Nel dibattito pubblico italiano l’espressione “strage di Stato” viene ripetuta con una leggerezza che non appartiene né alla storia, né al diritto, né alla logica. È una formula che pretende di spiegare tutto e finisce per non spiegare nulla. Soprattutto, produce un effetto preciso: diluisce le responsabilità reali fino a renderle irriconoscibili.
Non è mai esistito uno Stato italiano che pianifica stragi o commissiona “omicidi eccellenti”. Sono invece esistiti uomini dello Stato che hanno operato contro lo Stato, e questo è un fatto documentato da atti giudiziari, non da slogan. La differenza è sostanziale: attribuire la colpa allo Stato nel suo complesso significa assolvere chi, dentro quello stesso Stato, ha scelto di tradire.
La storia delle stragi italiane è segnata da depistaggi sistematici, coperture interne, indagini deviate, informazioni occultate. Non è retorica: è la sequenza dei fatti.
L’uso improprio dell’espressione “strage di Stato” produce un cortocircuito culturale e civile. Trasforma responsabilità individuali e settoriali in una colpa indistinta. Mette sullo stesso piano: chi ha depistato e chi ha cercato la verità, chi ha manipolato e chi ha pagato con la vita, chi ha tradito e chi ha servito lo Stato fino all’ultimo giorno.
Dire “strage di Stato” signofica trasformare un tradimento interno in una colpa collettiva. Significa proteggere, non denunciare.
La verità, nella sua forma più fredda, è questa: le stragi non sono mai state “di Stato”; sono state rese possibili da uomini dello Stato che hanno agito contro lo Stato.
Questo vale per molte pagine della nostra storia, ma per alcune vale ancora di più. Vale, soprattutto, per Capaci e Via D’Amelio. Le stragi del 1992 non furono “stragi di Stato”. Furono stragi mafiose, eseguite da Cosa nostra, dentro un contesto in cui: gravi responsabilità di soggetti istituzionali, depistaggi scientifici e omissioni colpevoli hanno impedito — fino a oggi — la conquista di una verità completa.
Questa è la realtà: non uno Stato che uccide, ma uomini dello Stato che tradiscono, e che con i loro tradimenti rendono possibile ciò che la mafia da sola non avrebbe potuto ottenere.
Per questo motivo riteniamo necessario che si continui a sostenere il lavoro della Procura di Caltanissetta e della Commissione Parlamentare Antimafia. Sono oggi gli unici luoghi istituzionali che stanno tentando di ricostruire ciò che altri, per anni, hanno cercato di cancellare: la verità.
Perché perché le stragi nere e quelle di mafia non parlano la stessa lingua
C’è una linea netta di demarcazione che attraversa la storia italiana e che viene spesso appiattita in un’unica categoria: “stragi”. Ma le stragi neofasciste e lestragi di mafia non sono la stessa cosa.
Non lo sono per finalità, per metodo, per destinatari. E soprattutto non lo sono per il tipo di messaggio che intendono veicolare nella società.
Le stragi neofasciste hanno un tratto distintivo: colpire la massa. Colpire chiunque. Colpire a caso. Perché il terrore indiscriminato è esso stesso un messaggio politico: serve a destabilizzare, a creare panico, a generare un clima in cui l’opinione pubblica diventa manipolabile. È la logica della strategia della tensione, un progetto eversivo che usa il sangue come megafono.
Le stragi di mafia, invece, parlano un’altra lingua. Non cercano la massa: cercano il bersaglio. Un magistrato, un politico, un investigatore, un simbolo dello Stato o della società civile.
L’obiettivo non è terrorizzare l’intera popolazione, ma eliminare un ostacolo preciso, mandare un messaggio mirato ai centri di potere, regolare i conti con chi minaccia l’equilibrio criminale.
Via Pipitone, Capaci e via D’Amelio non sono stragi indiscriminate: sono esecuzioni pubbliche, rese spettacolari per amplificarne il significato, ma sempre dirette a un destinatario chiaro: Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino.
L’unico vero punto di contatto, dentro questa differenza radicale, è che entrambe le matrici hanno trovato — in momenti diversi — zone grigie, complicità, silenzi, depistaggi. Le stragi nere vogliono spaventare tutti. Le stragi di mafia vogliono colpire uno per educarne cento.
E se oggi, a distanza di decenni, continuiamo a discutere di piste, depistaggi, omissioni, è perché la Repubblica non ha ancora fatto completamente i conti con questa doppia ferita: la ferita del terrore indiscriminato e quella del potere criminale che si sostituisce allo Stato.
