Processo Borsellino, moglie pentito Di Matteo ha vuoto di memoria su infiltrati

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PALERMO – «Dopo il rapimento di Giuseppe abbiamo cominciato a ricevere messaggi minatori. Mi dicevano di non fare parlare mio marito. Scrivevano “attappaci la bocca”. Li mettevano sotto la porta della casa di mio suocero, ad Altofonte». Comincia col raccontare le intimidazioni ricevute dopo l’inizio della collaborazione del marito con i magistrati, Francesca Castellese, moglie del pentito Mario Santo Di Matteo e madre del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato per costringere il padre a interrompere la collaborazione con la giustizia e strangolato dopo 779 giorni di prigionia dagli uomini di Cosa nostra. La donna sta testimoniando davanti al tribunale di Caltanissetta al processo per calunnia aggravata dall’avere favorito la mafia a carico dei funzionari di polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. I tre imputati, imbeccando ad arte falsi pentiti perché dessero una versione fasulla della fase esecutiva della strage di via D’Amelio, avrebbero depistato le indagini sull’attentato. Una deposizione, quella della Castellese, molto drammatica, interrotta dalle lacrime della donna, tanto che il pm, più volte, ha chiesto di rinviare la testimonianza. La teste però ha preferito continuare dicendo al presidente del tribunale «fatemi ora le domande, ma non fatemi tornare più». 

Non ricorda di aver mai detto al marito i suoi sospetti sulla presenza di infiltrati nella strage di via D’Amelio: Franca Castellese, sull’argomento si è chiusa dietro un totale silenzio, dicendo di non avere memoria di un dialogo col marito intercettato dalla Dia nel 1993. Durante il colloquio – Di Matteo aveva già cominciato a collaborare – la donna era stata registrata mentre diceva: «Senti a me qualcuno è infiltrato per conto della mafia, tu questo stai facendo a Borsellino c’è stato qualcuno infiltrato, io questo ti dico. Mi devi fare capire se c’è qualcuno della mafia infiltrato nella polizia. Mi devi aiutare perché mi spavento». Parole che hanno destato l’attenzione degli inquirenti su cui la donna, madre del piccolo Giuseppe ucciso dalla mafia per far ritrattare il padre, oggi ha sostenuto di non aver memoria. 

Allo stesso processo, ha deposto anche Rosalia Basile, moglie del “finto” pentito Vincenzo Scarantino «Per costringerlo a parlare e a mentire lo picchiavano, approfittavano della sua debolezza psicologica dicendogli che io lo tradivo, gli mettevano i vermi nella zuppa, minacciarono di inoculargli il virus dell’Aids. Ero certa che lo avrebbero ucciso». Gli imputati di calunnia aggravata avrebbero creato a tavolino falsi pentiti, come Scarantino, costretti a raccontare una verità di comodo sull’attentato. La donna ha puntato il dito contro l’ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera, nel frattempo morto, descrivendolo come la mente del piano ordito per depistare le indagini attraverso la creazione di collaboratori di giustizia fasulli, costretti a mentire con minacce fisiche e psicologiche. «Dopo la detenzione a Pianosa – ha raccontato la donna – improvvisamente ammise il furto della 126 usata come autobomba per la strage. Mi disse ‘devo farlo anche se sono innocente altrimenti mi ammazzanò». 

«Cercai di contattare la signora Borsellino per dirle che mio marito veniva picchiato per farlo pentire e che era innocente. Mi rivolsi anche al Papa e al capo dello Stato». «Citofonai a casa Borsellino – ha detto – scese un uomo che mi disse che la signora non se la sentiva di parlarmi visto il lutto sofferto».