Trascrizione e video audizione Procuratore De Luca in Commissione Antimafia 14.4.2026

 

TRASCRIZIONE INTERVENTI


VIDEO AUDIZIONE 14.4.2026


 

TRASCRIZIONE 14.4.2026

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE CHIARA COLOSIMO

  La seduta comincia alle 11.15.

 

Seguito dell’audizione di Salvatore De Luca, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’audizione, nell’ambito del filone di inchiesta sulla strage di via d’Amelio, di Salvatore De Luca, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta, accompagnato dai sostituti procuratori Claudia Pasciuti e Davide Spina.
Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme dell’audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione. I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta dell’audito o dei colleghi e, in tal caso, non sarà più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web-tv.
Nel ringraziarlo per essere tornato e per la sua cortese disponibilità, do direttamente la parola al dottor De Luca per la prosecuzione della sua relazione.

SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Di nuovo buongiorno, signori, e grazie per la cortese pazienza che avrete anche oggi. Devo innanzitutto dire che sarò in alcune parti necessariamente Pag. 3sintetico, dando per scontati dati che codesta Commissione ha già acquisito. Si tratta di scelta necessitata, di necessità virtù, altrimenti non so quante audizioni sarei costretto a fare, entrerei a far parte quasi della mobilia di codesto immobile, e questo è da evitare, perché voi avete tante altre cose da fare e non vi nascondo che anche noi ne abbiamo. Bisogna, quindi, che la mia relazione si concluda oggi, fermo restando che sarò a disposizione per eventuali vostre domande.
Preciso anche – perché ho notato che, giustamente, non è stato ben compreso l’oggetto del provvedimento di cui parlerò – che è stata notificata alle persone offese richiesta di archiviazione nel procedimento ignoti che riguarda la strage di Capaci e la strage di via d’Amelio. L’archiviazione è per essere i coautori, cioè gli autori ulteriori, rimasti ignoti. In questa richiesta di archiviazione lunga circa 380 pagine, si esamina – riteniamo noi funditus – anche il problema delle cause e delle concause delle stragi. Con dovizia di maggiori particolari e con particolare riferimento a tutti gli atti che sono stati acquisiti al fascicolo, si affermano però le stesse linee di valutazioni che io ho sin qui riportato e che riporterò oggi.
Preciso che tutte le valutazioni che io ho riportato sono, come ho già detto, frutto di condivisione totale con gli altri magistrati del gruppo stragi, cioè il procuratore aggiunto Pasquale Pacifico, la dottoressa Nadia Caruso, la dottoressa Claudia Pasciuti e il dottor Davide Spina. Questo per quel che riguarda il merito, ma di tutto quello che riguarda le forme con cui queste valutazioni vengono espresse dinanzi a codesta Commissione mi assumo esclusivamente la responsabilità. Sono solo io ed esclusivamente io il responsabile del modo in cui vengono esternate le valutazioni.
Premesso l’oggetto della richiesta di archiviazione, che poi sarà messa ovviamente a disposizione di codesta Commissione, non più coperta dal segreto, perché è già stata notificata a tutte le persone offese, oggi parlerò del procedimento che noi chiamiamo «doppione» assegnato ai dottori Sciacchitano, Natoli e pool antimafia, e del procedimento 1500/93 che è la riapertura del procedimento già assegnato a Natoli e Sciacchitano, assegnato a Lo Forte e Pignatone.
Perché esamineremo funditus questi due procedimenti che secondo la valutazione del mio ufficio hanno un’importanza fondamentale? Dal procedimento vero e proprio Mafia e appalti, informativa del ROS, per intenderci, al procedimento assegnato al dottor Natoli, Sciacchitano & company, il numero 3589/91NR e poi il procedimento riaperto dal dottor Pignatone 1500/93 c’è un unico fil rouge che ci consente di individuare, secondo gravi e concreti indizi, quello che è sicuramente uno degli elementi centrali di questa vicenda: Buscemi Antonino e il gruppo Ferruzzi.

