Mercoledí 30 settembre 2026 la FNSI (Federazione nazionale della stampa italiana) ospita la conferenza dal titolo ‘Stragi. Diritto alla verità’, organizzata dal Comitato dei 33 giornalisti siciliani che lo scorso maggio hanno sottoscritto una lettera aperta, rivolta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidenza della Commissione nazionale Antimafia, per esprimere «preoccupazione per una lettura riduttiva delle cause che portarono agli assassinii di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino» e chiedere che le indagini «non si fermino esclusivamente al filone ‘mafia e appalti’, ma continuino ad approfondire anche gli altri spunti investigativi, i rapporti con ambienti eversivi e i possibili concorsi esterni alle organizzazioni mafiose».
L’iniziativa, alla quale hanno aderito l’ANPI nazionale, l’Associazione partigiani d’Italia, Memoria e Futuro di Palermo e l’Associazione Stampa Romana, sollecita una riflessione che va oltre il merito delle questioni affrontate e investe il delicato rapporto tra partecipazione della società civile e autonomia delle istituzioni.
È certamente legittimo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su temi ritenuti rilevanti per la lotta alla mafia. In una democrazia matura, ogni cittadino, e dunque anche ogni giornalista, ha il diritto di esprimere opinioni, formulare valutazioni e sollecitare approfondimenti su questioni di interesse pubblico.
Tuttavia, quando un appello viene rivolto alla più alta carica dello Stato affinché la Commissione parlamentare Antimafia non circoscriva le proprie indagini a uno specifico filone investigativo, sorge inevitabilmente un interrogativo: fino a che punto tale iniziativa rappresenta un legittimo contributo al dibattito pubblico e quando, invece, rischia di essere percepita come una forma di pressione esterna sull’autonomia delle scelte della Commissione?
Il tema non riguarda il contenuto delle richieste avanzate, ma il principio che ne deriva. Gli organi parlamentari devono poter svolgere le proprie funzioni in piena autonomia, assumendo liberamente le decisioni relative agli indirizzi di indagine, all’acquisizione delle prove e all’individuazione delle questioni da approfondire. Se è naturale che il confronto pubblico contribuisca ad alimentare il dibattito, altrettanto essenziale è che le istituzioni mantengano la propria indipendenza rispetto a ogni tentativo di orientamento proveniente dall’esterno.
Quando soggetti autorevoli, indicano quali piste investigative non dovrebbero essere abbandonate o quali temi dovrebbero ricevere priorità, il confine tra stimolo democratico e condizionamento, pur involontario, può diventare sottile. Proprio per questo la Commissione Antimafia ha il dovere di ascoltare tutti, ma anche il diritto di decidere in piena libertà, senza lasciarsi influenzare né dalla politica, né dai media, né da gruppi di pressione di qualsiasi natura.
In questa prospettiva, apparirebbe ancor più problematico un eventuale accoglimento dell’appello da parte del Presidente della Repubblica/Consiglio Superiore della Magistratura. Per il ruolo di garanzia che la Costituzione gli attribuisce, é chiamato a preservare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e a rispettare l’autonomia degli organi parlamentari. Un suo intervento volto a sostenere o avallare specifiche richieste riguardanti l’attività della Commissione potrebbe essere legittimamente interpretato come una forma di interferenza in un ambito che deve restare affidato alla libera determinazione del Parlamento.
La credibilità delle istituzioni democratiche si fonda anche sulla capacità di mantenere ben distinti i piani della partecipazione civile e dell’esercizio delle funzioni pubbliche. Il contributo della società civile è prezioso; l’autonomia delle istituzioni, però, è un valore che merita la stessa tutela.
Palermo – Noi giornalisti siciliani – che nel corso dell’ultimo mezzo secolo ci siamo occupati di mafia, di delitti e di stragi e di connessioni con la politica – alla vigilia degli anniversari della morte di Falcone e Borsellino, desideriamo sottoporre al Garante della Costituzione e degli italiani un comune intendimento. E cioè quanto riteniamo sia un terribile errore limitare le indagini sulla morte dei due magistrati all’unica pista “mafia e appalti”, tralasciando le altre e in particolare la cosiddetta “pista del terrorismo nero”.
Eppure, è proprio questa la strada da tempo intrapresa dalla maggioranza in Commissione parlamentare Antimafia, in singolare affiatamento con il governo centrale e con la procura di Caltanissetta, procura appena “bocciata” in Cassazione per aver presentato ricorso contro la gip Graziella Luparello che nella sua ordinanza aveva disposto nuove indagini oltre il valico “mafia e appalti”
A 34 anni dalle vicende più drammatiche della storia italiana contemporanea, denunciamo una sorta di depistaggio politico, orchestrato dalla maggioranza in Commissione Antimafia, intorno alle figure di Falcone e Borsellino e dei loro uomini e donne di scorta.
Restringere caparbiamente, così come indicato dall’ex generale dei carabinieri Mario Mori, l’orizzonte investigativo nell’ambito del “mafia e appalti” rappresenta un vulnus procedurale, nonché miopia investigativa di una Commissione che, come ha evidenziato in un recente articolo il professor Giovanni Fiandaca, giurista esperto di questioni mafiose, avrebbe valicato i propri compiti istituzionali, assumendo un ruolo spettante all’attività giudiziaria.
Insomma, una pista talmente accreditata, da aver indotto il procuratore nisseno a ricorrere in Cassazione contro l’ordinanza del gip che invece lasciava aperte ipotesi convergenti su altre strade investigative, in particolare quella che conduce ai mandanti esterni e al neofascismo stragista.
Interessa capire perché e sulla base di quali risultanze i commissari della maggioranza abbiano sposato nella loro relazione le tesi investigative del procuratore nisseno De Luca.
Perché anche loro abbiano considerata la pista “mafia e appalti” come qualcosa di più di una “concausa” delle stragi, probabile unica pista del prosieguo dell’inchiesta giudiziaria. Escludendo tout court qualunque movente esterno. Perché dunque solo “mafia e appalti”?
Non si può ignorare che le vicende degli ultimi 60 anni di Palermo e della Sicilia – dall’espansione edilizia del capoluogo, alle grandi opere pubbliche (dal Petrolchimico di Gela voluto dall’Eni alla diga di Garcia) – raccontano una storia fatta di intrecci tra politica, mafia, imprenditoria e appalti. Una storia contrappuntata da morti ammazzati e corruttele diffuse, ma mai da stragi della portata di Capaci, Via D’Amelio, Roma, Milano e Firenze per non dire del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma. Dunque, a quali appalti e dove, a quali opere si fa riferimento da giustificare un massacro di quelle proporzioni?
Ci aspettiamo dunque che la Commissione Antimafia ampli il campo delle indagini per evitare che l’impegno di decenni e il sacrificio della vita di uomini e donne dello Stato e dei due magistrati più amati dal Paese si areni nelle sabbie mobili dell’inconsistenza. E nel contempo chiediamo alle forze di opposizione in Commissione di redigere finalmente una relazione di minoranza per un’ulteriore spinta all’impegno investigativo. L’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non merita di finire nel cestino dei rifiuti della storia.
VIA D’AMELIO, l’attentato, le indagini, le inchieste e i processi