Ecco perché solo distinguendo le matrici si può cercare comprendere davvero chi voleva colpire cosa — e perché.
🟥 Le principali stragi nere — cioè gli attentati di matrice neofascista ed eversiva della destra radicale — che hanno segnato l’Italia tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’80, nel pieno della strategia della tensione.
Le stragi nere in Italia (1969–1984)
- Strage di Piazza Fontana — 12 dicembre 1969, Milano Una bomba esplode nella Banca dell’Agricoltura: 17 morti e 88 feriti. Considerata l’inizio della stagione stragista neofascista.
- Strage della Questura di Milano — 17 maggio 1973 Un ordigno lanciato durante una cerimonia provoca 4 morti e 45 feriti.
- Strage di Piazza della Loggia — 28 maggio 1974, Brescia Una bomba nascosta in un cestino esplode durante una manifestazione antifascista: 8 morti e 103 feriti.
- Strage dell’Italicus — 4 agosto 1974 Una bomba sul treno Italicus provoca 12 morti e 48 feriti.
- Strage della Stazione di Bologna — 2 agosto 1980 L’attentato più sanguinoso della Repubblica: 85 morti e oltre 200 feriti. Attribuito ai NAR.
- Strage di Ustica — 27 giugno 1980 Il DC9 Itavia precipita con 81 vittime. Non una “strage nera” in senso stretto, ma inserita nel quadro delle operazioni coperte e della strategia della tensione.
- Strage del Rapido 904 — 23 dicembre 1984 Una bomba sul treno Napoli–Milano provoca 16 morti. È considerata l’ultima grande strage della stagione eversiva nera, con intrecci tra neofascismo e mafia.
🟥 Stragi di COSA NOSTRA
- 1920 – Strage di Casteltermini Vittime: 4 Obiettivo: intimidazione nel contesto delle lotte contadine.
- 1946 – Strage di Alia Vittime: 7 Obiettivo: controllo del territorio e repressione delle rivendicazioni contadine.
- 1947 – Portella della Ginestra Vittime: 11 morti, 27 feriti Obiettivo: colpire il movimento contadino e sindacale nel primo maggio.
- 1947 – Strage di Partinico Vittime: 5 Obiettivo: intimidazione politica e controllo del territorio.
- 1963 – Strage di Ciaculli Vittime: 7 (carabinieri, poliziotti, artificieri) Obiettivo: colpire lo Stato durante la prima guerra di mafia.
- 1976 – Strage di Alcamo Marina Vittime: 2 carabinieri Obiettivo: colpire una pattuglia dell’Arma; vicenda segnata da depistaggi.
- 1982 – Strage della circonvallazione Vittime: 3 (2 carabinieri e un civile) Obiettivo: colpire pattuglia dell’Arma.
- 1982 – Strage di via Isidoro Carini Vittime: 3 (tra cui il generale Dalla Chiesa) Obiettivo: eliminare il prefetto che stava colpendo Cosa nostra.
- 1983 – Strage di via Cristoforo Scobar Vittime: 4 Obiettivo: colpire investigatori e uomini dello Stato.
- 1983 – Strage di via Pipitone Federico Vittime: 3 (tra cui il giudice Rocco Chinnici) Obiettivo: eliminare il fondatore del pool antimafia.
- 1985 – Strage di Pizzolungo Vittime: 3 (una madre e due bambini) Obiettivo: uccidere il giudice Carlo Palermo (fallito).
- 1989 – Fallito attentato dell’Addaura Vittime: nessuna Obiettivo: uccidere Giovanni Falcone.
- 1992 – Strage di Capaci Vittime: 5 (Falcone, Morvillo, 3 agenti) Obiettivo:eliminare Giovanni Falcone e colpire lo Stato.
- 1992 – Strage di via D’Amelio Vittime: 6 (Borsellino e 5 agenti) Obiettivo:eliminare Paolo Borsellino.
- 1993 – Fallito attentato di via Fauro Vittime: 0 (feriti) Obiettivo: colpire Maurizio Costanzo per la sua posizione antimafia.
- 1993 – Strage di via dei Georgofili (Firenze) Vittime: 5 Obiettivo: ricatto allo Stato dopo le condanne del maxiprocesso.
- 1993 – Strage di via Palestro (Milano) Vittime: 5 Obiettivo: strategia terroristica contro lo Stato.
- 1994 – Fallito attentato allo Stadio Olimpico Vittime: nessuna (mancata esplosione) Obiettivo: uccidere decine di carabinieri.

