MANFREDI BORSELLINO: “L’eredità di mio padre”

 

Manfredi Borsellino, Vice Questore Aggiunto, Dirigente del Commissariato di Cefalù (ora di Mondello)  e figlio del compianto giudice Paolo barbaramente assassinato dalla mafia, ci traccia un ritratto del suo indimenticato papà e dell’inestimabile patrimonio morale che ha lasciato   Alle 16.58 del 19 luglio 1992 il tempo si è fermato, cristallizzato nell’orrore che ha sconvolto il mondo, spettatore impotente e incredulo di una terribile ferocia: in quel preciso istante, infatti, una potentissima deflagrazione (la cui eco non si è ancora spenta), squarciando la sonnolenta quiete di un afoso pomeriggio estivo palermitano, ha ucciso il giudice Paolo Borsellino, il suo caposcorta Agostino Catalano e con loro gli agenti Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina; l’unico sopravvissuto Antonino Vullo, impegnato a parcheggiare uno dei veicoli adibiti alla protezione del magistrato.  
Uno scenario apocalittico si palesò agli occhi atterriti degli astanti e dei soccorritori precipitatisi sul posto: vetture carbonizzate, palazzi sventrati, cumuli di macerie, mentre alte colonne di fumo oscuravano il cielo ammorbando l’aria, e nell’intera zona apparivano le tracce di ciò che l’ordigno aveva disintegrato. Si trattava di un’autobomba, una Fiat 126 imbottita con cento chili di tritolo, che, radiocomandata a distanza, era stata fatta esplodere quando Borsellino, nel dopopranzo di quella domenica, si era recato in visita alla madre. L’eccidio di via Mariano D’Amelio è passato tristemente alla storia come una “strage di Stato”, perché Cosa Nostra, con un simile barbaro attentato, aveva voluto colpire al cuore le Istituzioni, annientandone uno dei più fedeli e meritevoli esponenti che, pure perfettamente cosciente di avere il destino segnato, vi era andato incontro con coraggiosa fermezza per tutelare, con il proprio operato e una condotta esemplare, la parte sana della società (non solo siciliana), in nome di una giustizia uguale per tutti, per la quale si era adoperato senza retorica né atteggiamenti “di facciata”, fino a rimetterci la vita.  
Ripercorriamo pertanto, a ritroso, le tappe salienti dell’esistenza di questa indimenticata, emblematica figura, eccezionale nella sua umanità. Figlio di Diego Borsellino e di Maria Pia Lepanto, Paolo Emanuele Borsellino era nato a Palermo il 19 gennaio 1940 nel popolare quartiere della Kalsa, in cui risiedeva anche Giovanni Falcone che, conosciuto da ragazzino giocando a calcio sul campetto della Parrocchia, avrebbe ritrovato sia come compagno di studi all’Università sia in qualità di collega, consolidando con lui un’amicizia inscindibile e condividendone altresì, dopo appena due mesi, la tragica sorte.  

L’adolescente Paolo, la cui famiglia era composta anche dalla sorella maggiore Adele, dal fratello minore Salvatore e dall’ultimogenita Rita, terminato il percorso didattico dell’obbligo, si era iscritto al liceo classico “Giovanni Meli” di Palermo; successivamente, sempre a Palermo, aveva frequentato la facoltà di Giurisprudenza, dove a ventidue anni si era laureato con 110 e lode, presentando una tesi su Il fine dell’azione delittuosa. Entrato in magistratura nel 1963, cominciò il suo excursus come uditore giudiziario, per completarlo nella Sezione civile del Tribunale di Enna, venendo quindi designato Pretore sia a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sia a Monreale, nel comprensorio palermitano, dove lavorò con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, toccando con mano la pericolosa realtà costituita dall’insorgente mafia dei corleonesi. 
Il 23 dicembre 1968 sposò Agnese, figlia di Angelo Piraino Leto, allora Presidente del Tribunale di Palermo. Un’unione da cui nacquero tre figli: Lucia, Manfredi e Fiammetta.
Inviato nel 1975 nella sua città d’origine, entrò a far parte dell’Ufficio istruzione affari penali sotto la guida di Rocco Chinnici, con il quale instaurò un rapporto di grande stima e vicinanza. Nel febbraio del 1980, Paolo Borsellino decretò l’arresto di importanti boss, divenendo, nel medesimo anno, uno dei componenti del mitico pool antimafia insieme, fra gli altri, a Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta e Giovanni Barrile.  
Questa esaltante impresa costituisce ancora oggi una pietra miliare per l’innovativo coordinamento sinergico adottato dallo straordinario gruppo d’inquirenti nell’ambito dell’azione penale intrapresa per combattere, con maggiore incisività, il fenomeno della “Piovra”. Ma davanti ad un simile spiegamento di forze, le cosche non restarono inerti: risposero con una vera mattanza che, ad un ritmo impressionante, insanguinò di “cadaveri eccellenti” le strade della stupenda Panormus: il generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, i capitani Emanuele Basile e Mario D’Aleo, Rocco Chinnici (a cui subentrò Antonino Caponnetto), Ninni Cassarà, Beppe Montana. L’encomiabile team, già gratificato dai risultati raggiunti, quali l’arresto di Vito Ciancimino e l’estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta, venne spietatamente decimato.  
Nel 1986, Borsellino chiese e ottenne la nomina a Procuratore della Repubblica di Marsala, nel trapanese: una scelta attuata a ragion veduta, essendosi accorto dei rilevanti traffici che i clan delinquenziali accentravano in quella zona, gestita da “pezzi da novanta” del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Quando però Falcone assunse un nuovo incarico a Roma, egli optò per il trasferimento alla Procura di Palermo, dove poté tornare a dicembre del 1991 come Procuratore aggiunto. Il 19 maggio 1992, durante l’XI scrutinio delle elezioni del Presidente della Repubblica, fu avanzata la sua candidatura, poi superata dai voti a favore di Oscar Luigi Scalfaro. Trascorsero solo pochi giorni perché si giungesse all’omicidio di Giovanni Falcone, che non solo portò via a Paolo l’amico carissimo, ma fu l’atroce prologo all’approssimarsi della sua stessa fine. 