Proprio per questo io ho detto che il punto non è che non sia stata richiesta misura cautelare nei confronti di Buscemi e altri, perché secondo noi non vi era assolutamente la possibilità di richiedere una misura cautelare, se non facendo una richiesta di misura cautelare suicida, ma quello che si doveva fare era approfondire, anzi iniziare le indagini sulla posizione di Buscemi Antonino e sulle cointeressenze con il gruppo Ferruzzi, come ho già detto, rispetto alle quali Giovanni Falcone, che non è il primo che passa, si era reso conto dell’enorme valore investigativo.
Nel procedimento 3589/91 assegnato a Sciacchitano, Natoli e pool, invece, le indagini si fanno ma sono apparenti.
È quella che noi abbiamo definito un’indagine «apparente». Quindi, dalla mancanza totale di indagini si passa a delle indagini apparenti.
Il fil rouge continua anche in seguito, perché nel procedimento assegnato ai dottori Lo Forte e Pignatone, e in seguito Patronaggio, una parte delle indagini si fanno, c’è anche molto movimento – verranno ridelegate tutte le indagini già fatte dalla Guardia di finanza di Massa Carrara, quindi un inutile doppione e perdita di tempo –, si faranno anche altre indagini, qualche intercettazione, ma il punto, lo vedremo, è che con sinceramente ingiustificabile errore procedurale verrà vanificato tutto e i colleghi Saieva, Boccassini e altri saranno costretti ad archiviare per ormai decorrenza dei termini e inutilizzabilità di tutto quanto.
Quindi, nel procedimento Mafia e appalti le indagini non si sono fatte (sto parlando di Buscemi Antonino e gruppo Ferruzzi
, per ora ci focalizziamo su questo argomento); nel procedimento Natoli e Sciacchitano si è fatto un po’ di movimento, ma si tratta di indagini apparenti e ora vedremo perché; nel procedimento assegnato ai dottori Lo Forte e Pignatone, ma gestito soprattutto dal dottor Pignatone, a parer nostro si commette un gravissimo errore procedurale, in buona parte, per l’80 per cento, ammesso dallo stesso dottor Pignatone, che vanifica tutto.
Il risultato è che dal 1991, quando viene depositata l’informativa del ROS (16 febbraio del 1991), al 1995, Buscemi Antonino e il gruppo Ferruzzi godranno di impunità totale, riguardo non alla mafiosità del soggetto ma al coinvolgimento del soggetto con il gruppo Ferruzzi e negli appalti.
La situazione verrà recuperata solo nel 1997 da un gruppo di nuovi sostituti che finalmente farà una richiesta di misura cautelare, quella cosiddetta «del tavolino», riguardante effettivamente la gestione degli appalti in Sicilia, che comprenderà i vertici (quelli ancora vivi) del gruppo Ferruzzi, ormai comunque ampiamente in crisi economica, e il Buscemi Antonino. Si arriverà a sentenza, ci saranno condanne per gli appartenenti al gruppo Ferruzzi, per il Buscemi Antonino ci sarà il ne bis in idem. Noi avanzammo appello, poi vi fu il decesso di Buscemi Antonino e la faccenda si è chiusa lì.
Nella richiesta di misura cautelare da noi avanzata nel 1997 si dice espressamente che l’eccessiva frammentazione dei procedimenti e quindi delle indagini effettuate dalla procura di Palermo – e questo verrà riportato anche nell’ordinanza di accoglimento di misura cautelare del GIP – ha causato un indebito vantaggio processuale al Buscemi Antonino, e anche a volte agli altri. È espressamente scritto nella richiesta di misura cautelare firmata da più giovani sostituti. Chiaramente non si può entrare su eventuali responsabilità, non ce n’era neanche la più pallida idea, andremmo a scavare per anni per capire che cosa fosse in realtà successo, ma certamente il dato oggettivo della frammentazione era palese e venne riportato nella richiesta di misura cautelare.
Andiamo adesso al procedimento 3589/91, quello che io chiamo «doppione», cioè quello assegnato ai dottori Natoli, Sciacchitano e pool.
Si tratta di un procedimento dove, secondo la nostra valutazione, sono più le anomalie che le cose comprensibili.
Bisogna fare, su questo punto, chiarezza. Non è – come è evidente – che nell’attività giudiziaria, spesso delicata e complessa, un magistrato, anche il migliore, non possa fare un errore anche rilevante, fermo restando che poi se ci sono gli estremi disciplinari risponderà per i suoi errori e se non ci sono estremi disciplinari l’errore rimarrà un errore di merito. È indubbio che un magistrato, ancorché bravo, un errore anche grave lo possa fare.
Qua il punto è che in tutta questa vicenda noi ci troviamo di fronte a magistrati di eccezionale livello professionale, non stiamo  parlando né dell’uditore giudiziario né – mi scuserà il collega Lama per l’accostamento improprio – una scusante di inesperienza si potrebbe addebitare al collega Augusto Lama, il pubblico ministero di Massa, di inesperienza in materia di criminalità organizzata. Mi perdonerà il collega, mi pare oggettivo che non avesse una vasta esperienza in materia di criminalità organizzata quando si è addentrato, quindi per un eventuale errore del collega Lama si potrebbe addurre questa giustificazione.
Ma qui stiamo parlando dei migliori magistrati che si possano immaginare in materia antimafia. Quindi, un errore okay, due pensiamoci un po’, ma il terzo errore incomincia a lasciare veramente perplessi. In più, tutti gli errori vanno nella medesima direzione che, a conti fatti, è l’impunità totale di Buscemi Antonino e del gruppo Ferruzzi.
Il gruppo Ferruzzi è una società, io parlo di soggetti che operavano in Sicilia per il gruppo Ferruzzi, cioè Panzavolta Lorenzo e Bini Giovanni soprattutto, che operava in loco.
Questa la premessa. Andiamo a quelle che, secondo noi, sono delle anomalie secondo degli indizi che io andrò ad elencare, ferma restando la presunzione d’innocenza e fermo restando che ora tutto sarà sottoposto a un giudice.
A seguito della trasmissione di una nota del pubblico ministero Augusto Lama, che chiedeva indagini coordinate con la procura di Palermo, queste carte vengono assegnate il 13 settembre del 1992 dal procuratore Giammanco ai dottori – in ordine – Sciacchitano, Natoli e pool e il 17 settembre del 1991 il dottor Natoli procedeva a iscrivere Buscemi Antonino ed altri per il reato di 416-bis e 648-bis, che è il riciclaggio.
L’iscrizione comporta delle anomalie o quantomeno dà luogo a delle riflessioni. Di lì a poco il procuratore Giammanco, in buona sostanza, smantellerà il pool Mafia e appalti perché sette, otto persone si occupavano della stessa vicenda, non era una Pag. 8cosa fruttuosa – perfettamente vero, anche se c’era, secondo noi, qualcosa dietro di cui parleremo – e i dottori Natoli e Sciacchitano usciranno dal pool Mafia e appalti. Poco prima di fare questa operazione, vi è l’assegnazione a Sciacchitano e Natoli di una materia che riguarda, secondo noi, palesemente Mafia e appalti.
L’iscrizione separata è una cosa che lascia perplessi, perché nell’informativa del ROS del 16 febbraio 1991 la vicenda, almeno nelle sue grandi linee, di Buscemi Antonino e cointeressenze con il gruppo Ferruzzi era indicata nella informativa del ROS, quindi farne un procedimento separato comportava un frazionamento. Anche qui siamo contro la dottrina Falcone, mega indagini, piccoli processi ove possibile, ma non sempre è possibile, ma le mega indagini si devono fare su questi argomenti. Quindi, un frazionamento, anzi diciamo noi, secondo la nostra valutazione, un doppione che corre parallelo al procedimento principale Mafia e appalti.
La cosa che più però colpisce è che questo doppione rimane in qualche misura segreto. Afferma lo stesso dottor Natoli, nel corso di formale interrogatorio, che non parlò neanche col procuratore Giammanco delle indagini e dell’esito di queste, perché non c’era scritto il riferire.
Una assegnazione praticamente a tutta la direzione distrettuale antimafia di Palermo comporta necessariamente la delicatezza del procedimento, non c’è bisogno che ci sia scritto il riferire e, in ogni caso, quantomeno con i colleghi ne avrebbe dovuto parlare. Nulla di tutto questo.
Solo qualche vago accenno è stato fatto al dottore Sciacchitano, con cui il dottor Natoli ha avuto una conversazione telefonica, sollecitando i suoi ricordi prima che il dottore Sciacchitano venisse sentito a sommarie informazioni da questo ufficio, ma il dottore Sciacchitano ci dice che è stato informato per le vie generali ma che non ha condiviso le scelte essenziali, scelta della polizia giudiziaria, deleghe di indagini, richiesta di archiviazione e provvedimento di smagnetizzazione delle bobine e distruzione dei brogliacci.
L’unico accenno di segno diverso si trae dalle sommarie informazioni del dottore Morvillo che ricorda vagamente qualcosa di questo procedimento, sembra che gli sia stato detto.
Il dottore Morvillo è perfettamente in buona fede, ma sia in relazione al provvedimento di smagnetizzazione che in relazione a questa vicenda crediamo che sia stato fortemente suggestionato da un precedente colloquio col dottor Natoli che ha contattato tutti, ha parlato con tutti prima che venissero sentiti.
All’inizio di tale conversazione il dottore Morvillo non ricordava alcun particolare né di questa né di altre vicende, poi, dopo la conversazione, incomincia ad avere qualche vago ricordo. In realtà, secondo noi, dopo trentaquattro anni, se si viene compulsati e suggestionati è facile avere un erroneo ricordo. Tutto in perfetta buona fede e ritenendo assolutamente attendibile il dottore Morvillo che, per tante altre parti, ci ha reso delle dichiarazioni equilibratissime ma illuminanti, fornendoci uno spaccato reale della situazione dell’ufficio.
La segretezza di questo procedimento, cioè il fatto che nessuno ne sapesse niente, è oggetto che sembra interessare molti, ma, come vedremo, è una segretezza meramente apparente, perché il 17 aprile del 1992, dopo la sfortunata intervista del pubblico ministero Lama, che poi si è astenuto dal procedimento per questo problema, il procuratore di Massa trasmette il tutto per competenza a Lucca e per conoscenza alle procure di Palermo e di Firenze.
Questa nota arriva al dottor Paolo Borsellino, presumibilmente di turno posta, perché gli aggiunti si occupavano di ricevere le notizie in entrata e di smistarle poi all’interno dell’ufficio, e lo assegna ai dottori Lo Forte e Pignatone. Viene iscritto un procedimento che prenderà il 2289/92 NC o NR come dir si voglia. I dottori Pignatone e Lo Pag. 10Forte, con una breve nota con la firma di entrambi, lo trasmettono al dottor Natoli per unione agli atti.
I dottori Pignatone e Lo Forte erano a conoscenza del procedimento assegnato al dottor Natoli, quantomeno, per ammissione dello stesso dottor Pignatone, dal momento della trasmissione per l’unione agli atti. Afferma il dottor Pignatone che, tramite ricerche di segreteria, consultando il ReGe, si era reso conto che vi era questo procedimento. Ecco perché quanto sostenuto in una nota molto interessante di alcuni componenti di codesta Commissione, cioè che non fosse possibile rintracciare il procedimento per la carenza degli archivi informatici della procura di Palermo, in particolare SIDDA/SIDNA, è destituito di fondamento, perché per verificare se esistono delle precedenti iscrizioni e quindi un precedente procedimento che mi può interessare io non faccio le ricerche su SIDDA/SIDNA, le faccio molto velocemente al ReGe, che è il Registro generale, dove mi risulterà se il soggetto è indagato, per quale motivo, qual è il numero del procedimento, i titolari di tale procedimento e l’esito dello stesso.
SIDDA/SIDNA mi serve, poi, se devo fare ricerche su atti, dichiarazioni di collaboratori e quant’altro, per approfondire il materiale che già è a disposizione dell’ufficio o di altri uffici. Quindi, tramite ReGe è una ricerca semplicissima, che qualunque segreteria è in grado di fare. E tramite il ReGe era facilissimo individuare il procedimento parallelo del dottor Natoli. Pignatone lo sapeva, lo ammette, almeno dal momento della trasmissione per competenza (27 aprile del 1992). Sentito a sommarie informazioni il dottor Lo Forte dice di non ricordarsi, gli mostriamo il provvedimento, sorride e dice: «Sì, è mia la firma, ma la grafia è del dottor Pignatone».
Voglio sottolineare che il dottor Pignatone, in un’altra vicenda, nel corso dell’interrogatorio, ha usato il plurale, ha detto: «Questo sembrerebbe un ufficio dove i magistrati firmano senza sapere che cosa stanno firmando». Il dottore Pignatone non è sicuramente carente in materia di ironia, usa volutamente il plurale, quindi penso che si riferisca a una pluralità di situazioni, perché questo «Sì, ho firmato, ma non sapevo che cosa ho firmato» …  
Questa segretezza si manterrà anche nella famosa – o famigerata – riunione del 14 luglio 1992, quella indetta dal dottore Giammancoper fare chiarezza, dove nessuno si curerà di parlare di questo procedimento, che pure riguardava degli indagati del procedimento Mafia e appalti vero e proprio, soprattutto perché quando si è verificata la riunione il procedimento gestito dal dottor Natoli già era stato archiviato.
Quindi, si sarebbe potuto dire: «Per questo spezzone archiviamo, ma guardate che già è stato archiviato in altro procedimento», perché i dottori Lo Forte e Pignatone (e ritengo anche Giammanco) lo sapevano, e per tabulas nessuno si è curato di dire: «Guardate, c’è anche quest’altro procedimento», dove già l’archiviazione per Buscemi e gli altri è stata fatta, e questo ha una refluenza anche se si è parlato o meno della richiesta di archiviazione già depositata.
A noi sembra naturale che si aggiungesse anche: «Guardate che per questo fatto già un’archiviazione c’è stata»,cioè Buscemi Antonino. Su questo non c’è contesa, perché, ripeto, nessuno per tabulas ne ha parlato, tutti dicono: «Non ne sapevamo niente». Ripeto, è veramente strana questa segretezza, perché nella nota (atto interno, relazione di servizio, o come la vogliamo chiamare) a firma dell’allora capitano Screpanti, che vedremo fra poco, si sottolinea che il dottor Natoli afferma che sia necessario fare delle indagini per evitare future polemiche, tenuto conto della rilevanza degli indagati e della vicenda in sé e per sé.
