è di fare numero, creando un tessuto sociale in grado di respingere le infiltrazioni mafiosi e diffondendo anche la cultura della legalità. «Il 20 aprile Confcommercio organizza la Giornata della Legalità – ha ripreso Scibilia – L’occasione servirà per fare il punto sulla situazione e trovare efficaci contromisure».

Confesercenti: «Bisogna semplificare l’accesso al credito bancario»

Per Claudio Cremonesi, direttore di Confesercenti Milano, il problema delle infiltrazioni mafiose nel territorio di una metropoli come quella meneghina è purtroppo annoso. «Da tempo le piccole imprese hanno difficoltà ad accedere al credito bancario – ha premesso – Di conseguenza provano altre strade. Si affidano ai parenti, agli amici, ai conoscenti e spesso finiscono per finire nelle mani delle associazioni criminali. Per questo chiediamo che vengano semplificate le procedure di accesso al credito bancario. Posso capire le difficoltà burocratiche legate alle grandi pratiche di credito, ma quelle di piccola entità andrebbero facilitate e sbrigate più velocemente».

Anche Apci, l’Associazione professionale cuochi italiani, consiglia ai ristoratori di rivolgersi alle associazioni. «La crisi di liquidità del comparto è un dato di fatto – ha premesso Sonia Re direttore generale di Apci – Le aziende in questo momento sono estremamente fragili. Per questo offriamo supporto e accompagnamento, anche nell’indirizzarli verso fornitori sicuri. Noi diciamo loro sempre queste parole: “Fateci sapere come vi possiamo aiutare, e noi lo faremo”. Nel frattempo la nostra associazione sta facendo leva per chiedere alle istituzioni, come la Regione, fondi, e aiuti per snellire, ad esempio le procedure burocratiche per l’accesso a finanziamenti pubblici»

L’accordo tra Dna, Dia e Confindustria Alberghi 

Nel frattempo le istituzioni e le Forze dell’ordine stanno provando a reagire. Dia, Dna (Direzione nazionale antimafia) e Confindustria Alberghi hanno  siglato un protocollo d’intesa per la tutela del settore alberghiero da rischio di infiltrazioni. In cosa consiste? Nella costituzione di un tavolo permanente per il monitoraggio dei fenomeni e la definizione degli ambiti operativi attraverso la strutturazione di un modello di raccolta e trasmissione di dati relativi ai rapporti economici in essere. Tutto con l’obiettivo di tutelare le imprese, gli operatori economici e il regolare svolgimento delle dinamiche imprenditoriali. ITALIA A TAVOLA 8.4.2022


L’ombra della mafia dietro il virus Le mani su hotel, ristoranti e bar

 

La pandemia non crea solo paure per la salute e l’economia, c’è il fondato rischio che la criminalità tenti di approfittare della debolezza delle aziende dell’Horeca. Lo segnala anche il ministero degli Interni che accende i riflettori sulle eventuali sommosse e sulla facilità di avere finanziamenti pubblici .

La pandemia non ha creato solo un gravissimo pericolo per salute della gente e per la tenuta dell’economia. Dietro l’angolo c’è infatti il rischio, anzi una certezza, che la criminalità possa approfittare di questa situazione per fomentare disordini sociali (in cui può fare accoliti) e, soprattutto, per mettere le mani su finanziamenti e liquidità a cui altrimenti con difficoltà potrebbe attingere. Quella che rischia di esplodere dopo il Coronavirus è una bomba sociale che potrebbe mettere in crisi quel che resta delle istituzioni e della tenuta del Paese.

C’è poco da scherzare di fronte a quella che è una “cronaca annunciata”. Mafia, ndrangheta, camorra e sacra corona unita operano da sempre in quelle che il Capo della Polizia, Franco Gabrielli, definisce le «pieghe delle criticità sociali». Per restare nel nostro mondo di riferimento, da tempo denunciamo l’infiltrazione criminale nelle produzioni agricole, soprattutto al sud, tanto che si parla di agromafia. Per non parlare del commercio, soprattutto con bar e ristoranti che cambiavano gestione nell’ordine del 15% ogni 3 anni: sono luoghi dove si faceva riciclo di denaro sporco, nonché “luoghi protetti” per incontri fra gli aderenti dei vari clan.

