Il rapporto “Greco Michele più 160”, l’indagine all’inizio di tutto

L’indagine che entra nei misteri di mafia e che segna una svolta storica

Per un complesso di motivazioni di natura storica, etnica, economica, politica e geografica sulle quali si ritiene più opportuno si soffermi la attenzione del sociologo e del politico, che non degli organi di polizia, – nella provincia di Palermo in particolare, ma, in generale, nelle provincie della Sicilia occidentale, esiste ed opera da tempo la mafia, fenomeno complesso e poliedrico, dalle molteplici implicazioni e connotazioni, che affondano radici profonde nella storia, nella cultura e nel modo di essere e di sentire siciliano, ma che, in questa sede, intenderemo nella sua superficiale accezione di organizzazione criminale le cui ramificazioni e promanazioni nefande, già tristemente note alla Sicilia e alla nazione, continuano ad incidere, in termini di parassitismo, violenza, sopruso, clientelismo e corruzione, sul tessuto socio  economico – politico italiano alla stregua di un allucinante ed irrefrenabile processo di metastasi cancerogena.Essa é costituita da un coacervo di aggregati o gruppi criminali di cui, allo stato, appare difficile delineare la precisa struttura, l’esatta consistenza numerica, la circostanziata influenza territoriale ed economica, a causa di profondi mutamenti verificatisi in seno ad essi gruppi dalla primavera dell’anno scorso ad oggi, periodo in cui il quadro generale dell’organizzazione mafiosa palermitana, ma che anche del trapanese e dell’agrigentino, é stato completamente sovvertito a seguito di sanguinose lotte intestine, con la soppressione di esponenti mafiosi di primo piano e ,lo smantellamento di “famiglie” che sino ad allora avevano mantenuto un ruolo indiscusso di cristallizzata supremazia.  
Tali considerazioni di carattere generale ancorché pleonastiche in quanto già ampiamente rappresentate in occasione dei gravi fatti criminosi che hanno profondamente turbato le coscienze degli onesti e di quanti credevano nelle istituzioni dello stato – vengono qui ulteriormente ribadite perché strettamente connesse in termini logici e cronologici alle argomentazioni che costituiscono il contenuto del presente rapporto, nel corso del quale gli inquirenti si prodigheranno per far convogliare, in un contesto logico e deduttivo non disgiunto da consistenti note di concretezza, le risultanze del lavoro investigativo svolto, dall’inizio dell’anno 1981 alla data attuale, da Squadra mobile e nucleo operativo dei carabinieri i quali hanno profuso, in tale lunga, tenace, silente attività il massimo degli sforzi e il più generoso impegno.  
Finalità precipua del presente rapporto é quella di delineare, attraverso la disaminata accurata dei numerosi fatti di sangue verificatisi durante il periodo sopracitato e, sulla scorta di quanto acclarato nel corso delle indagini, i contorni dei nuovi assestamenti e aggregati mafiosi, la natura degli obiettivi illeciti da loro perseguiti, le responsabilità emerse a carico dell’associazione mafiosa o di ciascuno dei componenti di essa, in ordine ai singoli episodi criminosi succedutisi, sotto il profilo territoriale, ma non solo in ambito siciliano ma anche in ambito nazionale.
In concreto si intende ricostruire, partendo dalle sue origini e dalle cause che l’hanno determinata, la cruenta guerra insorta tra le cosche mafiose della Sicilia occidentale che ha sconvolto i vecchi equilibri faticosamente raggiunti e decretato il nuovo ordine del panorama mafioso.
A tal fine, non potendo in un rapporto di associazione per delinquere mafiosa rintracciarsi prove attraverso interrogatori di imputati e di testimoni, o attraverso riferimenti obiettivi di tracce di reato, – in quanto tutto ciò non consegue – alla tipologia del reato mafioso commesso da soggetti mafiosi – assumono il massimo interesse , per l’acquisizione e l’esaltazione degli indizi probatori, le circostanze emerse da ammissioni di confidenti, gli scritti anonimi, la particolare capacità a delinquere dei soggetti esaminati, il modus operandi tipico nell’esecuzione del crimine l’atteggiamento reticente delle vittime, i rapporti di parentela, di affinità, di affari tra gli associati e, per ultimo, ma non per questo meno importante, il nesso logico che lega i vari episodi delittuosi.
Pare comunque opportuno e necessario evidenziare che il particolarissimo ambito nel quale si svolge la presente indagine, impone il ricorso alle già sperimentate doti di sensibilità, da parte di codesta procura, al fine di valutare con la dovuta perizia circostanze di fatto e rapporti soggettivi che nella considerazione dei fatti di mafia hanno significato preminente.
Non vi é dubbio, per altro, che il presente rapporto – compendio del “maximum” degli sforzi investigativi” che polizia e carabinieri hanno profuso nel corso di oltre quindici mesi di indagini, funestati da omicidi, scomparse, attentati e altri gravi delitti – sorretto, in parte, da inattaccabili architetture probatorie, contenga, nella sua globalità, indiscutibili elementi indizianti che non sono assurti a dignità di prova in termini processuali perché i viscidi tentacoli del terrore, della paura per la propria incolumità, della sfiducia e della reticenza, hanno avvolto nelle loro spire quanti, in clima di maggiore credibilità e fiducia, avrebbero sottoscritto le dichiarazioni oralmente rese e avrebbero firmato gli anonimi pervenuti negli uffici di polizia e carabinieri, dietro ai quali sono stati costretti a nascondersi ed in cui spesso traspare apertamente l’addebito agli organi statuali che rimangono inerti pur dinanzi a situazioni criminali i cui contorni vengono rappresentati con dovizia di particolari, per amore vero di giustizia e non per acrimonie personali.
Allo stato, dunque, l’arduo compito di ridare serenità a quanti la chiedono, fiducia agli scettici, credibilità e vigore alle sue istituzioni che, in questa Palermo dilaniata dalle faide mafiose vengono quotidianamente mortificate, ignorate, vanificate.

Il “rapporto dei 161”, l’origine del maxi processo a Cosa nostra

È l’origine del maxi processo, un dossier che svela la nuova realtà mafiosa palermitana. È il “rapporto dei 161” firmato dai poliziotti Ninni Cassarà e Francesco Accordino e dal capitano dei carabinieri Angiolo Pellegrini – presentato alla procura di Palermo il 13 luglio 1982 e al giudice istruttore Giovanni Falcone – per delineare «i contorni dei nuovi assestamenti e aggregati mafiosi, la natura degli obiettivi illeciti da loro perseguiti, le responsabilità emerse a carico dell’associazione mafiosa o di ciascuno dei componenti di essa, in ordine ai singoli episodi criminosi succedutisi, sotto il profilo territoriale, ma non solo in ambito siciliano ma anche in ambito nazionale».
Lì dentro troviamo già i nomi di boss e di gregari che hanno fatto la storia di Cosa nostra. Ci sono tutti: non solo i Riina e i Provenzano, ma anche i Brusca e i Badalamenti, i Savoca e i Fidanzati, i Grado e i Vernengo, i Prestifilippo e i Marchese. E ancora Spadaro, Calò, Pullarà, Buscemi. E poi Buscetta e Contorno quando ancora dovevano “fare il salto”, prima di iniziare a collaborare con la giustizia. Soprattutto ci sono loro, i Greco, Michele e Salvatore, l’aristocrazia mafiosa che aveva fatto di Ciaculli e di Croceverde-Giardini i propri feudi privati frequentati da uomini politici, ufficiali dei carabinieri, alti magistrati e perfino cardinali.
Il rapporto dei 161 è la prima pietra di quello che diventerà poi il maxi processo a Cosa Nostra. È così – nell’estate del 1982 – che è partita la risposta poliziesca-giudiziaria allo strapotere mafioso  
Il capo della sezione “investigativa” della squadra mobile di Palermo Ninni Cassarà non riuscirà però a vedere il risultato preziosissimo del suo straordinario lavoro. Sarà ucciso il 6 agosto 1985,sotto casa e sotto le raffiche dei kalashinikov. L’ultimo delitto eccellente nella Palermo che si stava preparando a celebrare il maxiprocesso.

E dopo l’omicidio del boss Beppe Di Cristina, un’apparente “pax” mafiosa

Da quanto sopra detto, – che si vorrebbe non apparisse espressione di vacua retorica bensì di un problema attuale e angosciante che se non si dovesse risolvere, potrebbe prendere ulteriori, più gravi ed irreversibili patologie sociali, – discende la necessità per gli organi statuali preposti alla difesa delle libertà individuali, dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché alla repressione del delitto, di esaltare al massimo grado gli indizi a carico contenuti nel presente rapporto che, si é convinti, pur nella vaghezza delle acquisizioni probatorie, contiene gli elementi che gli investigatori sommessamente ritengono idonei e suscettibili, da parte di codesto Ufficio, con la collaborazione degli organi di polizia che hanno condotto le indagini, di ulteriori futuri sviluppi e di una più solida impalcatura probatoria.
L’analisi del fenomeno del crimine organizzato in campo mafioso in questa provincia, esaminato retrospettivamente a decorrere dal 1978, ha evidenziato determinate caratteristiche peculiari, che sinteticamente vengono appresso accennate.

ASSENZA DI DELITTI IN DANNO DI MAFIOSI

Dal maggio millenovecentosettantotto, epoca dell’omicidio di Giuseppe Di Cristina, all’aprile del millenovecentonttantuno, data dell’uccisione di Bontate Stefano, non si é registrato alcun omicidio in pregiudizio di esponenti mafiosi di primo piano.

Questo dato inconfutabile ha confortato la tesi secondo la quale, tra le famiglie di mafia più influenti, fosse stato concordato un patto di non belligeranza fondato sulla suddivisione di sfere d’influenza territoriale e di campi di intervento.
Si è infatti osservato che ciascuna cosca aveva espresso la propria sovranità nella propria zona d’influenza, inserendo i propri adepti in tutte le attività commerciali ed imprenditoriali ricadenti nel proprio territorio.

INTERESSI ECONOMICI FINANZIARI E SOCIETARI

E’ emerso che tra appartenenti a distinte famiglie di mafia sono state realizzate società d’affari, come meglio sarà evidenziato nel corso del rapporto. In tale periodo si é dunque rilevato che tutto l’apparato mafioso risultava cementato e potenziato da un effettivo ancorché tacito patto d’alleanza stipulato tra le tradizionali e nuove famiglie di mafia, sia nella città che in provincia, sulla base della riconosciuta necessità di coesistenza diretta a realizzare, con larghi margini di sicurezza, più ingenti lucri derivanti dall’illecito traffico degli stupefacenti e dal reinvestimento, in attività apparentemente lecite, del denaro proveniente dal crimine.

TRAFFICO DI SOSTANZE STUPEFACENTI

La constatazione, più volte acclarata, che tutti gli aggregati mafiosi si erano associati per la gestione del traffico internazionale de gli stupefacenti, costituisce un ulteriore elemento che vale a sottolineare l’assunto del sostanziale accordo tra le varie famiglie.


IL FAMOSO RAPPORTO SUI 162 MAFIOSI

Il dottor Alberto Di Pisa (ud. 31/3/1999) ha riferito che il c.d. “rapporto dei 162” era stato presentato da organi investigativi congiunti e riguardava sia i gruppi “perdenti” che i “vincenti”, precisando che si trattava della prima grossa indagine concernente direttamente la fazione di “cosa nostra” dei c.d. corleonesi” e che il dr. Chinnici fino alla morte era stato l’unico interlocutore della Procura per quel processo; l’istruttoria fu chiusa nel 1985, dopo la sua morte.

Il col. Angiolo Pellegrini (ud. 15/6/1999), ufficiale da sempre a stretto contatto con l’Ufficio Istruzione penale, quale comandante della I sezione del Nucleo Operativo Carabinieri, ha riferito che il dr.Chinnici “…aveva ereditato dal dott. Terranova una gran voglia di fare qualcosa di concreto nei confronti della criminalità organizzata, un fenomeno unico da combattere in maniera organica e anche se aveva istituito il pool antimafia di magistrati dell’Ufficio istruzione, egli continuava a dirigere le più importanti indagini, tenendo anche la titolarità di alcuni processi” ed ha ricordato il processo per i fatti-reato connessi con la ricostruzione del Belice, il processo per l’omicidio del giornalista Mario Francese, e quelli relativi agli omicidi dell’on. Piersanti Mattarella, dell’on. Pio La Torre e del Prefetto Dalla Chiesa.
L’ufficiale ha aggiunto che il consigliere istruttore “Aveva l’idea che tutti questi omicidi fossero legati da un qualcosa e sicuramente tutti riconducibili alla criminalità organizzata e proprio per questa idea aveva approfondito indagini che riguardavano uno dei killer delle famiglie mafiose, Prestifilippo Mario”. Quanto alla genesi del “rapporto dei 162”, consegnato alla Procura il 13 luglio 1982, il col Pellegrini ha precisato che il rapporto era nato “dall’emergenza determinata dalla guerra di mafia” ed era “il frutto dell’intuizione degli investigatori di ricostruire non più il singolo delitto e di individuare il singolo autore, ma di elaborare la situazione complessiva di cosa nostra esistente nei primi mesi dell’anno 1982; si concluse con la denuncia di 161 persone tra le quali Michele Greco che fino a quel momento era un personaggio particolarmente rispettato anche nella Palermo bene” ed ha aggiunto: “possiamo dire che il dott. Chinnici con la sua attività di lavoro aveva posto le basi del primo maxi processo perché da quel rapporto scaturirono poi altri successivi rapporti importanti e iniziò la collaborazione di Tommaso Buscetta il quale, oltre a confermare la ricostruzione della situazione criminale mafiosa operata dalle forze di Polizia, forniva ulteriori decisivi elementi che  conducevano alla scoperta dall’interno di questa organizzazione e che inchiodavano alle proprie responsabilità i cugini Salvo; da quel rapporto, e dal sacrificio della vita del giudice e degli altri servitori dello Stato, nacquero ottocento richieste di rinvio a giudizio e tre maxi processi”.
Le concordi dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia consentono di ritenere che “cosa nostra” sapeva di quelle indagini e temeva quel rapporto; sul punto è appena il caso di ricordare che il Mutolo ha definito il Palazzo di Giustizia un colabrodo e che egli stesso aveva avuto diretta conferma dell’esistenza del rapporto da una conversazione con Riccobono Rosario dell’esistenza del rapporto.
Anche il collaboratore di giustizia Cancemi ha più volte ribadito le molteplici possibilità per l’organizzazione di acquisire informazioni riservate