Degna progenie di cotanto padre, Manfredi Borsellino ne ha senza dubbio raccolto l’eredità morale e i principi esistenziali ispiratori. Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita con lode nel 1994, ha ricalcato le orme paterne sia nei meriti indiscussi sia nel bruciare le tappe. Nel triennio successivo, eccolo Vice Procuratore onorario presso le ex Preture circoscrizionali di Corleone, Bagheria, Carini e Partinico, nel palermitano. Vinto nel 2000 il concorso per funzionario di Polizia, dopo una serie di incarichi direttivi ricoperti a Firenze e Palermo, è approdato alla direzione del Commissariato distaccato di Cefalù, nel palermitano.

Ma sentiamo direttamente dalla sua voce cosa ricorda di Paolo Borsellino, uomo di legge ma, prima di tutto, marito e padre.

«Lo rammento come una persona umile, che non amava primeggiare. E questo nonostante il suo lavoro, ma soprattutto il modo in cui lo svolgeva, lo portasse continuamente all’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica in generale».

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, si dice. Ci vuole parlare del ruolo avuto da sua madre Agnese sia nella vita sia nella carriera del marito, nonché nella condivisione di una quotidianità “blindata”?

«Credo che quel detto non sia mai stato tanto azzeccato quanto lo fu per i miei genitori: la grandezza di mia madre (scomparsa lo scorso maggio, n.d.r.) è stata quella di stare sempre due passi dietro il marito, di rispettarne le scelte. Scelte che poi, in realtà, finiva costantemente per condividere con lui. Parliamo di una donna “accecata d’amore” per un uomo per il quale avrebbe sacrificato la sua stessa vita: perciò non bisogna meravigliarsi – almeno noi figli non lo abbiamo fatto – di come lo abbia affiancato lungo tutto il corso della sua esistenza, negandosi talvolta tutto ciò che una donna, e una moglie, non dovrebbe mai negarsi».

E per quanto riguarda voi figli?

«Siamo dovuti sicuramente crescere più in fretta dei nostri coetanei, confrontandoci di continuo con il lavoro di nostro padre, ma soprattutto con i pericoli che incombevano sulla sua vita e, di conseguenza, sulla nostra. Non sono state poche, perciò, le cose delle quali ci siamo privati, sempre accettando però queste rinunce con serenità, con il sorriso, convinti che solo così avremmo potuto aiutare papà a cambiare la società malata in cui ci trovavamo, e in parte tuttora ci troviamo, a vivere».

Dalle stragi del ’92 ad oggi, registra qualche cambiamento nella società siciliana, e italiana, o ritiene che il sacrificio di suo padre sia stato inutile?

«Non ho mai ritenuto vano il suo sacrificio, in quanto dall’estate della sua scomparsa ci sono giunte così tante manifestazioni di affetto e gratitudine per ciò che egli aveva fatto e rappresentato, che anche solo per questo abbiamo sempre pensato che l’effetto della sua morte sia stato di scuotere tante coscienze, molte delle quali sopite da troppo tempo».

Perché è importante mantenere viva la memoria di uomini del livello di Paolo Borsellino anche fra le nuove leve che non l’hanno conosciuto?

