Il giorno dei lupi: la strage della circonvallazione e l’epilogo di una guerra di mafia invisibile

La mattina del 16 giugno 1982, sotto il cielo terso di una Palermo che si preparava a vivere l’estate dei mondiali di calcio, viale della Regione Siciliana, la circonvallazione, si trasformò improvvisamente in un prolungamento dell’inferno. Intorno alle ore dieci, all’altezza del civico 9201, circa cinquecento metri prima dello svincolo per Sferracavallo in direzione Trapani, un commando militare di Cosa Nostra aprì il fuoco contro una Mercedes W115 adibita al trasporto dei detenuti. Fu un’azione di una violenza inaudita, passata alla storia come la strage della circonvallazione, in cui persero la vita il boss catanese Alfio Ferlito e l’intera scorta che lo accompagnava. Le cronache giornalistiche dell’epoca e la memoria storica ricordano il sacrificio di quattro giovani vite spezzate: il carabiniere Salvatore Raiti, di vent’anni; l’appuntato Silvano Franzolin, di ventiquattro anni; il carabiniere Luigi Di Barca, di venticinque anni; e l’autista privato del mezzo, Giuseppe Di Lavore, di ventotto anni. Questo eccidio, oltre a rappresentare una delle pagine più dolorose della storia criminale italiana, svelò la saldatura strategica tra i Corleonesi di Totò Riina e la mafia catanese di Nitto Santapaola, segnando un punto di non ritorno nei rapporti tra lo Stato e la criminalità organizzata.

La geopolitica del terrore: il contesto storico e la faida di Catania

La strage della circonvallazione non fu un evento isolato, bensì il tragico epilogo di una violenta ristrutturazione degli equilibri mafiosi nella Sicilia orientale, i cui fili venivano tirati direttamente da Palermo. Storicamente, la città di Catania era stata considerata immune dalle dinamiche di controllo militare tipiche della mafia della Sicilia occidentale, ma l’avvento dei traffici di eroina e la penetrazione dei capitali illeciti avevano cambiato radicalmente lo scenario. Negli anni Settanta, il controllo criminale etneo era dominato dalla storica famiglia di Giuseppe Calderone, fautore di una linea moderata e orientata alla mediazione, del quale Alfio Ferlito era il fedele braccio destro. La situazione precipitò nel settembre del 1978 con l’assassinio di Calderone, un delitto eccellente che permise al boss emergente Benedetto “Nitto” Santapaola di assumere il controllo di Cosa Nostra a Catania.

Santapaola scelse di allearsi strettamente con la fazione dei Corleonesi guidata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, impegnata in quel periodo nello sterminio sistematico dei clan palermitani rivali facenti capo a Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo. Alfio Ferlito, tuttavia, si rifiutò di piegarsi all’autorità di Santapaola e alla spietata egemonia corleonese. Raccolti attorno a sé i fedelissimi del vecchio clan Calderone, Ferlito scatenò una dissidenza armata per il controllo del territorio etneo, dando vita a una sanguinosa guerra interna. Nomi come Salvatore Pillera, detto Turi cachiti, i cognati Vinciguerra detti Cicaledda, Salvatore Palermo e Alfio Amato scelsero di abbandonare Santapaola, frammentando la geografia criminale di Catania.

Il conflitto si era inasprito nei mesi precedenti la strage attraverso una serie di attacchi incrociati. Il 18 marzo 1982, un commando della fazione Ferlito assassinò Rosario Romeo, braccio destro di Nitto Santapaola; nell’agguato perse la vita anche il maresciallo dei carabinieri Alfredo Agosta, che si trovava casualmente in compagnia di Romeo. La risposta di Santapaola non si fece attendere: il 28 aprile 1982, appena due giorni dopo la strage di San Giorgio, un violentissimo incendio doloso distrusse completamente la fabbrica di mobili Jolly Componibili, un’attività economica in cui Alfio Ferlito vantava cospicui interessi finanziari. Nel frattempo, indagini condotte dai magistrati milanesi sul finto sequestro del banchiere Michele Sindona stavano portando alla luce l’esistenza di legami tra i Corleonesi, i cugini Salvo, la loggia massonica P2 e ampi settori del potere politico ed economico siciliano, svelando un sistema di potere ibrido che necessitava della massima stabilità criminale per sopravvivere.