E oggi, con la prevedibile non riapertura di alcuni locali, è assai probabile che la mafia tenti il colpaccio di rafforzare un suo già insopportabile peso rilevando gestioni e affitti per pochi euro. Il tutto, usufruendo magari delle forse un po’ troppe larghe maglie con cui il Governo ha lasciato alle sole banche (dove la discrezionalità in alcuni casi è al limite del lecito) di concedere o meno finanziamenti praticamente illimitati ad ogni impresa. Cosa che a volte i politici sembrano non avere presente quando con foga degna di altri momenti chiedono di dare soldi a tutti. Dai 5 Stelle che vogliono il reddito di emergenza per tutti alla Meloni che propone 1000 euro a tutti, sembra che nessuno valuti che è difficile scremare fra chi ne avrebbe davvero bisogno e chi se ne approfitta e magari è anche un criminale. Senza contare che in caso di finanziamenti pubblici la mafia è la prima ad ottenerli e, come è sua abitudine, al momento di rimborsare eventuali prestiti non ci ha mai pensato due volte a mettere in fallimento la società, con l’aggravante che in questo caso tutto l’onere ricadrebbe sullo Stato, e quindi su noi contribuenti onesti.

Allarme ingiustificato? Mica tanto se si pensa che è lo Stato ad avere il timore che il contesto «economico finanziario risulta appetibile»: i mafiosi lo stanno già pensando da un pezzo. L’obiettivo «di reinvestire flussi significativi di capitali in diversi segmenti del tessuto produttivo e finanziario» sarà, a breve, a portata di mano dei criminali. Una situazione che era già ampiamente diffusa prima grazie alla collusione fra criminali, burocrati e politici. Pensiamo solo allo scandalo di qualche anno fa per la presenza della ndrangheta addirittura nella gestione dei negozi del palazzo della Regione Lombardia a Milano.  

Nella trappola economico-finanziaria criminale rischiano di cadere quindi il comparto turistico alberghiero e della ristorazione, ma anche il controllo dei settori della distribuzione al dettaglio e della piccola e media impresa. Elenco, con ogni probabilità, approssimato per difetto. Non siamo noi a dirlo ma il ministero dell’Interno. Ma il campo è ovviamente più ampio di quello solo legato all’Horeca. Oggi la criminalità si sta infiltrando anche nelle infrastrutture sanitarie e nella conseguente gestione di approvvigionamenti specie di materiale medico.

Purtroppo dobbiamo ricordarci che la mafia ha sempre saputo adeguarsi puntualmente a ogni trasformazione sociale, economia, geo-politica. Sempre secondo il Viminale si è adattata alle nuove piattaforme tecnologiche e comunicative, così come alla «new economy» e ai «diversi scenari finanziari, nascondendosi dietro società apparentemente pulite».
E cosa potrebbe succedere, visto anche il pessimo livello di molti apparati burocratici dello Stato, lo rileva “La Repubblica” con un servizio in cui spiega come, in nome dell’emergenza, in Calabria un panificio interdetto per mafia ha potuto riaprire i battenti su disposizione del Tar, mentre un boss pluricondannato va ai domiciliari per il rischio contrarre il Covid-19. Che poi questo avvenga nella regione che ha un bassissimo numero di contagiati e dove si sopporta in silenzio, o quasi, che ci siano ospedali dove medici e infermieri si sono messi in malattia per non assistere i malati… davvero dovrebbe fare riflettere. ITALIA A TAVOLA 7.4.2021


Le mani delle mafie in aziende, bar e ristoranti: nell’anno della pandemia boom di interdittive e strani passaggi societari

 

Nell’anno della pandemia, nei mesi della crisi economica più pesante dal secondo Dopoguerra per interi comparti, le mafie forti di capitali liquidi enormi a disposizione hanno aumentato il loro giro di affari e di azione soprattutto. Puntando ad entrare in aziende in difficoltà, piccole e medie, e nelle attività commerciali nei settori più colpiti dalle chiusure, bar e ristoranti soprattutto. La ‘ndrangheta guida questa classifica, seguita a ruota da Camorra e Cosa nostra.  I dati del Report dell’Organismo permanente di monitoraggio ed analisi sul rischio di infiltrazioni nell’economia da parte della criminalità di tipo mafioso lasciano poco spazio ai dubbi. La pandemia per le mafie è stato un affare.

