Rapita, uccisa e data in pasto ai maiali. I resti macinati con un cingolato per far sparire ogni traccia. Iniziato e rinviato il processo per l’omicidio di Maria Chindamo

L’imprenditrice Maria Chindamo scomparsa nel 2016. Un arresto per omicidio.

E’ stata un’udienza breve e interlocutoria quella che si è tenuta stamani davanti alla Corte d’assise di Catanzaro in apertura del processo per l’omicidio di Maria Chindamo, l’imprenditrice di 44 anni di Laureana di Borrello (Reggio Calabria), rapita e uccisa a Limbadi (Vibo Valentia) il 6 maggio 2016 e il cui corpo è stato poi dato in pasto ai maiali e i resti distrutti con la fresa di un trattore.
    Per il delitto è imputato Salvatore Ascone, di 58 anni, accusato di avere collaborato alla pianificazione, organizzazione ed esecuzione dell’omicidio in concorso con l’ex suocero di Maria Chindamo, Vincenzo Punturiero, che è deceduto, il quale avrebbe commissionato il delitto perché imputava il suicidio del figlio alla separazione che questi aveva avuto da Maria Chindamo.
    Ascone avrebbe partecipato avendo interesse, in proprio e in qualità di referente della cosca Mancuso, ad acquisire un terreno dell’imprenditrice.
    Nel corso dell’udienza, il difensore di Ascone, l’avvocato Salvatore Staiano, ha sollecitato la Corte a trasferire l’imputato dal carcere di Secondigliano a quello di Catanzaro perché deve essere sottoposto urgentemente a un intervento chirurgico essendo “affetto da una patologia che potrebbe portarlo alla morte”.

Il presidente, Massimo Forciniti, ha riferito che la Corte già dall’8 marzo ha acconsentito a dare il nulla osta per il trasferimento.

Il pm Annamaria Frustaci ha poi spiegato che per 4 mesi Ascone ha rifiutato i ricoveri nelle strutture indicate dalle case circondariali nelle quali era detenuto perché voleva essere operato dal suo medico di fiducia.
    La Procura comunque non si è opposta al trasferimento.
    L’avvocato Staiano ha quindi accusato l’inerzia della casa circondariale e ha chiesto un sollecito perché venga dato seguito al trasferimento.
    Nel proseguo dell’udienza è stata presentata un’eccezione di nullità relativa alla notifica della chiusura indagini.
    Nel processo vengono giudicati anche i presunti autori di un altro delitto, quello di Angelo Antonio Corigliano, ucciso a Mileto il 19 agosto 2013, per il quale sono imputati Giuseppe Mazzitelli, Salvatore Pititto, e Domenico Iannello.
    La Corte ha quindi aggiornato all’11 aprile prossimo.    ANSA


14.3.2024 Processo Maria Chindamo, l’avvocato Gentile: «Si parte per raggiungere giustizia e verità»

 

Al via in Corte d’Assise a Catanzaro, il procedimento sulla morte dell’imprenditrice di Laureana. Il fratello: «Abbiamo atteso questo momento»

 

CATANZARO E’ iniziato, questa mattina, il processo per l’omicidio di Maria Chindamo. Di fronte ai giudici della Corte d’Assise di Catanzaro, l’imputato Salvatore Ascone, detto “u pinnularu”, accusato di aver concorso nell’omicidio dell’imprenditrice di Laureana di Borrello. Insieme al figlio Rocco avrebbe, secondo gli inquirenti, provveduto a «manomettere il sistema di videosorveglianza installato presso la sua proprietà, limitrofa a quella della Chindamo». Prima dell’inizio dell’udienza, Vincenzo Chindamo ha rilasciato alcune dichiarazioni ai nostri microfoni.
«È una giornata importante che attendevamo da tantissimo tempo e devo dire che abbiamo creduto sempre che prima o poi si arrivasse a all’inizio di un percorso giudiziario. Nel frattempo non siamo stati mai fermi, abbiamo sempre collaborato con la giustizia raccontando le cose che conoscevamo della vita di Maria e le cose che abbiamo conosciuto dopo la scomparsa di Maria. Abbiamo trovato sempre una procura con le porte aperte, una procura pronta ad accoglierci, ad ascoltarci, anche nei momenti un po’ più difficili, quando non avevamo notizie, quando non sapevamo niente».
Soddisfatto dell’avvio del processo anche il legale della famiglia Chindamo, Nicodemo Gentile. «Ci sono state tante battute d’arresto e siamo arrivati ad un processo grazie alla tenacia, alla forza di Vincenzo e della sua famiglia. C’è tanta speranza, c’è tanta voglia di capire. Sarà un processo complesso». Il legale poi ricorda la mamma di Maria Chindamo. «Mamma Pina, questo è soprattutto il suo riprocesso, una donna che è un monumento di dignità, di forza, di coraggio e noi dobbiamo anche a lei questo momento. Si parte verso la verità e verso la giustizia». CORRIERE DI CALABRIA