Significative sono anche le dichiarazioni rese dall’imputato Brusca Giovanni (ud. 1/3/1999) che appare opportuno riportare testualmente:
P.M. – Lei ha detto: “Per ”cosa nostra” Chinnici era un individuo da eliminare, anche perchè in quel periodo stava facendo delle indagini sul famoso rapporto”, etc. Come voi eravate a conoscenza? Erano già stati emessi i provvedimenti restrittivi?
Brusca – Non mi ricordo se già erano stati emessi, siccome…  sa perchè non mi ricordo? Perchè io non ero imputato, erano stati emessi, però forse li doveva firmare e poi non li ha firmati più, perchè su questo rapporto 162 c’è stata una lotta all’interno della Procura…
P.M. – E voi come eravate di queste… che erano poi dei segreti all’interno dell’Ufficio?
Brusca – Dottoressa, allora se crediamo, chiedo scusa, ai segreti di Pulcinella, senza offesa per nessuno. Ne conoscevano i Salvo, ne conosceva Salvatore Riina tramite altri canali.”
Come si avrà modo di precisare più avanti i Salvo erano a conoscenza di quelle indagini tanto che cercarono di “avvicinare” il consigliere istruttore.
Né lo stato di detenzione poteva costituire un ostacolo per “cosa nostra” all’acquisizione di informazioni riservate tanto che l’imputato Madonia Francesco informò il Mutolo dell’esistenza di quel rapporto e che sarebbero stati emessi i mandati di cattura.(cfr.Mutolo,ud.cit.).
Quanto poi alla irreprensibile dirittura morale del dr.Chinnici nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali, va rilevato che qualificate fonti probatorie hanno riferito circostanze probatoriamente rilevanti, facenti parte del personale patrimonio conoscitivo dei dichiaranti in quanto direttamente acquisite.
Di Carlo Francesco (ud. 15.2.1999), il cui profondo radicamento nella realtà mafiosa palermitana e la lunga militanza in “cosa nostra” ne conclamano la sicura affidabilità – in ordine alla quale si rinvia alle considerazioni che saranno svolte più avanti – ha riferito che “cosa nostra” sapeva bene che il dr. Chinnici era “irremovibile nelle cose, almeno aveva questa reputazione già da anni” e che egli stesso era stato incaricato personalmente di contattare il prof. Bonanno, originario di Misilmeri, padrino di battesimo o di cresima del magistrato, radiologo con studio nei pressi della stazione ferroviaria di Palermo.
Il collaboratore ha riferito che il medico fornì la seguente risposta: “guardate che conosco mio figlioccio, mi rispetta, lo voglio bene, ma quando si tratta di lavoro non c’è”; il Bonanno era andato comunque a trovare il dr. Chinnici il quale aveva risposto che avrebbe chiesto il proscioglimento soltanto se si fosse convinto dell’inesistenza delle prove a carico della persona raccomandata.
Il Bonanno era un vecchio e caro amico del consigliere Chinnici, anch’egli originario di Misilmeri ed effettivamente, come ha riferito il figlio del giudice, Chinnici Giovanni, (ud. 31/3/1999), era padrino di battesimo o di cresima del padre, precisando che tra le famiglie vi era stata una certa frequentazione con visite, come quelle che solitamente si fanno alle persone anziane.
Ciononostante i tentativi di avvicinamento, anche in epoca piuttosto recente rispetto all’attentato, non erano venuti meno, e sul punto l’imputato
Brusca Giovanni (ud.1/3/1999) ha testualmente riferito : “In quel momento hanno detto: “Finalmente è arrivato il momento di romperci le corna”, però sapevo che i Salvo avevano il problema con il dottor Chinnici, che lui indagava su di loro. Loro avevano fatto tanti tentativi di poter avvicinare il dottor Chinnici, ma non ci sono mai riusciti, cioè politicamente. …. me lo dicono i Salvo stessi; i Salvo, mio padre, Salvatore Riina. Capito? Al sud non c’è bisogno di… di fare tanti argomenti, cioè loro dice: “Abbiamo fatto tanti tentativi di poterlo avvicinare, ma non ci siamo mai riusciti”.
Alla luce di quanto sopra esposto appare evidente l’interesse dell’organizzazione di eliminare un magistrato determinato e professionalmente preparato come il dr. Chinnici i cui innovativi metodi di lavoro potevano costituire un più efficace sistema di contrasto della criminalità organizzata, come risulta dalla deposizione resa dal dr. Accordino il quale ha riferito che il consigliere istruttore “aveva incoraggiato, aveva portato avanti la necessità di un sistema di indagine congiunta, di pool investigativi….con riferimento a magistrati e con riferimento a forze dell’ordine, in quanto giustamente lui sosteneva che di fronte a un fenomeno unitario gerarchico piramidale come la mafia occorre che lo Stato si organizzi in maniera analoga e non in maniera frammentaria con mille rivoli di indagine ognuno nelle mani di un magistrato che non sa quello che fa l’altro”(cfr.ud.1/6/1999).  
La circostanza è stata confermata anche dal teste dr. Aldo Rizzo, all’epoca parlamentare, con il quale il giudice Chinnici, in occasione degli incontri nei fine settimana, aveva avuto modo di parlare dei propri orientamenti sul piano organizzativo.  
A conferma del convincimento del consigliere istruttore in ordine alla matrice unitaria dei c.d. omicidi politici va rilevato che lo stesso magistrato lo aveva manifestato apertamente a colleghi ed investigatori, tanto che intendeva disporre una perizia balistica comparativa tra le armi utilizzate per l’esecuzione dei vari delitti.


L’eliminazione di Stefano Bontate e poi quella di Salvatore Inzerillo

Le indagini non consentirono di trovare una causale specifica che giustificasse un omicidio di così rilevante portata, ma non sfuggì la possibile relazione con l’omicidio e l’occultamento del cadavere di PANNO Giuseppe da Casteldaccia (11 marzo 1981), ed il valore da dare alla circostanza che il BONTATE portava con se un’arma e preferiva dormire fuori casa.

È infatti impensabile che un individuo navigato ed esperto come BONTATE rischiasse una severissima condanna per porto e detenzione abusiva di arma, a meno di non voler ritenere che lo stesso si trovasse in una situazione di pericolo tale da sentirsi necessitato a portare con se la pistola.

Le modalità dell’agguato evidenziano poi una perfetta conoscenza delle abitudini della vittima e si ipotizzo quindi, sin da allora, l’eventualità che tra i promotori dell’uccisione potessero esservi elementi facenti parte della stessa cosca mafiosa capeggiata dall’ucciso.

Il giorno 11 maggio dello stesso anno, all’interno del condominio di via Brunelleschi numero 51, venne ucciso INZERILLO Salvatore, anch’egli a colpi di Kalashnikov e di fucile caricato a lupara. Si riscontrò che l’INZERILLO, boss indiscusso di Passo di Rigano, Uditore, Bellolampo, Bocca di Falco, Borgo Nuovo etc., era in possesso di un’Alfetta2000 blindata e di un revolver 357 magnum.

Si accertò che l’INZERILLO aveva avuto la disponibilità dell’autovettura blindata solo il giorno prima della sua uccisione e che i bossoli del Kalashnikov erano stati sparati dalla stessa arma usata per l’omicidio di BONTATE Stefano.

Dall’esame di alcuni fatti obiettivi e da notizie confidenziali provenienti da fonte di già riscontrata attendibilità, emerse: che la sera del 9 maggio 1981 ignoti avevano esploso numerosi colpi con un fucile mitragliatore Kalaschnikov contro le vetrine blindate della gioielleria CONTINO; che anche tali bossoli erano stati sparati dal medesimo fucile mitragliatore; che l’INZERILLO si era recato nel complesso edilizio di via Brunelleschi, costruito dall’impresa SPATOLA , INZERILLO, GAMBINO, di cui faceva parte, per far visita ad una donna a cui era sentimentalmente legato.

Da quanto sopra si dedusse che gli autori dell’omicidio sapeva già che la vittima sarebbe stata in possesso di un’auto blindata prima che la vettura giungesse a Palermo tanto é che provarono l’efficacia dell’arma sparando contro i vetri blindati della gioielleria CONTINO; che gli stessi autori conoscevano bene, se non addirittura intimamente, le abitudini dell’INZERILLO, tanto da sapere l’esatta ubicazione dell’abitazione della sua amante.

Anche a proposito di tale omicidio si avanzò il sospetto di un tradimento verificatosi all’interno stesso della consorteria mafiosa guidata da INZERILLO Salvatore. E non sfuggiva neppure l’analogia con l’omicidio BONTATE, a proposito della singolare arma usata nei due delitti e della circostanza che anche l’INZERILLO portava con se, illegalmente, un’arma, con tutte le possibili conseguenze penali che ciò avrebbe potuto comportare.

In considerazione della personalità criminale di Salvatore INZERILLO, ricercato per associazione per delinquere dedita al traffico di stupefacenti ed altro, e del breve periodo di tempo intercorso con l’omicidio di Stefano BONTATE sorsero dubbi sull’interpretazione da dare ai due fatti delittuosi e vennero fatte ipotesi contrastanti: se cioè il secondo omicidio fosse stato la reazione del gruppo BONTATE alla soppressione del loro capo o se invece tutti e due gli omicidi promanassero da uno stesso disegno criminoso e quindi da uno stesso gruppo mafioso non ancora ben individuato.

Alcune considerazioni di carattere strettamente logico, successivamente avallate da serie notizie confidenziali e riscontrata da precise testimonianze, privilegiavano però l’ipotesi che sia BONTATE Stefano che INZERILLO Salvatore fossero stati uccisi per identico motivo e dalla stessa mente organizzativa. Infatti appariva inverosimile che INZERILLO Salvatore, avendo decretato la morte di BONTATE Stefano non avesse preliminarmente predisposto una serie di cautele ma, solo a distanza di venti giorni, si fosse premunito con l’acquisto di una macchina blindata.

Che anzi, l’essersela procurata nel breve volgere di venti giorni dall’omicidio BONTATE e l’essere stato trovato in possesso di un’arma, dimostrano che, proprio a causa dell’omicidio BONTATE lo stesso INZERILLO era preoccupato della propria incolumità fisica.

A distanza di pochi giorni veniva acquisita notizia confidenziale, proveniente da persona legata da vincoli di parentela con i BONTATE, secondo cui in una notte immediatamente successiva all’omicidio BONTATE, INZERILLO Santo fratello di Salvatore, anch’egli latitante, si era portato in casa BONTATE per formulare le condoglianze della propria famiglia.

Inoltre nelle dichiarazioni rilasciate da DE GREGORIO Salvatore cugino di DE GREGORIO Stefano, indicate quale guardia spalle di Stefano BONTATE nonché nipote di DE GREGORIO Carlo cognato di Stefano BONTATE, si legge che INZERILLO Santo e BONTATE Stefano viaggiavano sulla medesima auto nella via Aloi e zone limitrofe ed erano stati più volte notati dal teste. A ciò si aggiunge che la comune gestione del finto sequestro di Michele SINDONA e i continui rapporti d’affari che andavano emergendo nel corso dell’istruzione relativa al procedimento a carico di SPATOLA Rosario ed altri, confermavano l’ipotesi e consolidavano la tesi che i gruppi mafiosi BONTATE ed INZERILLO fossero saldamente legati e costituissero un fronte comune.


Fra’ Giacinto e il vecchio Giuseppe Panno, così inizia la mattanza

Questa realtà si è certamente modificata, proprio a decorrere dal marzo 1981.

Gli omicidi di Stefano BONTATE e di Salvatore INZERILLO rappresentano infatti l’estrinsecazione emblematica di una frattura ormai insanabile tra le varie cosche mafiose, anche se si erano registrati o erano stati recepiti alcuni segni premonitori.

L’omicidio di frate Giacinto e la sparizione di Giuseppe PANNO, ritenuti ambedue vicini alla famiglia BONTATE, costituiscono le uniche indicazioni obiettive a cui oggi é possibile fare riferimento.

A ciò può aggiungersi, come dato di fatto, la successione di INZERILLO Salvatore al posto del defunto DI MAGGIO Rosario, alla testa di un gruppo di mafia potente, compatto ed omogeneo, particolarmente influente perché direttamente collegato con le grandi famiglie di “Cosa nostra” negli U.S.A.

Nel contesto dei motivi che hanno determinato l’insorgere di contrasti insanabili tra i vari aggregati mafiosi, bisogna pure tenere conto delle conseguenze che, nel periodo considerato, hanno provocato gli interventi spesso decisivi della Polizia Giudiziaria e della Magistratura.

I vari sequestri di ingentissime somme in valuta statunitense e italiana; la perdita di svariate partite di eroina, con i conseguenti mancati profitti; l’arresto di boss mafiosi di spicco quali Gerlando ALBERTI, Rosario SPATOLA, Giovanni BONTATE, Leoluca BAGARELLA ed altri; l’arresto del chimico francese BOUSQUET; la perdita di quattro raffinerie di eroina; le confessioni di alcuni corrieri; la scoperta dei canali di riciclaggio dei dollari; le indagini sul finto sequestro di Michele SINDONA; tutte le indagini istruttorie conseguenti, alcune con esiti devastanti per le varie organizzazioni mafiose, hanno sicuramente contribuito a modificare uno status e a disarticolare il fronte comune che le famiglie mafiose di questa provincia avevano realizzato.

Il 23 aprile 1981 intorno alle ore ventitré, nella via Aloi, veniva assassinato il leader indiscusso della famiglia mafiosa di Villagrazia, Stefano BONTATE.

Il boss, dopo avere festeggiato il suo compleanno con amici e parenti stava dirigendosi presso la sua tenuta, sita in contrada Mazzocco, ove per ragioni di prudenza e di sicurezza, trascorreva la notte.

Al momento dell’intervento da parte delle Forze di Polizia, sul corpo crivellato da numerosi colpi di lupara e di fucile mitragliatore del tipo Kalashnikov venne rinvenuta una pistola calibro sette e sessantacinque parabellum e nei pressi dell’autovettura furono trovate alcune tracce di sangue che si pensò, nell’immediatezza, fossero state lasciate da una persona trasportata dal BONTATE e

rimasta ferita.

