VIA D’AMELIO Processo “Depistaggio Bis”- Deposizione Infantino

 

 

Armando Infantino ex poliziotto
“Ero in servizio alle scorte, aggregato alla ‘catturandi’, e mentre ero in auto con l’ispettore Lo Presti, e credo un altro collega, sentimmo questa fortissima esplosione, che si sentì in tutta Palermo.
Ci recammo in via d’Amelio. C’erano resti umani per strada. Appena arrivai nei pressi di via D’Amelio, vidi l’autista Antonio Vullo, unico sopravvissuto.
Non si era reso conto dell’esplosione.
Era convinto che gli altri agenti della scorta fossero vivi. Mi disse di andare dai colleghi perché diceva che erano in portineria. Ma i colleghi erano tutti a terra.
Era bruciato in faccia, gli scorreva sangue dal naso. L’ho fatto soccorrere da una volante. Aveva la pistola e la puntava contro le persone. Era sotto choc.
Era convinto che qualcuno volesse finirlo. E gliel’ho fatta togliere. C’era uno dei colleghi che sembrava ancora in vita perché non era ustionato ma poi sono andato a Villa Sofia e ho saputo che era morto.
C’era un caos enorme. Dai palazzi, uscivano bambini, donne in vestaglia, persone ferite. Poi ho visto il dottore Ayala, è uscito con le pantofole e i calzini bianchi”.
 

Sulla sparizione della  borsa del magistrato

“Mi ricordo che il mio caposquadra, l’ispettore Lo Presti, mi disse di prendere la valigia del dottore Borsellino, o meglio in quel frangente percepii che era la borsa del giudice ma ero più impegnato a pensare ai feriti. Un carabiniere senza divisa mi ha consegnato questa valigia bruciacchiata. Quando ho ricevuto la borsa in cuoio, color marrone, era intatta, ma girandola si vedeva che era un po’ bruciacchiata. Nessuno la aprì, rimase chiusa. Dal peso compresi che conteneva alcuni oggetti.
L’ha data a me perché sull’evento procedeva la polizia.
L’ho messa in un’Alfa 33, una delle macchine di servizio. Ricordo che c’era anche un’altra borsa a cartella, molto larga di colore chiaro, più chiara dell’altra. Può essere che fosse di un funzionario ma, devo dire la verità, c’era quest’altra valigia”.


21.4.2026 – Precedente deposizione 
Strage di via D’Amelio, l’ex agente Armando Infantino: «Lo Presti mi consegnò la valigia di Paolo Borsellino. C’erano resti umani per strada, ecco cosa ricordo»

Imputati i poliziotti Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco

 
Strage di via D’Amelio, l’ex agente Armando Infantino: «Lo Presti mi consegnò la valigia di Paolo Borsellino. C’erano resti umani per strada, ecco cosa ricordo»

«Mi ricordo che il mio caposquadra, l’ispettore Lo Presti mi disse di prendere la valigia del dottore Borsellino, o meglio in quel frangente percepii che era la borsa del giudice ma ero più impegnato a pensare ai feriti. Un carabiniere senza divisa mi ha consegnato questa valigia bruciacchiata. L’ha data a me perchè sull’evento procedeva la polizia. L’ho messa in un’Alfa 33, una delle macchine di servizio. Ricordo che c’era anche un’altra borsa a cartella, molto larga di colore chiaro, più chiara dell’altra. Può essere che fosse di un funzionario ma, devo dire la verità, c’era quest’altra valigia».
Lo ha detto l’ex poliziotto, oggi in pensione, Armando Infantino, sentito come teste al processo sul «depistaggio bis» sulle indagini della strage di via d’Amelio a Palermo, che si tiene a Caltanissetta e che vede imputati i poliziotti Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco. Sono accusati di avere dichiarato il falso durante il processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio a carico di tre loro colleghi. Il poliziotto ha ripercorso i drammatici momenti dopo l’esplosione dell’autobomba in via Mariano d’Amelio il 19 luglio 1992 in cui furono uccisi il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque polizotti della scorta.
«Ero in servizio alle scorte, aggregato alla ‘catturandi’, e mentre ero in auto con l’ispettore Lo Presti, e credo un altro collega sentimmo questa fortissima esplosione, che si sentì in tutta Palermo. Ci recammo in via d’Amelio. Io  spiega Infantino – sono rimasto in macchina da solo e ho visto il poliziotto, unico sopravvissuto, Antonio Vullo. Era ferito ed era convinto che gli altri colleghi fossero ancora vivi e mi ha indirizzato verso la portineria. Però poi ho visto che i colleghi erano tutti a terra».

Lo scenario

«C’erano resti umani per strada – ha continuato – Vullo era in stato di choc, col sangue in faccia, gli usciva anche sangue dal naso.

L’ho fatto soccorrere da un’ambulanza. Era in stato confusionale e puntava la pistola contro le persone. Era convinto che qualcuno volesse finirlo. E gliel’ho fatta togliere. C’era uno dei colleghi che sembrava ancora in vita perché non era ustionato ma poi sono andato a Villa Sofia e ho saputo che era morto. C’era un caos enorme. Dai palazzi, uscivano bambini, donne in vestaglia, persone ferite. Poi ho visto il dottore Ayala, è uscito con le pantofole e i calzini bianchi». La pm Chiara Benfante ha chiesto poi se sul luogo della strage fosse presente qualcuno dei servizi segreti. «No – ha risposto Infantino – o meglio, nessuno si è qualificato come tale».

APPROFONDIMENTI

 

21.4.2026 Strage di via D’Amelio, in aula a Caltanissetta il racconto sulla borsa di Borsellino

La gestione delle indagini dopo la strage di via D’Amelio torna al centro del processo «Depistaggio bis» davanti al Tribunale di Caltanissetta. Sotto accusa quattro poliziotti – Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco – all’epoca nel gruppo investigativo guidato da Arnaldo La Barbera.
Secondo l’accusa, avrebbero reso dichiarazioni false o omesso elementi rilevanti nel primo processo sul depistaggio, legato al ruolo del falso pentito Vincenzo Scarantino, che sarebbe stato «indottrinato» per accusare innocenti e deviare le indagini sull’attentato in cui fu ucciso Paolo Borsellino.
In aula è arrivato il racconto dell’ex poliziotto Armando Infantino, tra i primi ad arrivare sul luogo dell’esplosione. «Il mio caposquadra mi disse di farmi consegnare la valigia del dottore Borsellino», ha spiegato, ricostruendo il momento in cui prese la borsa «bruciacchiata» e la caricò su un’auto di servizio.
Il teste ha descritto anche le condizioni della scena subito dopo l’attentato: «C’erano resti umani per strada». E ancora: «Vidi l’autista Antonio Vullo, non si era reso conto dell’esplosione, era sotto choc». Infantino ha parlato di caos, feriti che uscivano dai palazzi e soccorsi improvvisati. Il processo punta a chiarire eventuali responsabilità nella gestione delle prime fasi investigative e possibili livelli superiori nel depistaggio.