L’autobomba di via D’Amelio


Fiat 126 avente il numero di telaio ZFA126A008781619, di colore rosso immatricolata il 25.10.1985 con targa PA790936, di proprietà di DAGUANNO Maria ed in uso a VALENTI Pietrina, da utilizzare quale autobomba, nonché delle targhe della Fiat 126 targata PA 878659, intestata a Sferrazza Anna Maria e

IL FURTO DELLA 126 Via Bartolomeo Sirillo, notte tra l’8 e il 9 luglio 1992. A via Sirillo, una traversa di via Oreto Nuova, nei pressi della stazione ferroviaria, è parcheggiata la Fiat 126 che dieci giorni dopo esploderà in via D’Amelio. A rubare l’auto – di proprietà di Pietrina Valenti che il giorno dopo denuncia il furto – sono Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino. Rompono il bloccasterzo ma la 126 non parte e la portano via a spinta

IL PRIMO NASCONDIGLIO La ricoverarono nel magazzino di via Gaspare Ciprì, n. 19, a Palermo. Notte tra l’8 e il 9 luglio. Qui, nel cuore di Brancaccio, Spatuzza ha un magazzino, dove ha “macinato” e tiene l’esplosivo che servirà per l’attentato. E qui è il primo nascondiglio della 126. Spatuzza si rende conto che l’auto ha freni e frizione difettosi
 

LA RIPARAZIONE DELLA 126 Corso dei Mille, due giorni più tardi. Spatuzza porta l’auto in un magazzino di corso dei Mille, dove Maurizio Costa, un meccanico all’oscuro del piano mafioso, ripara freni e frizione. L’auto viene svuotata, ripulita, i documenti sono bruciati, vengono applicate due targhe false. Spatuzza acquista batterie e antennine per l’innesco dell’esplosivo

L’INNESCO DELL’ESPLOSIVO Via Pietro Villasevaglios, il 17 luglio. Un piccolo corteo si muove da corso dei Mille: Spatuzza al volante della 126 con accanto Fifetto Cannella; li precede su un’altra auto Nino Mangano, boss di Brancaccio. Un posto di blocco della Finanza rallenta la marcia ma alla fine, lungo il percorso piazza dell’Ucciardone-Borgo Vecchio-piazza della Pace-via Don Orione, la 126 arriva a un garage di via Villasevaglios. Qui Spatuzza trova ad attenderlo due boss di Brancaccio, Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, e un misterioso personaggio sui cinquant’anni che non appartiene a Cosa Nostra. L’auto viene imbottita di esplosivo e “innescata”

L’ATTENTATO Via Mariano D’Amelio, 19 luglio. Alle sette del mattino un personaggio ancora protetto dagli omissis dei verbali d’inchiesta porta la 126 fino al portone della casa dove abita la madre del giudice Paolo Borsellino. Appostato nei giardinetti della strada, a quaranta metri dall’auto-bomba, è Giuseppe Graviano, alle 16 e 58, a premere il pulsante dell’ordigno che sterminerà Borsellino e cinque uomini della sua scorta

 

 

 

Da VIA VILLASEVAGLIOS a VIA D’AMELIO

 

 


Vittorio Tutino, un altro mafioso di Brancaccio coinvolto nel massacro

dal “BORSELLINO QUATER”

Già si è visto, analizzando l’articolato racconto di Gaspare Spatuzza sulla preparazione della strage di via D’Amelio, come si tratti di dichiarazioni provenienti da una fonte assolutamente credibile, che si è autoaccusata, innanzitutto, della partecipazione ad un eccidio per il quale lo stesso Spatuzza non sarebbe mai stato perseguito (attese le responsabilità già irrevocabilmente accertate nei precedenti processi per questi fatti), dando molteplici spunti all’autorità giudiziaria, per riscontare positivamente le sue dichiarazioni (logiche, coerenti, circostanziate, precise e continue) e mettendo così in discussione una parte di quanto veniva accertato dalle precedenti sentenze irrevocabili sulla strage di via D’Amelio.
Del pari, sono stati diffusamente analizzati i motivi della ritenuta attendibilità delle medesime dichiarazioni, alla luce delle altre risultanze istruttorie di questo processo e di quelli precedenti, contestualmente confutando i rilievi critici avanzati dalla difesa di Vittorio Tutino, in relazione ad alcune apparenti discrasie nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia o contraddizioni rispetto ad ulteriori risultanze (ad esempio: sulla sistemazione dei freni e la chiusura della portiera della Fiat 126; sul possesso della carta di circolazione della medesima automobile, da parte della proprietaria; sulla chiusura del portone d’accesso alla carrozzeria di Giuseppe Orofino; etc…).
Ancora, sono stati singolarmente analizzati e valutati anche gli ulteriori elementi di prova, richiesti dalla legge, a conferma della chiamata in correità di Gaspare Spatuzza, superando (ancora una volta) i rilievi critici della difesa sulla collaborazione di Tullio Cannella (per un suo potenziale interesse all’accusa) e su quelle, sopravvenute nel corso del dibattimento, di Vito Galatolo (per la progressione dichiarativa) e Francesco Raimo (soprattutto per la tardività della sua dichiarazione, fatta ad un anno dalla chiusura del verbale illustrativo).
Inoltre, sono state prese in considerazione anche le dichiarazioni rese dall’imputato, negli esami dibattimentali (come detto, anche in quello del procedimento c.d. Capaci bis, oltre che in questo dibattimento) e nel suo confronto con due dei suoi accusatori (Gaspare Spatuzza e Vito Galatolo).