Maria Chindamo uccisa e data in pasto ai maiali, dopo 8 anni inizia il processo. L’imprenditrice ribelle disse no alla ‘ndrangheta

 

Un femminicidio feroce su cui si era espresso anche l’allora procuratoreNicola Gratteri: “La sua libertà di essere donna non le è stata perdonata”. Inizia giovedì, in Corte d’assise a Catanzaro, il processo per la morte di Maria Chindamo: Uccisa, data in pasto ai maiali e i resti, poi, macinati con un trattore cingolato. Sul banco degli imputati Salvatore Ascone accusato di concorso nell’omicidio dell’imprenditrice di Laureana di Borrello, scomparsa il 6 maggio 2016 a Limbadi, e il cui corpo fu distrutto. L’uomo, proprietario di un terreno attiguo a quello della donna, è accusato di avere manomesso l’impianto di videosorveglianza posto all’ingresso dell’azienda dell’imprenditrice.
La donna si era ribellata alla ‘ndrangheta e aveva deciso di gestire i terreni di sua proprietà dopo il suicidio del marito, Ferdinando Puntoriero, morto l’8 maggio 2015. Il padre di quest’ultimo, Vincenzo Puntoriero (deceduto), sarebbe stato il mandante dell’omicidio della nuora. A un anno esatto dal suicidio del marito, infatti, Maria Chindamo si era ritrovata a gestire i suoi terreni e la sua attività agricola originariamente riconducibili ai Puntoriero, “quella stessa famiglia – scrivevano i pm – che ha ritenuto la donna responsabile del suicidio” del figlio.
Il racconto dei collaboratori di giustizia – Chindamo, 42 anni all’epoca, era stata uccisa due giorni dopo aver reso pubblica la sua relazione con il nuovo compagno, un poliziotto, pubblicando su Facebook le foto di loro insieme. Ascone detto “Pinnolaru”, confinante dei terreni della Chindamo, avrebbe manomesso il sistema di videosorveglianza, installato presso l’immobile di sua proprietà a Limbadi, in modo da impedire la registrazione delle immagini riprese dalla telecamera orientata sull’ingresso della proprietà. A raccontare la fine delal donna i è stato prima il collaboratore Antonio Cossidente per averlo saputo dal suo compagno di cella, il pentito Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone Mancuso detto “l’ingegnere”. Anche il secondo collaboratore di giustizia conferma la tragica fine che la ‘ndrangheta ha riservato all’imprenditrice scomparsa e indica il capannone dove “i maiali hanno divorato il corpo della Chindamo”. A Emanuele Mancuso lo raccontò proprio il figlio allora minorenne di Salvatore Ascone, al quale il pentito aveva regalato una moto da cross: “Il padre sfrutta lui e il fratello senza dagli nulla. Si legò ancora di più a me ed io mi guadagnai la sua fiducia. Era come se fossi un idolo per questi due ragazzini”. “Mi disse – è scritto sempre nel verbale – che, in 20 minuti, i maiali si erano divorati il corpo della donna e che avevano poi triturato i resti delle ossa con una fresa o con un trattore. Questo racconto mi fu fatto qualche tempo dopo la scomparsa della donna”.
Il fratello della vittima: “Non ho mai smesso di credere nello Stato” –“Per otto anni – ha detto alla vigilia del processo il fratello della donna, Vincenzo Chindamo – abbiamo camminato sulle strade della speranza anche quando tutto sembrava perso. Grazie ai movimenti e alle associazioni Penelope Italia Odv, Libera Vibo, Goel-Gruppo Cooperativo, gli avvocati Nicodemo Gentile ed Antonio Cozza, tantissime scuole. Un cammino sempre con meno solitudine e sempre più in compagnia di un fronte di speranza e rinascita, fatto da tante donne e uomini partendo dal cancello di Limbadi e dagli abitanti di Limbadi. È significativo passare a comprare il pane ed essere riconosciuto ed accolto con il sorriso! È significativo e coraggioso che l’Amministrazione comunale e la scuola a Limbadi celebrano l’8 marzo nel salone del comune in memoria di Maria Chindamo e dei valori della libertà, annunciando l’intitolazione di una via a suo nome”. “Dopo 8 anni – ha aggiunto – la prima udienza. Mi aspetto l’inizio di un percorso con una velocità diversa, in cui lo Stato si è reso più manifesto nel partecipare a questo cammino difficile. In 8 anni ci sono stati silenzi operosi e si è lavorato molto, il processo ne è la dimostrazione. Non ho mai smesso di credere, lungo tale interminabile periodo, nello Stato. Grazie per chi mi ha contattato sentendo di voler essere simbolicamente presente giorno 14 per amplificare gli appelli di verità e giustizia”. Il processo, filone della maxi inchiesta “Maestrale”, riguarda anche l’omicidio di Angelo Corigliano, avvenuto a Mileto nell’agosto 2013, per il quale sono imputati a vario titolo Salvatore Pititto, Domenico Iannello e Giuseppe Mazzitelli. di F. Q.| 13 Marzo 2024