In questo contesto, la figura di Alfio Ferlito, benché recluso nel carcere di Enna, rimaneva estremamente pericolosa per gli assetti di potere di Nitto Santapaola. Ferlito aveva compreso che l’eliminazione dei vecchi capocosca, come Giuseppe Di Cristina a Riesi, rispondeva a un preciso disegno di sterminio orchestrato dai Corleonesi, e aveva iniziato a lanciare segnali significativi di apertura verso le autorità giudiziarie, manifestando l’intenzione di collaborare con la giustizia. Quando il Ministero dispose il trasferimento di Ferlito dal carcere di Enna alla casa circondariale di Trapani, Santapaola e Riina compresero che era necessario agire immediatamente. A Trapani, infatti, Ferlito sarebbe entrato in un territorio controllato da storici alleati dei Corleonesi, dove sarebbe diventato fisicamente inaccessibile per i killer catanesi e dove avrebbe potuto consolidare il suo rapporto con i magistrati. Il tragitto autostradale verso Trapani, con il passaggio obbligato sulla circonvallazione di Palermo, rappresentava l’unica e ultima occasione per eliminarlo.

La dinamica del massacro: cinque minuti di fuoco sulla circonvallazione

La pianificazione dell’agguato richiese informazioni di precisione millimetrica. I killer conoscevano i dettagli del trasferimento, il mezzo utilizzato e l’orario di partenza, alimentando l’inquietante e mai del tutto chiarito sospetto di gravi infiltrazioni informative o di talpe all’interno delle istituzioni carcerarie o di scorta. Poco dopo le dieci di mattina del 16 giugno 1982, la Mercedes W115 con a bordo Ferlito e i suoi custodi imboccò viale della Regione Siciliana. All’improvviso, la vettura fu affiancata da due automobili pulite utilizzate dal commando mafioso: una BMW serie 5 e un’Alfetta 2000.

I sicari aprirono il fuoco contemporaneamente con fucili d’assalto Kalashnikov calibro 7,62 e fucili calibro 12 caricati a lupara, investendo la Mercedes con una pioggia torrenziale di proiettili. L’autista civile Giuseppe Di Lavore fu colpito quasi subito ma, dimostrando uno straordinario sprezzo del pericolo, cercò disperatamente di effettuare un’abile manovra di guida per allontanare la vettura dalla linea di fuoco dei killer e proteggere i passeggeri. Le ferite riportate si rivelarono però letali e il giovane si accasciò esanime sul volante. Priva di controllo, la Mercedes sbandò violentemente, invase la corsia opposta e andò a impattare contro una Fiat 500 guidata da una passante, Nunzia Pecorella, la quale rimase gravemente ferita nello scontro ma si salvò miracolosamente dalla furia del commando.

La reazione della scorta fu eroica ma disperata. L’appuntato Silvano Franzolin, che sedeva sul sedile anteriore con le funzioni di capo scorta, nonostante fosse già gravemente ferito, riuscì a scaraventarsi fuori dall’abitacolo impugnando l’arma d’ordinanza nel disperato tentativo di rispondere al fuoco e coprire i colleghi. I sicari lo notarono e lo freddarono all’istante sull’asfalto. All’interno del veicolo, anche il carabiniere Luigi Di Barca cercò con le ultime forze rimaste di impugnare la pistola in dotazione per difendersi, ma fu raggiunto da una raffica mortale prima di poter fare fuoco, accasciandosi sul sedile posteriore. I killer si avvicinarono quindi alla Mercedes per assicurarsi della morte di Alfio Ferlito e del carabiniere Salvatore Raiti, esplodendo i colpi di grazia a bruciapelo. L’intera azione militare durò meno di cinque minuti. Subito dopo, i membri del commando si diedero alla fuga a bordo delle due auto. La BMW venne abbandonata e data alle fiamme a circa due chilometri di distanza per cancellare ogni traccia balistica o biologica, consentendo ai killer di proseguire la fuga a bordo di vetture pulite.

I ritratti delle vittime: il dovere, la paura e il dolore familiare

Il massacro della circonvallazione lasciò sul selciato quattro servitori dello Stato, le cui storie personali testimoniano la tragica normalità di chi sceglieva di compiere il proprio dovere in una Sicilia militarizzata. I dettagli biografici e i ricordi intimi restituiscono il volto umano di una tragedia che le famiglie hanno dovuto portare sulle spalle per decenni.

