1.10.2009 – Gardini e Cosa nostra: quei legami che nessuno ricorda

 

C’è qualche legame che tiene insieme la parabola di Raoul Gardini nel mondo dell’economia italiana e gli affari di Cosa Nostra?

E’ questa la domanda a cui i giudici della Procura di Caltanissetta, che hanno aperto una nuova inchiesta sulla morte di Gardini, devono rispondere. Una storia vecchia ma attualissima quella dei colletti bianchi della mafia, degli appalti truccati o in regime di monopolio, del riciclaggio di centinaia di miliardi di vecchie lire attraverso i salotti buoni del capitalismo italiano.
Una storia che porta lontano e che potrebbe fare luce anche sulla stagione delle stragi, quella della ricerca di un nuovo patto con il potere politico mentre la prima repubblica stava per crollare e con essa i vecchi referenti della mafia.
Perché la leggenda che vuole vedere a tutti i costi qualche legame tra il mondo patinato del finanziere ravvenate e quello oscuro della mafia non si basa solo sui “si dice” né sulla parola dei pentiti. Ci sono atti processuali, una gran mole di documentazione, proveniente dai reparti di eccellenza della Guardia di Finanza e dello SCO della Polizia, che raccontano davvero un’altra storia e che stringono legami assai forti tra Ravenna, capitale della Ferruzzi, e il cuore di Cosa Nostra, a Palermo e provincia, feudo dei corleonesi.

Calcestruzzi SPA, la ditta nel cuore dei boss

Questa storia – di cui erano sicuramente a conoscenza sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino e che si concluderà giudiziariamente solo nel 2002, con la condanna dell’ex manager della Ferruzzi Lorenzo Panzavolta per lottizzazione abusiva in concorso con esponenti mafiosi – ha inizio negli anni ottanta.
Dopo il “golpe” all’interno della Cupola, i corleonesi decidono una nuova strategia nell’ambito degli appalti pubblici e privati affidandosi ad una delle famiglie più fedeli, quella dei Buscemi-Bonura che ha una sua ditta, la Calcestruzzi Palermo SPA.
Fu Riina in persona a fare entrare questa azienda nel grande gioco degli appalti, fino a Binnu Provenzano che la citava addirittura nei suoi famosi pizzini oltre un decennio fa.
Il rapporto tra esponenti di spicco di Cosa Nostra e alcune aziende del gruppo Ferruzzi, a voler leggere le sentenze, partirebbe proprio dalla Calcestruzzi Palermo all’inizio degli anni ’80.
Dall’inchiesta che ha visto condannati manager della holding ravvennate, in concorso con affiliati di Cosa Nostra, è stato appurato che “i rapporti fra il gruppo di Ravenna ed i BUSCEMI (per quanto attiene, la CALCESTRUZZI Palermo spa) hanno inizio nel 1982 allorchè la CALCESTRUZZI di Ravenna, amministrata da PANZAVOLTA Lorenzo, acquista da BUSCEMI Antonino il 40% del capitale sociale della CAVA OCCHIO con sede in Palermo” ( GIP Renato Grillo Procura di Palermo
2 ottobre 1997 ).
Due anni dopo l’inizio di questi rapporti, il capo mafia Antonino Buscemi, insieme con altri esponenti della sua famiglia, venne colpito da mandato di cattura nell’ambito delle indagini che porteranno al maxiprocesso e sulle proprietà della cosca si accesero i riflettori. Ma la Ferruzzi, ben lontana dall’idea di recidere quei rapporti, decise che al socio Buscemi va accordata una preziosa protezione, con un passaggio di beni fittizio, che dai giudici viene così sostanziata:
“Che si sia trattato di una vendita simulata avente il solo scopo di evitare il sequestro e la conseguente confisca di alcuni terreni intestati alla CALCESTRUZZI Palermo spa è però, innanzitutto, desumibile da una relazione dell’amministratore giudiziario dei beni di BUSCEMI Antonino nell’ambito di procedimento di prevenzione a carico di quest’ultimo instaurato nei primi anni 90”.