 

Dopo 7 anni preso il killer

 

Maria Chindamo aveva 42 anni quando fu rapita e scomparve il 6 maggio del 2016 a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Dopo 7 anni, grazie al lavoro d’indagine dei carabinieri coordinati dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, è stato arrestato colui che si ritiene essere il suo assassino.

«Oggi l’aria ha il profumo della giustizia», ha detto suo fratello, Vincenzo Chindamo, «avere perseguito per tutti questi anni la ricerca della verità sull’uccisione di mia sorella alla fine ha dato risultati.
Non ho mai smesso di credere nell’operato della magistratura, anche quando ci poteva essere qualche momento di sconforto. E quanto è emerso oggi premia quella perseveranza».
La maxi operazione della Direzione distrettuale antimafia nell’ambito dell’indagine Maestrale-Carthago ha portato oggi all’esecuzione di misure cautelare nei confronti di 84 persone del mondo della politica e dell’imprenditoria: 29 in carcere, 52 ai domiciliari e 3 con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Tra loro anche Salvatore Ascone, indicato da diversi collaboratori di giustizia come uno degli assassini della donna. Un omicidio afferato, è quello che emerge dall’inchiesta. Maria Chindamo fu uccisa e il suo corpo fu dato in pasto ai maiali per far sparire ogni traccia. Insieme ad Ascone c’erano altre due persone, una minorenne all’epoca dei fatti e un’altra deceduta nel frattempo. Si tratta della seconda tranche di arresti: «Sono 170 i soggetti indagati con 200 capi d’imputazione. Ogni gruppo reclamava la propria quota estorsiva», ha detto il colonnello Luca Toti, «si è trattato di un importante sforzo investigativo che ha portato alla disarticolazione delle cosche».

La storia di Maria Chindamo

Maria Chindamo fu sequestrata il 6 maggio 2016, a un anno esatto dalla morte per suicidio di suo marito Vincenzo Puntoriero, avvenuto l’8 maggio 2015.
Secondo gli inquirenti, l’imprenditrice fu uccisa perché aveva iniziato una relazione sentimentale dopo la morte del marito, e perché la donna aveva iniziato a occuparsi della proprietà di alcuni terreni appartenuti in precedenza al marito e finiti nell’interesse di alcune cosche di ‘ndrangheta.
Ma è il procuratore Gratteri, parlando dei passaggi dell’inchiesta che hanno condotto all’operazione di queste ore, a spiegare l’altro movente.
Una punizione frutto del risentimento nei confronti della donna in quanto tale. «Non gli è stata perdonata la sua libertà, la gestione dei terreni avuti in eredità e su cui c’erano gli appetiti di una famiglia di ‘ndrangheta e il suo nuovo amore», ha spiegato insieme al colonnello Paolo Vincenzoni, della sezione Crimini violenti del Ros e del colonnello Luca Toti comandante provincia di Vibo Valentia, «tutto questo perché questa donna, Maria Chindamo, dopo il suicidio del marito avvenuto l’anno precedente alla sua scomparsa a maggio 2016, ha pensato di diventare imprenditrice e di curare gli interessi della terra e dei suoi figli e si è pure iscritta all’università.
Questa sua libertà, questa sua voglia di essere indipendente, di essere donna non gli è stata perdonata e tre giorni dopo che aveva postato sui social la foto con il suo nuovo compagno è sparita. La sua uccisione è stata straziante.
Oltre ad essere stata data in pasto ai maiali i suoi resti sono stati triturati con un trattore cingolato.
Questo dà il senso e la misura della rabbia e del risentimento che chi ha ordinato l’omicidio aveva nei suoi confronti. Lei non si poteva permettere il lusso di rifarsi una vita, di gestire in modo imprenditoriale quel terreno e di poter curare e fare crescere i figli in modo libero e uscendo dalla mentalità mafiosa».