Nel corso di successive indagini si accertò, invece, che quella sera il BONTATE era preceduto da un’altra autovettura, che gli faceva da staffetta, condotta da DE GREGORIO Stefano, risultato suo uomo di fiducia guardia spalle e sovraintendente nei suoi agrumeti.

Venne altresì verbalizzato che il DE GREGORIO aveva tentato di soccorrere il BONTATE e, riscontrando che lo stesso era ormai morto, si era allontanato lasciando sull’asfalto) con la scarpa intrisa di sangue/le tracce rinvenute in sede di sopralluogo.


Tradimenti, sangue e nuove alleanze, così cambia Cosa nostra

Pur non essendovi, all’epoca, indizi che potessero condurre le indagini sui due omicidi in una ben determinata direzione, veniva preso in considerazione un elemento che successivamente assumeva un valore particolarmente significativo; il furgone usato dai killers per portarsi all’interno del condominio in via Brunelleschi, mezzo nel quale i killers si nascosero e dal quale fecero fuoco, risultò essere stato rubato nella via Rudinì difronte al garage omonimo, ove stranamente nel corso della notte non era stato ricoverato come avrebbe dovuto essere.

La via Rudinì fa angolo con la via Michele Cipolla, strada nella quale hanno la loro residenza i MARCHESE e ricade nella zona di corso Dei Mille.

Il 26 maggio 1981 si registrò l’improvvisa e contemporanea scomparsa di TERESI Girolamo, DI FRANCO Giuseppe, FEDERICO Salvatore e FEDERICO Angelo, tutti legati al defunto BONTATE Stefano e facenti parte del clan mafioso Villagrazia, Falsomiele e Oreto, come successivamente denunciarono i rispettivi congiunti.

Circa l’appartenenza dei quattro scomparsi alla famiglia BONTATE non può esservi dubbio in considerazione dei rapporti di parentela e di affari che legavano TERESI, DI FRANCO Giuseppe e i fratelli FEDERICO a Stefano BONTATE. Girolamo TERESI infatti era cugino dei fratelli BONTATE e cognato di Giovanni BONTATE per avere sposato una CITARDA, sorella della moglie di BONTATE Giovanni. Il TERESI era pure socio di BONTATE Stefano nella Centralgas S.p.A., impresa d’imbottigliamento di gas liquido, con sede in contrada “Randazzo” di Carini.

I fratelli FEDERICO, titolari della Eurplast operante nel settore dei rivestimenti plastici per l’edilizia, erano gli abituali sub appaltatori delle imprese facenti capo ai BONTATE ed al TERESI; infatti erano stati impegnati per la definizione esterna di alcuni edifici costruiti dalla Atlantide, dalla Urania e dalla Teco oltre che dall’impresa IENNA tradizionalmente e notoriamente protetta dal boss Stefano BONTATE.

FEDERICO Salvatore ed il suocero MONDINO Girolamo stavano edificando nella zona di via Valenza una grande villa avendo come socio e progettista l’architetto MOLFETTINI Vittorio, amico di Stefano BONTATE e di GIROLAMO TERESI; per conto di quest’ultimo il MOLFETTINI aveva progettato e dirigeva i lavori di due ville ubicate sul viale Della Regione Siciliana di fronte alla via Aspromonte, ove TERESI risiedeva. Il DI FRANCO era uno degli accompagnatori di BONTATE Stefano e in più occasioni era stato notato fargli da autista.

Attraverso una incessante attività informativa si apprendeva, nei mesi successivi alla scomparsa dei quattro, che costoro erano stati soppressi dopo essersi recati ad un incontro chiarificatore a cui erano stati invitati da persone appartenenti al loro stesso gruppo di mafia.

Tali notizie venivano confermate dalle dichiarazioni rese dal più volte citato DE GREGORIO Salvatore, la cui posizione all’interno della cosca di Villagrazia non può lasciar dubbi circa l’attendibilità della testimonianza.

I positivi risultati della già citata attività informativa e le dichiarazioni testimoniali rese dal DE GREGORIO Salvatore, trovavano definitiva conferma in epoca recente nelle notizie fornite da fonte confidenziale qualificata che, nel riferire compiutamente su tutti i più gravi delitti verificatisi nel quadro della lotta per la supremazia mafiosa nella Sicilia occidentale specificatamente indicava nelle persone di: BONTA’ Nino (24), cognato di PRESTIFILIPPO Salvatore; TERESI Giovanni, appaltatore di strade, abitante nel Baglio BONTATE e TERESI inteso “numero uno” gli autori della scomparsa e della soppressione di TERESI Girolamo, DI FRANCO Giuseppe, di FEDERICO Salvatore e di FEDERICO Angelo.

Gli individui indicati dal delatore sono stati identificati, come dalle schede nominative, numerate progressivamente.

Viene sin da ora fatto rilevare che le indagini esperite dal momento in cui si verificarono i primi eventi delittuosi segnalatori di una rottura di equilibri tra le varie famiglie mafiose, nonché le notizie confidenziali fornite in varie epoche e fino ai giorni recenti, sono state sempre concordi nell’indicare che, prima dell’omicidio di BONTATE Stefano, i vari clan vivevano in clima di accordo, (per esempio il territorio di pertinenza delle famiglie di Villagrazia e dei Ciaculli era stato suddiviso, tra BONTATE Stefano e GRECO Michele, lungo la linea di demarcazione segnata dalla via Oreto) e che i vari componenti delle famiglie, in ossequio agli accordi esistenti tra i vari capi, coesistevano in una atmosfera di armonia.

A seguito dei nuovi eventi che venivano a turbare gli accordi esistenti, si verificavano vari spostamenti di forza, per cui gli stessi parenti degli scomparsi, già facenti parte del gruppo BONTATE, si aggregavano al clan emergente incaricandosi di organizzare la soppressione dei congiunti aderenti al clan avversario, sfruttando la situazione di parentela e i legami di amicizia già esistenti al fine di non creare dubbi nelle persone che dovevano essere soppresse e di evitare possibili reazioni. La convergente attività informativa e le univoche notizie confidenziali succedutesi nel tempo servono proprio a delineare e a convalidare l’ipotesi circa le varie fasi verificatesi, in un anno di lotta, con i conseguenti spostamenti di forza, nonché a ricostruire la nuova mappa della mafia esistente in atto.


Fra’ Giacinto e il vecchio Giuseppe Panno, così inizia la mattanza

Questa realtà si è certamente modificata, proprio a decorrere dal marzo 1981.

Gli omicidi di Stefano BONTATE e di Salvatore INZERILLO rappresentano infatti l’estrinsecazione emblematica di una frattura ormai insanabile tra le varie cosche mafiose, anche se si erano registrati o erano stati recepiti alcuni segni premonitori.

L’omicidio di frate Giacinto e la sparizione di Giuseppe PANNO, ritenuti ambedue vicini alla famiglia BONTATE, costituiscono le uniche indicazioni obiettive a cui oggi é possibile fare riferimento.

A ciò può aggiungersi, come dato di fatto, la successione di INZERILLO Salvatore al posto del defunto DI MAGGIO Rosario, alla testa di un gruppo di mafia potente, compatto ed omogeneo, particolarmente influente perché direttamente collegato con le grandi famiglie di “Cosa nostra” negli U.S.A.

Nel contesto dei motivi che hanno determinato l’insorgere di contrasti insanabili tra i vari aggregati mafiosi, bisogna pure tenere conto delle conseguenze che, nel periodo considerato, hanno provocato gli interventi spesso decisivi della Polizia Giudiziaria e della Magistratura.

I vari sequestri di ingentissime somme in valuta statunitense e italiana; la perdita di svariate partite di eroina, con i conseguenti mancati profitti; l’arresto di boss mafiosi di spicco quali Gerlando ALBERTI, Rosario SPATOLA, Giovanni BONTATE, Leoluca BAGARELLA ed altri; l’arresto del chimico francese BOUSQUET; la perdita di quattro raffinerie di eroina; le confessioni di alcuni corrieri; la scoperta dei canali di riciclaggio dei dollari; le indagini sul finto sequestro di Michele SINDONA; tutte le indagini istruttorie conseguenti, alcune con esiti devastanti per le varie organizzazioni mafiose, hanno sicuramente contribuito a modificare uno status e a disarticolare il fronte comune che le famiglie mafiose di questa provincia avevano realizzato.

Il 23 aprile 1981 intorno alle ore ventitré, nella via Aloi, veniva assassinato il leader indiscusso della famiglia mafiosa di Villagrazia, Stefano BONTATE.

Il boss, dopo avere festeggiato il suo compleanno con amici e parenti stava dirigendosi presso la sua tenuta, sita in contrada Mazzocco, ove per ragioni di prudenza e di sicurezza, trascorreva la notte.

Al momento dell’intervento da parte delle Forze di Polizia, sul corpo crivellato da numerosi colpi di lupara e di fucile mitragliatore del tipo Kalashnikov venne rinvenuta una pistola calibro sette e sessantacinque parabellum e nei pressi dell’autovettura furono trovate alcune tracce di sangue che si pensò, nell’immediatezza, fossero state lasciate da una persona trasportata dal BONTATE e

rimasta ferita.

Nel corso di successive indagini si accertò, invece, che quella sera il BONTATE era preceduto da un’altra autovettura, che gli faceva da staffetta, condotta da DE GREGORIO Stefano, risultato suo uomo di fiducia guardia spalle e sovraintendente nei suoi agrumeti.

Venne altresì verbalizzato che il DE GREGORIO aveva tentato di soccorrere il BONTATE e, riscontrando che lo stesso era ormai morto, si era allontanato lasciando sull’asfalto) con la scarpa intrisa di sangue/le tracce rinvenute in sede di sopralluogo.


I vecchi boss di Palermo cadono uno dopo l’altro

Contemporaneamente alla scomparsa dei quattro sopra menzionati, appartenenti al clan BONTATE, veniva registrata l’irreperibilità, l’allontanamento e la scomparsa di numerosi adepti del gruppo mafioso di Passo di Rigano.

Si accertava infatti che DI MAGGIO Calogero, INZERILLO Salvatore di Pietro, INZERILLO Giuseppe, INZERILLO Salvatore di Francesco e SEVERINO Vincenzo, tutti sottoposti all’obbligo di presentarsi al Commissariato della Polizia di Stato “Zisa” per i rituali visti, non si erano presentati nel citato Ufficio della Polizia di Stato negli ultimi giorni del mese di maggio millenovecentottantuno.

In particolare DI MAGGIO Calogero aveva apposto l’ultimo “visto” il 25 maggio 1981; INZERRILLO Salvatore di Pietro il 29 maggio 1981; INZERILLO Giuseppe il 25 maggio 1981; INZERILLO Salvatore di Francesco il 28 maggio 1981; SEVERINO Vincenzo il 24 Maggio 1981.

Nel corso degli accertamenti relativi all’allontanamento di tutti i predetti si apprendeva via informale che alcuni di costoro erano stati soppressi e che tra gli uccisi vi era INZERILLO Santo di Giuseppe nato a Palermo il 23 aprile 1946, fratello di INZERILLO Salvatore ucciso il giorno 11 maggio 1981. Gli accertamenti svolti in proposito erano per forza di cose particolarmente difficoltose, non solo per la cortina di silenzio che tutti i familiari del gruppo INZERILLO, DI MAGGIO e GAMBINO opponevano ma, soprattutto, perché l’INZERILLO Santo era latitante per gli stessi reati di cui era imputato il fratello Salvatore. Tuttavia l’istintivo atteggiamento di DI MAGGIO Giuseppa, madre di INZERILLO Santo e sorella di DI MAGGIO Calogero, lasciava pochi dubbi sulla sorte del figlio, visto che la donna, oralmente sentita il 1° giugno 1981, non sapeva trattenere le lacrime.

Nel corso delle indagini si accertò che anche INZERILLO Pietro, INZERILLO Francesco e INZERILLO Rosario, germani di INZERILLO Santo e Salvatore si erano allontanati nello stesso periodo da Palermo. Ciò risulta inconfutabilmente dalle dichiarazioni testimoniali rese da DI MAGGIO Giuseppa, madre dei predetti e da SPATOLA Filippa vedova di INZERILLO Salvatore, in data 4 giugno 1981.

Per quanto attiene alla scomparsa di DI MAGGIO Calogero, sulla cui esistenza in vita si nutrono legittimi dubbi, si rimanda alla segnalazione numero 2624/3 di protocollo datata 10 giugno 1981 del Nucleo Operativo del Gruppo Carabinieri di Palermo e a quella della Squadra Mobile.

Per quanto riguarda l’allontanamento di INZERILLO Salvatore di Pietro, INZERILLO Giuseppe ed INZERILLO Salvatore di Francesco é stato riferito con segnalazione datata 5 giugno 1981 di questa Squadra Mobile, diretta per conoscenza a codesta Procura della Repubblica.

In merito alle numerose scomparse verificatesi nel clan dal 25 maggio 1981 al 29 maggio successivo é da ritenere, sulla scorta di notizie confidenziali poi riscontrate, che molti degli aderenti al clan INZERILLO si siano allontanati da Palermo diretti negli Stati Uni ti a seguito della soppressione di DI MAGGIO Calogero e INZERILLO Santo.

Infatti veniva riferito che i due sopra citati avevano partecipato ad un incontro di chiarimento fissato il 26 maggio 1981 all’interno della Calcestruzzi Palermo S.p.A. ed in tal luogo soppressi; i due si erano recati all’appuntamento portando seco una valigia piena di dollari.

La fonte, personaggio particolarmente vicino alla famiglia INZERILLO, indicava tra le persone che avevano ordito l’inganno i BONURA e i BUSCEMI soc i nella Calcestruzzi Palermo S.p.a., nonché il noto latitante MONTALTO Salvatore, tutte persone ritenute vicine al defunto boss INZERILLO Salvatore. La fondatezza di quanto informalmente recepito aveva ulteriore conforto nel corso delle indagini relative all’uccisione di INZERILLO Salvatore; infatti dalle intercettazioni telefoniche disposte in quel contesto, risultò che l’ingegnere LO PRESTI Ignazio, nell’aggiornare sulla grave situazione palermitana tale “Roberto” che telefonava dal Brasile, lasciava intendere che INZERILLO Santo doveva essere stato ucciso. Inoltre l’uccisione negli U.S.A. di INZERILLO Pietro, fratello di Salvatore conferma che gli adepti più in vista del clan INZERILLO trovarono rifugio nel New Jersej.

