Il PD e il caso Ranucci: la contraddizione che diventa identità

 

 

C’è un punto, nel caso Ranucci‑Lavitola, che pesa più dei fatti, più delle dichiarazioni, più delle ricostruzioni: la postura del Partito Democratico. Una postura che, nel giro di poche settimane, è passata da una difesa immediata e identitaria a un silenzio che somiglia a una resa. Ed è proprio in questo passaggio che si consuma la contraddizione politica più evidente della segreteria Schlein.
Il PD, all’inizio della vicenda, ha reagito come reagisce da anni: difendendo il giornalismo d’inchiesta, denunciando pressioni e intimidazioni, schierandosi dalla parte del “potere debole” contro il “potere forte”.
Era una reazione prevedibile, quasi rituale. Non basata sui fatti — ancora fluidi — ma sulla narrazione identitaria che il partito utilizza per definire se stesso.
In quel momento, Ranucci non era un giornalista: era un simbolo. E i simboli, nella politica del PD, vengono difesi a prescindere.
Le parole di Valter Lavitola, le ombre sulle relazioni, le dinamiche opache che emergono, hanno spostato la vicenda su un terreno completamente diverso. Non più la libertà di stampa, ma la natura dei rapporti, la trasparenza delle operazioni, la credibilità delle fonti.
A quel punto, la linea iniziale del PD diventa improvvisamente ingestibile.
Difendere ancora Ranucci significherebbe ignorare elementi che meritano chiarimenti. Prendere le distanze significherebbe ammettere di aver parlato troppo presto. Chiedere spiegazioni significherebbe mettere in discussione un simbolo che si era appena protetto.
E così, il PD sceglie la via più comoda e più devastante: tacere.
Il silenzio di Elly Schlein non è prudenza. È la forma più evidente della contraddizione: non si può confermare ciò che si è detto, ma non si può nemmeno smentirlo.
Il PD resta sospeso, immobile, paralizzato. E quella paralisi diventa un messaggio politico: la linea non c’è più.
Il partito che aveva scelto di difendere un giornalista “contro i poteri forti” oggi non sa come reagire al fatto che, in questa storia, il potere forte potrebbe non essere quello che immaginava. La narrazione si incrina. La leadership si ritrae.
Il caso Ranucci non è un incidente. È il sintomo di una fragilità più profonda: il PD non ha una strategia, ha dei riflessi. E quei riflessi funzionano solo quando la realtà conferma la narrazione.
Quando la realtà la contraddice, il partito si blocca.
La vicenda Ranucci‑Lavitola mostra un PD incapace di: analizzare prima di schierarsi, distinguere i simboli dai fatti, assumere posizioni non emotive, correggere la rotta senza perdere la faccia
È una contraddizione che non riguarda un giornalista, ma la natura stessa della leadership democratica.
Il PD non è in difficoltà perché non parla. È in difficoltà perché non può parlare senza smentire se stesso.
Il caso Ranucci è diventato lo specchio di una crisi identitaria: un partito che difende per riflesso, tace per paura e non riesce a costruire una linea quando la realtà non coincide con la propria narrazione.
In politica, il silenzio è sempre un messaggio. E quello del PD, oggi, dice una cosa sola: la contraddizione non è un incidente. È la linea.

 

 

 

CORRIERE DELLA SERA 17.8.2026 🟧
 

Gli imbarazzi del Pd su Ranucci: non c’è più la difesa a oltranza. Nel partito critiche sottotraccia e silenzi