«Bisogna tenere presente che nostro padre non è soltanto “nostro”, ma è considerato da molti come il padre d’intere generazioni che, per usare parole a lui assai care, non si sono volute piegare al “puzzo” del compromesso morale, della complicità e, di conseguenza, della contiguità».

E a suo avviso, quali sono gli strumenti veramente efficaci per debellare la piaga mafiosa?

«Lascerei la risposta a quei colleghi che meglio di me contrastano tale deprecabile fenomeno, ma posso dire che bacchette magiche per eliminarlo non esistono, in quanto sono tanti i fattori che devono convergere in un’unica direzione, affinché questo cancro venga definitivamente estirpato. Certo non si può prescindere dalle inchieste giudiziarie e dal lavoro sia della Magistratura sia delle Forze dell’Ordine, ma penso che non meno rilevanza abbiano oggi i metodi educativi adottati dai genitori e dagli insegnanti nei riguardi dei ragazzi. Voglio dire che se non s’inculca nelle menti di questi ultimi, sin dall’età preadolescenziale, una cultura antimafiosa, un giorno ci troveremo di fronte dei novelli Riina, Provenzano, Messina Denaro, oppure avremo nuovamente una classe dirigente collusa con le organizzazioni mafiose, se non organica alle stesse».

Sull’esempio di un genitore dall’animo così nobile, quali stima siano i valori fondanti da tramandare come retaggio per una sana formazione delle coscienze giovanili?

«Le mie sorelle ed io abbiamo avuto la fortuna di avere un padre e una madre che ci hanno lasciato un inestimabile patrimonio morale e di valori che noi a fatica cerchiamo di trasmettere ai nostri figli. Ci è stato insegnato che nulla ci è dovuto; tutto, o quasi, dobbiamo conquistarcelo con le nostre forze e i nostri sacrifici. “Guai”, dicevano mio padre e mia madre, “a elemosinare un favore o una raccomandazione, perché una volta ricevuti sarete sempre debitori di chi ve li ha elargiti, e perciò ricattati o ricattabili: in altre parole, non sarete più liberi”. Ecco, ritengo che ai giovani debbano essere perpetuati i canoni etici dell’onestà, della correttezza e della trasparenza; non sono vocaboli vuoti, se si accompagnano all’autostima ed alla percezione di “potercela fare”, grazie alle proprie capacità e alla propria forza di emergere, sempre sfruttando le doti che il Signore ci ha regalato. D’altro canto, essendo io e le mie sorelle profondamente cattolici, crediamo che il Signore offra a tutti la possibilità di riscattarsi e di dare il meglio di se stessi, sebbene tanti, forse troppi, questa opportunità spesso non vogliono coglierla».

Molto è cambiato in oltre un ventennio che ci separa dalle stragi, ma ancora tanto c’è da fare…

«Talora in famiglia, ed anche in alcune scuole, si parla poco di mafia e delinquenza organizzata, quando invece, prendo sempre in prestito le parole di mio padre, “della mafia bisogna pur parlare: alla radio, in televisione o sui giornali, purché se ne parli”. Egli ribadiva tale concetto, in quanto auspicava che la società civile non cadesse preda di una “logica emergenziale”, che purtroppo a lungo ha connotato le iniziative delle nostre Istituzioni e secondo la quale ci si occupa di mafia, prendendo delle misure straordinarie per sconfiggerla, solo quando vengono uccisi rappresentanti dello Stato. La lotta a Cosa Nostra va condotta diuturnamente nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei nuclei familiari e non esclusivamente all’indomani di gravi fatti delittuosi».

E poi non c’è solo la mafia del malaffare, dello smercio di stupefacenti, della corruzione e delle estorsioni…

«Assolutamente no. Non dimentichiamo quella delle raccomandazioni, della logica prettamente meridionale secondo cui, se non hai la spinta giusta, è inutile partecipare a un concorso, perché tanto i posti sono già tutti “prenotati”. La logica che premia, in primis nelle pubbliche amministrazioni, i più segnalati o “sponsorizzati”, invece che i più meritevoli. Mi si lasci infine osservare quanto sia difficile talvolta pretendere che i ragazzi osservino determinate regole, quando i modelli che si offrono loro sono tutto fuorché esempi da seguire. Non mi riferisco soltanto a certi personaggi, che spesso diventano veri e propri idoli per i teen agers, propinatici a getto continuo dalla televisione e da alcune odierne trasmissioni trash, ma altresì, e soprattutto, a coloro che ricoprono cariche pubbliche, e che, con i dovuti distinguo, si rendono – o si sono resi in passato – protagonisti di vicende tutt’altro che edificanti per chi aspira ad amministrare la cosa pubblica e a rappresentare nelle sedi istituzionali larghi strati della popolazione». 
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