Il contributo di Tutino all’attentato

[…] la Corte d’Assise ritiene ampiamente comprovato, oltre ogni ragionevole dubbio, il rilevante contributo materiale fornito da Vittorio Tutino alla preparazione della strage del 19 luglio 1992 e -conseguentemente- nella devastazione di autovetture ed immobili, realizzata in via D’Amelio ed, ancora, il suo concorso, di tipo morale, nella detenzione e porto in luogo pubblico dell’ingente quantità di esplosivo stipato nel portabagagli della Fiat 126, appunto procurando quest’ultima autobomba ed una parte del materiale necessario a farla esplodere a distanza (le due batterie e l’antennino), oltre alle targhe da apporre alla stessa (per dissimularne la presenza), con la consapevolezza e la volontà di mettere in pericolo l’incolumità pubblica, accettando anche di devastare tutto quanto si trovasse nei pressi della deflagrazione e, come si vedrà di qui a breve, con la chiara intenzione di uccidere taluno.
[…] vanno evidenziati i seguenti elementi, che fanno concludere -senza alcun ragionevole dubbio- per la piena consapevolezza, da parte dell’imputato, della destinazione dell’autovettura rubata assieme a Gaspare Spatuzza al compimento di un attentato da porre in essere con l’esplosivo e sulla pubblica via, con modalità tali da mettere in pericolo l’incolumità pubblica e con la chiara e precisa intenzione di uccidere taluno, anche devastando quanto presente nei paraggi della deflagrazione.

In tal senso, si deve evidenziare che:

▶️ già nel corso del mese di giugno del 1992, Vittorio Tutino sapeva che si doveva realizzare qualcosa di molto eclatante, proprio in via Mariano D’Amelio, e per tale motivo faceva in modo che i suoi cognati non frequentassero più, come facevano d’abitudine, prima d’allora, il parcheggio gestito dai Galatolo, ad appena 100/200 metri, in linea d’aria, dal luogo dell’esplosione, raccomandando pure a Vito Galatolo di non avere più “niente a che fare in questo posteggio”; appunto, dopo aver fatto in modo che i propri cognati non frequentassero più il parcheggio vicino alla via Mariano D’Amelio ed aver consigliato anche a Vito Galatolo di non recarvisi più,

▶️ Vittorio Tutino, assieme a Gaspare Spatuzza, rubava la Fiat 126, nei primi giorni del mese di luglio 1992 e veniva pure incaricato, nello stesso contesto, di procurare due batterie ed un’antennino, strumenti essenziali per alimentare e collegare i micidiali dispositivi, destinati a far brillare il materiale esplosivo;

▶️ ancora, sabato 18 luglio 1992, dopo aver consegnato le due batterie e l’antennino a Gaspare Spatuzza, Vittorio Tutino andava con lui a rubare delle targhe di un’altra Fiat 126;

▶️ infine, l’imputato veniva anche avvisato di “non passare per strada”, prima della strage di via D’Amelio, come commentava, durante la comune latitanza, con Gaspare Spatuzza (lamentandosi col sodale di non aver nemmeno ricevuto un analogo avvertimento, prima della strage di Capaci).

