“𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗶̀ 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝘀𝗮𝗹𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗮𝗿𝗶𝗮”: 𝗱𝘂𝗲 𝗽𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗶 𝘀𝘃𝗲𝗹𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗺 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗺𝗮𝗳𝗶𝗮

              

🟧 La ’ndrangheta l’ha messa nel mirino. Non è una novità: chi tocca i suoi interessi economici, chi incrina il patto di omertà familiare, chi dà voce alle donne che decidono di rompere il cerchio, diventa automaticamente un bersaglio.
#alessandracerreti, PM alla Direzione Distrettuale Antimafia, lo sa da anni. Lo sa da quando, a Reggio Calabria, ha intuito ciò che molti non avevano voluto vedere: che le donne delle cosche non erano comparse, ma architravi del sistema mafioso, e che proprio da loro poteva arrivare la frattura decisiva.
È stata lei a credere nelle prime collaboratrici di giustizia della ’ndrangheta, a proteggerle, a sostenerle, a trasformare le loro parole in processi che hanno scosso interi mandamenti.
Oggi, da Milano, continua a lavorare sul fronte più insidioso: quello dell’infiltrazione economica, degli affari, delle relazioni opache tra criminalità organizzata, imprenditoria e pezzi di società civile che fingono di non vedere.
È un terreno dove la mafia non spara, ma compra, penetra, si mimetizza.
Ed è proprio qui che il lavoro di Cerreti diventa più scomodo: perché non racconta una mafia folkloristica, ma una mafia che ci riguarda da vicino, che vive nelle pieghe dell’economia del Nord, che si insinua dove c’è denaro, consenso, silenzio.
Le minacce che la colpiscono non sono solo un avvertimento personale: sono un messaggio allo Stato.
Un messaggio che dice: “Sappiamo chi sei, sappiamo cosa fai, e non ci piace”.
Ma c’è un altro messaggio, più forte, che deve partire da chi condivide l sua battaglia: dottoressa Cerreti non è sola.
Non lo è per chi crede nella giustizia, per chi rifiuta l’indifferenza, per chi sa che la lotta alle mafie non è un rito commemorativo, ma un impegno quotidiano.