28.5.1993 Via D’Amelio presa la «spia»


 

Avrebbe manomesso la centralina collegata alla casa dei familiari del giudice e poi avvertito i boss Avrebbe manomesso la centralina collegata alla casa dei familiari del giudice e poi avvertito i boss Via D’Amelio, presa la «spia» Tecnico dei telefoni controllava Borsellino  Tecnico di una società che si occupa di impianti telefonici, fratello di un presunto mafioso: l’ideale per dare via libera ai mafiosi incaricati della strage in via D’Amelio a Palermo.
E’ Pietro Scotto, 43 anni, fermato su ordine dei giudici di Caltanissetta per concorso nella strage. Avrebbe avvertito i boss già il giorno prima che il giudice Paolo Borsellino nel pomeriggio di domenica 19 luglio scorso sarebbe andato a far visita all’anziana madre e alla sorella Rita nel loro alloggio in via D’Amelio. Scotto, che abita nei dintorni, avrebbe manomesso la cabina telefonica del palazzo e la centralina della zona, che è in strada, e realizzato un «ponte» collegando la sua utenza con quella delle congiunte del magistrato. Eliminato Giovanni Falcone nella strage di Capaci il 23 maggio, Borsellino era stato a sua volta condannato a morte. Troppo pericoloso a causa delle indagini che stava portando avanti per risalire ai mandanti e agli esecutori del delitto Falcone. Quello attribuito a Scotto è stato un intervento da autentico specialista che certo uno sprovveduto o un tecnico mediocre non avrebbe mai potuto realizzare. Da quel momento la mafia ha controllato parte degli spostamenti segretissimi del giudice. In un primo momento si era saputo che Borsellino aveva avvertito soltanto poco prima madre e sorella del suo prossimo arrivo con la scorta in via D’Amelio. Invece la fatale telefonata la fece in realtà il giorno prima. Così il piano della strage potè essere definito in tutti i dettagli e senza alcuna fretta dai boss e dagli esperti in esplosivi che fecero saltare mezza strada massacrando il procuratore aggiunto della Repubblica e cinque dei sei poliziotti che lo scortavano. Un nucleo speciale della polizia e carabinieri del Ros, il reparto operativo speciale dell’Arma, sono risaliti a Scotto anche grazie a quanto hanno detto due mafiosi pentiti. La loro identità non è stata rivelata perché entrambi avrebbero preteso finora la massima copertura. Così li hanno chiamati in codice «Alfa» e «Beta» a onta della curiosità di chi – e si può esser certi i boss per primi – invece vorrebbe conoscere subito i loro nomi e cognomi. Pietro Scotto attualmente si trova in un carcere di massima sicurezza. E’ a disposizione dei magistrati dopo che quelli della direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta hanno chiesto la convalida del suo fermo al giudice per le indagini preliminari
Sebastiano Bongiorno ieri in missione fuori città per alcuni interrogatori coperti dal riserbo. Il procuratore Gianni Tinebra incontrando i giornalisti ieri ha detto: «La sua qualifica professionale ci fa capire quale poteva essere il suo ruolo inquadrato in un certo contesto». E ha aggiunto: «Oggi abbiamo salito un gradino. Speriamo adesso di poter passare a quello successivo». Ancora su Scotto, quattro figli, fratello di Gaetano indicato da più fonti come uno dei più influenti boss della borgata palermitana dell’Arenella, Tinebra ha affermato: «Non è la prima volta che Scotto si dedica a questo tipo di attività». Una precisazione con cui il procuratore può aver inteso dire che Scotto nel suo lavoro in passato ha realizzato collegamenti «volanti» fra utenze telefoniche come quello tra casa sua e quella delle familiari di Borsellino. Oppure Tinebra può aver rilevato che il tecnico altre volte con «lavoretti» analoghi si era reso utile ai clan.
A Caltanissetta, in Procura, ieri è stato pure fatto presente che si è risaliti a Scotto anche grazie alla perizia affidata a esperti. Il tecnico non è il primo incriminato per concorso nella strage e questa circostanza lascia ben sperare sull’esito finale delle indagini. Vincenzo Scarantino, pregiudicato per rapina e furti, 27 anni, tutto sommato un «pesce piccolo», residente nel rione Brancaccio e cognato di un presunto boss della borgata agrumaria Santa Maria di Gesù Salvatore Profeta, è stato arrestato già nello scorso autunno. L’accusano di aver fornito agli incaricati della strage la Fiat 126 che fu poi imbottita di tritolo e fatta esplodere in via D’Amelio all’arrivo di Borsellino e della scorta. Scarantino, iscritto a una delle più antiche confraternite religiose della città, moglie e tre figli, avrebbe ingaggiato tre «picciot¬ ti» senza arte né parte incaricandoli di rubare l’utilitaria.
Due dei tre, scoperti dalla polizia e arrestati per il furto della 126, Salvatore Candura e Luciano Valenti, finiti in prigione, avrebbero chiamato in causa Scarantino negando di aver saputo che quella piccola vettura rossa fosse destinata a diventare una micidiale autobomba. Fu anche coinvolto nelle indagini il metronotte Ignazio Sanna, in servizio nella zona il giorno della strage, che secondo gli investigatori avrebbe necessariamente dovuto notare i movimenti sospetti attorno alla 126 posteggiata per tempo davanti al palazzo dove abitavano madre e sorella del giudice. Dopo esser riuscito a dimostrare la sua innocenza, Sanna sta ancora passando guai: è stato licenziato, gli è stato anche tolto il porto d’armi.Quasi ogni giorno è a Palazzo di giustizia per chiedere la piena riabilitazione. Antonio Ravìdà