Il report, che mette insieme le operazioni di polizia giudiziaria fatte tra la fine del 2019 e l’inizio del 2021 da carabinieri, guardia di finanza e polizia, registra innanzitutto «un incremento del 7 per cento delle segnalazioni per operazioni sospette analizzate nel 2020 rispetto al 2019 e un aumento del 9,7 per cento del numero delle società colpite dai provvedimenti interdittivi antimafia nel periodo marzo 2020-febbraio 2021 rispetto all’analogo arco temporale precedente». Un incremento dovuto anche ad un rafforzamento dei controlli, ma non solo. I settori più interessati dalle variazioni societarie sono rappresentati dal settore immobiliare e da quello del commercio. Nel dettaglio le variazioni, indice di possibili interferenze con il cambio di componenti nei ruoli apicali, oppure con cambio di codice Ateco, si sono registrate nel settore immobiliare (più 10 per cento), commercio al dettaglio (più 9 per cento), commercio all’ingrosso (più 8,9 per cento), costruzioni (più 8 per cento) e servizi di ristorazione (più 7 per cento).  La gran parte delle variazioni societarie anomale si sono registrate al Nord (645 mila), poi al Centro (319 mila) e al Sud (352 mila). Le regioni dove si è registrato, in valore assoluto, il numero maggiore delle variazioni societarie considerate sono la Lombardia, il Lazio, il Veneto, la Campania e l’Emilia Romagna in entrambi i periodi.

Nello stesso arco di tempo sono cresciuti di quasi il 10 per cento le interdittive antimafia: tra marzo 2020 e febbraio 2021 sono state 902 le interdittive e tra queste 479 società avevano registrato variazioni societarie (il 53 per cento). Nel dettaglio è la ‘ndrangheta a fare la parte del leone, da sola ha portato a quasi 267 interdittive con variazioni societarie imposte dall’associazione criminale, seguita dalla Camorra con 105 interdittive, da Cosa nostra con 70 interdittive e dalla Sacra corona unità con 35 provvedimenti.  Sul fronte delle variazioni societarie anomale, e segnalate dagli organi inquirenti, in testa a livello regionale c’è la Calabria (71) seguita da Lombardia (68), Campania (68), Sicilia (63) ed Emilia Romagna (42).

Dati che dimostrano come nell’anno della pandemia le organizzazioni criminali abbiano rafforzato il loro potere. Non a caso mentre tutti i reati tra il 2019 e il 2020 sono in calo, per effetto dei e dei maggiori controlli sul territorio, l‘unico reato che insieme alle truffe cresce e cresce più di tutti è quello dell’usura, con un più 16 per cento. Anche qui nel mirino soprattutto piccole aziende, bar e ristoranti.

«Il Viminale sta lavorando da più di un anno per rafforzare il cordone di sicurezza intorno alle aziende e alle attività economiche che – dice la ministra Luciana Lamorgese – proprio in questa fase di riaperture ma anche di persistente vulnerabilità finanziaria dovuta a una crisi senza precedenti, sono insidiate su più fronti dalla strategia di espansione delle mafie».

«I report periodici dell’Organismo permanente di monitoraggio ed analisi sul rischio di infiltrazioni nell’economia da parte della criminalità di tipo mafioso – che ho voluto insediare già nella primavera del 2020 – ci consentono di sfruttare al meglio una rete di sensori diffusa in tutto il Paese. In particolare, l’ultimo rapporto, il quinto, accende un faro sul fenomeno delle variazioni societarie durante la pandemia come possibili indizi di contaminazioni, fornendo un indispensabile strumento di analisi per prevenire i tentativi di alterazione del mercato, di inquinamento del tessuto economico e di condizionamento degli appalti e delle gare pubbliche», conclude  Lamorgese a margine del quinto report diffuso dall’Organismo permanente, presieduto dal prefetto Vittorio Rizzi, vice direttore generale della Pubblica sicurezza.