
Negozi e bancarelle pieni di souvernir trash che esaltano la mafia, ad uso e consumo del turismo. Perchè “pecunia non olet”
Siamo in presenza di un cortocircuito semiotico, prima ancora che morale, che si consuma ogni estate lungo il decumano tirrenico e ionico della Sicilia, tra le piazze barocche di Palermo, i palazzi resi scuri dalla polvere della lava a Catania e i vicoli fioriti di Taormina. Un cortocircuito che avrebbe fatto sobbalzare i teorici della ricezione e che invece lascia perfettamente indifferenti i titolari di licenze commerciali, i sindaci da inaugurazione e i flussi turistici transatlantici. È il fenomeno del mafia-pulpda scaffale, l’allestimento pop del lutto, la riduzione a feticcio mercificabile di una tragedia storica che ha insanguinato il secondo Novecento italiano.
Mentre i palchi istituzionali si riempiono la bocca di una «legalità» ridotta a vuoto intercalare burocratico, una liturgia laica celebrata a colpi di fasce tricolori e convegni standardizzati, i retrobottega e i banchi dei negozianti fatturano. La Sicilia, in una sorta di perversa sindrome di Stoccolma culturale, sta monetizzando la propria cicatrice. Ha preso il sangue dei suoi magistrati, l’orrore delle stragi di Capaci e via D’Amelio, l’odore acre del tritolo, e li ha distillati in un brand folkloristico da vendere ai turisti americani, tedeschi, nordeuropei e italiani. La mafia, svuotata della sua spaventosa realtà militare e politico-economica, è diventata un parco a tema. Non fa più paura: fa fatturato.
L’iconografia del cliché: dalla lupara al bacio sulla guancia
Se si applicasse lo strumentario della semiotica classica a un qualsiasi negozio di souvenir dell’aeroporto di Punta Raisi o del centro di Catania o Palermo, si scoprirebbe una sconcertante grammatica del trash. L’oggettistica si ripete con una regolarità industriale che ne azzera la potenziale repulsione: la calamita da frigorifero con la sagoma stilizzata di Marlon Brando, la maglietta d’ordinanza con la scritta «Il Padrino sono io», la bottiglia di liquore sagomata a forma di lupara, persino statuette in ceramica che riproducono la caricatura del picciotto con coppola e baffi neri.
Ci troviamo di fronte a quello che Umberto Eco avrebbe definito un processo di «saturazione iconica per decodifica aberrante». Il turista che acquista il gadget non legge in quell’oggetto il codice della sottomissione violenta, dell’estorsione o del dramma sociale. Per lui, condizionato da decenni di cinematografia hollywoodiana, serialità televisiva e di letteratura di genere, quell’oggetto è un significante sganciato dal suo significato originario. È il trionfo del simulacro: la copia di una copia (il film) che sostituisce la realtà storica. Il dramma di una terra diventa così un’estetica spendibile, un souvenir da mostrare agli amici al ritorno a Düsseldorf, a Boston o a Udine, esibito con la stessa leggerezza con cui si mostrerebbe una miniatura della Torre di Pisa o un pezzo di vetro di Murano.
Ma c’è un elemento ulteriore, squisitamente politico nel senso più viscerale del termine, che emerge da questa fiera del cattivo gusto. Ed è qui che l’analisi deve farsi polemica, priva di quelle prudenze felpate tipiche del dibattito pubblico italiano. Questa narrazione commerciale non è un’invenzione esogena. Non sono le multinazionali del turismo a imporre la tazza con la scritta «Cosa Nostra». È il commercio locale, con una complicità silenziosa e speculativa, ad aver accettato il compromesso. È l’orgoglio siciliano che si corica, a pancia all’aria, davanti all’altare del dio denaro, accettando di autorappresentarsi secondo il peggiore dei cliché antropologici pur di strappare dieci euro al passante straniero.