Attenzione, il dottore Natoli dice che questa relazione di servizio non contiene il vero, non c’è stata questa discussione con questo. Contenuto, però io non credo che un giovane capitano della Guardia di finanza si rendesse conto della delicatezza del procedimento e il dottore Natoli no. Anche perché in quella data le polemiche di stampa già c’erano state, quindi occorreva veramente una notevole ingenuità e dabbenaggine per non rendersi conto che il procedimento era idoneo a suscitare nuove polemiche, come in effetti è successo, ma dopo tantissimi anni, quando è venuta fuori questa storia.
Questa segretezza, sotto certi punti di vista, non giova al dottor Natoli. Sembra, quindi, opportuno delineare una concreta ipotesi partendo dai dati oggettivi che abbiamo. Il dato oggettivo ce lo dice lo stesso Natoli: «Io non ho parlato con nessuno», «Io non l’ho riferito a nessuno» e non ha fatto neanche firmare la richiesta di archiviazione al dottor Sciacchitano. Perché? Si parte da una iscrizione, quella classica, cioè coinvolgere tutti per deresponsabilizzare gli effettivi autori, coloro che effettivamente si occupano della cosa. In tal senso Carrara, Morvillo e altri magistrati.
Tuttavia, presumibilmente ci si è resi conto che, mentre Mafia e appalti era noto a tutti, questo procedimento forse era opportuno mantenerlo undercover, perché avrebbe potuto suscitare osservazioni e polemiche nell’ambito della DDA e anche al di fuori della DDA.
Parliamoci chiaro: è normale, quando ci sono più co-assegnatari, che ce ne siano uno o due che si occupano più degli altri delle indagini, che «tirino la carretta» (tanto per intenderci, in soldoni), ma alla fine ciascuno si deve prendere le sue responsabilità e apporre la firma: se è avveduto e professionalmente attrezzato, dopo essersi adeguatamente informato e documentato, altrimenti, secondo la battuta del dottor Pignatone, si firma senza sapere che cosa si firma. Ma la firma si deve mettere.
Questa richiesta di archiviazione non era certamente un atto urgente, per cui il fatto che il dottor Sciacchitano fosse spesso all’estero per procedimenti negli Stati Uniti non è assolutamente ostativo, perché periodicamente, anzi la maggior parte del tempo stava alla procura di Palermo.
In ogni caso, secondo la ricostruzione che mi ha fatto il dottor Sciacchitano dei tempi, si può ragionevolmente presumere che al momento della richiesta di archiviazione fosse presso gli uffici di Palermo. In ogni caso, aspettare una o due settimane non toglieva niente. Non è un fermo di persona che sta scappando o sta ammazzando la moglie. È una richiesta di archiviazione di indagini che si ritiene non abbiano portato assolutamente a nulla. Teoricamente si può archiviare anche tra sei mesi, non cambia niente. Tra l’altro, i termini delle indagini non erano neanche scaduti, quindi non c’era nessun tipo di premura. Il dottor Sciacchitano, però, non firma.
Da alcune affermazioni del dottor Sciacchitano («Mi fido di te, fai tu» rivolto al dottor Natoli) oppure da quanto riferito dal dottor Scarpinato, attuale senatore, sulle confidenze che gli aveva fatto Sciacchitano (in soldoni: «Non vedo l’ora di andarmene, a Palermo non ci voglio stare più, l’ambiente è intollerabile»), si ha il concreto sospetto che il dottor Sciacchitano abbia «delegato» in tutto e per tutto il dottor Natoli e si sia voluto sfilare, come peraltro è avvenuto anche per Mafia e appalti, da un procedimento che poteva essere foriero di problemi e polemiche. Un atteggiamento prudente («Fai tu, mi fido di te») che oggettivamente ha evitato che il dottor Sciacchitano fosse coinvolto in tutte le vicende che adesso stiamo esaminando.
Un altro punto desta grande perplessità, soprattutto perché gestito da un pubblico ministero, da un magistrato già di grande esperienza, che di criminalità organizzata ne capiva. Più volte il dottor Natoli sottolinea che ha gestito il «Maxi Quater» come giudice istruttore.
È inutile che vi ricordi che fino a poco tempo prima chi faceva veramente l’indagine era il giudice istruttore, non il pubblico ministero, quindi dire: «Facevo il giudice istruttore, non il pubblico ministero» lascia il tempo che trova. Anzi, in quegli anni il vero investigatore era il giudice istruttore, non il pubblico ministero.
Scelta della polizia delegata: astrattamente non è che sia totalmente sbagliato o una follia aver individuato il GICO neocostituito dalla Guardia di finanza per queste indagini. Astrattamente poteva andare anche bene, a patto che si fosse creato un coordinamento con il ROS. In concreto, la scelta è stata infausta. Sempre dalla relazione di servizio dell’allora capitano Screpanti emerge che il capitano Screpanti, accompagnato dal maggiore Rossetto, allora responsabile dello SCO di Palermo, fece presente al dottor Natoli che lo SCO non aveva le risorse necessarie per affrontare un’indagine di tale tipo in modo adeguato, che i dodici, tredici obiettivi da intercettare, tra l’altro semplici, intercettazioni telefoniche, non si potevano fare tutti insieme, e concordarono con il dottor Natoli di rateizzarli: prima se ne fanno quattro, poi chiudiamo, poi ne facciamo altri quattro e poi ne faremo altri quattro ancora.
Il motivo per delegare alla Guardia di finanza quale era? Che aveva svolto indagini documentali per conto della procura di Massa sui rapporti tra le società dei Buscemi e il gruppo Ferruzzi.
Non si tratta di materia travolgente che comporti una assoluta necessità di delegare. A parte tutto, si potrebbe fare anche una delega interforze, che è una cosa delicata perché comporta problemi di coordinamento tra due forze, che è meglio evitare, ma qua ci troviamo di fronte a un fatto che, secondo noi, è troncante, e ci capita, a volte, nell’attività del nostro ufficio: una forza di polizia giudiziaria che ti viene a Pag. 15dire: «Guardi, dottore, non abbiamo le risorse adeguate». In questi casi è abbastanza agevole dire: «Guardi, se lei non ha le risorse adeguate, sono costretto, con le lacrime agli occhi, a delegare un’altra forza di polizia giudiziaria».
La cosa non è particolarmente traumatica, è molto delicata, ma si fa lo stesso quando è necessario, quando due forze di polizia giudiziaria, entrambe, desiderano, pretendono, vogliono la delega su un certo tipo di indagine. La faccenda è delicata, ma in ogni caso la procura, per i poteri che ha ex lege, si deve assumere la responsabilità e scegliere la forza di polizia giudiziaria più adeguata, la migliore per svolgere quel tipo di indagine.
Qua questo problema neanche si poneva, perché una forza di polizia giudiziaria che ti viene a dire: «Non ho le risorse per fare questa indagine» significa, in buona sostanza, dire: «Se può, non ce la affidi questa indagine». In più, non si tratta solo di una mera carenza numerica, ma anche di una certa carenza qualitativa che, per la verità, non ha comportato, nell’ascolto delle intercettazioni, come si vedrà, grossi danni.
I brogliacci, non per tutto, ma in buona parte sono stati fatti bene. Si tratta, quindi, anche di una carenza qualitativa: era tutto personale che veniva dai controlli fiscali e non aveva nessuna esperienza in materia di criminalità organizzata.
Per tutti questi motivi, se si fosse voluto fare un’indagine efficace ed efficiente si impacchettava il tutto e lo si dava al ROS che già conosceva abbondantemente la materia; se vi fossero state perplessità sul ROS, allo SCO della polizia, anche se la scelta più razionale ex ante sembrava quella del ROS dei Carabinieri. In ogni caso, ripeto, altra forza di polizia giudiziaria che garantisse adeguate risorse e adeguato impegno sulle indagini. I dottori Natoli e Pignatone dicono, in varie guise, per la verità, che in realtà le indagini furono rallentate ed ebbero problemi per la carenza di postazioni in dotazione alla procura di Palermo, per cui non era possibile intercettare tutto contemporaneamente.
Questo non lo so, sinceramente, ma anche fosse stato vero – probabilmente è vero; se non ho elementi per smentire, devo accettare quello che mi dicono le persone informate o gli indagati – il punto è che la legge, il codice del 1989 prevedeva espressamente che, nel caso di mancanza di postazioni o inutilizzabilità delle postazioni della procura, si poteva fare ricorso alle postazioni della polizia giudiziaria o addirittura private, di altre società.
Non mi sto a dilungare con i particolari tecnici, la sostanza è questa: chiesto al dottor Natoli se è stata valutata la possibilità di fare intercettazioni mediante le postazioni della polizia giudiziaria, la risposta è: «No, in quel periodo non si poteva fare». Non si sa perché. Il dottor Pignatone, in relazione a un colloquio con il capitano Screpanti, di cui parleremo, in buona sostanza ha detto: «Io non ero il titolare del procedimento, doveva valutarlo Natoli». Certo, un suggerimento, secondo la ricostruzione fatta dallo stesso dottor Pignatone, avrebbe potuto anche darglielo quando gli faceva presente che non c’erano postazioni nell’ufficio, dicendo: «Perché non utilizzate le postazioni della polizia giudiziaria?». Il capitano Screpanti ci ha risposto: «Questa era una valutazione che doveva fare il magistrato». In buona sostanza, nessuno si è posto il problema di utilizzare le postazioni della polizia giudiziaria.
Dal Modello 37 della procura di Palermo emerge che in quel periodo venivano effettuate intercettazioni mediante le postazioni della polizia giudiziaria. La mancanza di postazioni in uso alla procura, insieme agli altri requisiti di legge, è un caso per tabulas di utilizzo di postazioni che non siano della procura. Nella  prassi, negli anni seguenti, si è cercato addirittura di dilatare, argomentando in altro modo: per la tempestività degli OCP, pedinamenti, osservazioni, è opportuno che si facciano con le postazioni della polizia giudiziaria. Poi tutte annullate dalla Cassazione, dal tribunale del riesame perché ritenute contra legem
La mancanza di postazioni o l’inutilizzabilità delle postazioni della procura non ha mai creato problemi di nessun tipo, né con il tribunale del riesame né con la Cassazione.
Il ritardo, quindi, non può essere attribuito – perché si iniziò a dicembre a fare le intercettazioni – e soprattutto la parcellizzazione delle intercettazioni non può essere attribuita a questa causa, in relazione alla quale non fu neanche studiata una fattibilità. Semplicemente non fu presa in considerazione, secondo quello che ci dicono gli stessi protagonisti della vicenda.
Stessa cosa per le intercettazioni ambientali, che sono uno strumento formidabile, soprattutto allora, dove erano meno – consentitemi – «scafati»: si parlava molto di più e con meno diffidenza.
Secondo il dottor Natoli non se ne studiò la fattibilità, completamente, presso le aziende, presso le abitazioni e dice candidamente che le intercettazioni del Bonura vennero interrotte perché, a seguito della sentenza del Maxi, iniziò la detenzione dello stesso, quindi come si faceva a intercettarlo? Con l’ambientale in carcere.
Tra l’altro, proprio in quel periodo erano particolarmente fruttuose, perché sicuramente parlavano molto di più anche nei colloqui in carcere e perché un capomafia – il Bonura era un capofamiglia – detenuto ha l’esigenza di colloquiare con l’esterno. Per cui, i colloqui in carcere sarebbero stati presumibilmente particolarmente fruttuosi. Non lo possiamo affermare con certezza assoluta, ma in base all’id quod plerumque acciditpossiamo dire che, in ogni caso, è stata una scelta infausta non valutare un’intercettazione ambientale in carcere.
Sempre dal Modello 37 della procura di Palermo abbiamo verificato che la polizia giudiziaria faceva le ambientali in quel periodo e in un periodo praticamente coevo ve ne è una proprio della Guardia di finanza. Quindi, anche sotto questo punto di vista, non si ritiene che ci possa essere una giustificazione alcuna sul punto  
In più, proprio per questa presupposta carenza di postazioni, che in realtà poteva essere superata, e carenza di personale reale, sono accadute cose – usando un eufemismo – insolite: sia il Bonura che il Buscemi Antonino avevano tre utenze telefoniche a testa in varia guisa riferibili agli stessi.
Sia per il Bonura che per il Buscemi se n’è intercettata solo una, scegliendo deliberatamente di captare solo un terzo delle conversazioni telefoniche, non di tutte, perché non c’era l’ambientale. In più, tutte queste intercettazioni variavano intorno a venti giorni, una sola è andata oltre i quaranta giorni. Dopodiché, si è impacchettato il tutto e si è detto: «Non emerge nulla, possiamo archiviare».
Già questo è un dato abbastanza insolito
, perché in un’indagine delicata, quando c’è la volontà di andare avanti, in materia di criminalità organizzata, prima di raccogliere i frutti, passano come minimo alcuni mesi, anche perché nei primi tempi ci si deve rendere conto di che cosa intercettare, come intercettarlo, dove piazzare le ambientali.
In materia di criminalità organizzata, se si ritiene non di eccezionale rilevanza un procedimento, ma di media rilevanza, cioè non lo si ritiene una «scartina», in buona sostanza, parlare di venti, quaranta giorni di una intercettazione telefonica su tre è una cosa che non ha alcun senso.
Il capitano Screpanti a specifica domanda ci ha detto: «Ma con le nostre risorse a questo potevamo arrivare». Siamo d’accordo. Non si doveva arrivare a questo punto. Vi è di più, per fortuna o per sfortuna, nonostante tutti i presupposti fossero nel senso che non si sarebbe dovuto trovare assolutamente nulla, qualche cosa è uscito dalle intercettazioni, per sfortuna dei protagonisti e fortuna della giustizia. Anzi no, la giustizia non se l’è giocata molto perché è passato tutto in cavalleria. Abbiamo noi chiesto per mero scrupolo alla procura di Palermo di verificate se per caso ci fossero le bobine.