 


GASPARE SPATUZZA

  • “So di via D’Amelio perché l’auto imbottita di tritolo l’ho rubata io…”. Comincia così il primo interrogatorio – il 26 giugno del 2008 – dell’uomo d’onore di Brancaccio con il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari.
  • “Io fui incaricato di un furto di una Fiat 126 da Fifetto Cannella, per ordine del boss Giuseppe Graviano.
  • L’ho rubata io insieme a Vittorio Tutino, nella notte fra l’8 e il 9 luglio, dieci giorni prima della strage. Poi, l’ho tenuta in diversi magazzini”.
  • “Cannella, mi disse che avrei dovuto rubare proprio una 126. Era prima di mezzanotte.  
  • L’abbiamo trovata in una stradina che collega via Oreto Nuova con via Fichi d’India… io rimango in macchina… vedendo che lui, il Tutino, aveva perso del tempo… cerco di andare a vedere cosa stava combinando… quindi scendo dalla macchina e gli dico: ‘Ma che fai?’… e lui mi dice: ‘Mi viene difficile a rompere il blocca sterzo’… rimango lì con lui che poi è riuscito a romperlo ma non ce la facciamo a metterla in moto perché aveva rotto tutti i fili, quindi decidiamo di portarla via a spinta”.
  • L’auto che ucciderà il procuratore Borsellino, dieci notti prima era una carcassa che neanche partiva.
  • la portiamo in un magazzino di Fondo Schifano.
  • Percorriamo via Fichi d’India, San Ciro, via San Gaetano fino al capannone dove io avevo già iniziato la ‘macinatura’ dell’esplosivo che era nascosto in alcuni fusti di metallo”.
  • Spatuzza e Tutino avvertono Fifetto Cannella e Giuseppe Graviano: “Abbiamo la macchina”.
  • Spatuzza incontra da solo il suo boss,Giuseppe Graviano. Dice: “Mi fa un sacco di domande: mi chiede di questa 126… dove l’avevo rubata, se era intestata a persone di nostra conoscenza e gli ho detto di no, se qualcuno l’aveva già cercata e gli ho detto ancora di no. Gli ho spiegato che c’era la frizione bruciata
  • gli ho anche detto che ci ha… il problema della frenatura… che freni non ce ne ha… lui mi dice: ‘Puliscila tutta e di levare tutti i santini e anche l’immagine di Santa Rosalia’. Io quindi la pulisco tutta… levo tutti i segnali di riferimento che si poteva e ho bruciato i documenti, fogli, tutto quello che esisteva l’ho bruciato… anche un ombrello”.
  • Dopo due giorni Spatuzza sposta l’auto in un altro suo magazzino di corso dei Mille, dove poi porta un meccanico. “Sono andato a cercare a questo Maurizio Costa e gli ho detto che dovevamo fare un lavoretto nella 126, gli ho spiegato che si doveva fare la frenatura ma non gli ho detto altro.
  • Gli ho fatto capire che l’auto era di un latitante e gli ho fatto capire anche che non doveva parlare. Quindi sono andato a comprare i ganasci, olio e altri pezzi. Ho speso quasi centomila lire”.
  • Spatuzza riceve da Vittorio Tutino due batterie e un antennino da collegare a un telecomando. E anche l’ordine di rubare due targhe di altre Fiat 126 per metterle sopra all’autobomba.
  • Il boss Graviano gli raccomanda di rubare le targhe il sabato mattina, il 18 luglio. Così il furto, probabilmente, verrà denunciato solo il lunedì successivo. Dopo la strage.
  • venerdì 17 luglio, verso le tre del pomeriggio, una Fiat 126 color amaranto scivola per le vie di Palermo carica di tritolo.
  • Alla guida c’è Gaspare Spatuzza, accanto a lui Fifetto Cannella. Appena s’infila in corso dei Mille, Spatuzza incrocia con lo sguardo Nino Mangano, il capo del mandamento di Brancaccio che gli fa da battistrada su un’altra automobile.
  • Quando Nino Mangano gli dice che la strada è libera, la Fiat 126 ritorna indietro, supera l’Ucciardone e punta verso la via Don Orione. Dopo poche decine di metri l’utilitaria sparisce dentro un garage di via Villasevaglios 17.
    C’è uno scivolo di cemento, c’è un cancello di ferro e poi una saracinesca.
    Quando sale, Gaspare Spatuzza infila il muso della Fiat 126 lì dentro, dove
  • ci sono ad aspettarlo due uomini. Uno è Renzo Tinnirello della “famiglia” di corso dei Mille, l’altro è Ciccio Tagliavia di Brancaccio. Ma alle loro spalle, nell’ombra, c’è anche uno sconosciuto, un uomo di una cinquantina d’anni che non è un mafioso.
    Spento il motore della Fiat 126,
  • Tinnirello dice a Spatuzza di pulire lo sterzo per cancellare le sue impronte digitali. Poi Tinnirello e Tagliavia imbottiscono l’auto e preparano l’innesco.
  • Spatuzza torna verso la sua Brancaccio, passa dall’Ucciardone (“il posto di blocco della Finanza non c’era più”) e intuisce – dalla vicinanza con la casa della madre di Paolo Borsellino – a cosa servirà quella Fiat 126.
  • Era dalla prima settimana di luglio che erano cominciati gli appostamenti in via Mariano D’Amelio. Il primo sopralluogo. Poi, il secondo sopralluogo “circa una settimana prima della strage”. Li avevano fatti Fabio Tranchina e Giuseppe Graviano.
  • Il boss aveva chiesto a Tranchina  di procurarsi anche un appartamento lì vicino (“senza agenzie, mi raccomando…”) ma poi aveva visto un giardino dietro la casa della madre del magistrato e aveva deciso di piazzarsi lì con il telecomando.
  • Sabato 11 luglio il boss Salvatore Biondino e i due cugini Salvatore Biondo e Giovan Battista Ferrante (uno detto “il  lungo” e l’altro “il corto”) provano il telecomando in campagna.
  • Lunedì 13 luglio i Ganci della Noce contattano Antonino Galliano e lo avvertono di “tenersi pronto per pedinare” Borsellino la domenica successiva.
  • Il 16 luglio Salvatore Biondino dice a Giovanni Brusca che è “sotto lavoro” ma che non ha bisogno di aiuto per la strage.
  • Il 17 luglio Biondino chiama Ferrante e gli ordina “di tenersi libero per domenica che c’è da fare”.
  • Sabato 18 luglio Raffaele Ganci informa Salvatore Cancemi che, il giorno dopo, Borsellino morirà.
  • Alle sette del mattino di domenica 19 luglio i mafiosi delle “famiglie” della Noce, di San Lorenzo e di Porta Nuova sono “in osservazione” intorno a via Mariano D’Amelio.
  • Alle 16,58 il procuratore salta in aria con cinque agenti della sua scorta.

