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27.5.2026 La strage dei Georgofili e il dovere di non assuefarsi
Ci sono ferite che un Paese non può permettersi di archiviare. La notte del 27 maggio 1993, quando unâautobomba esplose in via dei Georgofili a Firenze uccidendo cinque persone â due bambine, i loro genitori e un giovane custode â lâItalia scoprĂŹ che la mafia non aveva piĂš confini geografici nĂŠ morali. ColpĂŹ il cuore dellâarte, della cultura, della storia. ColpĂŹ Firenze per colpire tutti.
A distanza di 34 anni, la strage dei Georgofili rimane un punto di rottura. Non solo per la brutalitĂ dellâattentato, ma per ciò che rivelò: una mafia capace di trasformarsi in terrorismo, di usare la paura come arma politica, di sfidare lo Stato sul terreno simbolico. Non era âsoloâ un attacco criminale. Era un messaggio.
Eppure, come spesso accade in Italia, il tempo rischia di diventare un anestetico. Le commemorazioni si ripetono, i nomi vengono pronunciati, le corone deposte. Ma la memoria non è un rito: è un impegno. E lâimpegno richiede scomoditĂ , domande, responsabilitĂ .
La strage dei Georgofili ci obbliga ancora oggi a chiederci:
⢠Che cosa abbiamo imparato davvero da quella stagione di bombe?
⢠Quanto abbiamo fatto per impedire che la mafia continui a infiltrarsi nellâeconomia, nella politica, nei territori?
⢠Quanto siamo disposti a difendere la cultura come bene comune, non come ornamento?
PerchĂŠ quellâattentato non fu solo un attacco alla vita umana. Fu un attacco alla nostra identitĂ . Ai nostri archivi, ai nostri musei, alla nostra idea di civiltĂ . La mafia colpĂŹ lâarte perchĂŠ lâarte è ciò che ci rende liberi. Oggi, mentre lâItalia affronta nuove forme di criminalitĂ organizzata â piĂš silenziose, piĂš finanziarie, piĂš mimetiche â ricordare i Georgofili significa rifiutare lâindifferenza. Significa riconoscere che la mafia prospera dove la memoria si indebolisce, dove la societĂ si distrae, dove la cultura viene trattata come un lusso e non come un presidio democratico.
La notte del 27 maggio 1993 non appartiene solo ai libri di storia. Appartiene al presente. E ci ricorda che la lotta alla mafia non è un capitolo chiuso, ma un compito quotidiano. Un compito che riguarda tutti: istituzioni, cittadini, scuole, media.
Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di
 esplosivo nei pressi della storica torre dei Pulci, tra gli Uffizi e lâArno, sede dellâAccademia dei Georgofili.
Nellâesplosione perdono la vita 5 persone: i coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (36 anni) con le loro figlie Nadia Nencioni (9 anni), Caterina Nencioni (50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni); 48 persone rimangono ferite.
Oltre alla torre vengono distrutte moltissime abitazioni e perfino la Galleria degli Uffizi subisce gravi danneggiamenti.
La strage viene inquadrata nellâambito della feroce risposta di Cosa Nostra allâapplicazione dellâarticolo 41 bis che prevede il carcere duro e lâisolamento per i mafiosi.
Due mesi dopo, il 27 luglio, altri attentati mafiosi vengono compiuti a Roma (alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e a Milano, in via Palestro, dove unâautobomba provoca cinque morti: tre vigili del fuoco e un agente della Polizia municipale intervenuti sul posto, e un cittadino straniero che dormiva su una panchina.
Secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, la bomba in via dei Georgofili non avrebbe dovuto provocare morti ma solo danni alla Galleria degli Uffizi, ma la scarsa conoscenza dei luoghi e i pochi sopralluoghi fecero mettere lâautobomba in un posto diverso da quello previsto.
Successivamente il pentito Gaspare Spatuzza ha espresso âmalessereâ nei confronti di questo attentato e chiesto âperdonoâ alla cittĂ .