Socio occulto di Cosa Nostra

Attraverso una società di Gardini, quindi, uno dei mafiosi nel cuore di Riina ha goduto di una schermatura totale nelle indagini patrimoniali che lo riguardavano.
Nell’affare rientrava anche una enorme speculazione edilizia che colpiva una delle zone più belle di Palermo, Pizzo Sella, una montagna che domina il mare di Mondello, il lido della città.
Secondo i giudici anche quell’affare fu “un macroscopico fatto di simulata intestazione di beni a cui si sono prestati il PANZAVOLTA” e altri dirigenti della Ferruzzi e delegati personali di Gardini.
Ma gli affari tra il gruppo Ferruzzi e la famiglia Buscemi, a cavallo tra gli ’80 e i ‘90 furono almeno tre: quello riguardante le modalità di costituzione della F.I.N.S.AV.I. srl e della GENERALE IMPIANTI spa; quella degli investimenti occulti dei BUSCEMI-BONURA in Toscana per il tramite della CALCESTRUZZI spa di Ravenna ed, infine, l’operazione Pizzo Sella.
Queste operazioni affermano i giudici “appaiono rientrare in una più complessa operazione di reimpiego di capitali nella disponibilità dei BUSCEMI cui l’oramai scomparso Raoul GARDINI, PANZAVOLTA Lorenzo presidente del Consiglio di Amministrazione della Calcestruzzi spa (società capofila del gruppo FERRUZZI) ed i collaboratori di quest’ultimo si sono prestati nell’ambito di una complessa vicenda che, per circa un decennio, ha visto uno dei principali gruppi imprenditoriali del nostro paese divenire il socio occulto di una delle più potenti famiglie mafiose di Cosa Nostra il cui vero capo può ritenersi essere tuttora (benchè non abbia mai ufficialmente avuto la carica di reggente) quel BUSCEMI Antonino che, per volontà di Salvatore RIINA, è stato e tuttora è il più accreditato esponente della intera “Cosa Nostra” nel settore degli pubblici appalti e privati”.

Una sospetta contemporaneità

Le sorti degli investimenti della Ferruzzi negli appalti siciliani erano legate a filo doppio con la famiglia di Buscemi e, per suo tramite, con il ghota di Cosa Nostra.
Il gruppo ravennate, secondo i giudici, doveva restituire agli esponenti mafiosi le somme derivanti dalla vendita di partecipazioni azionarie che il gruppo FERRUZZI aveva nel 1986 acquisito e che riguardavano la titolarità di cave di marmo nella provincia di Massa Carrara.
Gli inquirenti hanno anche notato che “i fatti in discussione si verificano nello stesso lasso temporale in cui le società del gruppo FERRUZZI particolarmente operative nel settore degli appalti pubblici (CISA spa e soprattutto GAMBOGI spa: cfr. nota SCO del 7.2.1994 ed allegato nr. 21 di tale nota nonchè annotazione del Nucleo Operativo dei CC di Palermo del 25.8.1997) per volontà di Salvatore RIINA stanno per assumere un ruolo assolutamente centrale nel settore degli appalti pubblici, in società di fatto proprio con BUSCEMI Antonino”.