I recentissimi episodi criminosi nei quali è rimasto casualmente immischiato il costruttore BONURA Francesco, dimostrano come lo stesso abbia ereditato, unitamente al cognato BUSCEMI Salvatore, i l “bastone” della famiglia di Passo di Rigano tanto che ha ritenuto di dover presiedere alla soppressione di DOMINICI e CHIAZZESE rei, tra l’altro, di non avere adempiuto ai suoi ordini. La contemporaneità nella soppressione dei quattro aderenti al clan BONTATE e di quella dei due esponenti del clan INZERILLO nonché l’identico espediente della riunione promossa, in ambedue i casi, da persone di cui le vittime si fidavano perché appartenenti ai rispettivi clan, evidenziano oggi che già allora esisteva un preciso disegno inteso a decapitare le due più potenti famiglie mafiose, grazie anche ai tradimenti già predisposti dagli stessi ideatori dello sterminio.

Che fosse stato predisposto uno sterminio è dimostrato dalla puntuale eliminazione fisica portata a termine nei mesi successivi di quanti erano rimasti fedeli alle due famiglie e potevano rappresentare un pericolo per il nuovo ordine che si andava creando.

Il clan di Bontate viene sterminato, si salva solo Totuccio Contorno

Frattanto il giorno 8 giugno 1981, si registrava l’allontanamento di CHIAZZESE Filippo, amico e complice, in numerose imprese criminose del noto GRECO Giovanni, inteso “Giovannello”.

In quel periodo non si riusci a valutare la reale portata dell’ennesima “lupara bianca”, poiché si riteneva, sulla scorta di precedenti indagini, che il CHIAZZESE, al pari di GRECO Giovanni ed al cognato di quest’ultimo MARCHESE Pietro, facesse parte di quei gruppi di mafiosi che sino a quel momento non avevano subito alcuna perdita ed anzi incominciavano ad essere sospettati di essere i promotori della guerra.

I motivi dell’eliminazione di CHIAZZESE Filippo incominciarono ad intravedersi nel corso delle indagini relative al sequestro di Hajed Hagida Bent Mohammed, convivente di SPICA Antonio, quest’ultimo figlioccio di MARCHESE Pietro; trovarono ulteriore chiarimento con l’arresto, il 12 giugno 1981, a Zurigo, di MARCHESE Pietro, GRECO Giovanni, SPICA Antonio, GRECO Rosaria e FICANO Francesca; ebbero definitivo riscontro con l’uccisione, nel carcere di Palermo, di MARCHESE Pietro e nella città di Milano di SPICA Antonio. Ma di questi episodi delittuosi si parlerà diffusamente quando verrà ricostruito, nelle sue varie fasi l’evolversi della faida mafiosa.

Intanto, il 15 giugno 1981 , veniva ucciso GNOFFO Ignazio, elemento di spicco della famiglia INZERILLO, gravitante nella zona “Noce”, più volte sospettato di essere l’autore materiale di omicidi commissionati dalla famiglia di Passo di Rigano.

Nello stesso giorno SEVERINO Ignazio denunciàva la scomparsa dei figli Vincenzo Salvatore, asserendo che gli stessi si erano allontanati il 28 o il 29 maggio 1981, senza dare più notizie di loro. Anche i fratelli SEVERINO erano conosciuti dagli organi di Polizia quali killers al servizio del clan INZERILLO – DI MAGGIO e GAMBINO cd erano considerati gli autori di omicidi e di attentati dinamitardi perpetrati su indicazione della citata famiglia mafiosa.

Il fatto che i due fratelli siano scomparsi il 29 maggio, che fossero legati da vincoli di amicizia con GNOFFO Ignazio ed INZERILLO Salvatore come ha recentemente dichiarato il loro padre, che sporse denuncia proprio il giorno dell’uccisione di GNOFFO Ignazio, serve ad avallare ulteriormente la tesi che tutti e tre fossero stati eliminati per completare la decimazione del clan INZERILLO.

Sui motivi della loro morte si tornerà inseguito, quando verranno illustrate l’origine e la motivazione della terribile guerra di mafia scoppiata nel marzo millenovecentottantuno.

L’attuazione del programma di eliminazione dei maggiorenti della famiglia BONTATE proseguiva il 25 giugno 1981 con il tentato omicidio in pregiudizio di CONTORNO Salvatore, considerato il braccio destro operativo della famiglia di Villagrazia.

Anche quest’agguato, predisposto in piazzetta Dei Signori, centro della zona d’influenza del CONTORNO, venne attuato con l’uso di quell’arma micidiale usata già per gli omicidi di Stefano BONTATE e Salvatore INZERILLO. Solo la prontezza di riflessi della vittima designata, che certamente temeva una possibile azione violenta nel suoi confronti, impediva ai killers, muniti del solito Kalashincov, di portare a termine l’ennesimo omicidio.

Il CONTORNO forse leggermente ferito, trovava scampo rifugiandosi in una delle vicine abitazioni e rimanendo nascosto nella zona per un certo periodo presso persone di fiducia e parenti appartenenti allo stesso clan mafioso.

La mancata realizzazione del programma delittuoso e la indiscussa personalità criminale del CONTORNO avrebbero poi provocato, nei mesi – successivi, un’altra serie di omicidi che venivano a colpire quanti potevano essere sospettati di aver dato rifugio al CONTORNO stesso.

Il clima di terrore instaurato nella zona di Brancaccio, via Conte Federico e via Giafar da chi stava lucidamente portando a compimento lo sterminio della cosca di Villagrazia, induceva i sopravvissuti ad allontanarsi precipitosamente da Palermo, spesso con tutto il gruppo familiare e ad abbandonare anche le attività apparentemente lecite.

Ci si intende riferire all’allontanamento dei fratelli GRADO, cugini di Salvatore CONTORNO, i quali abbandonavano il cantiere sito nelle adiacenze di via Oreto Nuova per la costruzione di un edificio di civile abitazione; all’allontanamento di TERESI Pietro cognato dei citati fratelli GRADO e loro socio nell’impresa edilizia, nonché socio di Stefano BONTATE e di Girolamo TERESI nella Centralgas; all’allontanamento di D’AGOSTINO Rosario già denunciato con CONTORNO Salvatore ed a lui particolarmente legato anche da vincoli di parentela per avere il primo sposato una LOMBARDO, cugina della moglie del secondo; all’allontanamento di D’AGOSTINO Emanuele, sulla cui esistenza in vita si nutrono forti dubbi, non potuti immediatamente dissipare in quanto latitante, ma che recentemente voce confidenziale ha riferito essere stato soppresso ad opera del noto boss di Partanna RICCOBONO Rosario; all’allontanamento del costruttore edile CAPITUMMINO Filippo nei cui cantieri, siti nei pressi del corso Dei Mille, non viene più notato dall’estate dello scorso anno, perché ufficialmente portatosi fuori Palermo per cure oculistiche.

A proposito di D’AGOSTINO Emanuele altra fonte ha specificato che il 28 maggio 1981 il predetto era stato prelevato dalla sua abitazione dopo che, per ben due volte, aveva declinato, con scuse varie, l’invito a partecipare a riunioni chiarificatrici, l’ultima delle quali era stata indetta per il 26 maggio 1981 e si era rivelata fatale per GIROLAMO Teresi ed i tre che lo accompagnavano.

Detta ultima fonte, opportunamente richiesta, asseriva che il D’AGOSTINO era il pupillo di Rosario RICCOBONO In perfetta aderenza logica con la motivazione sopra esposta circa la fuga dei superstiti, va evidenziata la puntuale soppressione dei congiunti delle persone sopra citate fuggite da Palermo.

Infatti nel gennaio del corrente anno, tra il giorno 8 e 11, venivano uccisi nella zona di Villagrazia, Bonagia e via Conte Federico, TERESI Francesco Paolo, fratello del già citato TERESI Pietro, GRADO Antonino cugino dei menzionati fratelli GRADO e D’AGOSTINO Ignazio, padre di Rosario. Questi delitti e molti altri di cui si parlerà in seguito evidenziano la ferocia e la determinazione spietata delle famiglie mafiose emergenti, uscite vittoriose dalla lotta per il predominio che non hanno esitato a coinvolgere nella faida persone non direttamente interessate in fatti di mafia, ma responsabili unicamente di essere congiunti di quelli che erano sfuggiti al massacro. Ciò é stato inconfutabilmente evidenziato nel corso di alcune conversazioni telefoniche intercettate tra parenti di D’AGOSTINO Ignazio i quali, commentavano il suo assassinio, asserendo che era stato soppresso per l’allontanamento del figlio da Palermo, specificando che quest’ultimo apparteneva al CONTORNO.

Omertà, “lupare bianche” e la guerra di mafia da una parte all’altra del mare

A proposito di D’AGOSTINO Emanuele altra fonte ha specificato che il 28 maggio 1981 il predetto era stato prelevato dalla sua abitazione dopo che, per ben due volte, aveva declinato, con scuse varie, l’invito a partecipare a riunioni chiarificatrici, l’ultima delle quali era stata indetta per il 26 maggio 1981 e si era rivelata fatale per GIROLAMO Teresi ed i tre che lo accompagnavano.

Detta ultima fonte, opportunamente richiesta, asseriva che il D’AGOSTINO era il pupillo di Rosario RICCOBONO In perfetta aderenza logica con la motivazione sopra esposta circa la fuga dei superstiti, va evidenziata la puntuale soppressione dei congiunti delle persone sopra citate fuggite da Palermo.

Infatti nel gennaio del corrente anno, tra il giorno 8 e 11, venivano uccisi nella zona di Villagrazia, Bonagia e via Conte Federico, TERESI Francesco Paolo, fratello del già citato TERESI Pietro, GRADO Antonino cugino dei menzionati fratelli GRADO e D’AGOSTINO Ignazio, padre di Rosario. Questi delitti e molti altri di cui si parlerà in seguito evidenziano la ferocia e la determinazione spietata delle famiglie mafiose emergenti, uscite vittoriose dalla lotta per il predominio che non hanno esitato a coinvolgere nella faida persone non direttamente interessate in fatti di mafia, ma responsabili unicamente di essere congiunti di quelli che erano sfuggiti al massacro. Ciò é stato inconfutabilmente evidenziato nel corso di alcune conversazioni telefoniche intercettate tra parenti di D’AGOSTINO Ignazio i quali, commentavano il suo assassinio, asserendo che era stato soppresso per l’allontanamento del figlio da Palermo, specificando che quest’ultimo apparteneva al CONTORNO.

Ma é altresi riscontrato da recenti omicidi in pregiudizio di CORSINO Salvatore verificatosi il 17 aprile 1982, ucciso per avere dato ospitalità a LOMBARDO Carmela, moglie di CONTORNO prossima al parto. Che la ferocia sia una costante insita nel modus operandi dell’aggregazione mafiosa emergente veniva ulteriormente riscontrato nel corso degli accertamenti esperiti sulla scomparsa di INZERILLO Giuseppe, figlio di Salvatore.

Infatti la solita fonte vicina alla famiglia INZERILLO, comunicava verso la fine di agosto millenovecentottantuno che il figlio di Salvatore INZERILLO, mentre unitamente al cognato PECORELLA Stefano stava spiando una riunione di mafia, veniva intercettato e soppresso insieme al cognato.

Specificava la fonte che la riunione, alla quale partecipavano i traditori del clan INZERILLO insieme con gli ispiratori ed organizzatori della guerra di mafia, si era svolta nei locali dell’Hotel Zagarella tra gli ultimi giorni del mese di luglio ed i primi giorni del mese di agosto millenovecentottantuno. Anche in relazione a quest’ennesimo caso di lupara bianca, i congiunti degli scomparsi non avevano fatto alcuna denuncia ed anzi, formalmente sentiti, nell’ammettere che i due giovani si erano allontanati da Palermo nei primi giorni del mese di agosto, adducevano inconsistenti motivazioni.

Tuttavia la SPATOLA Filippa, già provata per l’uccisione del marito INZERILLO Salvatore e per quella del figlio INZERILLO Giuseppe, al momento in cui veniva interpellata informalmente, era colta da evidente malore e lasciava intendere che il figlio non si sarebbe mai allontanato da casa per tanto tempo, senza dare alcuna notizia in famiglia. Con ciò avallando la veridicità complessiva della notizia recepita in via confidenziale. La medesima fonte, qualche mese dopo, riferiva che INZERILLO Giuseppe e PECORELLA Stefano erano stati intercettati da alcune vedette nei pressi dell’Hotel “Zagarella”, dove era in corso una riunione tra gli esponenti mafiosi che avevano dato inizio alla strage e gli appartenenti alle famiglie BONTATE ed INZERILLO che erano passati dalla parte dei vincitori. Ritenendo che i due giovani si trovassero sul posto per spiare i convenuti, ne venne decisa ed immediatamente attuata l’uccisione.

Nello stesso mese di agosto, come risulterà da successive indagini, si allontanarono cautelativamente da Palermo altri adepti della cosca INZERILLO – DI MAGGIO, come BOSCO Giovanni nato a Palermo il 22 febbraio 1956 e MANNINO Salvatore nato a Palermo il 29 ottobre 1945. Il primo, che aveva acquistato nel gennaio millenovccentottantuno la Edilferro, ubicata alla via Scorzadenaro, in zona Villagrazia, la rivendette nel settembre millenovecentottantuno, tramite un fratello a CASELLA Giuseppe che ne era già comproprietario sin dal gennaio del millenovecentottantuno.

Il fatto che BOSCO Giovanni fosse nipote di DI MAGGIO Rosario che avesse rilevato nel gennaio millenovecentottantuno la ditta costituita da un gruppo di contrabbandieri […]; che l’avesse rivenduta allontanandosi da Palermo, proprio ad uno dei precedenti proprietari dopo che erano stati uccisi sia BONTATE Stefano che INZERILLO Salvatore; tutto ciò ricalca le fasi dell’ascesa e del declino delle due famiglie facenti capo ai due boss uccisi e dimostra l’inserimento nel gotha mafioso della cosca degli ex contrabbandieri della Kalsa, come sarà evidenziato più avanti.