Come mandanti dellâattentato di via dei Georgofili nel 2000 vennero condannati allâergastolo i boss Salvatore Riina, Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano Viene poi condannato allâergastolo il pescatore Cosimo DâAmato, con lâaccusa di aver recuperato esplosivo da residuati bellici della seconda guerra mondiale nel mare della Sicilia e di averlo consegnato al cugino, il mafioso palermitano Cosimo Lo Nigro, che lo utilizzò nellâattentato di via dei Georgofili e negli altri attentati dinamitardi del 1992-1993. WIKIMAFIA
Le bombe, la foto e i misteri: Georgofili, s’indaga ancora
La mafia dietro l’attentato del 1993 a Firenze che costò la vita a cinque persone tra cui due bambine
Firenze, 26 maggio 2022 – Ventinove anni. Sono passati ventinove anni da quella notte di maggio del 1993. Quando lo smarrimento lasciò presto il posto a un’aberrante certezza: c’era la mafia dietro al Fiorino carico di tritolo piazzato in via dei Georgofili e i cinque morti â  i coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (31 anni) con le loro figlie Nadia (9 anni) e Caterina (50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni) – e gli ingenti danni agli Uffizi sono stati il prezzo che anche Firenze, con Milano e Roma, ha pagato per quell’offensiva allo Stato.
Ma il perchĂŠ di quell’attacco, chi lo abbia voluto, indotto, o suggerito agli esecutori materiali (il clan palermitano di Corso dei Mille, secondo i processi celebrati all’aula bunker e le relative sentenze), non è ancora chiaro. E a ventinove anni di distanza dalla strage dei Georgofili, la procura di Firenze indaga ancora.
E’ l’inchiesta sulle stragi. E’ un fascicolo ancora quasi completamente coperto dal segreto istruttorio, ma qualche carta è stata svelata. Verbali di oggi, fitti di omissis, si intrecciano con le informative del passato di un’indagine perennemente aperta. I pm Giuseppe Creazzo, Luca Turco e Luca Tescaroli sono eredi e custodi di atti compiuti dai loro predecessori, Gabriele Chelazzi (scomparso improvvisamente nell’aprile del 2003), Giuseppe Quattrocchi, Francesco Fleury, Giuseppe Nicolosi, Alessandro Crini.Â
La donna e lâautobomba
Lâultima, clamorosa evoluzione dellâinchiesta fiorentina riguarda il coinvolgimento, nella fase esecutiva degli attentati, di soggetti esterni alla mafia. In questa direzione, vanno le dichiarazioni rese dal pentito Pietro Riggio al processo âândrangheta stragistaâ celebrato a Reggio Calabria â che ha riferito di un presunto coinvolgimento di appartenenti ai Servizi deviati negli attentati di Capaci e via dellâAmelio -, e si inserisce in questo sentiero anche lâultimo sviluppo investigativo ancora in corso.
Rosa Belotti, da Albano SantâAlessandro, Bergamo, 56 anni, sarebbe, secondo i pm fiorentini, la âbiondinaâ che un passante notò, per la sua avvenenza, scendere da una Fiat Uno parcheggiata in via Palestro: poco dopo, in quel 27 luglio 1993, Milano pianse cinque morti causati proprio da un’autobomba.Â
Due mesi avanti, la sera del 26 maggio, una donna era stata notata pochi minuti prima dellâesplosione di via dei Georgofili. Fu un residente di via dei Bardi, Vincenzo Barreca, a raccontare ai carabinieri di aver visto una mora arrivare in Mercedes, discutere con due persone, prendere una valigia e ripartire, seguita da un Fiorino bianco. Da quell’avvistamento, nacque anche un identikit, il secondo femminile dopo la âbiondinaâ autista di via Palestro.