La dinamica esecutiva è stata ricostruita nei seguenti termini.

  • Una settimana prima della strage, Fabio Tranchina compiva due appostamenti in via Mariano d’Amelio insieme a Giuseppe Graviano, il quale gli chiese, in un primo momento, anche di procurargli un appartamento nelle vicinanze, per poi dirgli che aveva deciso di piazzarsi nel giardino dietro un muretto in fondo a via d’Amelio per azionare il telecomando che provocò l’esplosione.
  • Su incarico di Giuseppe Graviano (veicolato tramite Cristofaro Cannella), Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino rubarono una Fiat 126, tra la fine della prima settimana di luglio e la sera del giorno nove. La proprietaria dell’auto, Pietra Valenti sporse denuncia di furto il 10 luglio 1992.
  • Dopo le iniziali difficoltà, Tutino riuscì a rompere il bloccasterzo con un «tenaglione» e l’auto venne portata via a spinta.
  • La ricoverarono nel magazzino di via Gaspare Ciprì, n. 19, a Palermo.
  • Dopo il furto, Spatuzza incontrò Giuseppe Graviano a Falsomiele nella casa di Cesare Lupo (cognato di Fabio Tranchina) e lo informò di alcuni problemi che l’autovettura presentava la frizione e ai freni.
  • Graviano gli raccomandò di ripristinarne l’efficienza e di togliere dalla macchina ogni elemento che potesse consentire di risalire al proprietario. E così fece.
  • Si era, perciò, rivolto a un meccanico di sua conoscenza, che lavorava presso l’officina di Agostino Trombetta per farle riparare e per questo aveva pagato 100.000 lire.
  • Poi, Spatuzza la trasportò sabato 18 luglio 1992, mentre Cannella e Antonino Mangano lo precedevano alla guida di due auto per indicargli il percorso, nel garage di via Villasevaglios, ove Lorenzo Tinnirello, Francesco Tagliavia e altri membri del commando operativo la imbottirono di esplosivo: circa 90 chilogrammi di plastico Semtex-H di tipo militare e di produzione cecoslovacca (composto da pentrite, tritolo e T4)23.
  • Tutino e Spatuzza recuperarono due batterie e un’antenna per alimentare e collegare i micidiali dispositivi destinati a far brillare la carica, nonché le targhe, che venivano consegnate a Giuseppe Graviano, da apporre alla 126 rubata per dissimularne la presenza sui luoghi della strage.
  • Su incarico di Giuseppe Graviano, Tranchina procurò il telecomando.
  • Salvatore Biondo (classe 1955), l’omonimo Salvatore Biondo (classe 1956), Domenico e Stefano Ganci, Cristofaro Cannella e lo stesso collaboratore Ferrante hanno provato il funzionamento del telecomando e dei congegni elettrici che servirono per l’esplosione e
  • segnalato telefonicamente, anche procedendo a pedinamenti, gli spostamenti del giudice Borsellino e della scorta fino a poco prima della strage (dato che ha trovato conferma nell’analisi dei tabulati telefonici delle utenze poste nella loro disponibilità).
  • Salvatore Biondino, in particolare, avvisò Ferrante perché la domenica 19 luglio si sarebbe dovuto colpire il dottor Borsellino e lo incaricò di segnalare lo spostamento del giudice dalla sua abitazione.
  • Raffaele Gangi, il quale fornì un notevole contributo, informò Salvatore Cancemi che l’attentato sarebbe avvenuto quella domenica sotto casa della madre del giudice.
  • Biondino aveva già riferito a Giovanni Brusca di «essere sotto lavoro»24.