Salvatore Raiti, nato a Siracusa il 6 agosto 1962, aveva deciso di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri non ancora diciottenne, inseguendo un sogno di giustizia che lo portò a frequentare il corso allievo a Iglesias, in Sardegna, prima di essere destinato alla stazione di Enna nell’ottobre del 1981. La memoria familiare, conservata attraverso una struggente lettera scritta dai fratelli Massimo, Francesco, Vincenza e Concetta, racconta le ore drammatiche che precedettero la strage. Salvatore sapeva che quel trasferimento nascondeva un pericolo mortale. Aveva trascorso l’intera notte precedente a piangere, tormentato dalla paura, isolato a Enna senza il conforto fisico della madre o i consigli del padre. Nonostante il terrore, l’indomani decise di non tirarsi indietro, sostituendo un collega che aveva rinunciato all’incarico proprio a causa dei rischi connessi. Nella loro lettera, i fratelli ricordano con amarezza l’ultima telefonata del 15 giugno, in cui il giovane scelse di tacere la verità per non allarmare la famiglia, compiendo il proprio dovere fino all’estremo sacrificio e innalzando idealmente la sua divisa priva di gradi alla solennità di quella di un generale.

L’appuntato Silvano Franzolin, nato a Pettorazza Grimani, in provincia di Rovigo, il 3 aprile 1941, era un militare esperto arruolatosi nell’Arma nel 1959. Svolgeva servizio alla stazione di Enna e lasciò un vuoto immenso nella comunità d’origine e in quella siciliana d’adozione. Il suo eroismo sul viale della Regione Siciliana è inciso nella motivazione della Medaglia d’oro al valor civile alla memoria, che celebra lo sprezzo del pericolo dimostrato nel tentare di affrontare i killer a viso scoperto pur essendo già mortalmente ferito. La sua memoria è oggi preservata attraverso l’intitolazione di diverse caserme dei carabinieri, come quelle di Lendinara e di Assoro, e della Casa della legalità e della cultura di Salvaterra, un bene confiscato alla criminalità organizzata che sorge proprio in provincia di Rovigo.

Luigi Di Barca, nato a Valguarnera Caropepe il 10 aprile 1957, prestava anch’egli servizio presso la stazione di Enna ed era un giovane carabiniere stimato per la sua dedizione. Di Barca perse la vita lasciando la moglie in attesa di un figlio che non avrebbe mai conosciuto il padre, un dettaglio drammatico che simboleggia la violenza cieca di Cosa Nostra capace di smembrare interi nuclei familiari. Nel 2007, lo Stato ha onorato il suo sacrificio intitolando alla sua memoria la caserma dei carabinieri del suo comune natale in provincia di Enna.

Giuseppe Di Lavore, ennese nato il 7 novembre 1955, era un giovane diplomato in ragioneria abilitato all’esercizio del commercio, che lavorava temporaneamente come ufficiale giudiziario presso il tribunale di Caltanissetta. Quel mercoledì mattina, Giuseppe si trovava alla guida della Mercedes per puro caso, avendo deciso di sostituire il padre Calogero, storico titolare della ditta privata che gestiva in appalto il trasporto dei detenuti per l’amministrazione carceraria. Il suo estremo tentativo di mettere in salvo i carabinieri della scorta attraverso una disperata manovra evasiva prima di spirare sul volante rimane uno dei gesti di più alta civiltà e coraggio della storia delle vittime civili della mafia.

Le lacrime di Dalla Chiesa, la denuncia di Chinnici e la svolta logistica

L’impatto emotivo e politico della strage della circonvallazione fu devastante. Pochi minuti dopo l’agguato, sul viale della Regione Siciliana giunse il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, insediatosi a Palermo da appena un mese con l’improbo compito di fermare l’offensiva mafiosa. Il generale, di fronte ai corpi martoriati dei suoi carabinieri e dell’autista, faticò a trattenere le lacrime, manifestando una profonda costernazione che i presenti interpretarono come il segno di una tragica premonizione. Dalla Chiesa si sentiva isolato, inviato in Sicilia senza poteri speciali e senza adeguati mezzi di protezione, una condizione di solitudine istituzionale che lo avrebbe condotto, appena ottanta giorni dopo, a cadere vittima dello stesso spietato destino nella strage di via Carini. Nelle sue note personali e nelle sue lettere d’amore e di dovere, emergeva la consapevolezza che il potere dello Stato non potesse essere delegato a prepotenti e disonesti, ma necessitasse di fermezza istituzionale e coerenza morale.