La Belotti, interrogata dopo essere stata perquisita, nel marzo scorso, ha negato ogni suo coinvolgimento, a Milano e a Firenze, ma ha ammesso che è effettivamente lei, in una foto che venne trovata in un misterioso arsenale in una villa di Alcamo.Â
L’arsenale di Alcamo e la foto
 E qui si entra in una sorta di rompicapo. PerchĂŠ quella foto di una giovane e bionda Belotti, mostrata per la prima volta dalla trasmissione Report, spuntò, nel settembre del 1993, tra armi che sembrano appartenere ad unâorganizzazione simile a Gladio custodie da due carabinieri. A quel sequestro, gli inquirenti arrivarono grazie al poliziotto Antonio Federico, che a sua volta era stato destinatario di una soffiata da una sua fonte molto informata. Il misterioso confidente suggerĂŹ a Federico di sfogliare anche i volumi di un’enciclopedia. Tra le pagine, c’era appunto l’immagine di quel volto femminile, che però, in quel momento non era collegato o collegabile alle stragi che si stavano consumando e solo oggi a quella foto è associato un nome. Ma non definitivamente un perchĂŠ.Â
I dubbi, a quasi trent’anni di quella stagione di nuova strategia della tensione, sono duri da dissipare. Neanche i pentiti parlano mai di una donna nella batteria delle stragi. Riferiscono invece di mandanti e manovre, a cavallo tra Mani Pulite e l’avvento di Forza Italia, per indirizzare con il sangue di innocenti la politica del Paese. Affermazioni che sono ancora tutte da dimostrare e che non hanno trovato riscontri oggettivi. Stefano Brogioni LA NAZIONE 25 maggio 2022Â
âIn piĂš occasioni â si legge in una nota della Dia di Firenze â Giuseppe Graviano ha fatto riferimento ad un accordo sottoscritto da suo nonno e altre persone siciliane, con Silvio Berlusconiâ. Tali affermazioni, Graviano le ha rese sia al processo â’ndrangheta stragistaâ, dove è stato sentito come testimone, sia in due interrogatori dinanzi ai magistrati fiorentini. In particolare, nella prima verbalizzazione del 21 novembre 2020, riassumono gli inquirenti, âè stato nuovamente affrontato il tema delle partecipazioni nelle aziende di Silvio Berlusconi da parte del nonno del detenuto e di tutte le altre persone che lo stesso cita come apportatori di quote consistenti di capitali liquidiâ.
âLe partecipazioni â dicono ancora gli investigatori dell’Antimafia â si erano originate quando ancora era in vita il nonno, Filippo Quartararo, e che, a dire di Graviano, dovevano permettere un ritorno del 20% sulla cifra investita nella attivitĂ imprenditoriali di Berlusconi. L’accordo, formalizzato per iscritto, prevedeva, infatti, che a fronte della somma erogata dalla compagine siciliana, Berlusconi avrebbe dovuto corrispondere interessi elevatiâ.
Qui il verbale s’interrompe per uno dei tanti omissis. Ma la caccia alla scrittura che sancirebbe il prestito da 20 miliardi e al luogo di un paio di incontri tra Graviano e Berlusconi, è in corso. Il 27 ottobre scorso, sono stati perquisiti Nunzia e Benedetto, sorella e fratello di âmadre naturaâ. Ma non solo. Confrontando le piante catastali di uno degli appartamenti in uso alla moglie di Graviano, a Palermo, gli uomini della Dia si sono accorti che era stato creato un anfratto segreto coperto da un muro. Quella stanza, però, è risultata vuota.
Una tegola su questi atti d’indagine è arrivata però dalla Cassazione. In accoglimento di un’istanza che era stata invece rigettata dal tribunale del Riesame di Firenze, presentata dal legale dei fratelli di Graviano, l’avvocato Mario Murano, i sequestri di telefoni e computer a persone non indagati sono stati giudicati illegittimi. âQuesto ci permette finalmente di cominciare a discutere di diritto e, al contempo, fornisce un segnale importante che lascia sperare che si vada verso l’abbandono delle astruse teorie indagatorie della Procura della Repubblica di Firenzeâ, chiosa l’avvocato Murano.