Onestamente eravamo convinti di non trovare nulla, ma abbiamo pensato di farcelo dire in forma scritta che non c’erano più. Invece no, le bobine furono trovate. Erano vecchie, quindi ci sono voluti particolari accorgimenti della scientifica per riprodurle e sistemarle e si sono fatte le trascrizioni. Da queste trascrizioni è emersa una realtà inquietante.  
Innanzitutto emerge che con nome e cognome Ernesto Di Fresco che, per carità, non era il primo uomo politico della Repubblica italiana, ma che a livello locale era un uomo politico di un certo peso, assessore comunale, già vicino a Lima, che aveva fatto transumanza da vari gruppi politici e partiti, un uomo politico che a livello locale aveva un certo peso, era un assessore comunale, era supinamente a disposizione di Bonura Francesco.
Tra l’altro, la qualità di Bonura Francesco era ben nota al capitano Screpanti, perché con una nota a firma di Rossetto, ma da lui predisposta, minutata, era stato comunicato alla procura di Massa o alla Guardia di finanza di Massa, che poi dopo lo ha comunicato alla procura, che Bonura Francesco era ritenuto dal notissimo collaboratore Buscetta uomo di valore, che tradotto in termini giudiziari significa killer di mafia. Guarda caso, Bonura Francesco aveva pure in corso, oltre al Maxi in grado d’appello, un processo per un duplice omicidio avvenuto nel 1982 di Dominici e Chiazzese con una tipica esecuzione mafiosa.
Il capitano Screpanti ben sapeva chi fosse Bonura e ove non lo avesse saputo avrebbe dovuto subito accertare chi era questo Ernesto Di Fresco che si spalmava a disposizione di Bonura e di tutta la sua famiglia dicendo espressamente: «Sono a disposizione, chiedete, io sono qui».
Vengo a una cosa ancora più significativa. Nelle conversazioni fra Bonura e Di Fresco in certi casi si usa un linguaggio criptico. Evidentemente non si vuole parlare in chiaro: «Mi arriva la pellicola. Mi arriva la pizza.
Ti faccio sapere. Anche in piena notte ne parliamo». Si scambiavano una serie di frasi e di affermazioni che dovevano fare drizzare le antenne all’investigatore. Con un minimo di malizia, neanche tanta, con un minimo di attenzione, avrebbero potuto essere riferite a un presunto aggiustamento del procedimento di secondo grado per omicidio a carico di Bonura. Attenzione, dico una cosa che sicuramente a codesta Commissione sarà nota.
Siamo nella fase di indagini preliminari e queste avrebbero dovuto essere comunicazioni di notizie di reato. Non è che ci voglia la prova. Non c’è la prova che evidentemente sia stato aggiustato il processo, non c’è la prova del 110 e del 416-bis di Ernesto Di Fresco, ma sono elementi solidissimi per far partire un’indagine. Soprattutto l’aggiustamento del processo era un fatto di inaudita gravità. Doveva essere, fra l’altro, trasmessa alla procura di Caltanissetta ex articolo 11. Ebbene, poi, nell’informativa finale, nella nota riassuntiva a firma del capitano Screpanti, Ernesto Di Fresco non viene neanche indicato, il suo nome non c’è. Vi sono anche altre faccende interessanti, ma tutto sommato minori, come due imprenditori, di cui uno emiliano, che risultano completamente a disposizione del Bonura. Uno dei due poi in una misura cautelare del 2005 verrà indicato come prestanome del Bonura. Insomma, c’era anche un altro tipo di indagine che si sarebbe potuta fare, ma, ripeto, Pag. 21questa la possiamo anche abbonare, anche se c’è come spunto investigativo, perché là i due dati fondamentali erano far partire le indagini con intercettazioni, pedinamenti, anche perché si davano appuntamento i due nei confronti di Ernesto Di Fresco, e andare a verificare che cosa stava succedendo al processo di appello nei confronti di Bonura, dove, fra l’altro, poi si vedrà che un’anomalia di per sé non è prova di niente, ma anomalia che si aggiunge ad anomalia c’è stata.
Il procuratore generale e il sostituto procuratore generale Domenico Signorino, a seguito dell’appello interposto da Di Pisa, avevano, nella sostanza, rinunciato all’appello, anzi andando oltre, chiedendo l’assoluzione con ampia formula e non con formula dubitativa. La cosa doveva far drizzare ancor di più le orecchie perché secondo le dichiarazioni di Marino Mannoia il procedimento di primo grado già era stato aggiustato e c’era stata una assoluzione per il duplice omicidio per insufficienza di prove e una condanna per porto e detenzione di armi. Orbene, in secondo grado tutto si conclude con ampia assoluzione per il duplice omicidio e per le armi, porto e detenzione, a seguito di una posizione presa dal procuratore generale d’udienza che, per carità, è legittima, si può fare, ma è abbastanza insolita. Tutto questo comporta dei concreti elementi (non la prova) per dire che bisognava assolutamente fare un’indagine sul punto perché si trattava dell’aggiustamento di un processo per duplice omicidio di mafia nei confronti di un capomafia, e scusate se è poco. Di tutto questo non vi è nessuna traccia nell’informativa del capitano Screpanti.
La procura di Palermo, come vedremo anche in relazione ai provvedimenti di smagnetizzazione, ci ha risposto che i brogliacci non c’erano. Se ne era trovato solo uno che non aveva nessun rilievo. Avevamo mandato la nostra finanza a cercare i brogliacci presso la Guardia di finanza perché ne tengono copia, ma le copie presso la finanza non c’erano. Proprio in limine, a metà del 2025, proprio per un eccesso di zelo, dopo l’ennesima ricerca, sperduti in un archivio sperduto, vengono trovati questi brogliacci che, secondo le valutazioni dell’ufficio, aggravano la posizione del generale Screpanti, all’epoca capitano.
Con molta sintesi, il nome di Di Fresco nel brogliaccio viene sottolineato. Una frase criptica viene riportata virgolettata. Precisamente la frase si trova nel brogliaccio del 24 gennaio 1992. Ci sono Ernesto con Franco Bonura. La frase è questa (parla Ernesto): «Sembra che tutto proceda bene, ‘sta pellicola sembra che me la dà». Il tutto non significa nulla. Non sta parlando con qualcuno che trasmette film in un cinema di Palermo che Di Fresco aveva, ma sta parlando con Buscemi che non c’entra nulla con la gestione delle sale cinematografiche: «Sembra che tutto proceda bene, ‘sta pellicola sembra che me la dà», senza fare riferimento a nessuno. La frase è talmente ambigua che l’ufficiale di polizia giudiziaria che ascoltava, nonostante si fosse occupato di evasione fiscale fino a quel momento, la mette fra virgolette e la riporta testualmente. È insolito. Normalmente i brogliacci indicano solo l’argomento che viene trattato. Avrebbe potuto dire che usano un linguaggio criptico.Evidentemente questa frase l’ha colpito particolarmente e la riporta fra virgolette nel brogliaccio che per sua natura è un atto particolarmente sintetico dove si dà solo l’idea di quello che è l’oggetto della discussione.
Di questa intercettazione non si è fatta alcuna trascrizione, chiaramente, e così per altri brogliacci dove troviamo accanto il sottolineato o altro. Come era strutturato il drappello o gruppo che si occupava di ascoltare, verbalizzare e stendere i brogliacci? Abbiamo già visto che si tratta di personale inesperto in materia di criminalità organizzata, ma ci hanno detto chiaramente che non vi era un responsabile coordinatore al di fuori del capitano Screpanti. Non vi erano briefing, debriefing o riunioni di coordinamento e poi tutto era rimesso al capitano Screpanti.
Se i brogliacci fossero stati fatti tutti in modo pedestre e non si fossero individuati i dati salienti che noi avevamo già individuato con le trascrizioni, si sarebbe potuto dire che questo personale inesperto non ha indicato al capitano Screpanti nulla di rilevante.
Certamente, il capitano Screpanti senza nessuna indicazione non se le va a riascoltare tutte, si fa solo per le intercettazioni particolarmente importanti e quindi, pazienza, tutto va ascritto alla scelta infelice della polizia giudiziaria delegata. Non è così perché nei brogliacci, nonostante tutto, nonostante il brevissimo periodo di intercettazione, nonostante l’intercettazione di un’utenza su tre, nonostante l’inesperienza del personale, contro ogni previsione, le cose sono emerse. Contro ogni previsione, degli elementi e degli spunti importantissimi sono emersi, ma sono stati messi nel nulla totalmente. Secondo la valutazione dell’ufficio, non si può giustificare una simile conduzione delle indagini.
L’allora capitano Screpanti, diventato generale quando lo abbiamo sentito, ci ha detto: «Il nostro target era il rapporto societario e il riciclaggio fra Buscemi Antonino e il gruppo Ferruzzi». Si commenta da solo. Se emerge una nuova notizia di reato, è un obbligo, è un dovere della polizia giudiziaria riferirla, non è un’opzione.
Allo stesso modo, e qua siamo in pieno target, non si è approfondito il rapporto fra Bini Giovanni e Buscemi Antonino che non era un mero rapporto societario, di attività societaria, ma era un rapporto strettissimo, tanto che facevano anche le vacanze insieme, come era emerso. Questo riguarda il target.
Ciò che più ribadisco è che non si può dire: «il mio target sono i rapporti fra Buscemi Antonino e il gruppo Ferruzzi » e fare finta che non ci siano gli elementi per indagare sull’aggiustamento di un processo per duplice omicidio di mafia o sull’asservimento di un uomo politico, di un assessore comunale a un capomafia. Non è una giustificazione che può essere in alcun modo accettata.
Andiamo a quello che ci ha portato via un mare di tempo e di indagini: provvedimento di smagnetizzazione e distruzione dei brogliacci. Si tratta di un argomento suggestivo che ha colpito la fantasia e che ha diviso un po’ tutti coloro che hanno interloquito sul punto. Probabilmente è stato uno dei detonatori della vicenda. In realtà, come già ho accennato e come ribadisco e sottolineo adesso, si tratta di uno degli elementi di anomalia del procedimento e forse neanche il più importante. Sicuramente è rilevante, ma forse non è neanche il più importante. Cosa accade? Pochi giorni dopo il decreto di archiviazione da parte del GIP del procedimento «doppione», come lo chiamiamo noi, il dottor Natoli firma un prestampato di smagnetizzazione delle bobine e distruzione dei brogliacci. Per la verità, «distruzione dei brogliacci» è una locuzione apposta a penna ad integrazione del prestampato dattilografato. Su questo abbiamo perso un mare di tempo anche perché forse c’è stata anche da parte nostra, e in primis mia, una colpa nel fidarmi ingenuamente di quello che ci veniva comunicato dalla procura di Palermo. Abbiamo avuto un ritardo di quasi un anno perché, a nostra specifica richiesta se ci fossero altri provvedimenti o annotazioni originali, il responsabile dell’ufficio CIT (Centro Intercettazioni Telefoniche) della procura di Palermo, un amministrativo, un funzionario di cancelleria ha risposto, ovviamente tramite nota di trasmissione del suo procuratore, che non c’era nulla. Poi, e qui sono stati bravi, non so se di loro iniziativa o hanno avuto un’imbeccata, ma comunque bravi, la difesa del dottor Natoli ha verificato che nel Modello Pag. 2537 che riguarda le intercettazioni erano annotati dal 1991 al 1997 diversi provvedimenti di smagnetizzazione delle bobine e distruzione dei brogliacci. Furono bravissimi a non aver fatto come noi, fidandosi dell’attestazione del funzionario dell’ufficio CIT.
A scanso di equivoci, voglio sottolineare che il procuratore di Palermo non ha nessuna responsabilità al riguardo. Anche io, se il responsabile del mio ufficio CIT mi dicesse che non c’è nulla lo prenderei per buono.
Impacchetterei tutto e lo manderei al collega che mi chiede questa notizia. Lo voglio sottolineare più volte, non c’entra nulla il procuratore di Palermo.
Tuttavia, la difesa del dottor Natoli è incorsa in un errore abbastanza evidente, secondo noi, e non solo noi. Anche il dottor Pignatone, nel corso dell’interrogatorio, ha ammesso che la nostra valutazione era corretta sul punto.
Sono stati messi assieme provvedimenti di smagnetizzazione che riguardano la presunta irrilevanza delle intercettazioni nell’ambito di un procedimento archiviato, quindi smagnetizzazione di tutto il materiale, e la smagnetizzazione e la distruzione di brogliacci di singole intercettazioni eseguite sine titulo, quindi contra legem, che devono essere poste fuori dal procedimento (distrutte, in buona sostanza). Stiamo parlando degli esempi classici di intercettazioni d’urgenza non convalidate dal GIP, di intercettazioni d’urgenza per le quali la richiesta di convalida non è stata inviata tempestivamente o non è stata inviata proprio al GIP, utenze intercettate per mero errore materiale.
Questo tipo di intercettazioni non ha nulla a che fare con l’oggetto della nostra indagine. Si tratta di mettere insieme mele e – non pere – angurie: è tutt’altra faccenda.
A questo punto, molto sinteticamente, mi pare opportuno (non uso la locuzione terrificante «ricordo a me stesso», che odio), anche se voi ne siete al corrente, delineare molto a grandi linee la normativa in materia.
L’articolo 269 prevede che le intercettazioni vadano conservate sino a sentenza irrevocabile: questa è la regola. Dopodiché ne puoi fare quello che vuoi, si possono distruggere de plano, perché è evidente che tutte le parti ne hanno preso visione, hanno avuto modo di interloquire, tirare fuori quello che serviva, quindi c’è stata ampia discovery su tutto.
Il fatto è stato deciso con sentenza irrevocabile, quindi vicenda chiusa. Tuttavia, dice l’articolo 269, prima – quindi in qualunque momento – della sentenza irrevocabile, su richiesta delle parti, se non servono da un punto di vista penale a tutela della riservatezza, se ne può chiedere la distruzione.
Poi c’è il 271 che riguarda le intercettazioni illegittime, illecite, come le vogliamo chiamare, che – come abbiamo detto – sono tutt’altra specie, non ci interessano qui, sono altro argomento. Lo stesso dottor Pignatone lo ha ammesso dicendo che sono cose diverse.