 
di Virginia Piccolillo
Zanda: «Meglio una sospensione dal ruolo». Ma non è l’unico nel Pd ad esprimere malumore per la parabola di Ranucci. Molti lo fanno tacendo. Ma l’imbarazzo è palpabile. Anche per quel post in cui accostava il proprio nome a quello di Falcone, Borsellino, Moro e Piersanti Mattarella
La prima crepa tra Sigfrido Ranucci e il Pd si è aperta in sordina. Qualche distinguo, acrobazie semantiche, silenzi celati dalla scusa del relax di Ferragosto, che la destra imputa anche a Elly Schlein. Poi qualcuno, come Valter Verini, ha cominciato a marcare territori distanti, sia pure con l’eguale obiettivo di salvare Report. Poi l’imbarazzo ha cominciato a diventare un coro.
Secondo Luigi Zanda, ex capogruppo Pd al Senato, le vicende che accostano Ranucci a Lavitola «sono fatti gravi che vanno chiariti per il bene della trasmissione di inchiesta». «Il passo indietro di Ranucci dalla conduzione di Report è auspicabile, non solo nell’interesse del giornalista, ma per tutelare anche la Rai da quello che è accaduto e sta ancora accadendo», ha detto ieri l’ex capogruppo del Senato a Corriere.it. E ha aggiunto: «Non mi pare che rimanere alla conduzione di Report possa giovargli. Credo che una sospensione dal suo ruolo di primo piano possa aiutare» anche la redazione. A vicenda conclusa «potrà anche tornare al suo ruolo di primo piano». Ma ora, dice, «stiamo parlando di un attentato, di intercettazioni, di ammissioni di responsabilità di fronte agli inquirenti, di un progetto politico che riguardava lo stesso Ranucci.
Troppe questioni da chiarire e per questo bisogna evitare conseguenze negative sulla trasmissione». Per Zanda il progetto Ranucci premier era ridicolo: «La politica è una cosa seria. E anche se il livello si è abbassato, il mestiere della politica impone serietà e responsabilità».
Sandro Ruotolo (Pd) rivendica al Pd un’unica linea: «Attendere la magistratura e difendere Report. Su questo mi pare che siamo tutti d’accordo», dice il responsabile comunicazione del partito di Elly Schlein. Di lei dice: «Nessuna fuga. È banalmente Ferragosto».
Ma Zanda non è l’unico nel Pd ad esprimere malumore per la parabola di Ranucci. Molti lo fanno tacendo. Ma l’imbarazzo è palpabile. Si prende in prestito la prima occasione neutra per criticare Ranucci. Molti hanno colto al volo quella da lui stesso causata con quel post in cui accostava il proprio nome a quello di Falcone, Borsellino, Moro e Piersanti Mattarella.
Al Foglio l’ex capo della Procura di Palermo ed ex presidente del Senato Pietro Grasso, su quel post di Ranucci si lascia sfuggire: «Ci sarà sempre chi userà quei nomi per farsi scudo». Giuseppe Ayala, ex pm nel maxiprocesso e sottosegretario alla Giustizia, compagno di “banco” di Falcone rincara: «Per chi ben conosce queste storie è un accostamento semplicemente incommentabile. Ranucci è incommentabile». E ancora: «È impossibile trovare le parole. L’enormità di quelle storie, accostate a questa vicenda, mi lascia interdetto». L’ex presidente della Camera Luciano Violante, ex pm ed ex presidente dell’Antimafia, dice di non voler fare «il moralizzatore del moralista».
Ma ne è sicuro: «Moro, Mattarella, Falcone, Borsellino non sarebbero andati a cena con Lavitola».
Il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, al Tg1: «Falcone e Borsellino sono figure eccezionali: esempi di grandi uomini e magistrati per certi versi irraggiungibili per chiunque. In tanti, purtroppo anche in tempi recenti, provano a tirarli per la giacchetta, e ciò è avvenuto anche durante la campagna referendaria, ed è sempre sbagliato farlo».

 

Schlein: l’attentato a Ranucci è attentato a democrazia e libertà di stampa

“L’attentato a Sigfrido Ranucci è un attentato alla democrazia e alla libertà di informazione. Un attacco vile e pericoloso a una persona già sotto scorta per aver svolto il suo lavoro di giornalista d’inchiesta, un attacco che richiede la reazione e la presenza delle istituzioni. Non possiamo accettare alcuna intimidazione al giornalismo d’inchiesta. Sia fatta piena luce sui responsabili e la matrice di questo gravissimo attentato. A Sigfrido Ranucci e sua figlia voglio esprimere la massima solidarietà e vicinanza mia e di tutto il Partito Democratico” Così la segretaria del PD Elly Schlein.

 

 

L’imbarazzante imbarazzo di M5S e PD sul caso Ranucci/Lavitola