Gaspare Spatuzza è il killer della mafia, membro del gruppo di fuoco che ha agito anche ai Georgofili, pentitosi nel 2008. RiferĂŹ che in un incontro al bar Doney a Roma, un âeuforicoâ Giuseppe Graviano diede âil via all’esecuzione dell’attentatoâ: âGli dobbiamo dare il colpo di graziaâ, gli avrebbe detto.
Il 24 settembre 2020, i pm Turco e Tescaroli lo hanno nuovamente sentito: in quell’incontro, ha riferito dei rapporti tra âmadre naturaâ e Dell’Utri, iniziati, secondo Spatuzza, ânel periodo temporale in cui sono avvenute le vicende dei cartelloni pubblicitari e della Standa di Brancaccio, di cui ho ripetutamente parlato, che colloco in epoca antecedente all’arresto di Giovanni Drago avvenuto l’8 marzo 1990â.Â
Riguardo agli obiettivi degli attentati, il pentito dichiara che ad indicarli furono Graviano, Matteo Messina Denaro e âmarginalmenteâ Ciccio Tagliavia âin un incontro che si è tenuto a Santa Flaviaâ.
Spatuzza parla anche del fallito attentato allo stadio Olimpico. âA Campo Felice di Roccella Graviano disse a me ed a Cosimo Lo Nigro che bisognava lavorare ad un progetto esecutivo di uccisione di un bel po’ di carabinieri a Roma. Fu in questa occasione che io dissi, come ho giĂ riferito, ‘ci stiamo portando dietro dei morti che non ci appartengono’ facendo riferimento alle vittime della strage di via dei Georgofili. A quel punto Graviano, come per dare una risposta alla mia osservazione, ci domandò se capivamo di politica, noi rispondemmo di no e lui disse che serviva portarci dietro un po’ di morti cosĂŹ si ‘davano una scossa’, aggiunse che c’era in piedi una cosa che se andava a buon fine ne avremmo tratto dei benefici, anche per i carceratiâ. Stefano Brogioni LA NAZIONE 25 maggio 2022Â
FRANCESCO TAGLIAVIA e la strage dei georgofili
Strage di via dei Georgofili: ergastolo per il boss Francesco Tagliavia  Esponente della cosca di Brancaccio, è stato riconosciuto colpevole della bomba esplosa a Firenze il 27 maggio 1993. Si tratta del processo di appello bis. La Cassazione nel 2014 aveva annullato con rinvio una prima condanna al carcere a vita  25 febbraio 2016 FIRENZE TODAYÂ
Il boss mafioso Francesco Tagliavia, della cosca di Brancaccio, è stato condannato allâergastolo per la strage di via dei Georgofili, avvenuta a Firenze il 27 maggio 1993. Il verdetto è stato emesso dalla Corte di Assise dâappello di Firenze. Per Tagliavia i giudici hanno disposto anche lâisolamento diurno in carcere.Si tratta del processo dâappello-bis. La Cassazione aveva annullato con rinvio una prima condanna in appello allâergastolo per Tagliavia (nella foto a destra), chiedendo di approfondire alcuni elementi di prova legati alle testimonianze dei pentiti Gaspare Spatuzza e Pietro Romeo. In particolare, la Suprema corte chiedeva di valutare nellâappello-bis la credibilitĂ di Spatuzza quando racconta che Tagliavia aveva partecipato in una villa di Santa Flavia, alcuni giorni dopo lâattentato a Maurizio Costanzo (14 maggio 1993), a una riunione fatta per organizzare lâattentato di Firenze. E chiedeva anche di verificare lâattendibilitĂ di Romeo, che aveva confermato il coinvolgimento di Tagliavia nellâorganizzazione della strage, costata la vita a cinque persone.   Le motivazioni della sentenza saranno rese disponibili tra 90 giorni, ma intanto il difensore di Tagliavia, lâavvocato Luca Cianferoni ha annunciato un altro ricorso per Cassazione.Â