Massimo Ferraro 7

 



Dopo 7 anni preso il killer della Chindamo. Arresti nel Vibonese, Gratteri: «Chindamo uccisa e i suoi resti dati in pasto ai maiali, ferocia e malvagità

 

«Oggi si è concluso un lavoro molto importante che ha riguardato la provincia di Vibo Valentia, riteniamo che qui ci sia una ‘ndrangheta di Serie A, pervasiva che controlla tutto. 

Il lavoro di oggi ha portato all’arresto di 81 presunti innocenti. Un dato che ci ha impressionato è l’imposizione del prezzo del pane, nessuno poteva abbassare il prezzo sotto i 2,50.
Controllavano il battito cardiaco di un intero territorio, qualsiasi attività economica veniva controllata dalla ‘ndrangheta».
Così il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha illustrato i dettagli della conferenza stampa dell’operazione che ha portato a 81 arresti.  
Luce anche sull’omicidio di Maria Chindamo avvenuto nel 2016: «È stata uccisa esattamente un anno dopo il suicidio del marito, quando si è permessa di postare le foto con il suo nuovo compagno – ha detto Gratteri . –
Dopo due giorni è stata uccisa in un modo inumano, tragico. Uccisa e data in pasto ai maiali, i resti macinati con un trattore cingolato per far sparire ogni traccia.
Oltre alla ferocia dell’omicidio anche la malvagità e la cattiveria sul corpo».  
Il procuratore ha sottolineato anche «l’interesse economico legato ai terreni della donna, bruciava l’idea che i terreni fossero gestiti da una donna che addirittura si sarebbe permessa di rifarsi una vita».
«C’è un duplice aspetto da tenere in considerazione su questa morte – ha aggiunto Gratteri -. Da una parte non gli è stata perdonata questa libertà, la gestione dei terreni che aveva avuto in eredità e questo nuovo amore; dall’altra gli interessi, gli appetiti di una famiglia di ‘ndrangheta su quel terreno. Tutto questo ha condotto all’omicidio».

Le indagini sull’omicidio Chindamo

In particolare nell’ambito dell’indagine, con il supporto del Reparto crimini violenti del Ros e grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, è stato possibile far luce sull’omicidio di Maria Chindamo, uccisa a Limbadi il 6 maggio 2016.
Vengono contestati a un indagato – Salvatore Ascone, di Limbadi – una serie di delitti tra i quali la partecipazione all’associazione mafiosa riconducibile alla cosca Mancuso, reati in materia di armi e stupefacenti, diverse estorsioni per l’accaparramento di fondi agricoli, nonché l’omicidio, in concorso con altri due soggetti (di cui uno deceduto e uno all’epoca dei fatti minorenne) di Maria Chindamo, commesso a seguito del suicidio del marito Vincenzo Puntoriero (avvenuto l’anno precedente, l’8 maggio 2015) e per punire la donna per la recente relazione sentimentale dalla stessa istaurata, venuta alla luce con la prima uscita pubblica della coppia appena due giorni prima dell’omicidio, oltre che per l’interesse all’accaparramento del terreno su cui insiste l’azienda agricola divenuta nel frattempo di proprietà esclusiva della Chindamo e dei figli minori.
Ascone – già tratto in arresto nel mese di maggio per il reato di associazione di stampo mafioso – è stato attinto dall’ordinanza eseguita in data odierna perché accusato di avere dato un contributo causale significativo alla consumazione del fatto omicidiario, attraverso la manomissione del sistema di videosorveglianza della propria abitazione di campagna limitrofa al luogo del delitto, di fatto agevolando gli autori materiali del sequestro e dell’omicidio della donna, nonché per avere distrutto il cadavere della donna, il cui corpo, sulla scorta della ricostruzione fornita dai collaboratori di giustizia, sarebbe stato dato in pasto ai maiali e i cui resti ossei sarebbero stati triturati con la fresa di un trattore.