La magistratura palermitana colse immediatamente la gravità dell’attacco. Rocco Chinnici, all’epoca capo dell’Ufficio Istruzione del tribunale di Palermo, denunciò la strage come un atto di aperta sfida allo Stato, ribadendo nelle sue ultime interviste l’assoluta necessità di parlare ai giovani per scardinare la cultura mafiosa dall’interno. Chinnici, anch’egli nel mirino delle cosche e destinato a morire l’anno successivo in un attentato autobomba, espresse una drammatica premonizione sulla sorte dei suoi uomini di scorta, sperando invano che a loro non accadesse nulla. Giovanni Falcone, che partecipò attivamente alle prime fasi delle indagini, analizzò l’eccidio evidenziando la spietatezza di Cosa Nostra nel colpire i servitori dello Stato rimasti privi di un’adeguata protezione governativa. Falcone amava ripetere che nel codice mafioso gli errori si pagano con la vita, una massima che descriveva fedelmente la totale assenza di sconti per chiunque intralciasse i piani egemonici della Cupola.

La stampa nazionale e l’opinione pubblica reagirono con sdegno di fronte all’evidente vulnerabilità logistica del trasferimento. Un duro articolo pubblicato sul quotidiano L’Unità il 17 giugno 1982 denunciò apertamente come la strage potesse essere prevenuta se lo Stato avesse utilizzato una vettura blindata per scortare un boss del calibro di Ferlito, descritto come un vero e proprio bersaglio vivente. Di fronte alla gravità della situazione e alla palese inadeguatezza dei mezzi privati, le istituzioni furono costrette a correre ai ripari: la strage della circonvallazione determinò la cancellazione definitiva del sistema di appalto ai privati per il trasporto dei detenuti, introducendo l’obbligo di utilizzare esclusivamente mezzi blindati delle forze dell’ordine guidati e scortati da personale militare e di polizia penitenziaria. Questa tragedia accelerò inoltre il dibattito parlamentare che avrebbe condotto, nel settembre dello stesso anno, all’approvazione della storica legge Rognoni-La Torre, introducendo per la prima volta nel codice penale il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e la confisca dei beni illeciti.

L’iter processuale: trent’anni di indagini, depistaggi e sentenze definitive

La ricostruzione giudiziaria della strage della circonvallazione si è articolata in diverse fasi complesse, scontrandosi inizialmente con piste fallaci e depistaggi, prima di approdare alla piena verità storica e processuale.

Nelle prime indagini condotte nell’immediatezza dei fatti, gli investigatori si avvalsero delle dichiarazioni del pregiudicato siracusano Armando Di Natale. Questi indicò come esecutori materiali i siracusani Nunzio Salafia, Salvatore Genovese e Antonino Ragona, sostenendo che avessero agito su ordine diretto di Nitto Santapaola per cementare l’alleanza catanese. Sulla base di tali accuse, il 7 ottobre 1982 il giudice istruttore Giovanni Falcone firmò i primi mandati di cattura. L’anno successivo, un compagno di cella di alcuni esponenti della banda Salafia, Francesco Greco, formulò ulteriori accuse che portarono all’incriminazione dei pregiudicati siracusani Michele Marotta, Salvatore Di Stefano, Giuseppe Di Benedetto e Gaetano Garro.

La svolta si ebbe con l’istruttoria del Maxiprocesso di Palermo. L’ordinanza-sentenza del procedimento Abbate Giovanni più 706 dell’8 novembre 1985 rinvio a giudizio i massimi vertici di Cosa Nostra sulla base del teorema Buscetta, secondo cui i delitti eccellenti e le stragi di alto valore simbolico venivano deliberati collegialmente dalla Commissione provinciale. Vennero rinviati a giudizio come mandanti i fratelli Salvatore e Michele Greco, Salvatore Riina, Rosario Riccobono, Filippo Marchese, Pietro Vernengo, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Salvatore Scaglione, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Giovanni Scaduto, Ignazio Motisi, Andrea Di Carlo, Leonardo Greco e Benedetto Santapaola. Come esecutori materiali furono accusati Giuseppe Greco, detto Scarpuzzedda, e Mario Prestifilippo, incriminati grazie a perizie balistiche che dimostrarono l’uso del medesimo kalashnikov in altri delitti di mafia. In fase istruttoria, vennero invece prosciolti per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto Salafia, Ragona, Genovese, Zanca, Spadaro, Marotta, Di Stefano, Di Benedetto e Garro.