Che cosa è avvenuto, in base a una serie di ricerche che abbiamo fatto – ora vi dirò quali – e a seguito della memoria depositata dalla difesa del dottor Natoli? È emerso, e il dottor Pignatone ce lo dice in termini di quasi certezza, non ricorda bene se lo ha fatto da solo, il prestampato, o insieme al dottor Lo Forte… Comunque, in base a una consulenza grafica che abbiamo fatto sull’inciso aggiunto a penna nel prestampato, la grafia dovrebbe essere sua. Il dottor Pignatone non lo nega, lo accetta con elevata probabilità. È venuto da loro, dal dottor Pignatone o dai dottori Pignatone e Lo Forte, su questo non vi è sostanziale smentita. Ora, una linea del genere, sulla distruzione di un’intercettazione, materiale prezioso, presuppone innanzitutto strumenti organizzativi adeguati, di cui ora parlerò, a livello d’ufficio e valutazioni di opportunità.
Il dottor Pignatone – sembra che nessuno fosse d’accordo su questo provvedimento in quell’ufficio tranne il dottor Giammanco dice che, sì, c’era un provvedimento del dottor Giammanco, del procuratore, per procedere in tal senso e in ogni caso, ove non vi fosse stata la circolare scritta, avrebbe dato una disposizione orale. Che ci fosse una circolare del procuratore Giammanco a noi pare un’ipotesi assolutamente remota, diremmo impossibile, ma qua siamo nella fase in cui non possiamo affermare di avere prove piene e ci muoviamo in base a indizi, perché siamo nella fase delle indagini e noi siamo la procura.
La circolare di un procuratore è fatta perché i sostituti si adeguino alle direttive del procuratore. Se io faccio una circolare e la metto nel cassetto, a che serve? Dicono tutti che l’esigenza era di recuperare spazio perché le bobine lo avevano invaso.
Apro una parentesi: il dottor Galati, che si occupava di conservare queste bobine, dice: «Sì, il problema c’era, ma non è che fosse così urgente, tutto sommato ancora per alcuni anni avremmo potuto far fronte trovando gli spazi». Quindi, non c’era questo stato di necessità assoluta.
In ogni caso, volendo trovare spazi smagnetizzando bobine, secondo il buonsenso, qual è il caso più de plano? Le sentenze irrevocabili, che normalmente comportano una grande quantità di bobine se si è trattato di grandi indagini. Quello andava de plano, non c’era problema, si poteva fare anche un gruppo di lavoro, di cancellieri coordinati da un sostituto. Sono normali provvedimenti organizzativi, materia del quale il dottor Pignatone è abilissimo:ce lo dice lui stesso nell’interrogatorio che è un cultore della materia organizzativa istituzionale. È indiscusso, è bravissimo il dottor Pignatone nell’organizzazione dell’ufficio, tutto il suo curriculum lo testimonia.
Si organizzava un piccolo gruppo di due cancellieri, tre cancellieri, un assistente, un ufficiale di polizia giudiziaria e un Pag. 28magistrato che supervisionava e si smagnetizzavano tutte le bobine riguardanti sentenze irrevocabili. Si è fatto? Dice il dottor Pignatone: «A me non risulta». Quindi, le bobine riguardanti le sentenze irrevocabili non sono state mai smagnetizzate. Ci risulta anche dal Modello 37, per la verità. Ciò che era evidente de plano e forse comportava la maggiore quantità di bobine non è stato fatto.
Dopodiché, c’era una esigenza di spazio? Si faceva una riunione di ufficio o quantomeno della DDA, ma sarebbe stato meglio di ufficio, il procuratore dottor Pignatone illustrava il contenuto di una circolare e diceva: «Questo è il prestampato che dovete utilizzare» o giù di lì, «Attenetevi». A quel punto, si apriva la discussione.
Questo non si è fatto, ma per evidenti motivi. Parliamoci chiaro: in materia di 269, CPP, e 271 non è che siano tutti cultori della materia. Anzi, se volete una mia confessione, io me lo sono andato a esaminare funditus, proprio per verificare questa faccenda: non è un argomento che entusiasma, infiamma la curiosità dei pubblici ministeri, della DDA. Il punto è un altro: non sarebbe mai passata questa linea perché il problema non è formale, ma sostanziale. La maggior parte, anzi tutti, perché lo stesso dottor Pignatone si è detto d’accordo, gli allora sostituti della DDA hanno detto che era un’assurdità distruggere le bobine di indagini antimafia dopo il decreto di archiviazione: sarebbe stata una opposizione non tanto su problemi formali, ma sostanziali. Su questo c’è l’unanimità. Non ha senso distruggere in materia di indagini antimafia le bobine delle intercettazioni. In tal senso, categoriche le dichiarazioni dell’attuale senatore Scarpinato: «Mai e poi mai avrei distrutto le bobine». Quindi, andare a una discussione sul punto avrebbe portato a una totale bocciatura di una linea del genere.
I sostituti, che non ricordano nulla di questo, ma solo che si parlò genericamente di problemi di spazio, cosa ben diversa dal parlare di distruggere le bobine, sono stati tutti categorici: non va bene, non devono essere distrutte le bobine delle intercettazioni delle indagini antimafia. È una linea che, quindi, non sarebbe mai passata.
Andiamo avanti. Che cosa è successo? È successo che, questo recupero degli spazi, delle centinaia di procedimenti che abbiamo preso e archiviato tra il 1990 e il 1992 dalla DDA di Palermo, troviamo solo otto provvedimenti di smagnetizzazione, fatti tutti dal dottor Pignatone, che ci ha detto che non condivideva questa direttiva data dal procuratore Giammanco. Non lo condividi, ma lo fai, e solo tu per giunta. Troviamo solo otto provvedimenti dell’allora sostituto dottor Pignatone.
Dal 1994 al 1997 è sopraggiunto il dottor Sergio Barbiera, oggi Avvocato generale dalla Procura generale di Palermo, che in buona sostanza ha fatto tirocinio con il dottor Pignatone, è stato per lungo periodo nella sua stanza. Non usiamo questa terminologia in magistratura, ma per capirci a buon paese: il dottor Pignatone è stato il maestro del dottor Barbiera. Non è una terminologia che accettiamo in magistratura, ma per farmi capire. Il dottor Barbiera dal 1994 al 1997 firma dodici provvedimenti di smagnetizzazione che riguardano suoi procedimenti, procedimenti di scarsissimo rilievo, molti della procura ordinaria. Poi abbiamo due provvedimenti del dottor Natoli e uno – uccello raro, l’ultimo, forse il penultimo – a firma del dottore Prestipino, appena arrivato alla procura di Palermo. Non c’è altro.
La politica di recupero degli spazi negli archivi di Palermo dal 1990 al 1992 si sostanzia in otto provvedimenti del dottor Pignatone.
Tutti gli altri non smagnetizzati, non avevano notizia e ci hanno detto, in ogni caso, che sarebbero stati contrari. Lo stesso fino al 2007. Da un punto di vista pratico, per il recupero degli spazi tutto ciò equivale a zero. Anche perché non c’è, tra questi, il mega-procedimento galattico dove dici: «Sì, ne smagnetizzo uno, ma recupero una stanza». Non si tratta di procedimenti di questo tipo.
Afferma la difesa del dottor Natoli: «Sì, ma questi sono quelli che avete trovato voi. Ce ne possono essere altri». In via astratta è vero. Verifichiamo, però, quello che abbiamo fatto noi.
Per il 2000 e il 2007 abbiamo fatto un riscontro incrociato del Modello 37, dove risultavano le smagnetizzazioni effettuate, verificando cosa era avvenuto nel fascicolo, ma nel periodo dal 1990 al 1992 sino a dicembre abbiamo preso tutti i procedimenti archiviati dalla DDA verificando all’interno del procedimento se vi fossero provvedimenti di smagnetizzazione non annotati al Modello 37. Per questo periodo, quindi, dovremmo avere la doppia coincidenza che un provvedimento di smagnetizzazione firmato da un magistrato né sia stato annotato al Modello 37 né sia rimasto nel fascicolo procedimentale. È impossibile? No, ma certo è ipotesi quasi remota che ve ne sia un numero elevato. Può esserne sfuggito qualcuno, uno o due, soprattutto nel periodo 1990-1992, ma certamente non in misura copiosa.
Per di più, da un punto di vista statistico, che non è certezza, ma viene utilizzata anche in molte scienze esatte, vi sono elementi che ci inducono a ritenere che la nostra affermazione sia assolutamente congrua ed esatta. Nei provvedimenti di smagnetizzazione a seguito di decreto di archiviazione noi vediamo la concentrazione assoluta di questi provvedimenti in capo, in buona sostanza, a due sostituti, Pignatone e Barbiera, ma in periodi diversi: dal 1990 al 1992 li fa solamente il dottor Pignatone e dal 1994 al 1997 li fa solo il dottor Barbiera, con le eccezioni di Natoli e Prestipino, che è l’ultimo provvedimento, appena arrivato.
Viceversa, tutti gli altri provvedimenti di smagnetizzazione, quelli che riguardavano intercettazione sine titulo (quelle illecite, per capirci), riguardano una vasta congerie di sostituti e non sono concentrati in capo a pochi magistrati. Per questo secondo tipo ne abbiamo tanti, per il primo tipo – quello che ci interessa – tutto è concentrato in capo a due magistrati.
Altro elemento singolare: il primo stampato che abbiamo trovato, del 1991, è a firma del dottor Pignatone e non reca la locuzione aggiunta a penna «distruzione dei brogliacci».
Per inciso: tutto il dibattito, presunto o reale, all’interno della procura sulla ricerca degli spazi riguardava le bobine, non i brogliacci. Dei brogliacci non ne parla mai nessuno. Questa aggiunta, tutt’a un tratto, sulla distruzione dei brogliacci non si capisce bene cosa sia.
Tuttavia, in base alla data del depositato all’ufficio CIT o in segreteria, che è quella che conta, il primo provvedimento a essere depositato, quindi a venire in essere, di smagnetizzazione con distruzione dei brogliacci è quello a firma del dottor Natoli. È il primo provvedimento in assoluto di cui abbiamo data certa, perché c’è il «pervenuto presso la segreteria», in cui si dispone la smagnetizzazione delle bobine e la distruzione dei brogliacci. È il primo provvedimento in assoluto.
Non so se l’ho già detto, ma incidenter tantum lo dico: nel 1990-1992 si smagnetizzano esclusivamente procedimenti DDA, quelli ordinari no. Non si sa bene perché. Sarebbe più ovvio smagnetizzare quelli della procura ordinaria.
Vi sarà un secondo provvedimento, che ci risulta dal 37, ma non lo abbiamo rinvenuto, del dottor Natoli, sempre nello stesso periodo. Dopodiché, ripeto, si passa al 1994, a quelli del dottor Barbiera, che ci ha detto: «Mi hanno detto Galati e il dottor Pignatone di firmare tranquillamente, non ci sono problemi, c’è questo indirizzo dell’ufficio. Io mi fidavo del dottor Pignatone e ho sempre firmato i provvedimenti di smagnetizzazione». Ripeto, quelli del dottor Barbiera non erano procedimenti di particolare rilievo.
Concludiamo su questo argomento, perché ci siamo dilungati troppo, ma di particolare interesse. Andiamo a tirare le conclusioni.
Il meccanismo è nefasto, perché è dannoso per le indagini DDA, è oggettivamente dannoso. Questo lo riconoscono tutti. Lo stesso dottore Pignatone non lo condivideva. È dannoso per le indagini della DDA, ma in più nelle mani di un pubblico ministero non onesto costituisce un perfetto buco nero dove fare precipitare le intercettazioni con tanto di brogliacci, quindi non lasciare nessuna traccia di quello che si è fatto. Si presta a delle patologie tremende. Il potenziale danno è sostanziale, non è un problema formale.
Formalmente è irricevibile questo tipo di procedura, perché la doveva disporre il GIP fissando l’udienza camerale, notificandola alle parti, discuterne tutti insieme, insomma era una procedura lunga. Fatto così, che il pubblico ministero acchiappa e distrugge tutto, si presta a degli abusi, degli illeciti e delle malefatte che non potranno più essere rilevate. Vi è più di un provvedimento, non è l’unico quello del dottor Natoli.
Per la verità, quando la procura di Palermo ci disse: «Non c’è altro» un pizzico perplessi siamo rimasti. Come mai uno solo? È come mettere il mirino. In realtà, ve ne sono pochi, pochissimi, concentrati, ma più di uno. Onestamente, se io avessi voluto far passare una cosa del genere avrei cercato, mediante il tizio che è appena arrivato, che mi fa contento perché sono sostituto anziano, il magistrato mio amico o quello un po’ sprovveduto (sto facendo degli esempi a caso) avrei cercato di fare in modo che vi fossero più provvedimenti di questo tipo, di cui venti sono assolutamente innocui. Fra i venti o i trenta nascondo quello che ha fatto il danno. Il problema ce lo siamo posti. Ingenuamente abbiamo ritenuto di prendere per buono quello che ci diceva la procura di Palermo. È stata colpa nostra. Comunque, non ha importanza. Mi pare che su questo punto possiamo anche chiudere. Su questo punto rimando alla richiesta di archiviazione perché ne abbiamo parlato fin troppo, altrimenti poi non rimane più tempo. Un elemento indubbiamente suggestivo che viene portato avanti dalle difese, in particolare da quella del presidente Pignatone, è il seguente. «Pare verosimile che io abbia parlato con il dottor Natoli e con il capitano Screpanti e abbia detto: “Distruggiamo tutto, occultiamo tutto, insabbiamo tutto”?». L’argomento potrebbe avere una sua validità, ma non per chi ha una certa esperienza di come vanno le cose in una procura. È veramente rarissimo, secondo me, non mi è mai capitato, che un procuratore ti dica: «C’è questo procedimento. Insabbiamolo». Non funzionano così le cose. C’è una sorta di pudore o di ipocrisia o in ogni caso si tiene una valvola di sicurezza, un piano B per sfuggire alle conseguenze di quello che si vuole fare. Un accenno di come si possa stipulare un patto implicito ci viene dalla relazione del capitano Screpanti, ora generale. Il capitano Screpanti dice: «Io non ho le risorse per fare questa indagine». Il dottore Natoli risponde: «Sì, va bene, d’accordo, rateizziamo» e manifesta scetticismo sull’esito delle future indagini. Già aveva preventivato che non avrebbero portato a niente, cosa che in realtà, nonostante tutto, si è dimostrata infondata, perché gli esiti positivi ci sarebbero stati. Alla fine convengono che qualcosa si deve fare per evitare future polemiche.
Secondo la nostra lettura, vi sono gravi e concreti indizi per ritenere che da questa relazione in atti emerga un patto implicito per non fare le indagini.