Strage Georgofili: confermato lâergastolo al boss mafioso Tagliavia febbraio 2016 La I sezione della corte dâassise di appello di Firenze ha condannato stasera, in un processo dâappello-bis, il boss di mafia Francesco Tagliavia allâergastolo e allâisolamento diurno di un anno per la strage di Via dei Georgofili del 27 maggio 1993, in cui per lo scoppio di unâautobomba morirono cinque persone, fra cui due bambine, con 40 feriti e ingenti danni al patrimonio artistico. La Cassazione aveva annullato con rinvio una prima condanna in appello allâergastolo per Tagliavia, chiedendo di approfondire alcuni elementi di prova legati alle testimonianze dei pentiti Gaspare Spatuzza e Pietro Romeo. La conferma della condanna allâergastolo per il boss di Corso dei Mille è il risultato che si aspettava il pg di Firenze, Alessandro Crini, che ha sostenuto lâaccusa. Per il difensore di Tagliavia, avvocato Luca Cianferoni, ânon ci sono negli atti processuali elementi che sostengano questa decisioneâ della corte. Cianferoni ha annunciato un altro ricorso per Cassazione. Le motivazioni della sentenza saranno rese disponibili tra 90 giorni. La corte di assise di appello di Firenze è rimasta riunita in camera di consiglio da stamani per circa 10 ore e 45 minuti. Il presidente Luciana Cicerchia ha letto il dispositivo della sentenza verso le 21.30. La corte di Cassazione aveva prosciolto Francesco Tagliavia per gli attentati stragisti del 1993 di via Palestro a Milano e per quelli di Roma in via Fauro, al Velabro e quello successivamente fallito allâOlimpico, ma per la strage di via dei Georgofili a Firenze aveva annullato la condanna di secondo grado (ergastolo) con rinvio a un nuovo processo di appello indicando alla corte di assise di chiarire alcuni aspetti di prova.   In particolare, nel rinvio sulla strage dei Georgofili la Suprema corte chiedeva di valutare nellâappello-bis la credibilitĂ del pentito Gaspare Spatuzza quando racconta che Tagliavia aveva partecipato in una villa di Santa Flavia (Palermo), alcuni giorni dopo lâattentato a Maurizio Costanzo (14 maggio 1993), ad una riunione fatta per organizzare lâattentato di Firenze. E chiedeva anche di verificare lâattendibilitĂ del pentito Pietro Romeo che nel 1997 aveva detto che il mafioso Francesco Giuliano, cugino di Tagliavia e appartenente al âgruppo di fuocoâ di Corso dei Mille, gli aveva detto che lo stesso Tagliavia si stava interessando per individuare una base logistica a Sieci (Firenze) invista dellâattentato da compiere ai Georgofili. Altra indicazione data dalla Cassazione era per rilevare se ci fossero motivi di rancore verso Tagliavia da parte di Spatuzza, Romeo e Giuliano.  Dopo la lettura della sentenza, le parti civili hanno espresso soddisfazione. Il presidente dellâassociazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, ha commentato: âFrancesco Tagliavia ha perso ancora una volta la partita, è stato condannato a Firenze per la seconda volta allâergastolo per la strage di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993. Si è occupato dellâesplosivo che ha fatto saltare in aria i nostri parenti. Sicuramente la mafia ricorrerĂ nuovamente in Cassazione, perchÊ è dura per chi sta per finire di scontare un ergastolo per omicidi, ovvero un ergastolo di fatto solo sulla carta, ritrovarsi improvvisamente sulla testa un ergastolo ostativo per strage a regime di 41 bisâ. 12 luglio 2020 pistoia today
Sequestro beni per 38 milioni di euro  Nel mirino il gruppo criminale capeggiato dal figlio di Francesco Tagliavia, esponente di vertice del mandamento mafioso di Brancaccio, condannato allâergastolo sia per la strage di via dâAmelio a Palermo che per quella di via dei Georgofili a Firenze Mafia palermitana con lâaccento toscano: âQuella telefonata alla mamma di Pietro Tagliaviaâ  6 maggio 2020 Schiaffo al clan Tagliavia di corso dei Mille. I finanzieri del gruppo di Prato â coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia â hanno sequestrato disponibilitĂ Â finanziarie, conti correnti, imprese, immobili ed automezzi di proprietĂ , fino allâequivalente di oltre 38,6 milioni di euro (importo corrispondente al profitto complessivamente conseguito tramite attivitĂ di riciclaggio) a presunti esponenti della famiglia palermitana capeggiata da Pietro Tagliavia. Si tratta del figlio di Francesco Tagliavia, esponente di vertice del âmandamento mafioso di Brancaccioâ, condannato allâergastolo sia per la strage di via dâAmelio a Palermo che per quella di via dei Georgofili a Firenze.
