L’esplosione di quel 30 giugno 1963 travolse la vita di sette uomini delle forze dell’ordine, lacerando nel profondo il Paese e lasciando una traccia indelebile nella storia di una Sicilia dilaniata dalla lotta interna alla criminalitĂ organizzata. Si è parlato dell’attentato come dell’atto terminale della prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, una guerra per la conquista della supremazia nella speculazione edilizia e nel traffico di droga, allora in intensa espansione. Indagini successive ipotizzarono un attacco rivolto ai Carabinieri della Tenenza di Roccella, ed in particolare al loro tenente Mario Malausa, autore dei primi rapporti alla magistratura sul rapporto tra la mafia e la politica locale. Ancora oggi, però, non sappiamo dare un nome al mandante e agli autori della strage.
La strage di Ciaculli: lâautobomba che cambiò la storia della lotta alla mafia
Nei primi anni sessanta, la Sicilia divenne il teatro di un conflitto interno a Cosa Nostra di inusitata violenza, storicamente classificato come la prima guerra di mafia del dopoguerra. Questa faida non rappresentò soltanto uno scontro per il controllo del territorio palermitano, ma segnò una transizione epocale e strutturale allâinterno dellâorganizzazione criminale. Come evidenziato nelle analisi storiche di studiosi come Salvatore Lupo e nelle sentenze del giudice Cesare Terranova, il conflitto non fu una semplice disputa tra fazioni, bensĂŹ una profonda riorganizzazione degli equilibri di potere di Cosa Nostra, determinata dal passaggio da una mafia rurale e latifondista a una mafia urbana, finanziaria e imprenditoriale, arricchita dalle speculazioni edilizie del sacco di Palermo e proiettata verso i mercati internazionali.
La scintilla originaria della guerra nacque attorno alla gestione dei proventi di una spedizione di eroina proveniente dallâEgitto, destinata a essere smistata negli Stati Uniti. Questa operazione era stata finanziata da un consorzio di famiglie mafiose palermitane, tra cui spiccavano i Greco di Ciaculli e il boss di Cinisi Cesare Manzella. Lâincarico di sovrintendere al viaggio della droga e di incassare il denaro fu affidato a Calcedonio Di Pisa, stimato esponente della cosca di Palermo Centro e membro della Commissione provinciale. Al termine dellâoperazione, tuttavia, i partner americani a New York, la cui operativitĂ era fortemente pressata dalle inchieste federali promosse dal dipartimento di giustizia sotto la guida di Robert Kennedy, consegnarono una cifra inferiore a quella pattuita, lamentando una mancanza nel peso della merce.
I fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, capi dellâinfluente mandamento di Palermo Centro e Porta Nuova, accusarono apertamente Di Pisa di aver sottratto una parte dellâeroina per rivenderla in proprio. La Barbera mal sopportava lâautoritĂ della Commissione, da lui percepita non come uno strumento di coordinamento paritario, ma come un governo ombra oligarchico teso a frenare la sua ascesa criminale. Nonostante la Commissione, guidata da Salvatore âCicchitedduâ Greco, avesse formalmente assolto Di Pisa da ogni accusa di appropriazione indebita, i La Barbera rifiutarono il verdetto. Il 26 dicembre 1962, Calcedonio Di Pisa venne freddato in piazza Principe di Camporeale a Palermo.
Lâomicidio di Di Pisa, attribuito nellâimmediato ai La Barbera, era stato in realtĂ eseguito da Michele Cavataio, boss della cosca dellâAcquasanta, con lâobiettivo deliberato di scatenare una guerra fratricida. Cavataio intendeva aizzare i Greco contro i La Barbera per destabilizzare lâintera Commissione e impadronirsi dei mercati urbani. La reazione dei Greco fu immediata e spietata: Salvatore La Barbera fu vittima della lupara bianca, strangolato dopo essere stato attirato in un tranello, mentre il fratello Angelo sfuggĂŹ miracolosamente alla morte in un drammatico agguato a Milano, dove venne ferito e successivamente arrestato dalle forze dellâordine in ospedale. Nel frattempo, gli alleati dei Greco colpirono duramente la fazione avversa, utilizzando per la prima volta su vasta scala lâautobomba come strumento di sterminio militare, come accadde a Cinisi nel maggio del 1963, dove Cesare Manzella venne dilaniato dallâesplosione di una Fiat 1100 carica di tritolo.
La dinamica dellâeccidio di fondo Sirena
Lâescalation stragista raggiunse il suo culmine nella giornata del 30 giugno 1963. Durante la notte, nella borgata di Villabate, unâAlfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo, abbandonata davanti allâautorimessa del boss locale Giovanni Di Peri, esplose distruggendo lâedificio e uccidendo il custode Pietro Cannizzaro e il fornaio Giuseppe Tesauro. Questa prima esplosione rappresentò il tragico preludio strategico di una trappola ancora piĂš complessa concepita per la contrada agricola di Ciaculli, un territorio densamente coltivato a mandarini e saldamente controllato dal clan dei Greco.