Il secondo che, grazie alla protezione e al finanziamento di INZERILLO Salvatore, stava realizzando un lussuoso complesso ristorante – sala trattenimenti nel viale Della Regione Siciliana denominato “Il Parco dei Principi”, partiva improvvisamente per gli Stati Uniti abbandonando il locale appena aperto e la pizzeria – grill che gestiva da qualche tempo unitamente al cugino GAMBINO Francesco Ignazio classe 1941 originario di Torretta) facendo ritorno a Palermo solo nel marzo del corrente anno. Il predetto MANNINO Salvatore risulterà essere, come comunicato dalla D.E.A. tramite Interpol, uno dei soci in affari di INZERRILLO Pietro ucciso nel New Jersej il 15 gennaio 1982.

Da Palermo a Trapani, così la famiglia corleonese conquista la Sicilia

Sempre nel mese di agosto, mentre si svolgevano le indagini sulla scomparsa di INZERILLO Giuseppe e di PECORELLA Stefano, il gruppo di mafia che aveva perseguito l’eliminazione del clan INZERILLO e BONTATE, con i risultati sin qui esposti, apriva un t altro fronte, colpendo improvvisamente un’altra grande famiglia di mafia “tradizionale”, il cui potere nella provincia di Palermo era stato indiscusso per vari decenni.

Il 19 agosto 1981 a Villagrazia di Carini veniva ucciso il noto mafioso BADALAMENTI Antonino cugino del boss BADALAMENTI Gaetano, quest’ultimo considerato un uomo di grandissimo prestigio nel panorama mafioso tanto che gli veniva attribuita la carica di presidente del tribunale della mafia.

L’omicidio di BADALAMENTI Antonino, la cui posizione all’interno della famiglia mafiosa di Cinisi era analoga a quella di Girolamo TERESI all’interno della famiglia di Villagrazia e di DI MAGGIO Calogero e Santino INZERILLO all’interno della famiglia di Passo di Rigano, stava a dimostrare che il cosiddetto gruppo emergente, dopo aver disarticolato le due più grosse famiglie di mafia della città di Palermo, aveva indirizzato la sua azione verso la zona occidentale della provincia, colpendo duramente il clan BADALAMENTI che sino a quel momento, aveva controllato l’aeroporto di Punta Baisi centro nevralgico necessario a tutte le famiglie per il traffico delle sostanze stupefacenti.

A riprova di quanto sopra il 18 settembre, in Cinisi, veniva teso un agguato contro DI MAGGIO Procopio, DI MAGGIO Giuseppe e IMPASTATO Nicolò (quest’ultimo cognato del succitato BADALAMENTI Antonino, elementi di spicco della stessa famiglia BADALAMENTI, i quali scampavano fortunosamente alla morte. Il successivo 22 settembre, in Palermo, veniva ucciso IMPASTATO Luigi mentre il giorno 1 ottobre, in Carini, cadeva sotto i colpi dei killers GALLINA Stefano, ambedue elementi di spicco della mafia di Carini. La decimazione del clan BADALAMENTI proseguiva nei giorni immediatamente successivi con il con tentato omicidio di MAZZOLA Salvatore, avvenuta in Cinisi il 3 ottobre 1981 e con l’assassinio di MISURACA Calogero perpetrato in Palermo il 7 ottobre 1981.

A proposito di quest’ultimo omicidio giova ricordare che, a seguito delle pubblicazioni delle fotografie degli individui arrestati nella villetta di via Valenza, ove era in corso un summit mafioso, perveniva segnalazione anonima nel corso della quale un ignoto cittadino dichiarava di aver riconosciuto nella effigie di VERNENGO Ruggero, uno degli assassini di MISURACA. L’anonimo specificava che il VERNENGO al momento della consumazione del delitto vestiva con giubbotto di pelle color marrone che, nel corso della successiva perquisizione domiciliare, veniva effettivamente rinvenuto e sequestrato, nonostante l’opposizione della madre.

Era logico dedurre che anche la sequela di omicidi perpetrati nei confronti degli aderenti alla famiglia BADALAMENTI, non avrebbe potuto essere attuata se non vi fosse stato l’accordo di un gruppo mafioso che aveva influenza nella stessa zona, anche se prima subordinato alla stessa famiglia dominante.

L’omicidio di BUCCELLATO Antonino consumato in Castellammare del Golfo in data 30 settembre 1981 e i successivi omicidi perpetrati in Alcamo e Santa Margherita Belice in pregiudizio di personaggi legati alla famiglia RIMI, osservati anche dal punto di vista dei rapporti di parentela che legavano il BUCCELLATO sia a BADALAMENTI Gaetano che a RIMI Natale e Filippo stavano a dimostrare che era stato sovvertito uno status consolidatosi in decenni di egemonia mafiosa e che le cosche appartenenti alla cosiddetta mafia emergente avevano attuato un piano di concreta destabilizzazione delle famiglie più in vista e che più contavano.

Attuata prima l’eliminazione delle cosche BONTATE e INZERILLO nella città, e successivamente della cosca BADALAMENTI nella provincia, l’azione era stata proseguita colpendo la famiglia di RIMI di Alcamo, il ché importava il controllo e la gestione di buona parte della Sicilia occidentale. Dall’esame complessivo degli eventi si cominciava cosi a delineare con una certa chiarezza la nuova mappa delle famiglie che si erano impossessate direttamente della città di Palermo e, tramite opportune alleanze della Sicilia occidentale.

Esse venivano individuate nei GRECO e PRESTIFILIPPO della zona Ciaculli e Croceverde; nei MARCHESE e TINNIRELLO di piazza Torrelunga, corso Dei Mille e Sperone; negli SPADARO e nei SAVOCA della Kalsa; nei RICCOBONO di Partanna Mondello; negli SPINA e ANSELMO della Noce; nei GRECO – GARGANO di Bagheria; nei PIPITONE di Villagrazia di Carini particolarmente legati ai mafiosi di San Lorenzo e Partanna Mandello e nel gruppo corleonese da lungo tempo trapiantato a Palermo e saldamente collegato con le famiglie di Ciaculli, di corso Dei Mille e San Lorenzo.

La grande caccia a Totuccio Contorno e le vendette trasversali

Nei primi giorni dell’ottobre millenovecentottantuno iniziava, per così dire, un capitolo a parte nella sanguinosa opera di sterminio del clan BONTATE, parte dedicata in modo esclusivo alla caccia nei confronti di CONTORNO Salvatore con l’intento di farlo uscire allo scoperto, visto che era riuscito a sottrarsi alla morte sfuggendo all’agguato tesogli il 25 giugno 1981 nella piazza Dei Signori ed allontanandosi da Palermo, come poi verrà accertato nel corso delle indagini successive al suo arresto. Infatti il 3 ottobre 1981 veniva ucciso in via Conte Federico MANDALA’ Pietro, figlio di MANDALA’ Franco, quest’ultimo cugino di CONTORNO Salvatore poiché il padre del primo e la madre del secondo sono fratelli. (Anche il MANDALA’ Franco, come si dirà appresso sarà ucciso) .

Il successivo 5 ottobre, sempre nella via Conte Federico veniva ucciso MAZZOLA Emanuele; anche tale delitto va annoverato tra quelli perpetrati per creare il vuoto attorno a CONTORNO Salvatore come é dimostrato dai successivi omicidi di DI FRESCO Giovanni, suocero del MAZZOLA e del DI FRESCO Francesco, fratello di Giovanni, tutti legati a quello che incominciava ad essere menzionato come “la primula rossa di Brancaccio” e ritenuti suoi favoreggiatori. Nel mentre gli omicidi di MANDALA’ e di MAZZOLA chiarivano definitivamente la posizione del CONTORNO nel contesto degli schieramenti che si erano venuti a creare.

Rimaneva il dubbio circa l’identificazione di alcuni mafiosi transitati dalle famiglie decimate alle cosche vincenti ed in particolare sul gruppo dei MAFARA, che, sebbene particolarmente legati ai BONTATE, prima delle ostilità avevano svolto un ruolo della massima importanza, provvedendo alla spedizione di eroina negli Stati Uniti e all’approvigionamento della morfina base utilizzata da tutte le famiglie mafiose, ciascuna delle quali, come risulta da atti istruttori, controllava la propria raffineria.

Ma era proprio la logica dello sterminio attuata dalle famiglie emergenti che rendeva possibile chiarire inconfutabilmente quale posizione avesse assunto nel nuovo schieramento il gruppo dei MAFARA. Infatti il 14 ottobre 1981 un commando di killers irrompeva all’interno della Calcestruzzi Maredolce ed uccideva MAFARA Giovanni, fratello del più noto MAFARA Francesco, quest’ultimo ricercato perché colpito da provvedimento restrittivo in quanto imputato di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.

L’aver esattamente collegato l’omicidio di MAFARA Giovanni nell’ambito della soppressione di elementi rimasti fedeli alla famiglia BONTATE, trovava riscontro in due circostanze accertate da gli organi investigativi: in occasione dei funerali di BONTATE Stefano, PACE Gaetano, ex parroco della chiesa di Villagrazia poi transitato nello stato laicale, fuori dalla chiesa, aveva pronunciato, un colorito elogio funebre, riportato dai quotidiani locali; il medesimo PACE Gaetano, subito dopo l’uccisione di MAFARA Giovanni oltre ad avere presenziato con i familiari dell’ucciso alla autopsia, aveva personalmente provveduto a stilare e a richiedere la pubblicazione di un significativo necrologio apparso sul Giornale di Sicilia; fonte confidenziale vicina alla famiglia BONTATE riferiva che la vedova di BONTATE Stefano aveva sentito la necessità di telefonare alla vedova di MAFARA Giovanni per esprimerle il proprio cordoglio.

Non va trascurato che a distanza di qualche tempo il PACE Gaetano fu vittima di una stranissima, aggressione che lo stesso cercò di contrabbandare quale tentativo di rapina; infatti venne duramente percosso da un gruppo di cinque giovani che lo assalirono a colpi di bastone all’uscita del proprio ufficio, procurandogli lesioni gravissime.

Il singolare trattamento riservato al PACE, può spiegarsi solo alla luce delle iniziative prese nelle due circostanze delittuose sopra citate, nelle quali l’ex prete manifestò pubblicamente l’amicizia e l’attaccamento che lo legavano ai BONTATE e ai MAFARA: l’attività tipicamente “squadrista” vista in una logica strettamente mafiosa, assume valore contemporaneo di punizione e avvertimento verso chi, pur non essendo potenzialmente pericoloso nei confronti dei mandanti, era stato punito con il solo bastone per avere in passato vestito l’abito ecclesiastico.

Che anche la famiglia MAFARA fosse entrata nel mirino di quanti avevano operato il sovvertimento degli equilibri tra le cosche mafiose, veniva successivamente confermato dall’acquisizione di precise segnalazioni confidenziali promananti da fonti diverse.

Da più parti infatti, dall’autunno del millenovecentottantuno al giugno del corrente anno, veniva segnalato che la mattina del 14 ottobre 1982 MAFARA Francesco e GRADO Antonino, quest’ultimo cugino di CONTORNO Salvatore, erano stati convocati in un’abitazione sita in zona Croceverde Giardini da persone presso le quali non potevano rifiutarsi di andare e ivi soppressi.

Il riscontro, quantomeno sulla effettiva soppressione di MAFARA Francesco, si aveva attraverso le indagini svolte in Termini Imerese in occasione del rinvenimento dell’autovettura Fiat 127 targata PA 624386 intestata ad AITA Teresa, risultata suocera di MAFARA Giovanni, quest’ultimo fratello di Francesco.

Le condizioni della macchina, mancante dei sedili, lasciava supporre che fosse stata utilizzata per trasportare più di un cadavere.

I familiari dei fratelli MAFARA si dichiaravano all’oscuro persino della proprietà della Fiat 127 e solo dopo aver svolto personalmente accertamenti presso la concessionaria ove erano soliti comprare autovetture affermarono che il mezzo era stato acquistato da MAFARA Giovanni.

Tale circostanza, sia se risponde al vero sia se scientemente falsa, dimostra con certezza che la Fiat 127 rinvenuta in Termini Imerese era in uso al latitante MAFARA Francesco. Infatti nell’ipotesi in cui i familiari non fossero stati a conoscenza dell’acquisto dell’auto, peraltro di recentissima immatricolazione rispetto al 14 ottobre 1981, si deve dedurre che il latitante non ne avesse mai dato notizia alle donne della sua famiglia; nell’ipotesi in cui i famigliari conoscessero invece che il loro congiunto latitante,aveva acquistato tramite il fratello Giovanni, una nuova macchina, il loro atteggiamento negativo dimostra la volontà di nascondere agli organi investigativi il possesso della Fiat 127 da parte di MAFARA Francesco.

Peraltro, l’eliminazione di MAFARA Giovanni avvenuta all’interno della Calcestruzzi Maredolce ove sono ubicate tutte le abitazioni dei MAFARA, non spiegherebbe come mai un’autovettura a lui intestata possa essere stata abbandonata, nello stato che si é detto, nel paese di Termini.

Cosa che invece si spiega se si assume come vera la segnalazione secondo la quale, la mattina del 14 ottobre 1981, prima vennero soppressi MAFARA Francesco e GRADO Antonino che si trovava a bordo della Fiat 127 più volte citata e poi, con perfetta aderenza alla logica di sterminio nei confronti di coloro che erano rimasti fedeli al clan BONTATE – fu ucciso, probabilmente dalle stesse persone, MAFARA Giovanni impedendo cosi qualsiasi possibilità di reazione da parte della famiglia.

 

Patti, tradimenti e nuovi equilibri decisi in un summit di mafia

Venivano però tratti in arresto PROFETA Salvatore, PULLARA’ Giovanbattista (ambedue armati di pistola e rivoltella), CAPIZZI Benedetto, VERNENGO Ruggiero, FASCELLA Pietro, LO IACONO Pietro, GAMBINO Giuseppe, DI MICELI Giuseppe e D’URSO Giuseppe mentre venivano identificati tra i fuggiaschi AGLIERI Giorgio, GRECO Carlo, LO VERDE Giovanni, MARCHESE Mario, MOTISI Giovanni e CALASCIBETTA Giuseppe; all’ interno della villa e nelle sue immediate vicinanze venivano rinvenute altre otto pistole.

Dalle indagini emerse che la villa in questione era stata acquistata, formalmente, da VERNENGO Ruggiero per la somma di lire centocinquanta milioni, ma che ne aveva l’effettiva disponibilità, giacché ne deteneva le relative chiavi, AGLIERI Giorgio suocero di VERNENGO Pietro.

L’immediata perquisizione domiciliare fatta dai Carabinieri del Nucleo Operativo di Palermo nell’abitazione di AGLIERI Giorgio riportava al rinvenimento della somma di lire centotrenta milioni e di dollari U.S.A. per un totale di centoquarantasettemila e duecento.

