Gaspare Mutolo, nato a Palermo nel 1940, è un ex mafioso e collaboratore di giustizia che si è dedicato anche alla pittura, sviluppando uno stile naif. Le sue opere, realizzate principalmente ad olio, raffigurano una Palermo nostalgica e sognante, vista dal Monte Pellegrino, con elementi onirici e riferimenti al passato, secondo UnDo.Net e Artribune.
Lo racconta al Processo Capaci uno in udienza al pm Tescaroli. Occhio alla tempistica: a Palermo si stava celebrando il processo a carico di Bruno Contrada. E quindi……. ..
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Gaspare Mutolo mostra il suo volto su Oggi: l’esclusiva raccontata dal direttore Carlo Verdelli
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Intervista al SETTIMANALE OGGI

AUDIZIONE IN COMMISSIONE ANTIMAFIA 9 febbraio 1993
- Mutolo: “Borsellino sapeva della trattativa”
- Ho conosciuto Falcone e Borsellino
- Tre vite in una
- Con Riina in carcere
- Parla Gaspare Mutolo 3p
- Parla Gaspare Mutolo 2p
- Parla Gaspare Mutolo 1p
- Processo presunta trattativa Stato – Mafia: Gaspare Mutolo
- Verbale interrogatorio omicidio Mattarella
- Audizione di Mutolo in Commissione Antimafia
- Audio testimonianze ai processi
- Audio Mutolo litiga con legale di Andreotti
- Audio deposizione al processo Trattativa Stato mafia
- Video
- Confronto Riina e Mutolo
- Confronto Riina e Mutolo 2p
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https://progettosanfrancesco.it/2023/02/09/gaspare-mutolo-il-ritrattdel-nuovo-opinionista/
Gaspare Mutolo, nato a Palermo il 5 febbraio1940, collaboratore di giustizia e pittore. Chiamato “Asparino“, inizialmente fu meccanico, poi si dedicò alla malavita. Da giovane si occupava solo di piccoli furti, fino a quando fu arrestato nel 1965 per associazione a delinquere. In carcere conobbe Totò Riina, compagno di cella per otto mesi. Fu lui a consigliare la lettura de I Beati Paoli di William Galt, romanzo cult dei mafiosi, ma anche a suggerire l’uscita dalla microcriminalità e l’ingresso nella mafia (“più facile uccidere che rubare”, sosteneva Riina), raccomandandolo a Rosario Riccobono – boss dei quartieri Partanna e Mondello – non appena uscito dal carcere. Dopo una serie di arresti e scarcerazioni, nel 1973 incontrò Riccobono e Riina, nel frattempo in libertà, ed entrò in Cosa Nostra attraverso i riti della “pungintina” e della “Santina bruciata” (immaginetta sacra). “Le cose essenziali sono queste: se un uomo d’onore sbaglia con una donna di un uomo d’onore, con una figlia o una sorella, il padre, anche con le lacrime agli occhi, deve strangolare il figlio. Non ci deve essere mai perdono, anche se passano trenta o quarant’anni: se uno fa la spia, nel letto sicuramente non ci muore, ma viene ammazzato dalla mafia, anche se ha cento anni. È un principio e si fa di tutto per non farlo morire nel proprio letto”, spiegò Riccobono dopo il giuramento. Sposatosi su suggerimento (pratica obbligatoria dei mafiosi), divenne in breve tempo il più stretto collaboratore di entrambi (di Riina anche fidato autista). Mutolo fu figura operativa, non di dialogo: omicidi, estorsioni, intimazioni, sequestri (nel 1974 fu incaricato di rapire Berlusconi). Divenne poi un grosso trafficante di droga, in contatto con il singaporegno Koh Bak Kin. Un lavoro remunerativo, che gli permise di possedere in poco tempo un appartamento e di costruire una palazzina. Nel 1982 fu salvato da Riina dalla mattanza dei Riccobono, ma non dall’arresto e dalla reclusione nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano. Fu proprio tra le mura del penitenziario fiorentino che Mutolo si avvicinò all’arte. E grazie all’ergastolano Mungo, detto l’Aragonese, di cui ammirava la pittura durante l’ora d’aria. Finirono in cella insieme e per il mafioso siciliano fu l’inizio di un nuovo modo di comunicare, con colori e pennelli. In carcere conobbe anche Luciano Liggioe a sua firma dipinse alcune tele. Il pentimento Nel 1986 venne coinvolto nel Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e, dopo la sentenza di primo grado (dicembre ’87), fu condannato a dieci anni di reclusione. Nel ’91 Falcone gli propose di collaborare. “Gaspare, qua la dobbiamo finire, non lo vedi là fuori cosa stanno combinando!” Sia le pressioni del magistrato – che iniziò a vedere con fiducia e rispetto -, sia l’attentato al mafioso Giovanni Bontate, che coinvolse anche la moglie – precedente sconvolgente e non in linea con l’ideale mafioso -, sia l’arresto della consorte, spinsero Mutolo a parlare, ma a patto che ad ascoltarlo fosse il solo Falcone. Rivelazioni che però il magistrato non ascolterà mai, poiché trasferito dal ministro Martellialla direzione del dipartimento degli Affari penali. Mutolo si ritrovò così ad affidare le proprie rivelazioni, solo all’indomani della strage di Capaci, a Borsellino, che lo interrogò per l’ultima volta due giorni prima della strage di via D’Amelio. Durante gli interrogatori, però, si susseguirono strane telefonate, in primis quella del ministro Mancino (imputato nel 2012 per falsa testimonianza nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia) a Borsellino, proprio durante un colloquio con Mutolo. Nel 1993, grazie agli sconti di pena previsti, Mutolo venne condannato dal Tribunale di Livorno a nove anni di reclusione. Tra le dichiarazioni rilasciate a Borsellino e poi a Vigna, i ruoli di Lima, Andreotti, Conti, Barreca, Mollica, D’Antoni, Signorino e Contrada.Oggi è un uomo libero, pur sotto il Servizio Sociale di Protezione, e vive dipingendo quadri.