La sentenza di primo grado del Maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987, condannò all’ergastolo Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Michele Greco, Giuseppe Greco e Benedetto Santapaola, mentre Mario Prestifilippo fu dichiarato non più perseguibile poiché ucciso qualche mese prima della sentenza. Il 10 dicembre 1990, tuttavia, la Corte d’assise d’appello di Palermo ribaltò clamorosamente il giudizio, confermando unicamente la condanna di Benedetto Santapaola e assolvendo tutti gli altri imputati. La Corte d’appello motivò la decisione escludendo la responsabilità della Commissione e attribuendo la strage all’iniziativa autonoma della famiglia mafiosa guidata da Rosario Riccobono, che controllava il territorio di via Ugo La Malfa ed era storicamente alleata di Santapaola nel traffico di droga, mossa dal desiderio di vendicare uno sgarro personale commesso da Alfio Ferlito.

La prima sezione penale della Corte di Cassazione, il 30 gennaio 1992, annullò le assoluzioni pronunciate in secondo grado, giudicando le motivazioni illogiche e disponendo un nuovo giudizio. Il processo di rinvio si celebrò tra il 1993 e il 1995 davanti alla Corte d’appello presieduta da Rosario Gino, concludendosi il 18 marzo 1995 con la condanna definitiva all’ergastolo come mandanti per Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Francesco Madonia, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

A partire dal 1996, la riapertura delle indagini consentì di fare piena luce sul braccio armato che aveva materialmente compiuto la strage. Le confessioni e le autoaccuse dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, Giovanni Brusca e Salvatore Cucuzza squarciarono il velo di omertà, portando nel 2003 al rinvio a giudizio degli esecutori materiali superstiti. Accanto ai pentiti autoaccusatisi, vennero processati Raffaele Ganci, Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese. Altri imputati, tra cui Michelangelo La Barbera, Mariano Tullio Troia e Salvatore Montalto, scelsero il rito abbreviato. Il lungo iter giudiziario si è definitivamente concluso con la condanna all’ergastolo di Raffaele Ganci, Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, accertati come gli esecutori materiali del massacro di viale della Regione Siciliana, chiudendo così uno dei capitoli più drammatici della cronaca giudiziaria siciliana.

Oltre la divisa: lo spirito di servizio e il dolore silenzioso delle famiglie

La strage della circonvallazione, riletta attraverso la lente del tempo, ci costringe a riflettere sullo straordinario spirito di servizio che guida l’operato quotidiano dell’Arma dei Carabinieri. Dietro gli alamari d’argento e quei pantaloni neri solcati dalla storica riga rossa non vi sono eroi di pietra, ma uomini e donne in carne e ossa. Persone comuni che scelgono ogni giorno di onorare un giuramento di fedeltà allo Stato, accettando un ingaggio profondo che reca intrinsecamente in sé il rischio supremo della morte. Tuttavia, oltre la solennità delle celebrazioni e il rigore delle cerimonie militari, pulsa una dimensione umana tragicamente esposta: quella delle famiglie dei carabinieri. Madri, padri, mogli, mariti e figli che rimangono a casa ad aspettare e che, troppo spesso, consumano le proprie giornate nel terrore silenzioso e costante di perdere i propri cari.
Quella riga rossa sulla divisa diventa così la metafora di un confine sottile, un legame di sangue e di affetti che unisce chi serve il Paese con chi, nell’ombra delle proprie case, ne condivide l’ansia e il sacrificio quotidiano. Ricordare Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca significa rendere onore non solo al loro coraggio individuale sul selciato di viale della Regione Siciliana, ma anche a quel dolore silenzioso di chi è rimasto a piangerli, portando per sempre il peso di una divisa rimasta tragicamente vuota.

Roberto Greco