All’inizio fu una cava di marmo

Attraverso la Calcestruzzi di Ravenna, il gruppo mafioso imprenditoriale di Buscemi nel 1984 riuscì a comprare una serie di cave di marmo e ditte di materiali per l’edilizia nella zona di Massa Carrara, schermando il riciclaggio di denaro con una società che nominalmente era della Ferruzzi ma che, in pratica, aveva il 50 per cento di capitale dei Buscemi e alcuni dei uomini del boss-imprenditore al proprio interno.
In ordine di tempo, questa operazione risulta essere quella che per prima viene scoperta dagli inquirenti, nel 1991, ma solo tre anni più tardi diventerà un’ipotesi investigativa su cui lavorare, quando in un informativa dello SCO del febbraio del ’94 si affermava che “in alcuni casi la Calcestruzzi s.p.a. ha rilevato beni di notevole entità e valore da soggetti mafiosi che, molto spesso, sono riusciti, attraverso contratti societari, a mantenere la gestione, pur non figurando, dal punto di vista giuridico, quali unici proprietari, e ciò al fine di evitare l’applicazione delle specifiche disposizioni di legge vigenti nei confronti dei soggetti ritenuti appartenere ad organizzazioni di tipo mafioso”.( sull’acquisizione delle cave di Massa Carrara vedi documento accluso ).

Una risposta ancora manca

“Allo stato delle indagini non è dato conoscere, con assoluta precisione se vi sia stata una molla scatenante che abbia indotto i maggiori rappresentanti di uno dei gruppi imprenditoriali più importanti del nostro paese a mettere totalmente e del tutto consapevolmente a disposizione di pericolossissimi esponenti di Cosa Nostra la loro struttura, il credito acquisito presso il sistema bancario ed il loro prestigio, oppure se considerazioni di ordine economico e di puro profitto abbiano finito per prevalere su tutto”.
Questa è la domanda che ancora rimane inevasa da quando venne pronunciata in un aula di Tribunale a Palermo nel 1997.
Certo è che “la sicurezza di poter contare su un canale sicuro per il reimpiego degli illeciti proventi della propria attività delittuosa in tutto il territorio nazionale ed anche all’estero” era un’occasione da non lasciar perdere per i boss ma anche una circostanza che, come abbiamo visto nel caso dell’acquisizione delle cave in Toscana, non era così sconosciuta, almeno agli addetti ai lavori.
Ben prima dell’avvio di Tangentopoli e della stagione delle stragi, un collaboratore di giustizia non facente parte organicamente di “Cosa Nostra”, il geometra LI PERA, rappresentante per la Sicilia della impresa RIZZANI DE ECCHER, coinvolto in indagini giudiziarie concernenti il procedimento “ mafia ed appalti”, aveva dichiarato:
“Nulla so di presenze mafiose all’interno del gruppo FERRUZZI, anche se è notorio il “prestigio” di cui godeva BUSCEMI Antonino e correva voce, nel mondo imprenditoriale, che il gruppo FERRUZZI aveva rilevato quote societarie di pertinenza di BUSCEMI Antonino per evitare la confisca ai sensi della legge antimafia.
Attraverso discreti colloqui informali con BUSCEMI Vito ho appreso che era BUSCEMI Salvatore quello che aveva problemi con la giustizia e che BUSCEMI Antonino temeva di riflesso di essere coinvolto in inchieste giudiziarie”.

Secondo le direttive di Totò

Siamo all’inizio degli anni ’90 quando il geometra Li Pera racconta come funzionano gli appalti in Sicilia, e la Ferruzzi e Raoul Gardini sono in piena fase ascendente mentre il c.d. “tavolino degli appalti”, lo strumento di Cosa Nostra lavora a pieno ritmo e, soprattutto, le ditte appoggiate dai picciotti fanno affari in regime di monopolio.
E’ Salvatore Riina in persona a mettere a capo di tutto Antonino Buscemi, sostituendo un altro mafioso-imprenditore Angelo Siino, detto Bronson per la somiglianza con l’attore americano, quello che poi diventerà per la stampa di tutta Italia il ministro dei lavoro pubblici di Cosa Nostra.
Buscemi stabilirà le regole decise dai corleonesi, formando una sorta di consorzio per tutte quelle ditte che operavano nell’edilizia e operando come un amministratore delegato che, secondo Siino, “aveva messo al sicuro le sue imprese sotto l’ombrello del gruppo FERRUZZI, attraverso l’operazione di assorbimento della vecchia società Calcestruzzi Palermo s.p.a.
Nell’operazione, il BUSCEMI aveva mantenuto intatto il suo potere di controllo: infatti il BINI, persona tanto vicina al BUSCEMI da poter essere considerato la sua longa manus, assunse funzioni di manager nel gruppo FERRUZZI per l’imprenditoria pubblica e privata”.