“Quell’autobomba rubata a spinta” il racconto del pentito Spatuzza

 

“Io so di via D’Amelio perché l’auto imbottita di tritolo l’ho rubata io”. Comincia così la narrazione con cui Gaspare Spatuzza riscrive la strage di Borsellino e della sua scorta e scagiona otto palermitani condannati all’ergastolo per quel reato. Una testimonianza ricca di dettagli, compresa la descrizione di un misterioso cinquantenne, “non di Cosa Nostra”, che aspettava la Fiat 126 nel garage dove fu trasformata in autobomba: un uomo che potrebbe essere il collegamento con i servizi deviati.

 

Tutto cominciò con una soffiata. Ancora oggi non si sa esattamente da dove è venuta. Forse dal Sisde, il servizio segreto civile che l’ha trasmessa alla polizia di Palermo. O forse dalla polizia di Palermo, che l’ha trasmessa al Sisde. Era una soffiata fasulla. Sull’auto che aveva fatto saltare in aria Paolo Borsellino e sui mafiosi che l’avevano rubata. Dopo quasi vent’anni, è arrivato però Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia delle stragi siciliane.
Lo  racconta lui come hanno ammazzato, il 19 luglio del 1992, l’erede di Falcone.
Cancellando con le sue confessioni indagini pilotate e processi passati al vaglio della Cassazione, indicando depistaggi e piste ingannevoli.
Un romanzo nero riscontrato punto dopo punto negli ultimi due anni.
In una drammatica narrazione Gaspare Spatuzza rivela come i boss – e probabilmente qualcun altro – prepararono ed eseguirono il massacro.
“Io so di via D’Amelio perché l’auto imbottita di tritolo l’ho rubata io…”. Comincia così il primo interrogatorio – il 26 giugno del 2008 – dell’uomo d’onore di Brancaccio con il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari. Repubblica è venuta in possesso delle 1138 pagine della richiesta di revisione con la quale la magistratura di Caltanissetta ha chiesto la “sospensione della pena” per otto imputati ingiustamente condannati all’ergastolo, otto palermitani trascinati nel gorgo delle investigazioni da falsi collaboratori di giustizia e da un’inchiesta poliziesca che oggi è sotto accusa. Se quasi vent’anni fa, poliziotti e pubblici ministeri si erano fidati (dopo quella soffiata “inquietante”, come la definiscono i procuratori siciliani) del picciotto di borgata Vincenzo Scarantino che li ha portati verso il nulla, adesso Gaspare Spatuzza spiega come andarono veramente le cose. E parla soprattutto di sé. Di quando lui – e non Scarantino, il bugiardo – rubò quella Fiat 126 che poi servì per l’attentato. Di come la portò in giro per Palermo. Fra garage e magazzini, dalla foce del fiume Oreto fin sotto la casa della madre del magistrato.
Tutte le falsità del pentito Scarantino si erano concentrate proprio sul furto di quella 126. Ecco la nuova versione di Gaspare Spatuzza. Con un disegno di suo pugno del luogo dove rubò l’auto. Con tutte le foto del percorso dell’utilitaria attraverso Palermo: dal box dove fu custodita al box dove fu imbottita di esplosivo.
Parla Gaspare Spatuzza: “Io fui incaricato di un furto di una Fiat 126 da Fifetto Cannella, per ordine del boss Giuseppe Graviano. In quel momento ho pensato subito al giudice Rocco Chinnici, anche lui saltò su una 126… ma non sapevo ancora a cosa mi stavo prestando… L’ho rubata io insieme a Vittorio Tutino, nella notte fra l’8 e il 9 luglio, dieci giorni prima della strage. Poi, l’ho tenuta in diversi magazzini”.