Il riciclaggio sarebbe avvenuto utilizzando una galassia di imprese (33 in tutto) con sedi in tutta Italia, aventi per oggetto sociale il commercio dei pallets, le pedane in legno usate per il trasporto di materiali. Alcune sedi del gruppo criminale si trovavano in Sicilia. Si stima un giro di fatture per operazioni inesistenti di 50 milioni di euro.
Le Fiamme gialle hanno sottoposto a sequestro: 9 immobili, tra cui una lussuosa villa nella riviera romagnola, una villetta sulla costa palermitana, due appartamenti sulla riviera ligure di Ponente con pertinenti box, un immobile di Prato dove ha sede un bar e due terreni agricoli nel palermitano; 8 autoveicoli, alcuni dei quali di grossa cilindrata, ed un motoveicolo; 22 rapporti finanziari, tra cui conti correnti, polizze vita, buoni postali e fondi comuni dâinvestimento, per un controvalore pari a circa 1,2 milioni di euro; denaro contante per oltre 200 mila euro e 4 imprese operanti nel settore del commercio allâingrosso di imballaggi.
Un consulente del lavoro palermitano, sospeso dallâOrdine, sarebbe stato specializzato proprio nella gestione delle false fatture. I sequestri, disposti dal tribunale di Firenze per equivalente del profitto conseguito col riciclaggio, rappresentano la seconda parte dellâinchiesta âGolden Woodâ, che lo scorso febbraio aveva portato allâarresto di 12 persone (10 palermitani e due pugliesi).
A Francesco Tagliavia confermato lâergastolo Capo della famiglia palermitana di Corso dei Mille era accusato di aver messo a disposizione i suoi uomini per la strage dei Georgofili  La Corte di assise di appello di Firenze ha confermato lâergastolo per Francesco Tagliavia, 62 anni, capo della famiglia palermitana di Corso dei Mille. Tagliavia era accusato di aver messo a disposizione i suoi uomini e prestato il suo assenso alla strage mafiosa di via deâ Georgofili a Firenze, dove il 27 maggio 1993 unâautobomba carica di 250 chili di esplosivo uccise il vigile urbano Fabrizio Nencioni, sua moglie Angela Fiume, custode della Accademia deâ Georgofili, le loro figlie, Nadia di 9 anni e Caterina di 50 giorni, e lo studente di architettura Dario Capolicchio. Altre decine di persone rimasero ferite, la Accademia deâ Georgofili fu completamente distrutta, la Galleria degli Uffici fu devastata e il centro di Firenze subĂŹ fanni gravissimi. Tagliavia, difeso dagli avvocati Luca Cianferoni e Antonio Turrisi, era stato giĂ condannato allâergastolo in primo e secondo grado sia per la strage di via deâ Georgofili che per quelle del 27 e 28 luglio 1993 a Milano (via Palestro â 5 morti) e a Roma (colpite la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesta di San Giorgio al Velabro) e per il fallito attentato contro i carabinieri allo Stadio Olimpico di Roma (23 gennaio â94). Le stragi per le quali giĂ altre venti anni fa sono stati condannati i vertici di Cosa Nostra, da Salvatore Riina, a Bernardo Provenzano, a Giuseppe Graviano, a Leoluca Bagarella, a Matteo Messina Denaro (lâunico ancora latitante). CORRIERE DELLA SERA di FRANCA SELVATICI 24 febbraio 2016
Riciclavano i soldi del clan mafioso dei Tagliavia: 12 arresti tra Prato, Campi e Sesto  Pietro Tagliavia è il figlio di Francesco, condannato per le stragi di via dâAmelio e via dei Georgofili. I denari venivano riciclati e ripuliti attraverso imprese che commerciavano pedane in legno  Lâoperazione della Gdf di Prato, coordinata dalla Dda di Firenze, che ha portato allâesecuzione di 12 arresti (sei in carcere e sei ai domiciliari), con un totale di 60 indagati, contesta i reati di associazione a delinquere finalizzata a riciclaggio, autoriciclaggio, emissione di fatture per operazioni inesistenti, nonchĂŠ reati di intestazione fittizia di beni, contraffazione di documenti di identitĂ e sostituzione di persona. Il sodalizio riciclava proventi degli affari criminali della ÂŤfamiglia mafiosa di Corso dei MilleÂť di Palermo, capeggiata da Pietro Tagliavia, condannato con sentenza irrevocabile per il reato di associazione mafiosa, figlio di Francesco Tagliavia, condannato allâergastolo per le stragi di via dâAmelio a Palermo e via deâ Georgofili a Firenze.