Si accertò pure che il VERNENGO Ruggiero, cugino del sopra citato VERNENGO Pietro aveva acquistato l’immobile da VERACE Teresa, quest’ultima cognata del noto mafioso di Partanna Mondello RICCOBONO Rosario.

La contemporanea presenza all’interno di una villa periferica, protetta con sofisticati sistemi audiovisivi, di un così rilevante numero di pregiudicati e mafiosi tutti armati e decisi ad ingaggiare un conflitto a fuoco pur di consentire la fuga ai complici di maggiore spessore criminale, dimostrava che era stato interrotto un summit mafiso di particolare importanza, tenutosi in zona di già incontrastata e specifica influenza del clan BONTATE.

La particolare estrazione mafiosa dei partecipanti arrestati ed identificati e la rispettiva collocazione in seno a ben determinati gruppi criminali, avvalora quanto già acquisito in via confidenziale e dedotto per logica circa l’esistenza di una coalizione tra famiglie di mafia, ma permetteva altresì di individuare, alcune cosche che ne facevano parte; infatti i vari PROFETA, CAPIZZI, FASCELLA, GAMBINO, GRECO, MOTISI e CALASCIBETTA potevano facilmente essere collocati all’interno della famiglia mafiosa di Villagrazia; il LO IACONO e il LO VERDE tra i seguaci di ALBERTI Gerlando; il VERNENGO e l’URSO nel gruppo di contrabbandieri di Ponte Ammiraglio; il PULLARA’ Giovanbattista nel gruppo mafioso facente capo al BRUSCA Bernardo di San Cipirrello e San Giuseppe Iato ed ai corleonesi; il DI MICELI e l’AGLIERI nel gruppo dei corleonesi e dci contrabbandieri di piazza Scaffa; i1 MARCHESE Mario nella cosca di Altofonte.

La presenza di vari adepti al clan di Villagrazia assieme ad esponenti del gruppo ALBERTI, VERNENGO, BRUSCA, corleonese e di Altofonte lasciava chiaramente intendere che i primi fossero da annoverare tra coloro che avevano abbandonato il clan di Stefano BONTATE e si fossero alleati con altri gruppi mafiosi che non avevano subito alcuna perdita nel corso della guerra e che quindi necessariamente facevano parte della mafia emergente.

Tra questi era da annoverare certamente la famiglia mafiosa di Partanna Mondello, visto che RICCOBONO Rosario vero proprietario della villa di via Valenza, l’aveva ceduta pochi giorni prima dell’irruzione a VERNENGO Pietro, pur risultando intestatario VERNENGO Ruggiero.

Tale constatazione induceva a ritenere che le due organizzazione criminali facenti capo rispettivamente al RICCOBONO e al VERNENGO, pur se gravanti in zona diametralmente opposta della città mantenevano reciproci legami di interesse e pertanto che la cessione del villino fosse servita a compensare non meglio specificati rapporti di dare e avere.

Inoltre attraverso i collegamenti che era possibile fare, prendendo le mosse dei gruppi mafiosi dei contrabbandieri, di San Cipirrello, del corleonesi e di Altofonte, si arriva immediatamente all’individuazione delle altre famiglie artefici dello sconvolgimento degli squilibri.

Infatti la presenza di PULLARA’ Giovanbattista, fratello del latitante PULLARA’ Ignazio, riportava immediatamente a LEGGIO Luciano, a seguito della cui cattura il PULLARA’ Ignazio e lo zio Giuseppe proprietario della famosa fiaschetteria di Milano, vennero denunciati per favoreggiamento personale.

Matrimoni e comparaggi per avvicinare le famiglie di Palermo a Corleone

La presenza del clan dei corleonesi tra gli ispiratori della guerra, emergeva pure attraverso la contemporanea presenza del DI MICELI, nativo di Corleone e di MARCHESE Mario, quest’ultimo legato al clan di Altofonte, vassallo, com’è noto, dei corleonesi.

L’arresto di VERNENGO Ruggiero e l’accertata presenza di AGLIERI Giorgio conducevano al clan mafioso dei VERNENGO, implicato varie volte in reati di contrabbando di tabacchi lavorati esteri unitamente a gruppo SPADARO – SAVOCA nonché ai MARCHESE ed ai TINNIRELLO; inoltre gli stessi legami di parentela, utilizzati nella prassi mafiosa per cementare alleanze e comunanze di interesse, portava ad affiancare i VERNENGO con il gruppo dei corleonesi visto che VERNENGO Cosimo, padre di Pietro, ha sposato in Seconde nozze una sorella del DI MICELI Giuseppe noto favoreggiatore dei luogotenenti di Luciano LEGGIO, RIINA Salvatore e PROVENZANO Bernardo.

La più volte dimostrata partecipazione dei corleonesi e dei VERNENGO nella ideazione ed esecuzione della guerra mafiosa implicava, quasi per assioma, anche la presenza di uno dei più agguerriti e sanguinari gruppi criminali e cioè del gruppo facente capo ai fratelli MRCHESE Filippo e MAHCHESE Vincenzo nonché quella del gruppo mafioso di più alto lignaggio e cioè quello dei GRECO – PRESTIFILIPPO di Ciaculli e Croceverde Giardini.

I legami tra Leoluca BAGARELLA, braccio armato della famiglia di Corleone ed i citati MARCHESE, sono stati riscontrati in occasione della scoperta dell’appartamento bunker di via Pecori Giraldi, occupato da BAGARELLA ma di proprietà di MARCHESE Vincenzo, una cui figlia a nome Vincenza é fidanzata con lo stesso.

Giova ricordare che si pervenne alla localizzazione del covo di via Pecori Giraldi a seguito dell’arresto in data 8 luglio 1979 di MARCHESE Antonino, figlio di Vincenzo e fratello di Giuseppe, e di GIOE’ Antonio, indiziato d’appartenere alla cosca di Altofonte.

Nei giorni successivi all’irruzione della villa di via Valenza, mentre venivano ulteriormente attivate le fonti informative ai fini dell’identificazione di quanti erano riusciti a sottrarsi all’arresto, perveniva un circostanziato esposto anonimo riguardante proprio la riunione di mafia del 19 ottobre 1981, inviato in più copie alla locale Questura nonché alla Procura della Repubblica ed all’ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.

In tale scritto venivano indicati tra i fuggiaschi della villa SORCI Francesco, TERESI Giovanni inteso “u pacchiuni”, PULLARA’ Ignazio, fratello di Giovanbattista, MARCHESE Filippo, indicato come “il pericolo numero uno”, ZANCA Carmelo, gestore di una pompa di benzina in piazza Scaffa, DI CARLO Francesco, GRECO Giuseppe detto “scarpazzedda”, BRUSCA Bernardo di San Cipirrello, i fratelli SPADARO Vincenzo, Giuseppe e Tommaso.

Si specificava che nella villa erano attesi boss corleonesi e che scopo della riunione era quello di “finire di distruggere i MAFARA, i fratelli GRADO e il CONTORNO Salvatore, perché sono rimasti fedeli al clan BONTATE”.

Aggiungeva l’anonimo che autori del tradimento nei confronti dei BONTATE erano TERES1 Giovanni, i fratelli PULLARA’ ed i fratelli SPADARO ma che la coalizione comprendeva anche il gruppo di corso Dei Mille capeggiato da MARCHESE Filippo con i suoi seguaci, tra cui il di lui cognato TINNIRELLO Benedetto, ZANCA Carmelo, ARGANO Filippo e D’ANGELO Giuseppe nonché i fratelli PRESTIFILIPPO Giovanni e Salvatore e il gruppo rappresentato da SAVOCA Giuseppe e Vincenzo detto “u siddiato”, quello facente capo a DI PERI Pierino, e il clan LO IACONO.

Specificava che lo ZANCA Carmelo e il gruppo di corso Dei Mille gestivano un laboratorio per la raffinazione della droga nella zona di Acqua dei Corsari; che il medesimo gruppo di corso Dei Mille era responsabile degli omicidi perpetrati nella zona di corso Dei Mille e della via Conte Federico; che scopo della riunione non era quello di verificare le possibilità di una tregua, ma quello di organizzare ulteriormente la strage.

Tutte le persone citate nell’anonimo sono state identificate nella nota numero 3112/3-1981 del giorno 8 aprile 1982 del Nucleo Operativo del Gruppo Carabinieri di Palermo diretto alla Procura della Repubblica e al Giudice Istruttore della Sesta Sezione di Codesto Tribunale, nella quale pure sono stati evidenziati alcuni elementi di indagini già acquisiti sino a quella data dagli organi di

Polizia Giudiziaria.

I potenti Marchese, la sanguinaria famiglia di Corso dei Mille

Il 15 gennaio 1982 veniva condotta a termine altra importante operazione di Polizia Giudiziaria che, oltre a fornire in maniera inequivocabile precisi riscontri all’attività investigativa posta in essere a seguito degli omicidi del Natale millenovecentottantuno, confermava inequivocabilmente in linea più generale, le responsabilità assunte nell’ambito della guerra tra le famiglie mafiose, dei gruppi cosiddetti emergenti.

Nel corso dei protratti servizi preventivi effettuati nella zona di Brancaccio, personale della Polizia di Stato intercettava l’autovettura Wolkswaken Golf […] sulla quale si trovava MARCHESE Giuseppe, SPADARO Francesco e INCHIAPPA Giovanbattista.

I tre giovani venivano trovati in possesso di due rivoltelle calibro trentotto special cariche, con numerosissime munizioni di scorta, e quindi tratti in arresto.

La contemporanea presenza a bordo di una veloce autovettura, le micidiali armi di cui erano in possesso e la nutrita scorta di munizioni dello stesso calibro, la zona nella quale erano stati fermati, l’estrazione mafiosa delle famiglie di rispettiva appartenenza e gli accertati legami tra i clan cui gli stessi appartenevano, non lasciavano dubbi sulle intenzioni reali c sul motivo della loro presenza in un quartiere già teatro di una lunga serie di omicidi.

MARCHESE Giuseppe é nipote del più volte citato boss di corso Dei Mille MARCHESE Filippo e figlio del mafioso MARCHESE Vincenzo, ambedue ricercati perché implicati nell’associazione ritenuta responsabile degli omicidi di BORIS Giuliano ed Emanuele BASILE. Inoltre é fratello di quel MARCHESE Antonino arrestato nel luglio 1979 unitamente a GIOE’ Antonino mentre tentava di recuperare, all’interno della zona portuale di Palermo, una rivoltella calibro trentotto special marca Taurus poi risultata essere l’arma con la quale venne ucciso RINICELLA Giovanni di Altofonte. Il GIOE’, il MARCHESE Antonino e il BAGARELLA Leoluca sono stati colpiti da mandato di cattura per tale omicidio.

Proprio grazie all’arresto del MARCHESE Antonino e di GIOE’ Antonino si pervenne alla localizzazione dell’appartamento di via Pecori Giraldi, nel quale furono rinvenuti quattro chili di eroina e varie armi, usato da BAGARELLA Leoluca risultato essere fidanzato con MARCHESE Vincenza sorella di Antonino.

SPADARO Francesco è figlio del mafioso SPADARO Giuseppe e nipote del più noto Masino SPADARO sino a qualche tempo fa ritenuto il rass incontrastato di tutta l’attività contrabbandiera svolta nella Sicilia occidentale.

Il citato SPADP.RO Francesco il 25 marzo 1978 venne tratto in arresto per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale; con lui, nella circostanza, si trovavano alcuni amici tra i quali VERNENGO Cosimo figlio di VERNENGO Giuseppe e nipote di VERNENGO Pietro ambedue risultati essere gestori della raffineria di morfina trovata il giorno 11 febbraio 1982 in via Messina Marine.

INCHIAPPA Giovanbattista nato e residente in Altofonte, é risultato essere socio con FAZIO Salvatore nell’impresa “La Siciliana S.n.C. Installatrice di impianti elettrici. Detta società é risultata essere fornitrice delle imprese edili operanti nella zona orientale della città di Palermo e facenti capo a vari clan mafiosi tra le quali la Listro & C. di proprietà di SPADARO Tommaso.

Il FAZIO poi si é rivelato uno degli uomini di punta del clan di corso Dei Mille, al quale era affidato il compito di riciclare, attraverso l’attività imprenditoriale sopra citata, la costruzione di villini in Casteldaccia e l’acquisto di un agrumeto per cinquecento milioni di Lire nella stessa Casteldaccia, gli enormi profitti derivanti dal traffico degli stupefacenti.

Che il FAZIO sia un prestanome di Filippo MARCHEE e che sia indiscutibilmente stato a lui é riscontrabile anche nell’occasione della sua identificazione, avvenuta il 23 marzo 1974 in Gaeta, mentre si trovava insieme al citato MARCHESE Filippo ed a MARCHESE Pietro, cognato di Filippo, con i quali aveva accompagnato nella sede di soggiorno MARCHESE Giuseppe di Saverio nato a Palermo il 16 gennaio 1938, fratello di Pietro.

[…] I cenni sui collegamenti e sui rapporti intercorrenti tra i tre arrestati e i gruppi mafiosi di rispettiva provenienza, riportano immediatamente all’organigramma più volte delineato dei gruppi criminali che avevano assunto il potere della città di Palermo.

 

Esposti anonimi e “imbeccate” ai carabinieri,  l’altra guerra dei boss

Nell’agosto millenovecentottantuno era pervenuto al Comando Gruppo Carabinieri di Palermo un circostanziato esposto anonimo che chiariva i motivi della guerra insorta tra gli aggregati mafiosi con specifico riferimento ai tradimenti avvenuti all’interno del clan BONTATE.

Infatti l’esponente indicava nei fratelli PULLARA’ Ignazio e Giovanbattista gli individui che avevano condotto in una villa di campagna della zona di Villagrazia TERESI Girolamo e i fratelli FEDERICO e il DI FRANCO Giuseppe e ivi li avevano massacrati perché i quattro erano intenzionati a vendicare la morte di Stefano BONTATE.

A proposito della villa ove i quattro erano stati uccisi aggiungeva che anche i SORCI e TERESI Giovanni con il figlio “omicida”, gli ultimi due abitanti nei pressi dei BONTATE, avevano fatto aprire “la fusione” con i corleonesi.

