Gaspare Mutolo – chi è

Gaspare Mutolo, nato a Palermo nel 1940, è un ex mafioso e collaboratore di giustizia che si è dedicato anche alla pittura, sviluppando uno stile naif. Le sue opere, realizzate principalmente ad olio, raffigurano una Palermo nostalgica e sognante, vista dal Monte Pellegrino, con elementi onirici e riferimenti al passato, secondo UnDo.Net e Artribune. 

Gaspare Mutolo, conosciuto anche come “Asparinu”, è nato e cresciuto a Palermo. La sua storia personale, segnata dall’esperienza nella mafia e dalla collaborazione con i giudici Falcone e Borsellino, si intreccia con la sua attività artistica. La sua pittura, definita naif, si caratterizza per una rappresentazione semplificata della realtà e per la mancanza di prospettiva, con composizioni che evocano ricordi e paesaggi della sua città. Mutolo ha iniziato a dipingere durante la sua permanenza in carcere, trovando nella pittura una forma di espressione e di rievocazione della sua terra. Le opere di Mutolo, quindi, non sono solo rappresentazioni pittoriche, ma portano con sé il peso della sua esperienza di vita e il legame con la sua città, Palermo

 

6.11.2022 A proposito di Gaspare Mutolo. Sapete quando ha raccontato del famoso episodio del Giudice Borsellino con le famose due sigarette nervoso per l’incontro con il dottor Contrada?
SOLO NEL 1995 e non già dall’ottobre del 1992 quando, dopo gli interrogatori di luglio 1992 con Borsellino, Aliquo’ Natoli e Lo Forte, ebbe modo di sviluppare la sua collaborazione.
Lo racconta al Processo Capaci uno in udienza al pm Tescaroli. Occhio alla tempistica: a Palermo si stava celebrando il processo a carico di Bruno Contrada. E quindi……. ..
Ma quello che sorprende è la spiegazione fornita da Mutolo a Tescaroli circa il ritardo della riferita circostanza su Borsellino ( le due sigarette per intenderci): ” non l’ho detto prima perché ero ancora colpito dalla morte di Falcone”. Al che giustamente Tescaroli ribatté che comunque quella circostanza riguardava Borsellino!!
Come al solito ognuno tragga le conseguenze che ritiene!!!!
Ci vorrà pazienza e magari non la vedrò con i miei occhi, ma la storia di quegli anni andrà riscritta. Glielo dobbiamo ai nostri martiri.
FABIO TRIZZINO legale di parte civile di FIAMMETTA, LUCIA E MANFREDI BORSELLINO 

 
 
 
 
 
Da qualche giorno è un uomo libero e senza più alcun tipo di tutela. Ha da poco compiuto 82 anni ed è un’altra persona, fuori e dentro. Una seconda vita, lasciandosi alle spalle una maschera bianca accartocciata
Wikipedia, l’enciclopedia digitale del tempo presente, lo presenta così: «Gaspare Mutolo, detto Asparinu (Palermo, 5 febbraio 1940), ex mafioso, collaboratore di giustizia e pittore italiano». Dietro questa sintesi, c’è una notevole biografia criminale e un volto che risale agli anni Settanta, con baffoni neri e sguardo cupo. L’Asparinu che trovate nella nostra copertina è per la prima volta a volto scoperto, senza la maschera bianca che l’ha tutelato nel lungo periodo della protezione dello Stato dopo la scelta di pentirsi e denunciare i tanti complici – foto esclusive | video esclusivo
HA 82 ANNI – Da qualche giorno è un uomo libero e senza più alcun tipo di tutela. Ha da poco compiuto 82 anni ed è un’altra persona, fuori e dentro. Lo è da tempo, adesso però in maniera esibita, e anche così segnata dal male che ha fatto da progettare un percorso di espiazione che comprende un per lui rischiosissimo viaggio a Palermo, a implorare le madri siciliane di sottrarre i loro figli dalla trappola senza scampo della mafia. E se qualcuno volesse saldare i conti con lui? «Ormai sono diventato un simbolo e a Cosa Nostra questi simboli non piacciono», dirà nella lunga intervista che troverete al centro del numero di Oggi in edicola (la seconda puntata la potrete leggere nel prossimo, ed è, se possibile, ancora più emotivamente sconvolgente).
FALCONE E BORSELLINO GLI CREDETTERO – Due giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, prima di venire inghiottiti dalla furia di Totò Riina e soci, avevano avuto fiducia nell’onestà del pentimento di Mutolo, e dopo di loro il procuratore Giancarlo Caselli, che mise ad ulteriore frutto le informazioni messe a disposizione da Asparinu, mandando in carcere non soltanto centinaia di capibastone e affiliati ma anche insospettabili professionisti (avvocati, medici, funzionari di banca), la zona grigia che infiltra società e Stato per minarli dall’interno. Luogotenente e anche autista di Totò Riina, l’ultimo e sanguinario Capo dei capi il cui testimone sembra passato nelle mani dell’imprendibile Matteo Messina Denaro, Mutolo non è mai stato un boss, a differenza di Tommaso Buscetta che collaborò con i magistrati per vendetta contro la cosca vincente dei Corleonesi. Lui, Asparinu, era un operaio specializzato della violenza, cresciuto delitto dopo delitto fino ad arrivare nel cuore della Cupola, assassino e trafficante di droga, braccio armato e sicario di fiducia del despota, da lui servito con dedizione canina finché qualcosa si è rotto e comincia un’altra storia, anche per la mafia stessa. I perché di questa conversione sono spiegati nell’incontro con Luigi Garlando. E reggono ancora oggi, rafforzati dalla convinzione che c’è ancora molto da fare per la missione che si è dato e che il tempo a disposizione può non bastare.
IL TORMENTO DI UNA COLPA – «Le cose essenziali sono queste: non ci deve essere mai perdono. Se uno fa la spia, nel letto sicuramente non ci muore ma viene ammazzato, anche se ha cento anni», gli spiegò Rosario Riccobono, boss di Partanna-Mondello dopo il giuramento che lo rese mafioso. Mutolo lo sa bene, ma come scoprirete leggendo le sue memorie non sembra questo il fantasma più temuto, quanto il tormento di una colpa troppo enorme per essere espiabile. Disse una volta il Presidente Sandro Pertini: «A un uomo non chiedo da dove viene ma dove va». Gaspare detto Asparinu viene dall’inferno, si consola dipingendo, e idealmente è già in cammino verso quella Palermo dove tutto è sciaguratamente cominciato. Una seconda vita, a 82 anni, lasciandosi alle spalle una maschera bianca accartocciata.
Carlo Verdelli