Parlo in generale, non voglio fare ipotesi azzardate su quello che è avvenuto in concreto, muovendo dalla mia esperienza. Se io volessi tastare il polso al sostituto per insabbiare un procedimento, non l’ho mai fatto, ma per ipotesi, se lo volessi fare, mettiamo i puntini sulle i, non si sa mai, non l’ho mai fatto e non lo farò mai, lo chiamerei e gli direi: «È arrivata questa cosa, non c’è proprio niente, fai qualche cosa e poi occupati di questo che è molto più importante».
Vedo che cosa mi risponde il sostituto. Mi può dire: «Do un’occhiata veloce, non c’è niente, va bene» oppure mi può dire: «Procuratore, fammelo studiare bene, dobbiamo verificare che cosa trova la polizia giudiziaria, devo verificare se ci sono precedenti». Si capisce subito l’antifona se il sostituto mi viene appresso oppure non ha nessuna intenzione di venirmi appresso.
Queste cose si capiscono.
D’altronde fa parte un poco dei colloqui della vita comune. Non sempre quelle che chiamiamo porcherie, e ora vediamo quali sono, sono esplicite. Ci si può capire anche con mezze frasi e allusioni.
Leggetevela la relazione in atti dell’allora capitano Screpanti. A noi pare una traccia molto chiara di un patto implicito: facciamo un po’ di movimento e chiudiamo questa faccenda.
In realtà, dalle intercettazioni telefoniche riguardanti le conversazioni della signora Natoli, della moglie del dottor Natoli, emergono dei precisi elementi che, secondo noi, sono concreti indizi riguardo a un accordo tra Giammanco, Pignatone e Natoli, che per altro verso ha riguardato anche il capitano Screpanti.
Il maggiore Rossetto è defunto, non abbiamo potuto sentirlo. Sarebbe stato interessante, ma è defunto da tempo.
Nelle intercettazioni della signora Natoli che parla con la consuocera, con una cugina e con il dottore Di Pasquale, cardiologo, amico di famiglia, nonché amico di tantissimi magistrati, nella sostanza emerge che «Secondo quanto ha detto Gioacchino», cioè secondo quanto ha detto il marito, lui era giovane e inesperto, aveva trentasei anni, l’ufficio aveva un capo, aveva una struttura gerarchica. Pignatone era nel cuore del procuratore, erano tutti d’accordo, archiviamo e non se ne parla più.
Che cosa doveva fare Gioacchino in buona sostanza?
Ha fatto il suo dovere. Gli è stato chiesto di farlo e lo ha fatto. A fronte di ciò, la signora Natoli assunta a sommarie informazioni, com’era sua facoltà, si è avvalsa della facoltà di non rispondere perché suo marito era indagato. Nelle intercettazioni ambientali noi abbiamo colto dal complesso delle discussioni un elemento abbastanza indicativo.
Ognuno di voi si metta un poco nella posizione in cui, senza avere detto nulla, erroneamente venga messo nei guai dalle dichiarazioni della moglie che non hanno alcun fondamento nella realtà.
A seconda del temperamento, uno si può infuriare o meno, ma anche con la massima calma almeno io direi a mia moglie: «Scusa, ma queste cose da dove le tiri fuori? Perché ti inventi queste cose? Ti senti male? Da dove le hai prese?».
Tutto questo non emerge. Le discussioni nell’ambito della famiglia Natoli, a cui partecipano anche le figlie della signora Natoli a un certo punto, sono del tipo: «Tu hai banalizzato, tu hai generalizzato».
Quindi, non se l’è inventate. Anche perché, come sottolinea la difesa del dottor Natoli, è una signora inesperta, che non capisce nulla di autorità giudiziaria. Certo, neanche mia moglie, ma facendo dei discorsi così specifici è evidente, proprio perché inesperta, che non è farina del suo sacco.
Per di più, un preciso riscontro che le giustificazioni date dalla signora Natoli nelle conversazioni che si dipanano per circa un anno e mezzo, nelle conversazioni con i suoi prossimi congiunti e con il dottore Di Pasquale, ma soprattutto con i suoi Pag. 36prossimi congiunti, abbiano un fondamento specifico nelle affermazioni del dottore Natoli si trae proprio dal contenuto di alcune risposte che ci ha dato il dottore Natoli nel corso dell’interrogatorio. Segnatamente, il dottor Natoli ha detto più volte: «Se io avessi avuto l’esperienza attuale, allora sì». Ergo, ero giovane e inesperto.
Con l’esperienza che ho adesso queste cose non le avrei fatte. Inoltre, in più occasioni ha sottolineato la struttura gerarchica della procura e il fatto che quando il procuratore ti chiedeva una cosa tu la facevi.
Sono esattamente le stesse cose che ha detto la moglie nel corso delle conversazioni telefoniche. In particolare, il dottor Natoli si è giustificato così in relazione ad una cosa un po’ strana, cioè quando nel processo Mafia e appalti ha firmato la richiesta di misura cautelare per Siino Angelo + 4, solo perché gliel’hanno chiesto, senza avere a disposizione il rapporto Mafia e appalti, ritorniamo alla frase di Pignatone, senza sapere quello che stava firmando, cosa che non è il massimo del garantismo, però questo ci ha detto.
Quindi, in relazione a questa firma apposta sulla richiesta di misura cautelare lui risponde: «Me l’hanno chiesto». Lo ha detto anche in relazione ad un’altra questione. Insomma, ha più volte ribadito la struttura gerarchica della procura, dove l’ultimo arrivato si doveva in buona sostanza adattare a quello che gli dicevano.
Riscontro controfattuale. Andiamo a vedere se troviamo dei riscontri estrinseci rispetto al procedimento. Indubbiamente ci sono due dati oggettivi che poi possono essere oggetto delle valutazioni di ciascuno, più o meno ragionevoli.
I due dati oggettivi sono i seguenti. Poco dopo la richiesta di archiviazione, il decreto di archiviazione del provvedimento di smagnetizzazione, il dottor Natoli fu assegnato con il dottor Lo Forte alla gestione del collaboratore Mutolo. Non voglio qui dire che c’è un sinallagma preciso corruttivo, assolutamente no, tu hai fatto questo e io ti do questo, però Mutolo allora, lo riconoscono tutti, era il collaboratore più importante che ci potesse essere. Gestire Mutolo significava entrare nella serie A della magistratura.
Dico per inciso che prendere soldi in magistratura è ritenuta una cosa veramente schifosa.
Secondo me, per fortuna, sono veramente rarissimi i casi in cui un magistrato si macchia dell’orrore di ricevere denaro per fare qualcosa. La cosa che può accadere con una certa frequenza è che un magistrato arrivi a compromessi per il potere, per entrare nella serie A, per fare le indagini di serie A. Questo lo dico genericamente. È una cosa bella e una cosa brutta nel contempo. La ricezione di denaro per un magistrato ritengo che sia veramente una cosa rarissima ed è assolutamente deprecata nell’ambiente com’è giusto che sia. Avere l’assegnazione del pentito Mutolo vuol dire entrare nella serie A assoluta.
L’altro co-assegnatario è un uomo di assoluta fiducia del procuratore, il dottor Lo Forte, coordinati dal procuratore aggiunto Aliquò, sempre uomo di fiducia del dottore Giammanco, e Borsellino messo fuori in un primo momento.
Il dottor Natoli viene assegnato alla gestione di Mutolo addirittura spostandolo di gruppo perché faceva parte del gruppo DDA Trapani. Quindi, per trovare una parvenza di formalismo lo si sposta contestualmente, non prima, dal gruppo Trapani, che è serie B, per capirci, al gruppo Palermo, che è serie A. Per capirci, allora Palermo era serie A, Trapani serie B, Agrigento serie C. Prendetela come una semplificazione grossolana, ma la ritrovate, ad esempio, nelle dichiarazioni del dottore Carrara e anche di altri. Chi andava ad Agrigento, nel gruppo Agrigento, non era contento.
In un primo momento è questa l’assegnazione. Borsellino fuori, Natoli dentro. C’erano dei magistrati, visto che il dottor Pag. 38Natoli parla di esperienza appena arrivato, che avevano una lunga esperienza. È stata necessitata questa scelta?
No. C’era Morvillo, c’era Teresi, c’era Principato, ce n’erano tanti che potevano essere scelti. Viene scelto il dottor Natoli. Ad esempio, c’era il dottore Morvillo che aveva una vastissima esperienza e si occupava di Palermo.
Secondo punto rilevante. Andatevi a rileggere le dichiarazioni, lo avete già fatto, è una forma retorica, rese dinanzi al CSM dal dottore Natoli.
Sono indistinguibili come tenore da quella rese dai dottori Lo Forte e Pignatone. È una difesa a oltranza del procuratore Giammanco che arriva, secondo noi, secondo la valutazione dell’ufficio, secondo concreti elementi e concreti indizi ritenuti dall’ufficio, al mendacio. Secondo la nostra valutazione una così complessa e inopportuna difesa di ufficio a 360 gradi della posizione del procuratore Giammanco, che tante criticità aveva, soprattutto per chi dall’interno conosceva le cose e gli uomini, è assolutamente ingiustificabile, se non o da rapporti di grandissima amicizia, come li poteva vantare il dottore Pignatone, ma non credo che bastino, e il dottor Natoli non aveva questi rapporti di grandissima amicizia con il dottore Giammanco, o – riteniamo noi – vi sia un concreto elemento per ritenere che sia una spia precisa del grado di compromissione del dottor Natoli nella gestione del potere da parte del dottor Giammanco, altrimenti non si riesce a comprendere questa difesa d’ufficio a 360 gradi del dottor Giammanco, che per certi versi è imbarazzante. A domanda: «Lei ha notizia, direttamente o indirettamente, dei motivi per cui Falcone lasciò la procura?» o, non ricordo bene, «dei motivi di dissidio tra Falcone e Giammanco?», risposta: «No».
Orbene, il dottor Natoli aveva partecipato a una riunione dei Movimenti, il gruppo di cui è stato leaderindiscusso nazionale, in cui la dottoressa Consiglio e il dottor Napoli hanno sentito il dovere di riferire che il dottor Giovanni Falcone andò lì e, a specifica domanda, disse espressamente: «Non posso più stare qui a Palermo, non mi fanno lavorare a Palermo, non ci sono le condizioni perché io possa continuare a lavorare a Palermo». Il dottor Napoli in privato approfondì questa discussione con il dottor Giammanco. È certo che il discorso era che il procuratore Giammanco non gli consentiva di lavorare adeguatamente.
Di tutto questo, il dottor Natoli non fa menzione e il dottor Gozzo ne parla de relato, perché gli è stato riferito da sua moglie, la dottoressa Consiglio. Questi giovani sostituti hanno sentito il dovere di riferire questa circostanza, che non è di poco conto, in sede di audizione del CSM; il dottor Natoli ha detto che a lui non risultava nulla.