Molto più di un sospetto

Che il rapporto tra Buscemi e il ghota di Cosa Nostra, e in particolare Riina, sia stato così stretto non sembrano esserci dubbi secondo i magistrati che hanno indagato su questo versante, visto che una percentuale di quasi l’un per cento di tutti gli appalti sull’isola mediati da Buscemi finivano direttamente nelle tasche della famiglia del boss di Corleone; un rapporto così stretto da aver ingenerato un sospetto altrettanto forte nei giudici: “Pur non risultando acquisiti elementi per affermare né per escludere che Salvatore Riina abbia investito propri capitali nelle attività imprenditoriali del gruppo Ferruzzi… certo è che Gardini e Penzavolta ben sapevano legare le loro sorti a quelle di soggetti di cui conoscevano l’influenza e il carisma nel contesto mafioso palermitano e anzi ritenendo proprio per questo di potere più facilmente introdursi nel difficile mercato siciliano”.

Solo leggende?

Ma al di là degli affari, potrebbe esserci un ancor più vecchio legame che sostanzierebbe l’ipotesi di una liason diretta e personale tra il finanziere di Ravenna e Cosa nostra.
Una storia che coinvolgerebbe la morte del vecchio capostipite Serafino Ferruzzi morto in un incidente aereo nel 1979 e a cui Raoul Gardini era legatissimo.
Ha raccontato il pentito Siino che il contatto con Cosa nostra sarebbe avvenuto in seguito al trafugamento della salma del suocero di Gardini, avvenuta effettivamente nel 1987, e che “i Ferruzzi si erano rivolti ai Buscemi che si erano dati da fare per recuperare la salma senza però riuscirvi.
In ogni caso Raul GARDINI rimase assai grato ai BUSCEMI e si mise a disposizione per aggiustamenti di processi grazie alle amicizie che vantava fra i politici”.
Altri strani racconti, ma qui si tratta davvero di leggende mai fino in fondo riscontrate, daterebbero l’inizio di tali rapporti alla fine degli anni ’70 quando una folta rappresentanza di mafiosi siciliani venne mandata al confino obbligato nel nord italia: tra di loro c’era Giacomo Riina, fratello di Salvatore, che in Emilia Romagna, a Budrio, era diventato contabile di una ditta importante, la Eminflex.
Al confino riceveva i suoi vecchi amici dalla Sicilia fra cui, secondo i rapporti di polizia dell’epoca, quel Francesco Bonura, parente e socio dei Buscemi nell’affare delle cave di marmo con la calcestruzzi di Ravenna. Lì sarebbe avvenuto il primo contatto attraverso alcune ditte riconducibili ai Ferruzzi.
Ma questa sembra davvero un’altra storia.
Sta di fatto che, con certezza, al 1993, quando Gardini si trovò coinvolto nell’inchiesta di Tangentopoli i contratti d’affari con la famiglia Buscemi erano ancora aperti e operativi e nulla faceva presagire che si sarebbero potuti chiudere.
Ciò avvenne solo dopo la morte del finanziere e per volontà altrui. Adesso, seguendo le nuove indagini della Procura di Caltanissetta, sembra che Cosa Nostra ci abbia voluto riprovare a fare affari nascosta dietro grandi e importanti nomi dell’imprenditoria nazionale, ma sempre con gli stessi uomini e con la stessa azienda. E, forse, con lo stesso scopo che in passato: acquisire contatti con il mondo dei grandi affari e attraverso questo con la politica. ARCHIVIO 900