Fondamentali le dichiarazioni rilasciate da ben 18 collaboratori di giustizia – ha spiegato Paolo Vincenzone del reparto crimini violenti del Ros di Roma. Accertate responsabilità di tre uomini accusati di concorso in omicidio, uno dei quali deceduto, uno minorenne all’epoca dei fatti.

 

Ecco come è morta Maria Chindamo. «Uccisa e data in pasto ai maiali»

 

Le dichiarazioni dei pentiti e il coinvolgimento di Salvatore Ascone. «Fu ritenuta dai familiari del marito responsabile del suicidio»

Sette anni scivolati via nel silenzio, nella sofferenza di una famiglia distrutta dalla scomparsa di Maria Chindamo: una ferita aperta nel cuore di un territorio quello vibonese piegato dalla ingombrante presenza della ‘ndrangheta, quella più feroce e brutale, che soffoca territori e sotterra la speranza. Il 6 maggio del 2016 Maria Chindamo, imprenditrice originaria di Laureana di Borrello, viene rapita e uccisa dalla criminalità organizzata. Il suo Suv bianco resta acceso davanti i cancelli della sua proprietà, della donna si perdono le tracce.
E’ l’odierna inchiesta della Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri e denominata “Maestrale-Carthago” a riaccendere i riflettori sul caso. Salvatore Ascone detto “Pinnularu” viene ritenuto concorrente nell’omicidio di Maria Chindamo perché «unitamente a suo figlio Rocco Ascone (minorenne all’epoca dei fatti), provvedeva a manomettere il sistema di videosorveglianza installato presso la sua proprietà, limitrofa a quella della Chindamo, in modo da impedire la registrazione delle immagini riprese dalla telecamera orientata sull’ingresso della proprietà della imprenditrice, fornendo così un contributo alla commissione dell’omicidio della donna, agevolando gli autori materiali dell’omicidio, che operavano sapendo di poter agire indisturbati e con la sicurezza di non essere ripresi e, dunque, successivamente individuati».

Il suicidio di Punturiero

C’è un episodio che gli investigatori ritengono «un punto focale» nel caso Chindamo: il suicidio del marito Ferdinando Punturiero. «Dal carattere tendenzialmente accomodante e dai tratti bonari», l’uomo «subiva pressioni da parte del padre affinché gestisse la propria famiglia rifacendosi a meccanismi relazionali tradizionalistici».
Il matrimonio di Maria Chindamo e Ferdinando Punturiero va in crisi, è il 2014. La donna matura la volontà di separarsi e dal gennaio 2016 si lega sentimentalmente ad un altro uomo
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Punturiero cade in depressione e tenta il suicidio (avvenuto nell’aprile del 2015), per poi togliersi la vita l’8 maggio 2015. Maria Chindamo «fu ritenuta dai familiari del marito responsabile del suicidio».
L’analisi delle acquisizioni fondiarie ha evidenziato come la donna si fosse resa protagonista di un’acquisizione patrimoniale “totale”, a livello di terreni e di impresa, originariamente riconducibili alla famiglia Punturiero, sia per via del decesso del marito (da cui non era formalmente separata) sia per via della donazione di alcuni terreni effettuata dal suocero in favore dei nipoti.
L’attività d’indagine ha consentito di ricostruire gli «incontrovertibili rapporti» di parentela tra la famiglia Punturiero e la famiglia ‘ndranghetistica dei Bellocco di Rosarno.
L’inchiesta prosegue ed emerge l’interesse della cosca Mancuso di Limbadi nell’acquisizione terriera e in questo contesto si inserisce la figura di Salvatore Ascone. La porzione di territorio della località “Montalto” collocata al confine delle province di Reggio Calabria e Vibo Valentia è oggetto di una coesistenza di interessi da parte delle due cosche: Mancuso e Bellocco-Cacciola. «Esponenti della cosca Mancuso hanno affidato ad Salvatore Ascone il controllo criminale della località “Montalto” dove si occupa di acquisire i proventi estorsivi delle compravendite dei terreni e di gestire con metodologie mafiose quella porzione di territorio nonché i rapporti con i relativi proprietari».