Il pentito racconta come preparano la strage, giorno dopo giorno: “Cannella, mi disse che avrei dovuto rubare proprio una 126. Era prima di mezzanotte. L’abbiamo trovata in una stradina che collega via Oreto Nuova con via Fichi d’India… io rimango in macchina… vedendo che lui, il Tutino, aveva perso del tempo… cerco di andare a vedere cosa stava combinando… quindi scendo dalla macchina e gli dico: ‘Ma che fai?’… e lui mi dice: ‘Mi viene difficile a rompere il blocca sterzo’… rimango lì con lui che poi è riuscito a romperlo ma non ce la facciamo a metterla in moto perché aveva rotto tutti i fili, quindi decidiamo di portarla via a spinta”.
L’auto che ucciderà il procuratore Borsellino, dieci notti prima era una carcassa che neanche partiva.
Ricorda ancora Spatuzza: “La macchina era sul rossiccio e tra l’amaranto e il sangue di bue… comunque era di un colore rosso spento… quindi attraversiamo verso Brancaccio e la portiamo in un magazzino di Fondo Schifano.
Percorriamo via Fichi d’India, San Ciro, via San Gaetano fino al capannone dove io avevo già iniziato la ‘macinatura’ dell’esplosivo che era nascosto in alcuni fusti di metallo”.
Poi Spatuzza e Tutino avvertono Fifetto Cannella e Giuseppe Graviano: “Abbiamo la macchina”.
Poi ancora Spatuzza incontra da solo il suo boss,Giuseppe Graviano, quello che lui chiama “Madre Natura”.
Dice: “Mi fa un sacco di domande: mi chiede di questa 126… dove l’avevo rubata, se era intestata a persone di nostra conoscenza e gli ho detto di no, se qualcuno l’aveva già cercata e gli ho detto ancora di no.
Gli ho spiegato che c’era la frizione bruciata, e per bruciare la frizione in quel genere… sicuramente la macchina era di una donna perché le donne portano i tacchi… quindi hanno il problema di staccare la frizione. E poi gli ho anche detto che ci ha… il problema della frenatura… che freni non ce ne ha… lui mi dice: ‘Puliscila tutta e di levare tutti i santini e anche l’immagine di Santa Rosalia’. Io quindi la pulisco tutta… levo tutti i segnali di riferimento che si poteva e ho bruciato i documenti, fogli, tutto quello che esisteva l’ho bruciato… anche un ombrello”.
Dopo due giorni Gaspare Spatuzza sposta l’auto in un altro suo magazzino di corso dei Mille, dove poi porta un meccanico. “Sono andato a cercare a questo Maurizio Costa e gli ho detto che dovevamo fare un lavoretto nella 126, gli ho spiegato che si doveva fare la frenatura ma non gli ho detto altro.
Gli ho fatto capire che l’auto era di un latitante e gli ho fatto capire anche che non doveva parlare. Quindi sono andato a comprare i ganasci, olio e altri pezzi. Ho speso quasi centomila lire”.
Spatuzza riceve da Vittorio Tutino due batterie e un antennino da collegare a un telecomando.
E anche l’ordine di rubare due targhe di altre Fiat 126 per metterle sopra all’autobomba.
Il boss Graviano gli raccomanda di rubare le targhe il sabato mattina, il 18 luglio. Così il furto, probabilmente, verrà denunciato solo il lunedì successivo. Dopo la strage.
E’ a quel punto che venerdì 17 luglio, verso le tre del pomeriggio, una Fiat 126 color amaranto scivola per le vie di Palermo carica di tritolo.
Alla guida c’è Gaspare Spatuzza, accanto a lui Fifetto Cannella. Appena s’infila in corso dei Mille, Spatuzza incrocia con lo sguardo Nino Mangano, il capo del mandamento di Brancaccio che gli fa da battistrada su un’altra automobile.
Spatuzza è sorpreso, poi capisce che è lì un po’ per controllarlo e un po’ per proteggerlo. Corso dei Mille, via Roccella, via Ventisette Maggio, piazza dell’Ucciardone dove c’è il vecchio carcere.