  Altra cosa, ancora più grave, a parere dell’ufficio, è che nel corso dell’interrogatorio il dottor Natoli ha riferito che tra metà e fine del 1991 era venuto a conoscenza che il dottor Giammanco aveva impacchettato il rapporto informativo del ROS e l’aveva mandato al Ministero. Tutti sono concordi che una cosa del genere è un errore gravissimo. Il dottor Pignatone ci dice che se il rapporto non fosse stato omissato sarebbe stato pure reato.
  Martelli, sentito a sommarie informazioni, ci ha detto: «Questo era un modo per tentare di far gestire a noi politici la situazione, invece di risolverla in via giudiziaria». Anche questo, secondo il nostro sommesso parere, quando gli si chiede: «La gestione del dottor Giammanco è stata sempre regolare, vi sono state ingerenze nell’attività dei sostituti e nel procedimento?», «No, tutto corretto, nessuna ingerenza». Caspita. Se con le indagini in corso io acchiappassi un rapporto non omissato e lo mandassi al Ministero, che è un’autorità amministrativa che non c’entra nulla con le indagini, senza concordarlo con i magistrati che si occupano delle indagini, ma come Pag. 40concordato, giustamente mi salterebbero alla gola. È una cosa irricevibile, che dimostra ingerenza e scorrettezza nel corso delle indagini.
  I dottori Pignatone e Lo Forte dicono di non esserne a conoscenza o quantomeno non ne sono sicuri, più che altro nega il dottor Pignatone, ma la cosa non pare verosimile: da un lato, certamente il dottor Giammanco pare strano che l’abbia detto solo al dottor Natoli, ove la fonte fosse il Giammanco, e non a Pignatone e Lo Forte, che in realtà erano le persone a lui più vicine, più degli aggiunti; d’altra parte, se non è stato il procuratore Giammanco, certamente non glielo ha detto il giovane sostituto che era arrivato da pochi mesi in procura. Gliel’ha detta, chiaramente, uno della cerchia più intima del dottor Giammanco una cosa del genere. Quindi, appare assai inverosimile che i dottori Lo Forte e Pignatone non sapessero nulla di tutto questo.
  Comunque, il dottor Pignatone ci ha detto che se lo avesse saputo sarebbe stato assolutamente contrario, gli avrebbe consigliato di non farlo ed era addirittura reato. Il dottor Natoli, per tabulas, perché dice che già lo sapeva, non riferisce nulla del genere al CSM. Ripeto, per la nostra valutazione è un fatto gravissimo, per cui le carte dovevano essere mandate all’autorità giudiziaria competente: bisogna verificare se Caltanissetta o Roma, dove si consumava il reato, ma sicuramente era una notizia di reato che doveva essere mandata a un’altra procura. Non è successo nulla.
  Per quanto riguarda le dichiarazioni del dottor Natoli rese dinanzi a questa Commissione, compresa la memoria che ha depositato, che spontaneamente ha depositato anche in procura, abbiamo acquisito anche le dichiarazioni, quindi fanno parte del materiale del nostro procedimento, devo rilevare, molto sinteticamente, che la posizione del senatore Scarpinato Pag. 41non ci riguarda, non possiamo e non dobbiamo valutare alcunché, ma per quanto riguarda la posizione del dottor Natoli riteniamo che la memoria che ci è stata depositata, che è uguale a quella della Commissione, e le dichiarazioni rese, che sono entrate pure nel procedimento, siano assolutamente inattendibili perché sono state tutte minuziosamente e analiticamente concordate con il senatore Scarpinato.
  Nella richiesta di archiviazione, che è ostensibile, non mi dilungo in particolari, la vicenda viene sviscerata. Le valutazioni della Commissione non sono di nostra competenza. Di nostra competenza è la rilevanza penale delle dichiarazioni rese dal dottor Natoli, che troviamo totalmente inattendibili, perché – ripeto – concordate, come del resto è stato concordato tutto quanto. Vi è una totale commistione dei due ruoli, per cui alla fine è come se fosse fatto tutto a doppia firma: Natoli-Scarpinato.
  Fortunatamente non sono stati coinvolti altri componenti della Commissione, il che chiaramente è un dato estremamente positivo, anche se la cosa è stata valutata dai due e poi scartata dal senatore Scarpinato, perché non c’era quel grado di confidenza per chiedere un coinvolgimento di altre persone.
  Devo andare velocemente. Non posso dilungarmi su altro per quanto riguarda il procedimento Natoli, se non sempre riguardo a un atteggiamento del dottor Natoli, che parte dall’audizione al CSM e arriva alle prime dichiarazioni che rilascia a noi, un atteggiamento che desta più di una riserva nei confronti del dottor Borsellino e della sua famiglia e termina con una posizione che coincide perfettamente con le valutazioni dell’ufficio. Vi dico solo questo, sempre a proposito della correttezza dell’attività del dottor Giammanco: in relazione alla vicenda Mutolo io gli chiedo: «E il dottore Borsellino è stato lasciato fuori?»; Natoli: «Certo, è stata una porcata», testuale. Se è Pag. 42stata una porcata lasciare fuori il dottor Borsellino nella primissima fase non si comprende come al CSM si sia potuto affermare che tutto era perfetto e tutto andava benissimo.
  Ripeto, non l’ho neanche imboccato. D’altronde, il dottor Natoli non è il primo che passa, che si lascia suggestionare e imboccare da me. «Il dottor Borsellino è stato lasciato fuori dalla originaria assegnazione?», «Certo, è stata una porcata». Ci sono, poi, questioni analoghe su altri punti.
  Per altro verso il dottor Natoli aveva iniziato a dipingere questa vicenda di Mutolo come se il dottor Borsellino avesse preso un atteggiamento formalistico-burocratico sulla vicenda e si fosse impuntato: «No, voglio la co-assegnazione formale, con tanto di firma e data». Non era fatto così Borsellino, ovviamente. Erano ben altre le cose in ballo. Questa affermazione troncante del dottor Natoli mi pare sia abbastanza chiara. Il dottor Giammanco non voleva assegnare al dottor Borsellino Mutolo. Mutolo aveva chiesto espressamente di essere sentito da Borsellino, perché si fidava di Borsellino. Borsellino era il magistrato – ma di che stiamo parlando? – che aveva la maggiore esperienza e capacità in materia di indagini antimafia e viene lasciato fuori.
  Il dottor Giammanco in quel momento aveva perso il contatto con la realtà. Fino a quel momento forse era stato abilissimo nel gestire la faccenda. Non aveva capito che dopo la strage di Capaci, con tutto quello che stava cambiando nella Repubblica italiana, socialmente, politicamente, giudiziariamente, non poteva continuare a gestire il potere in quel modo. Non abbiamo nessuna difficoltà a credere che i dottori Natoli e Lo Forte si siano precipitati dal procuratore Giammanco a chiedere chi… Ma non è possibile fare una cosa del genere. Probabilmente anche Aliquò glielo aveva fatto presente. Era un autentico suicidio giudiziario, anche perché, secondo i rituali Pag. 43non scritti da nessuna parte, ma che contano, il primo interrogatorio è stato fatto da Aliquò e Borsellino il 1° luglio 1992 perché Borsellino ha avuto la funzione di accreditare gli altri magistrati agli occhi del collaboratore: «Caro Mutolo, ti puoi fidare, te lo dico io, puoi parlare anche con loro». Senza questa garanzia non si sarebbe andati avanti, quindi era una necessità che solo il procuratore Giammanco non aveva capito o voleva far finta di non capire.
  In estrema sintesi, per il resto rimando alla richiesta di archiviazione, signori, non posso fare altro, due parole sul provvedimento riaperto dal dottor Pignatone. A seguito di ulteriori trasmissioni di carte da parte della procura di Massa Carrara, il 16 febbraio 1993 questo carteggio viene assegnato ai dottori Pignatone e Lo Forte. L’assegnazione non è al 99 per cento del dottore Caselli, ma del dottor Aliquò; la sigla, in termini di quasi certezza o di alta probabilità, viene individuata anche dal dottor Pignatone come quella di Aliquò. L’assegnazione si giustifica in relazione al processo 2289/92, che era il procedimento che Pignatone e Lo Forte avevano mandato a Natoli per la riunione, quindi giuridicamente non più esistente. Logica avrebbe voluto che anche in questo caso si fosse detto: «Guardate, il 2289 non esiste più, in realtà il procedimento che conta è l’altro non assegnato a noi». Nonostante tutto, il procuratore Pignatone trattiene il procedimento su di sé e se ne occuperà quasi esclusivamente, in parte con Lo Forte e in parte con Patronaggio.
  Qual è il punto essenziale di questo procedimento che desta anch’esso perplessità enormi? Tanto che, quando gli abbiamo mostrato la documentazione, il dottor Patronaggio ha detto testualmente: «È stato tutto deciso da Lo Forte e Pignatone. In questa vicenda ho fatto “la figura dell’utile idiota”». Questo può avere due letture diverse, ma che portano allo stesso punto: o Pag. 44il dottor Patronaggio dice la verità, cosa che dobbiamo accettare in mancanza di smentite evidenti (rimane la frase di Pignatone «tutti firmavano senza capire quello che stavano facendo e stavano firmando») o, pur avendo preso parte, si è reso conto che quei provvedimenti non erano difendibili, quindi, secondo una difesa adottata da molti, «ho fatto l’utile idiota». O l’uno o l’altro. Noi propendiamo per la perfetta buona fede del dottor Patronaggio, in mancanza di elementi di segno contrario, ma anche l’ipotesi alternativa che abbia mentito dimostra che ha alzato bandiera bianca perché non ritiene che possa essere difesa in altro modo la sua posizione.
  Che cosa accade? Questioni tecniche di riunioni, riaperture. Il dottor Pignatone iscrive, a seguito di riapertura, Buscemi Antonino e altri dei gruppi societari dei Buscemi e non iscrive Panzavolta, Bini e Pironi, gruppo Ferruzzi, in un primo momento, però procede al formale interrogatorio quantomeno di Bini Giovanni e Pironi Sergio senza iscriverli nel registro degli indagati. A un certo punto, archivia il procedimento a carico di Buscemi e gli altri delle società di Buscemi, per cui formalmente il procedimento dovrebbe essere chiuso, e rimangono queste tre figure iscritte ultra-tardivamente il 17 novembre 1994, cioè dopo oltre un anno dagli interrogatori.
  Il procedimento, dopo l’archiviazione del dottor Pignatone, viene assegnato ai dottori Saieva, Boccassini, Insacco e Pino, che lo archiviano quasi immediatamente dicendo: tutti i termini delle indagini sono scaduti, non possiamo andare avanti, l’unica cosa che possiamo fare è chiedere l’archiviazione. Archiviazione che arriva puntualmente da parte del GIP con conforme motivazione. Si tratta di un problema tecnico, ma è troncante. Tutto quello che era stato fatto e quello che si sarebbe fatto dopo era inutilizzabile.
  Come vi ho già detto all’inizio, totale mancanza di indagini, indagine apparente, clamoroso errore procedurale. Risultato finale: Buscemi Antonino fino a questo momento non lo disturba nessuno in relazione agli appalti. Tutt’altra faccenda è la richiesta di misura cautelare del 13-15 maggio 1993. Qui parliamo di «piccioli», società.
  Il dottor Saieva, sentito a sommarie informazioni, ci ha detto: «Non abbiamo avuto un’accoglienza cordiale, ci hanno dato un procedimento morto». L’accoglienza cordiale si giustifica ampiamente, in quel periodo le diffidenze tra la DDA e la DNA erano abbastanza frequenti. Non è un dato su cui facciamo particolare affidamento. Il punto è che sottolinea questo problema procedurale enorme e macroscopico, che non dovrebbe fare neanche l’uditore giudiziario vecchia dizione, il magistrato ordinario in tirocinio appena arrivato in un ufficio, perché è l’abbiccì della procedura: bisogna iscrivere. Tra l’altro, nel suo interrogatorio lo stesso dottor Natoli sottolinea l’importanza della tempestiva iscrizione e delle garanzie che bisogna dare. Il dottor Pignatone, nonostante la sua estrema preparazione giuridica, commette un triplice errore, macroscopico e sinceramente non giustificabile, che ha quell’effetto positivo per Buscemi di fargli guadagnare altri due anni impunemente.
  Cosa dice nella sua difesa il dottor Pignatone? Ammette che per Bini e Pironi c’è stato un errore e quindi nulla quaestio. Li ha interrogati come indagati e non li ha iscritti. Fa notare che in realtà Panzavolta veniva sentito come indagato dalla procura di Milano perché risulta assistito dall’avvocato che era suo difensore in altro procedimento. Su Panzavolta può anche essere che ci sia stato un errore. Assume che si sia trattato di sommarie informazioni di Panzavolta. Noi questo verbale lo abbiamo passato al microscopio. Sicuramente per nostra pochezza, anzi per mia pochezza, non abbiamo capito niente sulla Pag. 46sua natura giuridica. Anche questo è abbastanza strano da parte del dottor Pignatone, perché fare confusione e creare ambiguità può essere un modo anche per sfuggire alle regole. Un verbale di sommarie informazioni deve essere fatto necessariamente senza la presenza del difensore ed è necessario che siano dati gli avvisi dell’obbligo di dire la verità. Qua è presente un difensore di Panzavolta e non gli si fa nessun avviso, né come indagato, né come indagato di reato connesso, né come persona informata. Niente. Lo si incomincia a sentire senza capire con che modalità viene sentito e che responsabilità assumerà Panzavolta in seguito alle sue risposte, perché la procura di Milano, che fra l’altro procedeva in un procedimento verso ignoti, voleva che Panzavolta venisse sentito con il difensore accanto. A tutto voler concedere, la procura di Milano non può pretendere che si proceda contra legem. Un cultore del diritto e delle garanzie come il dottore Pignatone lo sa benissimo. In ogni caso, colui che viene sentito deve sapere in che veste viene sentito. Noi, dopo avere studiato a lungo l’atto, non riusciamo a capire. Riguarda solo Panzavolta, attenzione. Negli altri due interrogatori il dottor Pignatone ha ammesso che si è trattato di un errore.
  Noi, in relazione a Panzavolta, non abbiamo capito, onestamente, dopo averlo studiato a lungo, in che veste era stato sentito. Per cui, se i colleghi, non Saieva, i quattro colleghi che hanno chiesto l’archiviazione hanno ritenuto che anche per Panzavolta fossero trascorsi invano i termini per le indagini preliminari, tutti i torti non ce l’hanno. In più, che non si sia trattato di un verbale di sommarie informazioni si ricava da una delega in data 23.03.1993 a firma di Lo Forte, Pignatone e Natoli, consegnato al dottore Pansa, dirigente dello SCO criminalità economica. Ripeto, ci sono le firme di Lo Forte, Natoli e Pignatone. Nel verbale si dice: «Con riferimento alla nota in Pag. 47oggetto trasmetto alla signoria vostra copia del verbale di interrogatorio reso a questo ufficio in data 9 marzo 1993 da Panzavolta Lorenzo». Non lo si chiama «sommarie informazioni», si dice che è un verbale di interrogatorio. A meno che il dottor Pignatone non voglia ricorrere a sua volta, ma non è certamente tipo da fare una cosa del genere, «ho firmato senza sapere quello che stavo firmando», da lui stigmatizzato con una battuta ironica tagliente, non mi pare tipo da ricorrere ad una cosa del genere.
  Abbiamo un atto, l’atto di Panzavolta, che viene ritenuto dalla difesa del dottor Pignatone come sommarie informazioni, che viene definito verbale di interrogatorio. Quindi, per tutti questi motivi, sembra che i colleghi Saieva, Boccassini, Pino e Insacco abbiano quantomeno non commesso un errore madornale, perché c’erano tutti gli estremi per ritenerlo un verbale di interrogatorio di indagato.
  Vengo ad altri punti interessanti. In questo procedimento il dottor Pignatone e il dottor Patronaggio, con il visto di Lo Forte, avanzano richiesta di misura cautelare nei confronti di Bini Giovanni, che è il numero due della Ferruzzi, quello che lavora in Sicilia, il numero uno in Sicilia, che riferisce a Panzavolta. La dottoressa Boccassini, che fra l’altro ci ha detto che in tutta la procura di Palermo aveva buoni rapporti solo con il dottore Pignatone, quindi tutto si può pensare tranne che abbia acrimonia nei confronti del dottor Pignatone, ha detto candidamente: «Non mi ricordo niente di tutta questa vicenda, ma ritengo che se Roberto Saieva l’ha detto, ha ragione, non lo posso smentire. Mi ricordo solo di aver letto una richiesta di misura cautelare suicida». Le mostro la richiesta di misura cautelare a carico di Bini Giovanni e mi dice: «Questa è». D’altronde ce n’era solo una in questo procedimento. Per carità, è una valutazione, ma prendiamola come una valutazione di un Pag. 48magistrato abbastanza esperto o molto esperto in materia di indagine o di richiesta di misura cautelare. Non dice che era fatta male oppure era lacunosa, dice che era una richiesta di misura cautelare suicida, cioè significa mandata allo sbaraglio per farsela rigettare.
  La cosa anche abbastanza singolare è che, come ho già detto, i dottori Pignatone e Patronaggio chiedono misura cautelare. Il GIP la rigetta dicendo che sono necessarie ulteriori indagini.
  Pignatone e Patronaggio, con il consenso di Lo Forte, impacchettano tutto e avanzano richiesta di archiviazione, tra l’altro, ma non diamogli più peso di quello che si voglia dare, un giorno prima che arrivi l’esito della richiesta della misura cautelare con il rigetto, rigettando le richieste di perquisizione e altre indagini richieste allo SCO, dicendo che visto che è stata rigettata la misura cautelare, non si proceda a perquisizioni. La cosa non è piaciuta allo SCO, fra parentesi. Non si proceda a perquisizione, chiedendo subito dopo l’archiviazione del procedimento nonostante la richiesta del GIP di fare ulteriori indagini.
  Dice Saieva – e con questo ho concluso, perché sono veramente stupito dell’eccezionale resistenza dei componenti di codesta Commissione, perché a me al loro posto già sarebbe cascato un «abbiocco» terrificante e probabilmente russerei appoggiato a uno degli scranni, quindi i miei più vivi complimenti – che dopo l’archiviazione con la dottoressa Boccassini aveva pensato di rivitalizzare il procedimento chiedendo allo SCO, al dottor Pansa o a un gruppo interforze, Pansa e Guardia di finanza, di fare delle iniziative per consentire la riapertura del procedimento.
  A quel punto, sostiene il dottore Saieva che il dottor Pansa gli avrebbe detto: «Noi siamo impegnati in un’indagine campana (che sa un po’ di scusa) e in ogni caso non ci sono le Pag. 49condizioni (lo sto dicendo in soldoni) per fare indagini su questo argomento, perché esiste un problema Pignatone di cui noi abbiamo visto le visure camerali, i notevoli acquisti della famiglia da parte del gruppo Piazza-Buscemi (lo chiama così, e non Immobiliare Raffaello), abbiamo parlato di ciò con Caselli, Caselli ha detto che porrà rimedio, ma, secondo noi, il problema rimane».
  Pansa, sentito sul punto, dice «Non mi ricordo niente, ma non sono in grado neanche di smentirlo». Per completezza dico che, per dovere di cortesia, abbiamo contattato il procuratore Caselli, personalmente io e una volta la Guardia di finanza, per sentirlo. Il procuratore Caselli, tenuto conto delle sue precarie condizioni, ci ha prima proposto un incontro in videoconferenza e poi ha voluto rinviare pure quello. Non lo abbiamo sentito anche perché l’oggetto del nostro accertamento è quello che è avvenuto fino alla strage di via D’Amelio. Ci siamo occupati di questo procedimento solo per verificare elementi sull’animus del dottore Pignatone in relazione alle vicende Buscemi e gruppo Ferruzzi, ma certamente la gestione nel 1993 di questo procedimento nulla ha a che vedere con le cause e le concause della strage.
  In conclusione, ci pare, e parlo a nome del gruppo stragi di Caltanissetta, che vi siano dei concreti, univoci, plurimi elementi per affermare che il tema e la gestione del procedimento Mafia e appalti in realtà siano state sicure cause della strage di via D’Amelio. Lo riteniamo con elevato grado di attendibilità per via D’Amelio e in misura leggermente inferiore per quel che riguarda la strage di Capaci. Secondo noi, l’interesse di Giovanni Falcone ha una sua rilevanza anche in relazione alla strage che ha portato alla sua tragica, della sua compagna e della scorta. Non escludiamo concause. In particolare, avrete preso visione della sentenza di appello, cosiddetta «Depistaggio »,Pag. 50Bo e altri, in cui si dice chiaramente che l’attività depistante del dottore La Barbera Arnaldo, sia in relazione alle indagini sia in relazione all’Agenda rossa, sia stata fatta al servizio di istituzioni deviate. Proprio per questo motivo ha escluso l’aggravante di mafia dichiarando la prescrizione nei confronti degli altri. La motivazione – tranne per quel che riguarda l’aggravante di mafia, dove non credo che ci sarà in ogni caso impugnazione, perché passando il tempo anche con quella si arriverà alla prescrizione – è assolutamente conforme alle conclusioni che io personalmente feci in primo grado per la parte in cui ho fatto in primo grado e che abbiamo sostenuto, l’ho firmata sempre io, con i motivi di appello. Individuare Mafia e appalti come concausa della strage di via D’Amelio e probabilmente anche della strage di Capaci non esclude, anzi postula, che ci possano essere stati degli interventi esterni, perché Mafia e appalti è un crocevia di interessi economici, politici e mafiosi.
  Quindi, che ci sia stato un intervento esterno in relazione a una causa del genere è anche abbastanza probabile. La motivazione della sentenza d’appello non solo non è per noi dannosa, anzi è conforme alle mie, in particolare, richieste fatte di persona. Chiaramente questa opinione è condivisa dagli altri colleghi del gruppo stragi.
  Per quel che riguarda le istituzioni deviate o anche la pista nera, l’ho già detto più volte, può darsi, stiamo lavorando, ma allo stato non ci sono concreti elementi ostensibili di cui parlare. In ogni caso, l’accertamento di una partecipazione di istituzioni deviate o di destra eversiva non riguarderebbe la causale. Si troverebbero dei concorrenti esterni. Poi bisognerebbe capire qual è la causale di queste istituzioni deviate e di questi presunti estremisti eversivi della destra estrema. Bisognerebbe poi accertare perché c’è questo intervento e a che cosa Pag. 51tendono. Possiamo sin d’ora escludere totalmente che la «trattativa» abbia avuto una qualche rilevanza in relazione alle concause della strage. In ciò, la motivazione della sentenza di appello Trattativa da noi è perfettamente recepita e condivisa. Vero è che nella stessa sentenza si dice che il comportamento della procura di Palermo è stato perfettamente lineare.
  Se andate a guardare il materiale probatorio preso in visione dalla corte d’appello, troverete sì e no un decimo di quello che noi abbiamo messo a disposizione, che abbiamo cercato e abbiamo trovato, e non vi è traccia ad esempio dei procedimenti assegnati ai dottori Natoli e Sciacchitano e alla riapertura del dottor Pignatone. È un materiale che noi ci siamo procurati con tre anni e mezzo di lavoro. Non deve stupire, quindi, che è frammentario. D’altronde, la relazione che viene trasmessa dal dottore Caselli alla Commissione antimafia nel 1999, firmata da molti magistrati, molti dei quali non hanno partecipato alle fasi calde dal 1990 al 1992, ma solo ad esempio alle indagini del «tavolino», non contiene nulla né in ordine alla trasmissione del dottore Giammanco dell’informativa del ROS al Ministero né del procedimento «doppione» del dottore Natoli.
  Riguardo al procedimento del dottor Pignatone, dice in modo secco che vi sono state varie chiusure e riaperture e indica anche il procedimento riaperto al dottore Pignatone archiviato. Punto.
  È evidente che il materiale a disposizione della corte di appello era necessariamente lacunoso e se ne è occupato incidenter tantum circa l’attività della procura di Palermo. La relazione fatta dalla Commissione antimafia, che viene riportata anche nella memoria del dottor Natoli, è assolutamente lacunosa perché non tratta, non indica, mostra di non avere conoscenza dei fatti di cui io ho parlato per ore dinanzi a codesta Commissione.
  Come ho già detto, la posizione della procura di Caltanissetta è di ragionevole certezza in relazione all’individuazione di una concausa, cioè Mafia e appalti, di apertura mentale, disponibilità, volontà di approfondire rispetto ad altre concause, com’è doveroso che sia.
  Noi non troviamo condivisibile quanto detto in una chiacchierata fatta all’università da un noto magistrato, che dice diplomaticamente che alcune sentenze della Cassazione allontanano dalla verità. Mi pare una frase assai inopportuna e anche destabilizzante per le istituzioni, anche perché poi vengono indicate le sentenze, che sono: Trattativa, ‘Ndrangheta stragista e omicidio Agostino. Sono tutte le sentenze più importanti degli ultimi anni, quindi non alcune sentenze. Questo è l’orientamento della Cassazione negli ultimi anni nei procedimenti più delicati. Per carità, si può anche essere critici nei confronti di una sentenza della Cassazione e in diritto nel convegno fare anche delle osservazioni e delle dichiarazioni e dire: «Non trovo convincente questo orientamento della Cassazione, con tutto il dovuto riguardo e rispetto». Ma dire che tutte le sentenze più importanti della Cassazione degli ultimi tempi allontanano dalla verità, va bene per un giornalista, potrebbe andare bene per un avvocato, ma per un magistrato mi pare assai inopportuno.
  Non possiamo dire che siccome la Cassazione ha preso un orientamento che non ci convince ci allontana dalla verità. Mi fermo qui. Noi abbiamo un’altra impostazione metodologica, per cui innanzitutto se le nostre idee non coincidono con gli indizi non abbandoniamo gli indizi ma abbandoniamo le nostre idee, e se la Cassazione ci dà torto piacere non ci fa. Ad esempio stiamo aspettando una decisione della Cassazione recente; se la Cassazione ci darà torto staremo zitti e non diremo che la Cassazione fa disastri e ci allontana dalla realtà, l’accettiamo e Pag. 53andiamo avanti cercando di dimostrare la bontà delle nostre cose. Si tratta, al di là del merito, di accettare le regole istituzionali e l’ordinato snodarsi della giurisdizione.
  Non accettare le sentenze della Cassazione secondo me poi comporta degli errori madornali di impostazione. Dobbiamo accettarle e impostare le nostre future indagini in base agli insegnamenti – uso questa figura retorica – della Cassazione. Lamentarci della Cassazione non porta assolutamente a nulla. Grazie, signori. Spero di non avervi annoiato troppo.

