Di Pietro: «Mi disse che dovevamo fare presto». Di Pisa: «Voleva riaprire l’inchiesta». E il 19 luglio Felice Lima
cercò il magistrato a Villagrazia. Ma cinque giorni prima era stata firmata la richiesta di archiviazione
Angelo Jannone
«L’inchiesta Mafia-Appalti non è mai stata archiviata». Roberto Scarpinato lo ha scritto su queste
pagine rispondendo alle domande ed ai tanti dubbi sollevati dal direttore Daniele Capezzone e
nelle molte inchieste del nostro giornale. Un'affermazione che, nella sua formulazione letterale,
merita una precisazione: non fu archiviato l'intero procedimento.
Vero. Perché il 25 giugno 1991, dell’informativa di oltre 900 pagine a firma di Mario Mori e
Giuseppe De Donno, consegnata a Giovanni Falcone nel febbraio di quell’anno, prima che si
trasferisse a Roma, vide la luce una richiesta di misure cautelari nei confronti di sole cinque
persone. La firma di cinque sostituti, Pietro Sciacchitano, Roberto Scarpinato, Gioacchino Natoli,
Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, per cinque misure: Angelo Siino, etichettato
successivamente il ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra e gestore del c.d. tavolino per
conto di Totò Riina, il geometra Giuseppe Li Pera, capo-area per la Sicilia della grande impresa di
costruzioni Rizzani de Eccher, Cataldo Farinella, Alfredo Falletta e Serafino Morici: imprenditori e
intermediari coinvolti nel meccanismo di spartizione e sottomissione Cosa Nostra. Una misura
eseguita pochi giorni dopo, che inasprì lo scontro tra ROS e Procura quando tutti gli altri
personaggi, mafiosi, imprenditori e politici coinvolti nell’indagine del ROS furono messi a
conoscenza del contenuto quasi integrale delle indagini anche mediante qualche iniziativa
“anomala” da parte dell’allora Procuratore Giammanco. Come la trasmissione dell’intero fascicolo
al Ministero della Giustizia che Claudio Martelli e Giovanni Falcone, rispedirono al mittente.
Ma il 13 luglio 1992 venne sottoscritta da Scarpinato e Guido Lo Forte una richiesta di
archiviazione relativa alla maggior parte delle posizioni dell'inchiesta nata dal rapporto dei Ros. Ed
è su ciò che accadde intorno a quella decisione, negli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino, che
restano interrogativi ai quali non sembra ancora essere stata data una risposta definitiva.
A riportarli in primo piano non sono congetture costruite trent’anni dopo, ma testimonianze raccolte
dal Csm, nei processi e dalla Commissione Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana
presieduta da Claudio Fava. Una commissione guidata da un esponente sicuramente non di centro
destra ma che si era mossa sulla stessa traccia, ripercorsa ed approfondita oggi dalla
Commissione Colosimo. Ma soprattutto vi è la relazione dell’avvocato Fabio Trizzino, genero di
Paolo Borsellino, che ha ricostruito date, dichiarazioni e documenti di quei cinquantasette giorni
trascorsi tra Capaci e via D’Amelio. Al centro proprio l’interesse di Borsellino per Mafia-Appalti,
probabilmente non la causa unica di una condanna a morte segnata da tempo, ma il vero
elemento acceleratore della strage di via D’Amelio.
Antonio Di Pietro, ascoltato dalla Commissione Fava, aveva ricordato un incontro con Borsellino ai
funerali di Giovanni Falcone. Davanti alla bara dell'amico, Borsellino gli disse: «Dobbiamo fare
presto, dobbiamo fare subito perché non abbiamo tempo». Per Di Pietro quelle parole erano riferite
ai colloqui avuti con Borsellino, alcuni anche alla presenza di Falcone. L’oggetto? Il rapporto Mafia-
Appalti. «Mani Pulite ha una madre e si chiama Mafia Appalti» Ha detto in una recente intervista
l’ex magistrato di tangentopoli. Ma non è l’unica testimonianza. Quella di Alberto Di Pisa alla
Commissione è ancora più netta. L’ex magistrato ha raccontato di avere incontrato Borsellino nella
camera ardente di Falcone. Parlarono della strage di Capaci. Di Pisa la definì «destabilizzante».
Borsellino lo corresse: «No, questa non è una strage destabilizzante, ma è una strage
stabilizzante». Poi aggiunse: «Io intendo riaprire le indagini su Mafia e Appalti».
Dunque, nelle ore e nei giorni immediatamente successivi a Capaci, Paolo Borsellino non
considerava quel dossier una storia chiusa. Al contrario, era determinato ad approfondire.
Ma da quando Paolo Borsellino comincia a manifestare il suo interesse per il dossier Mafia
Appalti? Di alcune ramificazioni di quel dossier se ne era già occupato con Antonio Ingroia da
Procuratore della Repubblica di Marsala. In particolare dell’appalto di Pantelleria, che vedeva
variamente coinvolta la Rizzani – De Eccher. In vista del suo arrivo a Palermo per prendere il
posto di Falcone il 1 marzo del 1992, proprio da Scarpinato si era fatto illustrare le principali
indagini di mafia in atto. Ma a lui non fu concessa da Giammanco la delega sulla provincia di
Palermo. E’ dopo la strage di Capaci, come ha raccontato Ingroia, che Borsellino, colpito dalle
annotazioni lasciate da Falcone, riguardanti il rapporto del Ros, cominciò interrogarsi su Mafia
Appalti. Due annotazioni: la prima riguardava le frizioni con Giammanco, per le indagini su un
imponente flusso di denaro e appalti pubblici gestiti dalla Regione. Un flusso emerso chiaramente
anche nelle intercettazioni di Corleone di quello stesso periodo, quando un referente romano della
massoneria al commercialista dei Corleonesi Pino Mandalari aveva annunciato “siamo pieni di
miliardi!”. Canali finanziari regionali che andavano incrociati con grandi imprese nazionali. Nella
seconda Falcone lamentava lo smembramento e i ritardi con cui era stata trattata l’informativa del
ROS. La decisione di Giammanco di smembrare e "spacchettare" il rapporto inviando i vari
tronconi alle procure minori dell’isola (Trapani, Marsala, Agrigento, Caltanissetta), di fatto
neutralizzandone la visione unitaria
Lo stesso Borsellino, nel suo ultimo intervento pubblico del 25 giugno alla Biblioteca comunale di
Palermo, confermò di avere letto gli appunti di Falcone e annunciò: «Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria competente». Non ne ebbe il tempo. L’esplosivo di via D’Amelio arrivò prima