Secondo l’anonimo i PULLARA’ avevano agito su mandato specifico di Totò RIINA e di Dino PROVENZANO forti della parentela che li lega a BRUSCA Bernardo di San Cipirrello.

Indicava quali collaboratori della strage, ROTOLO Antonino, MADONIA Francesco, Pippo CALO’, Ignazio MOTISI e Matteo MOTISI, GRECO Giuseppe di NICOLO’ inteso “Pino cetta”, considerato uno dei più pericolosi.

Individuava l’origine della faida nell’opposizione che BONTATE Stefano ed INZERILLO Salvatore avevano dimostrato nell’inserimento del clan dei corleonesi a Palermo, poiché gli stessi avevano sempre operato con sequestri di persona ed estorsioni.

Concludeva incitando ad una azione decisa poiché il gruppo vincente si stava impadronendo di tutta la Sicilia ed avrebbe prose8uito negli omicidi in Palermo. Quasi fosse un post scriptum menzionava FARINELLA Giuseppe di San Mauro Castelverde e SCADUTO Giovanni tra gli appartenenti al gruppo dei corleonesi. Tutti gli individui citati in tale secondo scritto anonimo sono identificati […].

Come si vede i due anonimi scritti ed inviati in tempi diversi, motivati da due fatti specifici differenti (nel primo l’arresto dei partecipanti al summit di mafia/nel secondo il sequestro e la soppressione di TERESI Girolamo, dei fratelli FEDERICO e di DI FRANCO Giuseppe), vergati in stile diverso ed indirizzati ad organi dello Stato differenti, contengono non solo indicazioni comuni relativi ai gruppi mafiosi che avevano scatenato la guerra, ma soprattutto formulano identici indizi di responsabilità a carico delle stesse persone per determinati fatti delittuosi.

Nell’anonimo pervenuto al comando del Gruppo Carabinieri nell’agosto millenovecentottantuno e quindi due mesi prima del “bliz di Via Valenza”, ai fratelli PULLARA’ viene attribuita l’eliminazione delle quattro persone rimaste fedeli ai BONTATE e viene specificato che il fatto delittuoso era avvenuto in una villa della zona Villagrazia “di cui i SORCI hanno fatto fusione” e che il TERESI Giovanni con il figlio indicato come “l’omicida” dovevano essere al corrente della soppressione.

Nell’anonimo inviato alla Questura ed alla Magistratura, tra coloro “che hanno fatto il tradimento al BONTATE passando al gruppo dei corleonesi” sono enumerati Giovanni TERESI, i PULLARA’ e gli SPADARO.

Inoltre alla pagina venticinque del presente rapporto nella parte nella quale sono riportate le persone indicate da fonte particolarmente qualificata quali responsabili della soppressione di TERESI Girolamo dei FEDERICO e di DI FRANCO, sono stati indicati BONTA’ Antonino, TERESI Giovanni e TERESI inteso “il numero uno”.

Pertanto, anche alla luce della riscontrata presenza di PULLARA’ Giovanbattista nella villa di VERNENGO, non può esservi dubbio sulla congruenza delle notizie pervenute tramite i due scritti anonimi e la fonte confidenziale.

Accertato che i fratelli PULLARA’ sono certamente tra i traditori del clan BONTATE, constatato il legame di parentela con BRUSCA Bernardo nonché la già accertata amicizia con LEGGIO Luciano pare logico dedurre come aderente alla realtà, il loro passaggio con il clan dei corleonesi rappresentato dai latitanti Riina e Provenzano.

Confidenti e indagini, le contromosse dei poliziotti ai misteri di mafia

L’organigramma tracciato nell’anonimo, come si vede, trova piena rispondenza nei fatti delittuosi che si erano succeduti dall’inizio del millenovecentottantuno e corrispondeva, come già é stato detto, al quadro degli organi investigativi sulla scorta delle indagini, informazioni e deduzioni avevano già tracciato.

L’anonimo forniva però numerosi dettagli quali: i nominativi dei mafiosi che erano fuggiti dalla villa di via Valenza; l’identità di quelli che erano attesi; lo scopo per il quale era stato indetto il summit; la localizzazione sia pure sommaria della raffineria; il gruppo che era interessato alla raffinazione della droga.

Offriva pure lo spunto per alcune considerazioni relative alla gerarchia mafiosa instauratasi tra i vari clan, precisando che il clan di corso Dei Mille era affiliato ai PRESTIFILIPPO di Croceverde Giardini ed a Giuseppe GRECO di Ciaculli, ma che tutti erano passati al gruppo corleonese.

Tale ultima affermazione non può certo intendersi nel senso che clan mafiosi quali i GRECO dei Ciaculli, i PRESTIFILIPPO ed i GRECO di Croceverde Giardini possano trovarsi in posizione subordinata nei confronti del clan dei corleonesi, bensì va interpretata come adesione di tutti i clan emergenti al punto di vista o alle ragioni o all’azione di cui si erano fatti promotori i corleonesi nei confronti delle famiglie BONTATE e INZERILLO.

Cosa del resto evidenziata nell’anonimo pervenuto ai Carabinieri, nel quale le cause della guerra sono indicate nell’opposizione dei clan BONTATE e INZERILLO all’ingresso dei corleonesi nel territorio metropolitano.

Vale la pena accennare che sostanzialmente le notizie fornite dai due anonimi, sopra citati, sono state informalmente recepite da Funzionari e Ufflciali della Squadra Mobile e del Nucleo Operativo del Gruppo Carabinieri, che le hanno attinte a seguito di lunga opera di persuasione, da persone risultanti assai vicine ai defunti BONTATE Stefano e INZERILLO Salvatore.

Di tali. notizie confidenziali sarà diffusamente trattato in seguito.

A questo punto occorre fare un’annotazione di carattere statistico che, pur con i comprensibili limiti in tale tipo d’osservazione, offre in ogni caso dati obiettivi e incontrovertibili.

Dal 19 ottobre 1981, data in cui si verificò l’arresto dei partecipanti al summit di Villagrazia, alla fine dell’anno millenovecentottantuno, la cadenza degli omicidi attribuiti alla prosecuzione del piano di sterminio delle famiglie tradizionali, subiva una netta flessione anche se si dovevano registrare taluni delitti di persone legate ai gruppi BONTATE e BADALAMENTI, quali MANDALA’ Gaetano ucciso il 13 novembre 1981 in via Conte Federico unitamente a GIANNONE Filippo, e FINAZZO Giuseppe ucciso il 10 dicembre in contrada Gazza di Terrasini.

Il 6 novembre 1981 era stato ucciso il Professore BOSIO Sebastiano; nell’immediatezza del fatto non si comprese il movente, pur risultando lo stesso in contatto con mafiosi di spicco quali MANGANO Vittorio, trafficante di stupefacenti, legato al clan INZERILLO; il movente sarà in seguito chiarito da qualificato confidente.

A proposito dell’omicidio di MANDALA’ Gaetano, consumato come quelli in pregiudizio di MANDALA’ Pietro e di MAZZOLA Emanuele nella via Conte Federico, va sottolineato che la vittima era cugino in primo grado di CONTORNO Salvatore – perché ambedue figli di fratelli – nonché zio di MANDALA’ Pietro e di LOMBARDO Carmela, moglie di CONTORNO.

Pertanto anche tale delitto va inquadrato nell’ambito del disegno persecutorio attuato nei confronti del CONTORNO, la cui esistenza in vita doveva necessariamente costituire una spada di Damocle sospesa sulla testa degli organizzatori e degli esecutori di tanti efferati omicidi.

Questa stasi nel proseguimento del disegno criminoso era ancora in parte riconducibile alla particolare intensità con la quale venivano seguite le indagini successive al bliz di via Valenza e al rinvenimento della enorme somma di denaro in lire e in dollari nell’appartamento di AGLIERI Giorgio; in parte all’intensificazione di specifici servizi preventivi svolti da personale in divisa ed in borghese della Polizia e dei Carabinieri in tutta la zona orientale della città ed in particolare da piazza Scaffa al quartiere Ciaculli.

La costante presenza degli organi di Polizia in tutta la zona se da una parte si é rilevata utile nel contenimento dell’ondata criminale incentrata nella zona orientale della città, dall’altro evidenziava l’interesse degli organi investigativi nei confronti dei gruppi di mafia che proprio in tale comprensorio avevano spadroneggiato.

La strage di Natale e la guerra dei clan per il controllo di Villabate

Il protrarsi di tali servizi permetteva di acquisire utili risultati anche sul piano investigativo a seguito dell’arresto di FICI Giovanni, avvenuto il 6 gennaio 1982 e di SPADARO Francesco, MARCHESE Giuseppe ed INCHIAPPA Giovanbattista, avvenuto il 15 gennaio 1982.

Di tali operazioni verrà detto seguendo il criterio cronologico e logico.

Il 25 dicembre 1981,in Bagheria, a conclusione di uno spettacolare raid automobilistico costellato dall’esplosione incosciente di grande numero di colpi di arma da fuoco, un commando di killers su due autovetture raggiungeva il mezzo sul quale prendevano posto PITARRESI Biagio, DI PERI Giovanni e PITARRESI Antonino, uccidendo i primi due e sequestrando il terzo che non era stato loro possibile uccidere, per esaurimento di munizioni.

Nello scontro veniva ucciso accidentalmente un passante, VALVOLA Onofrio. Il giorno successivo, in Villabate, veniva pure assassinato, a colpi di arma da fuoco, CARUSO Giuseppe.

La personalità criminale di DI PERI Giovanni, pregiudicato ed indiziato mafioso, indicato quale patriarca del paese di Villabate sin da quando aveva neutralizzato la famiglia dei COTTONE a lui avversa; il potere che gli veniva riconosciuto in ogni settore dell’attività economica imprenditoriale e sociale; la contemporanea presenza di PITARRESI Antonino e PITARRESI Giorgio, impegnati con altri congiunti in varie attività commerciali ed imprenditoriali nel settore edilizio; la successiva uccisione di CARUSO Giuseppe che sotto l’egida del DI PERI controllava la distribuzione dell’acqua irrigua per gli agrumeti della zona; l’immediata fuga dalle rispettive abitazioni di MESSICATE VITALE Pietro, socio dei DI PERI, e di TROIA Gaspare aggregato alla cosca dei PITARRESI; tutto ciò faceva ritenere che la cosiddetta “strage di Natale” fosse stata perpetrata per scalzare il potere mafioso del PITARRESI e contemporaneamente colpire le attività imprenditoriali condotte dai DI PERI ed assumere il controllo della distribuzione delle acque irrigue, elemento vitale per la sopravvivenza dell’economia agricola di tutta la zona.

A conferma dell’intuizione veniva una specifica segnalazione anonima che attribuiva la responsabilità degli omicidi consumati il 25 e 26 dicembre 1981 a MARCHESE Filippo, titolare della Edilbeton Calcestruzzi, proprietario del villino nei pressi della Casa Vinicola “Vini Covo” a Casteldaccia.

Dalle indagini e dalle notizie che informalmente incominciavano a filtrare, si acquisiva che erano insorti gravi contrasti tra i proprietari della citata Edilbeton (MARCHESE Giorgio figlio di Filippo, GUIDA Andrea cognato di TINNIRELLO Gregorio, TINNIRELLO Gregorio figlio di Benedetto, quest ‘ultimo cognato di MARCHSE Filippo, LA ROSA Antonino zio di DI GREGORIO Giuseppe di Nicolò e parente di altre famiglie mafiose, – PRESTIFILIPPO e FICI) e quelli della Sicilconcret (PITARRESI Salvatore figlio di Antonino, PICCIURRO Raffaele cugino di PITARRESI, MESSICALTE VITALE Pietro, PIPITONE Antonino e CANNELLA Tommaso). Infatti le due ditte fornitrici di calcestruzzo sono situate a breve distanza l’una dall’altra e quindi hanno, quale loro naturale mercato, la medesima zona che va da Bagheria a corso Dei Mille, territorio nel quale opera pure la Calcestruzzi Maredolce dei fratelli MAFARA. L’attività di quest’ultima impresa era stata praticamente soffocata con l’eliminazione fisica dei titolari MAFARA Francesco e MAFARA Giovanni.

Pertanto, se come successivamente é stato dimostrato, l’ideatore della strage di Natale era il gruppo mafioso facente capo ai MARCHESE, ai TINNIRELLO, ai PRESTIFILIPPO ed ai GRECO, portatori di una logica di sterminio per l’acquisizione di un potere territoriale più esteso, appariva verosimile che l’uccisione del DI PERI dei PITARRESI c del CARUSO, così come quella dei MAFARA , fosse servita per assicurare la necessaria espansione della Edilbeton sul versante di Villabate e Bagheria dalla Sicilconcret e sul versante di Brancaccio, Villagrazia, corso Dei Mille dalla Calcestruzzi Maredolce.

L’esattezza della pista investigativa sopra delineata trova ampia conferma dai due episodi verificatisi nel gennaio millenovecentottantadue di cui si é ampiamente parlato prima.

Infatti il 6 gennaio 1982 a seguito di telefonata anonima, il locale Nucleo Radiomobile Carabinieri interveniva nei pressi dello stabilimento industriale Calcestruzzi Maredolce per intercettare ed identificare gl i occupanti di due autovetture sospette, segnalate dall’anonimo interlocutore.

Le due autovetture, all’approssimarsi dell’autoradio, si davano velocemente alla fuga in direzione di Villabate; all’improvviso, dall’ultima autovettura,. scendeva un individuo che si dileguava nella campagna circostante.

Il predetto veniva, dopo laboriose ricerche , raggiunto ed identificato per FICI Giovanni, cugino di GRECO Giuseppe di Nicolò e di GRECO Giovanni. […] Sul conto di FICI Giovanni erano già emersi concreti elementi di collegamento con il clan dei GRECO di Ciaculli. […] Successivamente, in via confidenziale, si apprendeva che tra gli occupanti delle due autovetture che erano sfuggite al controllo vi era il famigerato Pino GRECO latitante per omicidio e che il motivo della presenza del FICI, del GRECO e degli altri occupanti rimasti sconosciuti davanti alla Calcestruzzi Maredolce, era da individuarsi nell’intenzione di uccidere MAFARA Pietro e Giuseppe ultimi superstiti dell’omonima famiglia.