PRESIDENTE. Grazie a lei, procuratore. Ovviamente, come immaginate, dovremo invitare di nuovo il procuratore De Luca per rispondere alle domande, vista la lunga audizione.

SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Concorderemo una data.

PRESIDENTE. Sì, l’audizione è finita.
Ha chiesto la parola sull’ordine dei lavori il senatore Verini.

WALTER VERINI. Sull’ordine dei lavori, presidente. Aderendo alla sua proposta, avremmo noi chiesto di non procedere alle domande, non solo per l’ora, naturalmente, poiché ci sono impegni parlamentari, ma anche perché vorremmo leggere le quattrocento pagine..

SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. 380

WALTER VERINI. Ho abbondato. Le 380 pagine della richiesta di archiviazione.
Aggiungo che sarebbe importante – ne abbiamo parlato, procuratore, in ufficio di presidenza – acquisire come Commissione antimafia anche la richiesta che la Procura generale Pag. 54della Cassazione lo scorso 2 aprile ha rivolto alla Corte di dichiarare inammissibile il suo ricorso nei confronti della richiesta del GIP di procedere sul tema «pista nera», non perché ci sia chissà cosa, però io penso che, visto che poi, quando e come sarà, le sentenze della Cassazione (qualsiasi sarà) si rispettano, poi sarebbe interessante anche discutere di quello.
Infine, presidente, io rilevo una cosa. L’esposizione del procuratore è stata lunga, intensa…

PRESIDENTE. Rientriamo sull’ordine dei lavori.

WALTER VERINI. È sull’ordine dei lavori. Siccome il procuratore ha illustrato, sostanzialmente, tutto il quadro della sua inchiesta, che ha portato a una richiesta di archiviazione, questa esposizione e anche i riferimenti a colleghi magistrati in realtà, lo dico naturalmente non in punta di diritto penale, porterebbero quasi a una richiesta di condanna, anche quasi preventiva, allora mi chiedo: che facciamo?

PRESIDENTE. Senatore, non è sull’ordine dei lavori e sta facendo confusione tra due archiviazioni.

WALTER VERINI. Ma la domanda è questa: siccome qui sono state dette cose che colpiscono…

PRESIDENTE. La prego, senatore, non è sull’ordine dei lavori. Non si faccia togliere la parola, anche perché ripeto…

WALTER VERINI. Audiamo anche i magistrati che sono stati coinvolti? Questa è la domanda sull’ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Sta confondendo due archiviazioni.

WALTER VERINI. Non sto confondendo, sto dicendo che parliamo di reputazione di magistrati.

PRESIDENTE. Non c’entra nulla con l’audizione del procuratore. Tutto il resto lo può portare in ufficio di presidenza.

WALTER VERINI. Lo faremo, presidente, però tenevo a dirlo.

PRESIDENTE. La seduta è tolta.

  La seduta termina alle 13.50.