Proprio, in quella piazza, c’è un posto di blocco della Guardia di Finanza. La staffetta Mangano avverte Spatuzza, che svolta all’improvviso verso il Borgo Vecchio.
Si ferma a un chiosco, prende tempo. Quando Nino Mangano gli dice che la strada è libera, la Fiat 126 ritorna indietro, supera l’Ucciardone e punta verso la via Don Orione. Dopo poche decine di metri l’utilitaria sparisce dentro un garage di via Villasevaglios 17.
C’è uno scivolo di cemento, c’è un cancello di ferro e poi una saracinesca.
Quando sale, Gaspare Spatuzza infila il muso della Fiat 126 lì dentro, dove ci sono ad aspettarlo due uomini. Uno è Renzo Tinnirello della “famiglia” di corso dei Mille, l’altro è Ciccio Tagliavia di Brancaccio. Ma alle loro spalle, nell’ombra, c’è anche uno sconosciuto, un uomo di una cinquantina d’anni che non è un mafioso.
Nel 2009 Gaspare Spatuzza aveva indicato quell’uomo, con nome e cognome, come un appartenente ai servizi segreti.
Nel 2010 ha fatto marcia indietro, parlando solo “di una certa somiglianza”.
Spento il motore della Fiat 126, Tinnirello dice a Spatuzza di pulire lo sterzo per cancellare le sue impronte digitali. Poi Tinnirello e Tagliavia imbottiscono l’auto e preparano l’innesco.
Gaspare Spatuzza torna verso la sua Brancaccio, passa dall’Ucciardone (“il posto di blocco della Finanza non c’era più”) e intuisce – dalla vicinanza con la casa della madre di Paolo Borsellino – a cosa servirà quella Fiat 126.
Era dalla prima settimana di luglio che erano cominciati gli appostamenti in via Mariano D’Amelio. Il primo sopralluogo. Poi, il secondo sopralluogo “circa una settimana prima della strage”. Li avevano fatti Fabio Tranchina e Giuseppe Graviano.
Il boss aveva chiesto a Tranchina  di procurarsi anche un appartamento lì vicino (“senza agenzie, mi raccomando…”) ma poi aveva visto un giardino dietro la casa della madre del magistrato e aveva deciso di piazzarsi lì con il telecomando.
Sabato 11 luglio il boss Salvatore Biondino e i due cugini Salvatore Biondo e Giovan Battista Ferrante (uno detto “il  lungo” e l’altro “il corto”) provano il telecomando in campagna.
Lunedì 13 luglio i Ganci della Noce contattano Antonino Galliano e lo avvertono di “tenersi pronto per pedinare” Borsellino la domenica successiva
.
Il 16 luglio Salvatore Biondino dice a Giovanni Brusca che è “sotto lavoro” ma che non ha bisogno di aiuto per la strage.
Il 17 luglio Biondino chiama Ferrante e gli ordina “di tenersi libero per domenica che c’è da fare”.
Sabato 18 luglio Raffaele Ganci informa Salvatore Cancemi che, il giorno dopo, Borsellino morirà.
Alle sette del mattino di domenica 19 luglio i mafiosi delle “famiglie” della Noce, di San Lorenzo e di Porta Nuova sono “in osservazione” intorno a via Mariano D’Amelio. Alle 16,58 il procuratore salta in aria con cinque agenti della sua scorta. Sono stati solo i mafiosi? Scrive il procuratore Sergio Lari nella richiesta di revisione del processo Borsellino presentata, qualche giorno fa, alla procura generale di Catania: “Dopo diciannove anni, potrebbe sembrare singolare, se non addirittura anomalo, che siano state avviate nuove indagini destinate a mettere in discussione ‘verità’ che ormai sembravano acquisite”. E, riferendosi alle false piste, il procuratore scrive: “Bisogna comprendere se con i depistaggi si volevano coprire la responsabilità di ‘soggetti esterni’ a Cosa Nostra riconducibili ad apparati deviati dei servizi segreti, ovvero ad altre Istituzioni o a organizzazioni terroristico-eversive”.

