C’è un dettaglio, apparentemente tecnico, che racconta più di mille analisi sulla stagione del pool antimafia. Paolo Borsellino, davanti alla Commissione parlamentare, lo disse con la sobrietà che lo contraddistingueva: «Il computer Honeywell è finalmente arrivato da un mese, ma non sarà operativo se non fra qualche tempo». Una frase asciutta, quasi burocratica. Eppure, dentro quelle parole, c’è tutto il peso di uno Stato che chiedeva ai suoi magistrati di combattere una guerra epocale con strumenti inadeguati.
La tecnologia come metafora di un Paese in ritardo
Il computer c’era, ma non funzionava. Era arrivato, ma non serviva. Era indispensabile, ma inutilizzabile. È difficile immaginare un simbolo più efficace della distanza tra la retorica della lotta alla mafia e la realtà quotidiana di chi quella lotta la conduceva davvero.
Il pool antimafia stava affrontando un compito titanico: ricostruire la struttura di Cosa Nostra, analizzare migliaia di intercettazioni, incrociare nomi, date, movimenti di denaro, alleanze e tradimenti. Un lavoro che oggi richiederebbe software avanzati, database relazionali, analisi automatizzate. Nel 1984, invece, tutto si faceva a mano. E quando finalmente arrivava un computer, mancavano tecnici, programmi, infrastrutture. Mancava, soprattutto, la consapevolezza politica che la tecnologia non è un lusso, ma una condizione minima per garantire giustizia.
Un Paese che non capiva la portata della sfida
La mafia degli anni Ottanta non era più quella dei lupara e dei pizzini. Era un’organizzazione moderna, capace di muovere capitali internazionali, di infiltrarsi nei mercati, di comunicare con rapidità ed efficienza. Lo Stato, invece, arrancava. E il paradosso è che proprio nel momento in cui la criminalità organizzata si strutturava come un’impresa globale, la macchina pubblica rimaneva ferma a un’epoca analogica.
Borsellino non si lamentava per un capriccio tecnologico. Denunciava un ritardo culturale. Un’incapacità di capire che la modernità non è un optional, ma un dovere istituzionale.
La solitudine dei magistrati
Quel computer Honeywell, parcheggiato in un ufficio e inutilizzabile, è l’immagine plastica della solitudine del pool. Falcone e Borsellino non chiedevano privilegi: chiedevano strumenti. Chiedevano che lo Stato fosse all’altezza della sfida che loro, con coraggio e lucidità, avevano già compreso.
E invece si ritrovavano a combattere con faldoni, macchine da scrivere, archivi improvvisati. Mentre la mafia evolveva, lo Stato restava immobile. Non per mancanza di risorse, ma per mancanza di visione.
Una lezione che non possiamo permetterci di dimenticare
Oggi, quando parliamo di digitalizzazione della giustizia, di banche dati integrate, di intelligenza artificiale applicata alle indagini, dovremmo ricordarci di quel computer Honeywell. Dovremmo ricordare che la tecnologia non è un vezzo, ma un presidio di legalità. E che ogni ritardo, ogni inefficienza, ogni lentezza burocratica può diventare un vantaggio per chi la legge la vuole aggirare.
La storia del pool antimafia ci insegna che il coraggio individuale non basta. Servono strutture, strumenti, investimenti. Serve uno Stato che non lasci soli i suoi servitori più esposti.
Perché la mafia, allora come oggi, non aspetta che un computer venga acceso.
COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA
Dalla deposizione del dottor Paolo Borsellino – 8 Maggio 1984
Borsellino parla anche delle “tecnologie” a disposizione del pool antimafia. “Il computer Honeywel è finalmente arrivato da un mese, ma non sarà operativo se non fra qualche tempo”, dice il giudice alla Commissione parlamentare segnalando “la gravità dei problemi, soprattutto di natura pratica, Borsellino sottolinea quanto fosse indispensabile l’utilizzo dei computer, ma nonostante tutto non era utilizzabile.
Dal verbale
BORSELLINO: Desidero sottolineare la gravità dei problemi, soprattutto di natura pratica, che noi dobbiamo continuare ad affrontare ogni giorno, facendo presente in particolare che con il fenomeno che stiamo vivendo in questo momento della gestione di processi di mole incredibile (ognuno dei quali è composto da centinaia di volumi che riempiono intere stanze) è diventato indispensabile, oltre che l’uso di attrezzature più moderne delle nostre semplici rubriche, l’uso di un computer che è finalmente arrivato a Palermo ma che, purtroppo , non sarà operativo se non fra qual che tempo perché sembra che i problemi della sua installazione siano estremamente gravi, anche se non si riesce a capire perché . So soltanto che è arrivato al tribunale di Palermo ed è stato collocato in un camerino. Ora stiamo aspettando
LUCIANO VIOLANTE: Che tipo di computer è?
BORSELLINO: E’ un computer della Honeywell, che deve servire soprattutto per la gestione, in questo momento, di questo enorme processo
ALDO RIZZO: Solo per l’ufficio.
BORSELLINO: Solo per l’ufficio.
PRESIDENTE: E’ un personal computer.
BORSELLINO: E’ qualcosa di più, che è divenuta indispensabile perché la mole dei dati contenuti in un solo processo – per esempio, nel processo che in questo momento impegna ben quattro magistrati è tale da non consentire più l ‘utilizzazione dei sistemi tradizionali delle rubrichette artigianali.
(…)BORSELLINO; Non vengono sollevate delle difficoltà. E’ qualcosa che procede in modo estremamente lento (l’ha seguita più di me il collega Falcone). Sta di fatto che il computer è arrivato da un mese e non sono ancora venuti a collaudarlo. Non so se ciò dipenda dalla casa che lo ha costruito o da altre ragioni. Quel che è certo è che ci era stato a caricarlo detto che avremmo potuto cominciare a caricarlo a marzo; ora però siamo a maggio e non si è ancora cominciato.
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