I minuti precedenti la scomparsa

Chi indaga, ripercorre gli istanti precedenti la scomparsa di Maria Chindamo. La mattina del 6 maggio 2016, l’autovettura in uso alla imprenditrice fu trovata in contrada “Carini” della Località Montalto del Comune di Limbadi (in provincia di Vibo Valentia), abbandonata davanti al cancello d’ingresso della sua azienda agricola, ancora chiuso.
L’auto è aperta, con il motore ancora acceso e l’impianto stereo a tutto volume. Ma della donna non c’è traccia solo una vistosa macchia di sangue sulla fiancata sinistra della carrozzeria dell’auto e sull’area circostante. Saranno rinvenuti nella vettura anche la borsa contenente circa 1.000 euro e gli effetti personali della vittima.
Le indagini partono subito dopo la denuncia del fratello di Maria, Vincenzo Chindamo. L’area è presidiata dalle forze dell’ordine, impossibile non notare un immobile rurale riconducibile a Salvatore Ascone all’interno del quale era installato un sistema di videosorveglianza, visibile dall’esterno ed in posizione ideale.
Quella telecamera poteva contenere i frame dell’agguato, i volti dei responsabili. Già poteva, perché quella telecamera non era in funzione. Un particolare, che sin da subito ha destato perplessità e suggerito agli investigatori un ulteriore approfondimento. Che oggi ha portato ad un epilogo.
E’ lo stesso Salvatore Ascone, sentito subito dopo l’accaduto, a fornire spiegazioni in merito al mancato funzionamento dell’impianto di videosorveglianza. «La mattina della scomparsa della signora sono arrivato sul posto verso le otto ed un quarto. Gli operai sono arrivati dopo di me, ma non entriamo dal cancello che sta davanti casa perché utilizziamo quello che sta a monte, cioè verso Limbadi. Io da solo mi sono avvicinato dove stavano i carabinieri per vedere cosa era successo». Constatata l’impossibilità di estrarre i filmati di quella mattina, viene chiesto l’intervento del tecnico installatore dell’impianto, che su invito di Ascone, riscontra «che il Dvr, seppur correttamente alimentato, segnalava un errore dell’hard disk non presentando nessun file di registrazione».
Il tecnico avrà modo di spiegare come «Il dvr, sebbene alimentato a corrente mediante un alimentatore,avrebbe funzionato anche in assenza di corrente elettrica in quanto dotato di batterie supplementari che ne avrebbero garantito il funzionamento per ulteriori 90/120 minuti. Se si interrompe per qualche motivo l’alimentazione il Dvr riprende a funzionare normalmente una volta che viene alimentato e riprende a registrare secondo le impostazioni di settaggio l’unica anomalia potrebbe verificarsi nella data ed ora del giorno, ma nel caso specifico avendo io sostituito l’intero Dvr non si sarebbe verificato neanche quest’ultima ipotesi e ricordo di aver impostato il Dvr al termine dell’istallazione su data ed ora corrente».
La spiegazione è chiara, per chi indaga il sistema sarebbe stato manomesso. Ma da chi? «Le persone che potevano manomettere il sistema erano quattro – secondo l’accusa – Salvatore Ascone, sua moglie, il figlio Rocco Ascone e un operaio» presente nella sua proprietà. E’ lo stesso Ascone a circoscrivere il cerchio delle persone, quando, nelle dichiarazioni rilasciate quando non era ancora indagato, sostiene: «Le chiavi della casa dove sta custodito l’hard disk ce le ho solo io oppure mia moglie. Sicuramente nessuno può aver avuto accesso all’abitazione perché c’è anche un impianto di allarme ed arriva la segnalazione sul telefonino mio, di mia moglie e dell’operaio». Tuttavia le uniche persone «che sono state viste andare verso la proprietà rurale e che avevano la possibilità di intervenire sull’hard disk erano Rocco Ascone e sua madre». La ricostruzione investigativa ascrive, dunque, la responsabilità a Rocco Ascone «di avere materialmente manomesso l’hard disk» mentre il padre, Salvatore Ascone, avrebbe ricoperto il ruolo di «regista della manomissione».