AUDIZIONE IN COMMISSIONE  ANTIMAFIA 9 febbraio 1993

TESTO

 


 


Gaspare Mutolo, nato a Palermo il 5 febbraio1940, collaboratore di giustizia e pittore.  Chiamato “Asparino“, inizialmente fu meccanico, poi si dedicò alla malavita. Da giovane si occupava solo di piccoli furti, fino a quando fu arrestato nel 1965 per associazione a delinquere. In carcere conobbe Totò Riina, compagno di cella per otto mesi. Fu lui a consigliare la lettura de I Beati Paoli di William Galt, romanzo cult dei mafiosi, ma anche a suggerire l’uscita dalla microcriminalità e l’ingresso nella mafia (“più facile uccidere che rubare”, sosteneva Riina), raccomandandolo a Rosario Riccobono – boss dei quartieri Partanna e Mondello – non appena uscito dal carcere. Dopo una serie di arresti e scarcerazioni, nel 1973 incontrò Riccobono e Riina, nel frattempo in libertà, ed entrò in Cosa Nostra attraverso i riti della “pungintina” e della “Santina bruciata” (immaginetta sacra). “Le cose essenziali sono queste: se un uomo d’onore sbaglia con una donna di un uomo d’onore, con una figlia o una sorella, il padre, anche con le lacrime agli occhi, deve strangolare il figlio. Non ci deve essere mai perdono, anche se passano trenta o quarant’anni: se uno fa la spia, nel letto sicuramente non ci muore, ma viene ammazzato dalla mafia, anche se ha cento anni. È un principio e si fa di tutto per non farlo morire nel proprio letto”, spiegò Riccobono dopo il giuramento. Sposatosi su suggerimento (pratica obbligatoria dei mafiosi), divenne in breve tempo il più stretto collaboratore di entrambi (di Riina anche fidato autista). Mutolo fu figura operativa, non di dialogo: omicidi, estorsioni, intimazioni, sequestri (nel 1974 fu incaricato di rapire Berlusconi). Divenne poi un grosso trafficante di droga, in contatto con il singaporegno Koh Bak Kin. Un lavoro remunerativo, che gli permise di possedere in poco tempo un appartamento e di costruire una palazzina. Nel 1982 fu salvato da Riina dalla mattanza dei Riccobono, ma non dall’arresto e dalla reclusione nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano. Fu proprio tra le mura del penitenziario fiorentino che Mutolo si avvicinò all’arte. E grazie all’ergastolano Mungo, detto l’Aragonese, di cui ammirava la pittura durante l’ora d’aria. Finirono in cella insieme e per il mafioso siciliano fu l’inizio di un nuovo modo di comunicare, con colori e pennelli. In carcere conobbe anche Luciano Liggioe a sua firma dipinse alcune tele. Il pentimento Nel 1986 venne coinvolto nel Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, dopo la sentenza di primo grado (dicembre ’87), fu condannato a dieci anni di reclusione. Nel ’91 Falcone gli propose di collaborare. “Gaspare, qua la dobbiamo finire, non lo vedi là fuori cosa stanno combinando!” Sia le pressioni del magistrato – che iniziò a vedere con fiducia e rispetto -, sia l’attentato al mafioso Giovanni Bontate, che coinvolse anche la moglie – precedente sconvolgente e non in linea con l’ideale mafioso -, sia l’arresto della consorte, spinsero Mutolo a parlare, ma a patto che ad ascoltarlo fosse il solo Falcone. Rivelazioni che però il magistrato non ascolterà mai, poiché trasferito dal ministro Martellialla direzione del dipartimento degli Affari penali. Mutolo si ritrovò così ad affidare le proprie rivelazioni, solo all’indomani della strage di Capaci, a Borsellino, che lo interrogò per l’ultima volta due giorni prima della strage di via D’Amelio. Durante gli interrogatori, però, si susseguirono strane telefonate, in primis quella del ministro Mancino (imputato nel 2012 per falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia) a Borsellino, proprio durante un colloquio con Mutolo. Nel 1993, grazie agli sconti di pena previsti, Mutolo venne condannato dal Tribunale di Livorno a nove anni di reclusione. Tra le dichiarazioni rilasciate a Borsellino e poi a Vigna, i ruoli di Lima, Andreotti, Conti, Barreca, Mollica, D’Antoni, Signorino e Contrada.Oggi è un uomo libero, pur sotto il Servizio Sociale di Protezione, e vive dipingendo quadri.