LA REPUBBLICA 27 ottobre 2011


Dalla Sentenza “Borsellino Quater”

IMPUTATO GASPARE SPATUZZA

■ perché eseguiva, unitamente a TUTINO Vittorio, il furto della Fiat 126 avente il numero di telaio ZFAI26A008781619, di colore rosso immatricolata il 25.10.1985 con targa PA 790936, di proprietà di DAGUANNO Maria ed in uso a VALENTI Pietrina, da utilizzare quale autobomba, nonché delle targhe della Fiat 126 targata PA 878659, intestata a Sferrazza Anna Maria e custodita all’intemo dell’officina gestita da OROFINO Giuseppe, sita nella via Messina Marine n. 94 di Palermo, che dovevano essere apposte sulla prima autovettura per dissimularne la presenza sui luoghi della strage;
■ perché metteva a disposizione un garage ubicato in via Cipri n. 19 di Palermo per ricoverare la Fiat 126 dopo l’esecuzione del furto;
■ perché si attivava per effettuare la riparazione del sistema frenante della Fiat 126, avvalendosi di COSTA Maurizio, dopo avere condotto l’autovettura in altro garage nella sua disponibilità sito nella via S 81 di Palermo;
■ perché procurava, unitamente a TUTINO Vittorio, due batterie e un’antenna necessarie per alimentare e collegare i micidiali dispositivi destinati a far brillare il materiale esplosivo collocato nella Fiat 126 di proprietà della D’AGUANNO Maria;
■ perché operava, unitamente a CANNELLA Cristofaro e MANGANO Antonino, lo spostamento della Fiat 126, il sabato 18 luglio 1992, in un garage sito in via Pietro Villasevaglios di Palermo, ove l’autovettura venne consegnata a TINNIRELLO Lorenzo, TAGLIAVIA Francesco, nonché ad un uomo allo stato non identificato, per collocarvi all’interno l’ordigno esplosivo,

IMPUTATO VITTORIO TUTINO

■ perché eseguiva, unitamente a Gaspare SPATUZZA, il furto della Fiat 126 telaio ZFA126A008781619, di colore rosso immatricolata il
25.10.1985 con targa PA 790936, di proprietà di DAGUANNO Maria ed in uso a VALENTI Pietrina, da utilizzare quale autobomba, nonché delle targhe della Fiat 126 targata 878659, intestata a Sferrazza Anna Maria e custodita all’interno dell’officina gestita da OROFINO Giuseppe, sita nella via Messina Marine n. 94 di Palermo, che dovevano essere apposte sulla prima autovettura per dissimularne la presenza sui luoghi della strage;
■ alimentare e collegare i micidiali dispositivi destinati a far brillare il materiale esplosivo collocato nella Fiat 126 di proprietà della D’AGUANNO Maria;
Così compiendo atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità, nonché concorrendo a determinare la morte del dott. Paolo BORSELLINO e degli agenti di scorta appartenenti alla Polizia di Stato Emanuela LOI, Agostino CATALANO, Vincenzo LI MULI, Claudio TRAINA, Eddie Walter CUSINA, nonché lesioni a diverse persone e la devastazione di beni immobili e mobili.
Commettendo il reato in concorso con più di cinque persone, in danno di Pubblici Ufficiali, al fine di agevolare l’attività del predetto sodalizio criminale, nonché per fini terroristici.
In Palermo, fra il giugno e il 19 luglio 1992.
e) per il delitto di devastazione in concorso: previsto e pu

  • perché metteva a disposizione un garage ubicato in via Cipri n. 19 di Palermo per ricoverare la Fiat 126 dopo l’esecuzione del furto;
  • perché si attivava per effettuare la riparazione del sistema frenante della Fiat 126, avvalendosi di COSTA Maurizio, dopo avere condotto l’autovettura in altro garage nella sua disponibilità sito nella via S 81 di Palermo;
  •  perché procurava, unitamente a TUTINO Vittorio, due batterie e un’antenna necessarie per alimentare e collegare i micidiali dispositivi destinati a far brillare il materiale esplosivo collocato nella Fiat 126 di proprietà della D’AGUANNO Maria;
  • perché operava, unitamente a CANNELLA Cristofaro e MANGANO Antonino, lo spostamento della Fiat 126, il sabato 18 luglio 1992, in un garage sito in via Pietro Villasevaglios di Palermo, ove l’autovettura venne consegnata a TINNIRELLO Lorenzo, TAGLIAVIA Francesco, nonché ad un uomo allo stato non identificato, per collocarvi all’interno l’ordigno esplosivo,

 

 

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