Le dichiarazioni di Emanuele Mancuso

Sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, figlio di Pantaleone Mancuso detto l’ingegnere (al vertice di una delle più importati famiglie di ‘ndrangheta,) a confermare l’ipotesi accusatoria della Dda.
Mancuso è un elettrotecnico e, per questa sua specializzazione, era intervenuto spesso nella proprietà di Salvatore Ascone «per effettuare delle bonifiche ambientali dalla presenza di microspie». Non solo.
Il pentito «aveva una frequentazione pressoché giornaliera con Ascone e la sua famiglia, riceveva incarichi e per la sua posizione di figlio di uno dei più potenti capi della ‘ndrangheta era in grado di recepire, per conoscenza diretta, notizie in merito alle vicende della zona». Emanuele Mancuso non solo conferma di aver frequentato Ascone ma riferisce di aver notato «che era solito monitorare, con sistemi di videosorveglianza, tutti i luoghi dì sua proprietà, sia l’abitazione, sia la casa di campagna, nonché i capannoni ei luoghi in cui aveva beni o animali…Era particolarmente attento al funzionamento di questo sistema, al punto che quando c’erano dei guasti subito chiamava un tecnico affinché se ne occupasse».
In relazione al mancato funzionamento delle telecamere il giorno dell’omicidio di Maria Chindamo, Mancuso riferisce di aver appreso da Ascone che nel giorno dell’evento le stesse erano spente: «Lo so perché mi disse lui stesso di avere anche in campagna un sistema di videoriprese e che, proprio quel giorno della scomparsa, le telecamere erano spente» mentre la moglie di Ascone «sentendolo parlare con me di questo fatto, si precipitò a dire che non era vero che le telecamere erano spente, ma che le stesse, in realtà, non avevano funzionato, attribuendo il mancato funzionamento ad un malfunzionamento e non ad uno spegnimento».
Nei giorni successivi alla scomparsa dell’imprenditrice, Mancuso confessa di essere stato chiamato da Ascone «a fare delle bonifiche prima presso la sua casa e presso l’immobile che ha in campagna, poi al momento della restituzione delle autovetture in sequestro nella sua disponibilità mi ha chiamato a fare la bonifica». L’indagato nell’inchiesta odierna, avrebbe anche incaricato il collaboratore di giustizia di «rimuovere una videocamera montata dalle forze di polizia, che era posta al bivio Vibo Mileto/Rosarno, dal quale si dovrebbe andare per Limbadi».
La videocamera era posta su un albero di quercia e «non ricordo se ho staccato la telecamera prima o dopo la scomparsa della donna, posso solo dire che Ascone mi ha mandato a smontarla».
Mancuso ha avuto modo di riferire in merito anche in merito alla cruenta uccisione della donna.
«Rocco Ascone mi disse che, in 20 minuti, i maiali si erano mangiati il corpo della donna e che avevano poi triturato i resti della ossa con una fresa o con un trattore. Questo racconto mi fu fatto qualche tempo dopo la scomparsa della donna».

Le altre dichiarazioni dei pentiti

Secondo il racconto del pentito Andrea Mantella, «Diego Mancuso parlò della Chindamo, che aveva una piantagione di Kiwi che non voleva vendere.
La piantagione, disse Diego Mancuso, interessava ai suoi parenti, se non ricordo male al genero di Pantaleone detto “Vetrinetta”. Nel discutere dell’argomento, apostrofandola in malo modo, disse che lei era una “tosta” a non voler vendere, mentre il marito era un “babbo” nel senso di bonaccione». In sostanza, l’idea era quella di comprare ad un prezzo stracciato la proprietà della Chindamo per poi darla in gestione per la coltivazione a Salvatore Ascone».
«Loro odiavano la Chindamo – continua Mantella – per via della sua ostinazione a non voler cedere il terreno e l’azienda, quando, una volta divenuto collaboratore, ho saputo della sua scomparsa, ho immediatamente ricollegato ed ho pensato: “ecco, se la sono fatta”. Ma questa è una mia supposizione».
Decisamente più dure le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Antonio Cossidente.
Nel corso dell’interrogatorio del 7 febbraio 2020, riferisce della distruzione del cadavere della donna: «la donna venne fatta macinare con un trattore o data in pasto ai maiali».
Nel solco delle precedenti confessioni, si aggiunge anche quella del collaboratore di giustizia Pasquale Alessandro Megna, nipote di Pantaleone Mancuso alias “Scarpurni”. Il pentito narra di un incontro avvenuto tra suo padre e il “Pinnularu”. Quest’ultimo avrebbe confessato quanto riferito anche dagli altri collaboratori di giustizia. «Io, pe quattru sordi, a chija eppi u m’ajuntu ‘ncoju”» (ndr. io per quattro soldi a quella me la sono dovuta caricare addosso).
(redazione@corrierecali.it)