Soffiate più o meno anonime, ma chi parla di don Michele Greco poi muore

La scomparsa di DE GREGORIO Salvatore é un evento di primaria importanza nell’ambito della presente indagine. Il predetto, arrestato il 12 agosto 1981 e scarcerato per concessione della libertà provvisoria il 24 dicembre 1981, aveva infatti testimonialmente dichiarato fatti e circostanze assai rilevanti e certamente doveva essere a conoscenza di altri eventi relativi ai contrasti tra le cosche mafiose.

La modalità dell’uccisione di BONTATE Stefano, la soppressione di TERESI Girolamo e delle altre che lo accompagnavano ad opera di non meglio precisati traditori, l’individuazione delle famiglie vicine ai BONTATE, i continui contatti tra Stefano BONTATE e Santo INZERILLO, elementi poi riscontrati in sede di indagini o attraverso segnalazioni confidenziali ed anonime, dimostravano che il DE GREGORIO aveva una conoscenza ed una visione approfondita della situazione anteriore all’inizio delle ostilità.

Ma il fatto più rilevante tra quelli riferiti, era che Michele GRECO fosse un boss mafioso di rango molto elevato, tanto che il DE GREGORlO gli attribuiva il “don”, e che estendesse la sua influenza sino alla via Oreto.

Tale dichiarazione per coloro che da anni seguono le vicende di mafia é da ritenere determinante giacché l’impenetrabilità e il grandissimo prestigio che circondano GRECO Michele e le persone a lui più vicine, hanno impedito da venti anni a questa parte, non solo di raccogliere elementi di responsabilità in ordine agli illeciti da lui perpetrati, ma persino di recepire notizie confidenziali specifiche e riscontrabili.

Basti considerare che GRECO Michele ha vissuto per anni come se si trovasse in stato di latitanza, limitando al massimo i suoi contatti con l’esterno e le sue apparizioni in pubblico.

Infatti nel febbraio del corrente anno si è riscontrato che persino il dottor Sebastiano MUSUMECI-CARBONE, odontoiatra, si é recato nella sua abitazione per curarlo; il 16 febbraio 1982 AIELLO Michelangelo già assessore e sindaco di Bagheria, nonché titolare delle S.p.A. Saic ed Ida, con sede in Bagheria, importanti aziende nel settore alimentare, si era portato con il proprio autista, nell’abitazione del GRECO per conferire con lui.

Per illustrare compiutamente la posizione che GRECO Michele riveste nella ristrettissima cerchia di boss mafiosi, é sufficiente dire che é inteso come “il papa” a differenza dello stesso BONTATE Stefano chiamato “il Principe di Villagrazia”.

Questi brevi cenni sulla personalità di GRECO Michele servono per sottolineare ulteriormente il valore reale delle indicazioni fornite dal DE GREGORIO.

L’avere soltanto profferito il nome di GRECO Michele ed averlo poi indicato come un boss del rango di Stefano BONTATE, ha segnata il destino di DE GREGORIO Salvatore.

Questi infatti, dopo aver trascorso i primi giorni di libertà in casa, é stato sequestrato alla prima favorevole occasione; considerato il tempo trascorso dal 4 gennaio 1982, é da ritenere che sia stato soppresso e il suo cadavere occultato secondo il rituale ormai consolidato della soppressione di altri elementi della famiglia BONTATE quali: Girolamo TERESI, i fratelli FEDERICO, Giuseppe DI FRANCO, D’AGOSTINO Emanuele, MAFARA Francesco e GRADO Antonino.

Secondo quanto riferito in via strettamente riservata il DE GREGORIO, sequestrato da individui già facenti parte della cosca di Villagrazia, era stato sottoposto ad un interrogatorio nel corso del quale gli veniva contestato quanto dichiarato alla Squadra Mobile, e quindi ucciso. Ma di ciò si riferirà più avanti.

E’ pertinente a questo punto illustrare il contenuto di uno scritto anonimo giunto alla Questura di Palermo intorno al 15 gennaio 1982. In esso si da una spiegazione dell’origine della faida attribuendola ad una lite avvenuta tra Salvatore CONTORNO e GRECO Giuseppe detto “scarpazzedda”, a seguito della quale il capo mafia di Croceverde Giardini PRESTIFILIPPO Giovanni avrebbe dato ordine di ucciddere CONTORNO, nonostante l’opposizione di BONTATE Stefano.

Successivamente in occasione dell’agguato teso a CONTORNO Salvatore costui ebbe la meglio ed uccise uno dei figli del PRESTIFILIPPO.

Pertanto si era scatenata la persecuzione nei confronti di tutti quelli che avevano aiutato Salvatore CONTORNO. L’anonimo individuava i killers nei figli del PRESTIFILIPPO, in GRECO Giuseppe, in ZARCONE e MAZZOLA della zona di Belmonte Chiavelli, nei cugini MARCHESE e nei fratelli ZANCA di Corso dei Mille, questi ultimi con l’appoggio dei Corleonesi.

Terminava affermando che il capo mafia di tutta Palermo era “don Michele GRECO”, il quale si avvaleva di consigli di alcuni avvocati e della protezione di un magistrato.

A parere di chi scrive l’anonimo presenta un grado di attendibilità sufficiente se si intende nel senso che molti degli omicidi nella zona di via Giafar, via Conte Federico e limitrofe sono stati determinati dagli aiuti delle vittime avrebbero offerto al CONTORNO.

Anche la ricostruzione dell’ aggressione subita dal CONTORNO e dalla sua reazione potrebbero essere aderenti alla realtà se l’anonimo intendeva riferirsi al tentato omicidio in pregiudizio di CONTORNO Salvatore: infatti in sede di Sopralluogo si riscontravano segni di colpi d’arma da fuoco che furono attribuiti alla reazione della vittima designata.

Non è stato possibile accertarsi dell’esistenza in vita dei due figli di PRESTIFILIPO Giovanni perché anche costoro, da un certo periodo di tempo, volontariamente si sono resi irreperibili.

Solo di PRESTIFILIPPO Giuseppe Francesco si ha certezza dell’esistenza in vita, in quanto identificato il 22 maggio 1981 unitamente a TINNIRELLO Lorenzo, ZASA Giuseppe e GRECO Giuseppe di Salvatore, in questo corso Dei Mille e notato il 6 febbraio 1982 transitare con GRECO Giuseppe di Salvatore ed un altro giovane che si nascondeva il volto a bordo di una Renault nella via Ciaculli.

Sembra invece precisa ed attendibile l’identificazione de i killers responsabili di numerosissimi omicidi poiché PRESTI FILIPPO Mario Giovanni, PRESTIFILIPPO Giuseppe Francesco, Pino GRECO, i cugini MARCHESE figli di Filippo e Vincenzo MARCHESE, i fratelli Pietro, Carmelo, Giovanni, Onofrio ZANCA, ZARCONE Salvatore e MAZZOLA, sono tutti appartenenti alle famiglie coalizzatesi contro i clan BON’I’ATE, INZERILLO e BADALAMENTI e molti di loro sono stati sospettati e denunciati per vari omicidi.

L’individuazione poi di Michele GRECO quale capo mafia di tutta Palermo trova ampio ri scontro nelle confidenze di persone assai bene informate che, solo dopo diversi incontri e dopo essersi accertate dell’assoluta riservatezza dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria, hanno consentito a svelare il nome del boss di tutti i boss.

Che si tratti di un “primus” anche tra i capi delle varie famiglie mafiose, si evince dall’identificazione dei pregiudicati SAVOCA Salvatore e CASELLA Antonino notati sostare davanti alla sua abitazione. La indubbia collocazione dei due nell’organizazione contrabbandiera della Kalsa diretta da Masino SPADARO e Pino SAVOCA non lascia alcun dubbio circa la loro presenza davanti alla villa di GRECO Michele: evidentemente erano in attesa che uno dei due capi, più probabilmente il SAVOCA, uscisse dall’abitazione del GRECO ove era recato come impone lo status del boss di Ciaculli. Le incredibili giustificazioni rappresentate nella circostanza dal SAVOCA e dal CASELLA sono, in proposito, quanto meno indicative.

Vale qui la pena di ricordare che anche DE GREGORIO Salvatore aveva sentito la necessità, parlando di Michele GRECO, di premettere il “don”, cosa che non faceva parlando di BONTATE Stefano, che pure rappresentava per lui il capo indiscusso della famiglia, inteso il Principe di Villagrazia.

La morte del DE GREGORIO é una testimonianza non più confutabile circa l’importanza delle sue rivelazioni, che per il fatto stesso di avergli causato la morte, assumono valore inequivocabile

Sangue e vendette, gli “scappati” si riorganizzano nel Nord Italia

Nei primi giorni del mese di gennaio e precisamente il 7 gennaio 1982, rimanevano vittime della “lupara bianca”, anche i fratelli LUPO Benedetto e Luigi. Di costoro, a distanza di un mese e mezzo fu rinvenuta l’autovettura sulla quale, personale del gabinetto regionale di Polizia Scientifica, trovò pochi grammi. di sostanza stupefacente, presumibilmente eroina.

I precedenti specifici dei fratelli LUPO avevano, nella medesima casa, il suocero e il cognato LUPO Luigi. già arrestati nel maggio del millenovecentosettantacinque unitamente a MARCIANO’ Francesco Paolo a seguito del rinvenimento nell’abitazione dei LUPO di un laboratorio artigianale per la produzione e il taglio degli stupefacenti, la loro estrazione della zona di Villagrazia, i legami di affinità contratti da LUPO Benedetto con i SORCI, l’improvvisa ricchezza riscontrabile dall’avere edificato due ville con piscina nella zona Olio di Lino, lasciavano supporre che la loro scomparsa fosse dovuta a contrasti insorti fra trafficanti di stupefacenti, visto che nella loro macchina era stata rinvenuta droga.

Solo dopo l’uccisione di MARCHESE Pietro avvenuta all’Ucciardone il 25 febbraio 1982, la soppressione dei LUPO é stata considerata sotto un altro profilo.

Infatti, dagli accertamenti esperiti sugli appunti trovati in possesso del MARCHESE al momento del suo arresto a Zurigo (12 giugno 1981), si accertava che il predetto aveva portato con se un biglietto da visita del ragioniere MALFATTORE Nicolò. Quest’ultimo é cugino di MARCHESE Pietro – la madre del primo é sorella del padre del secondo – nonché cognato dei fratelli LUPO per avere sposato una loro sorella; inoltre dai primi mesi del millenovecentottantuno il MALFATTORE era andato ad abitare in una villa di via Olio di Lino, ove era installata l’utenza stampata sul biglietto da visita, e con lui convivevano, nella medesima casa, il suocero e il cognato LUPO Luigi. È stato altresì riscontrato che il giorno in cui il cadavere del MARCHESE era stato restituito alla famiglia, il MALFATTORE si era recato, sia pure notte tempo, in casa dei GRECO, parenti della moglie del defunto, ove si trovava il feretro.

Quanto sopra dimostra che tra MARCHESE Pietro, LUPO Luigi (188) e MALFATTORE Nicolò vi erano frequenti contatti tanto che il primo, pur dovendo recarsi in Brasile, aveva sentito la necessità di portare con sé, insieme a pochissimi altri appunti, il recapito telefonico del cugino, attraverso il quale poteva contattare il LUPO Luigi.

Orbene se i fratelli LUPO erano trafficanti e produttori di stupefacenti, già orbitanti nel gruppo mafioso di Villagrazia, come si evince dai precedenti giudiziari specifici, dello stupefacente trovato nella loro auto e dall’elevato tenore di vita, se intrattenevano rapporti di affari e di materia illecita con MARCHESE Pietro, se questo ultimo – come sarà dimostrato più avanti – é stato ucciso per aver tradito i gruppi mafiosi facenti capo ai GRECO di Croceverde, ai GRECO dei Ciaculli ed ai MARCHESE di corso Dei Mille, ben può dedursi che anche l’eliminazione dei fratelli LUPO vada attribuita alla stessa farniglia emergente, pur senza poter escludere che sia stata occasionalmente deterrminata da uno sgarbo per motivo di traffico di stupefacenti.

In merito agli omicidi di, TERESI Francesco Paolo e IENNA Michele, va sottolineato che erano stati portati a termine con l’uso di una medesima p6stola calibro sette e sessantacinque, il che non lascia dubbi circa la medesima identità degli esecutori e dei mandanti; ma non sorgono dubbi neppure circa l’identità dei mandanti degli omicidi GRADO, DI FRESCO Giovanni e D’AGOSTINO, ove si consideri che TERESI Francesco Paolo era fratello di quel TERESI Pietro, socio della Centralgars dei BONTATE, allontanatosi da Palermo sin dal 1 agosto del 1981; lo stesso é coniugato con GRADO Rosalia sorella dei noti GRADO Antonino, Salvatore, Gaetano, Vincenzo, etc. cugini, questi ultimi, di CONTORNO Salvatore; IENNA Michele, macellaio con esercizio ubicato nella via Belmonte Chiavelli era stato socio di CONTORNO Salvatore nell’allevamento di bovini tenuti nelle sue stalle ed era stato indicato tra coloro che aveva nascosto Salvatore CONTORNO; GRADO Antonino era cugino dei sopra citati fratelli GRADO; DI FRESCO Giovanni era genero di MAZZOLA Emanuele ucciso il 5 ottobre 1981 e fratello di DI FRESCO Francesco che sarà ucciso il 12 marzo 1982, tutti confidenzialmente indicati quali favoreggiatori di CONTORNO Salvatore; D’AGOSTINO Ignazio era padre di quel D’AGOSTINO Rosario complice di CONTORNO Salvatore in varie imprese criminose e coniugato con LOMBARDO Maria Carmela cugina in primo grado di LOMBARDO Carmela, moglie di CONTORNO Salvatore.

Ulteriore riprova che l’unico movente dei delitti citati sia l’eliminazione di quanti, rimasti fedeli al gruppo mafioso di originaria estrazione, avrebbero potuto intraprendere una controffensiva, (in particolar modo i cugini CONTORNO GRADO), si evince dal contenuto delle già citate conversazioni telefoniche intercettate nell’utenza numero 237143 intestata ad ANSELMO Salvatore.

Come poi é stato riferito confidenzialmente e accertato dalle indagini, il D’AGOSTINO Rosario ed i fratelli GRADO erano riusciti a sottrarsi alla morte rifugiandosi nel nord Italia ed ivi mantenevano regolari rapporti con altri fuoriusciti del clan BONTATE, nonché con CONTORNO Salvatore e BADALAMENTI Gaetano. Anche di questo sarà detto in modo più diffuso appresso.

 

Archivio digitale logo base