Gdf di Prato e Dda di Firenze hanno ricostruito un flusso illecito di denaro per circa 150 milioni di euro, di cui 39 provenienti direttamente da soggetti di Palermo legati alla mafia. Sono denari riciclati principalmente nellâeconomia toscana. Lâassociazione a delinquere avrebbe immesso nel circuito economico denaro di provenienza illecita attraverso le creazione di una galassia di 33 imprese con sedi in tutta Italia, in particolare in Toscana, Sicilia e Lazio, tutte aventi per oggetto sociale il commercio dei pallets, le pedane in legno usate per il trasporto e la movimentazione di materiale.
Le fatture inesistenti venivano emesse sia tra aziende interne al gruppo criminale, sia a favore di aziende ad esso estranee, che usufruendo del servizio illegale si garantivano vantaggi fiscali. Le imprese `sane´ versavano tramite bonifico a quelle facenti capo al gruppo criminale il corrispettivo degli importi falsamente fatturati (per consegne di pallets mai avvenute), che poi veniva restituito in contanti, decurtato del 10%.
Lo scopo del sodalizio illecito era, dunque, riciclare, ostacolando lâidentificazione della provenienza delittuosa, i proventi criminali della ÂŤfamiglia mafiosa di Corso dei MilleÂť di Palermo, capeggiata da Pietro Tagliavia. In particolare, secondo gli inquirenti, gli indagati si erano messi a completa disposizione di Pietro Tagliavia nel periodo in cui egli era detenuto presso la casa circondariale di Prato, tanto da reperirgli nel 2017 unâabitazione in Campi Bisenzio (Firenze) dove aveva scontato gli arresti domiciliari e fornirgli, clandestinamente e in violazione delle prescrizioni imposte dallâAutoritĂ Giudiziaria, un telefono con cui mantenere contatti anche con i propri sodali in Sicilia. Sulla presenza di Tagliavia e dei suoi possibili fiancheggiatori a Campi Bisenzio proseguono gli accertamenti. Emergono in particolare due gruppi familiari di origine siciliana, imparentati tra loro, trasferitisi nel Lazio e in Toscana.
Sono state 120 le perquisizioni eseguite dalla Gdf, nel corso delle quali sono stati sequestrati anche denaro e armi. Sequestrate, inoltre, 15 aziende e 86 conti correnti. I destinatari degli arresti sono originari della Sicilia (10) e della Puglia (due). Risultano residenti a Palermo (sette), Prato (due), Campi Bisenzio (due) e Sesto Fiorentino (uno). Negli stessi territori gravitano le altre decine di indagati dellâinchiesta denominata ÂŤGolden WoodÂť. 6 febbraio 2020 | CORRIERE DELLA SERA
Â
Ă notte quando a Firenze, tra il 26 e il 27 maggio 1993, esplode unâautobomba a pochi passi dagli Uffizi.