6.1.2021Omicidio Maria Chindamo: «È stata uccisa e data in pasto ai maiali

 

L’imprenditrice calabrese Maria Chindamo era stata rapita ed era scomparsa nel nulla la mattina del 6 maggio del 2016, davanti la sua proprietà agricola a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Oggi emergono nuove rivelazioni da parte del pentito di ‘ndrangheta Antonio Cossidente, ex affiliato del clan Basilischi di Potenza.
«Emanuele mi disse che la donna venne fatta macinare con un trattore o data in pasto ai maiali» riferisce Cossidente agli inquirenti. Si riferisce alle conversazioni avvenute in carcere con Emanuele Mancuso, figlio del noto boss Pantaleone. Il verbale delle sue deposizioni, reso noto da Il Vibonese, gettano un po’ di luce sul tragico destino dell’imprenditrice.

L’omicidio

Secondo la recente ricostruzione dei fatti, a compiere l’omicidio sarebbe stato il suo vicino di casa, Salvatore Ascone, un trafficante di droga molto vicino al clan Mancuso. Ascone si era interessato ad alcuni terreni della donna che erano confinanti con le sue proprietà, ma che lei si era sempre rifiutata di vendergli. Venne arrestato nel luglio 2019 con l’accusa di concorso in omicidio per aver manomesso le telecamere di videosorveglianza dell’abitazione della Chindamo il giorno prima della sua scomparsa, ma fu poi scarcerato per mancanza di prove dal Tribunale del riesame di Catanzaro.
Mancuso riferisce al collaboratore di giustizia che il piano di Ascone, detto il Pinnolaro, era di far ricadere le accuse dell’omicidio sui famigliari del marito della vittima che si suicidò in seguito alla separazione. Aveva, sostanzialmente, cercato di far passare l’omicidio dell’imprenditrice per una resa di conti tra famiglie.

Il rapporto stretto tra i due collaboratori di giustizia

Cossidente rivela di aver ottenuto le informazioni grazie al rapporto stretto che si è creato nel carcere di Paliano tra lui e il giovane Mancuso, che vedeva come un figlio per via della sua età di 31 anni. Emanuele Mancuso viene arrestato nel marzo del 2018 in una retata organizzata da parte della Procura antimafia di Catanzaro e dei carabinieri di Vibo Valentia.
Decide di collaborare con il magistrato Nicola Gratteri e inizia a parlare rivelando informazioni chiave che porteranno al successo di varie operazioni eseguite negli ultimi due anni. I suoi racconti iniziano a impaurire la sua famiglia, una delle ‘ndrine più potenti della provincia di Vibo Valentia, tanto che lo minacciano di sottrargli la figlia.
L’indagine della Dda di Catanzaro sulle pressioni al collaboratore di giustizia si è chiusa lo scorso ottobre con dieci indagati accusati a vario titolo di violenza privata, intralcio alla giustizia e favoreggiamento nei confronti di latitanti. 06 gennaio 2021 EDITORIALE DOMANI


13.10.2020 IL MISTERO DELLA MORTE A “LE IENE” – VIDEO 

Maria Chindamo, il mistero della morte a Le Iene. “Sono passati quattro anni da quando mia mamma è stata fatta sparire, sequestrata e uccisa” dice il figlio di Maria, la donna scomparsa quando il figlio aveva 19 anni.
Vincenzo, il fratello di Maria ha incontrato la Iena Nina Pamieri a cui ha raccontato che la donna veniva accusata di essere in qualche modo responsabile del suicidio di suo marito Nando. L’inviata indaga su questa tragedia immane, sulla quale potrebbe esserci l’ombra di personaggi davvero pericolosi.

 


 

13.1.2021  SERVIZIO RAI – CHI L’HA VISTO