Il silenzio dei complici e l’ipocrisia del decoro
Gridiamo allo scandalo per le navi da crociera che sfregiano i panorami, ci accaloriamo per il decoro urbano delle facciate settecentesche, e poi permettiamo che l’identità profonda di un’isola venga ridotta a una carnevalata criminale. Dov’è finita la tanto sbandierata coscienza civile? Dov’è la reazione della politica locale, sempre pronta a emettere comunicati di fuoco per difendere la «sicilianità» quando questa viene attaccata dall’esterno, ma misteriosamente muta di fronte all’autodenigrazione da vetrina? E poco importa se la politica ha cercato di ridurre il fenomeno. Perchè i commercianti hanno semplicemente spostato all’interno, togliendoli dagli espositori su strada o dalle vetrine, questa tipologia di prodotti. Perchè “occhio non vede, cuore non duole”.
L’ipocrisia del sistema risiede proprio in questo doppio binario. Da un lato la retorica pubblica: le commemorazioni ufficiali, i musei della memoria, i bandi per la legalità nelle scuole. Dall’altro la prassi privata, ossia la concessione di licenze a negozi che espongono il kitsch mafioso a pochi metri dai luoghi della memoria, trasformando la toponomastica del dolore in uno sfondo per selfie.
Si assiste a una vera e propria eversione del senso comune. La mafia viene normalizzata attraverso il canone dell’ironia e del grottesco. Se il mafioso è una statuetta di terracotta che fa l’occhiolino, allora non è più il manager del narcotraffico, non è più il colletto bianco che devia gli appalti pubblici, non è più il killer che scioglie i bambini nell’acido. Diventa un carattere della Commedia dell’Arte, un Arlecchino col passamontagna, un Pulcinella con la lupara. La satira e il souvenir compiono l’opera che l’omertà non poteva più garantire: l’innocuizzazione del mostro.
L’estetica del “Camp” applicata alla criminalità
Questa operazione di marketing territoriale inconsapevole (ma non troppo) si iscrive perfettamente in quella sensibilità che Susan Sontag definiva Camp: l’amore per l’esagerato, per il teatrale, per il cattivo gusto che si fa stile. Il souvenir mafioso è la quintessenza del Camp applicato alla sociologia criminale.
Si veda, ad esempio, la commercializzazione di profumi o liquori che evocano esplicitamente le atmosfere della sottomissione. Lo “scent”, l’aroma della mafia, viene venduto come un’esperienza sensoriale esotica. È l’esotismo del male. Il turista del Nord Europa, che vive in società iper-regolamentate e noiose nella loro geometrica legalità, cerca in Sicilia il brivido dell’anarchia primordiale, il brivido del pre-moderno. E il commerciante nostrano, da perfetto bottegaio privo di memoria, glielo serve su un piatto d’argento, o meglio, su una calamita di plastica made in Cina.
Tutto questo avviene nell’indifferenza delle classi dirigenti. Si emettono ordinanze per vietare la vendita di alcolici dopo la mezzanotte per tutelare la quiete pubblica, ma non si trova il coraggio giuridico, o la volontà politica, di contrastare, anche con il sequestro, l’esposizione di merci che ledono la dignità storica di un’intera popolazione. Si dirà che esiste la libertà d’impresa, che il mercato si autoregola, che dopotutto si tratta di “scherzi”. Ma lo scherzo cessa di essere tale quando diventa l’unico racconto visivo disponibile per chi attraversa le strade di Corleone o del Capo a Palermo.
Per un’igiene del visibile
Non si tratta di invocare una censura di Stato o un bigottismo di ritorno. Si tratta di invocare un’igiene del visibile, un sussulto di dignità culturale. Se la Sicilia vuole davvero emanciparsi dalla sua ombra, non può permettersi di vendere quell’ombra a peso d’oro nei mercati rionali. Non si può piangere Borsellino la mattina e vendere la maglietta del “Padrino” il pomeriggio.
Finché la mafia farà fatturato anche sotto forma di souvenir, significherà che non è stata realmente sconfitta nella coscienza collettiva, ma è stata semplicemente integrata nel catalogo delle nostre attrazioni turistiche, subito dopo i templi di Agrigento e prima dei cannoli di Piana degli Albanesi. Un’isola che trasforma i propri martiri in un’opzione di branding mancata e i propri carnefici in un gadget da frigo, è un’isola che ha rinunciato a capire la propria storia, preferendo, tragicamente, metterla in saldo.
Roberto Greco
Quando la MAFIA diventa un BRAND