A metĂ mattinata del 30 giugno, giunse una telefonata anonima alla Questura di Palermo che segnalava la presenza di unâAlfa Romeo Giulietta di colore azzurro abbandonata in una stradina sterrata che collegava la provinciale di Gibilrossa a fondo Sirena, nei pressi di Villa Serena, unâarea adiacente alle proprietĂ del boss Giovanni Prestifilippo, strettamente legato ai Greco. La vettura presentava gli sportelli accostati e uno pneumatico posteriore forato. Sul posto si diresse immediatamente una pattuglia di Carabinieri guidata dal tenente Mario Malausa, comandante della tenenza di Roccella, insieme ad agenti della Squadra Mobile della Polizia di Stato.
Ispezionando visivamente lâabitacolo dellâauto, i militari notarono sul sedile posteriore una bombola di gas liquido da cui fuoriusciva una miccia rudimentale della lunghezza di circa venti metri, che appariva parzialmente bruciata ed estinta. Sospettando la presenza di unâautobomba legata alla faida in corso, gli investigatori isolarono la zona e richiesero lâintervento urgente degli artificieri dellâEsercito Italiano, di stanza a Palermo presso il 46° Reggimento Fanteria.
Sul posto giunsero dâurgenza il maresciallo Pasquale Nuccio, richiamato dal riposo domenicale in virtĂš della sua trentennale esperienza nel disinnesco di ordigni bellici, e il soldato Giorgio Ciacci. Dopo un attento esame della bombola posta sul sedile, il maresciallo Nuccio recise la miccia e mise in sicurezza lâordigno esterno, dichiarando lo scampato pericolo e autorizzando lâavvicinamento al veicolo.
Ciò che nessuno poteva immaginare era che la Giulietta azzurra fosse stata allestita come una micidiale trappola a doppio innesco. La bombola sul sedile posteriore era solo unâesca visiva studiata per indurre i soccorritori ad abbassare la guardia una volta neutralizzata. Attorno alle ore sedici e quindici, il tenente Mario Malausa si avvicinò alla parte posteriore del veicolo per completare lâispezione, inserĂŹ la chiave nella serratura del portabagagli e sollevò il cofano.
Lâapertura del bagagliaio azionò un dispositivo di innesco collegato a una massiccia carica di tritolo stipata allâinterno del vano. La deflagrazione fu devastante: lâautomobile si disintegrò allâistante, scagliando schegge metalliche e resti umani a grande distanza, sradicando gli agrumi circostanti e lasciando un profondo cratere nellâasfalto. Sette servitori dello Stato rimasero uccisi sul colpo o morirono poco dopo il ricovero, mentre il brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Muzzupappa, posizionato a circa cento metri per vigilare sulla zona, e lâappuntato Salvatore Gatto rimasero gravemente feriti ma riuscirono a sopravvivere. Lâappuntato Gatto, sebbene ferito e sotto shock, riuscĂŹ a trasmettere la richiesta di soccorso via radio utilizzando lâapparecchio di una camionetta rimasta parzialmente indenne.
Ritratti e profili biografici delle vittime
Il bilancio di sangue di fondo Sirena cancellò le vite di sette rappresentanti delle istituzioni, le cui storie individuali si unirono in un unico e tragico destino collettivo.
Il tenente dei Carabinieri Mario Malausa, ventiquattrenne nato a Tripoli il 27 gennaio 1938, era un ufficiale di eccezionale valore, proveniente dalle fila dei carristi dellâEsercito prima di transitare nellâArma. Originario di Barge, in provincia di Cuneo, Malausa si era distinto per la sua determinazione nel mappare la rete dei clan suburbani di Palermo. Nei suoi rapporti alla magistratura, lâufficiale aveva tracciato con precisione i nomi dei capimafia locali e le loro protezioni nellâamministrazione pubblica, sollevando un velo di trasparenza sulle speculazioni fondiarie della periferia est. Il padre, Natale Malausa, veterinario condotto, si spense pochi mesi dopo consumato dal dolore per la perdita del figlio, mentre il fratello Franco fu il primo familiare di una vittima di mafia a costituirsi parte civile in un processo penale.
Il maresciallo di Pubblica Sicurezza Silvestro Silvio Corrao, nato a Palermo il 1° novembre 1917, era uno dei migliori investigatori della Sezione Omicidi della Squadra Mobile della Questura di Palermo. Soprannominato il âmaresciallo-letteratoâ per la sua passione per la letteratura classica e i saggi storici, frequentava assiduamente la libreria Flaccovio, fulcro della vita culturale cittadina. Corrao aveva compreso le dinamiche sotterranee della faida tra i Greco e i La Barbera per il controllo del traffico di droga. Quella domenica decise di intervenire sul posto per affiancare i colleghi dellâArma, convinto della necessitĂ di una totale sinergia tra le forze dellâordine sul campo. Di lui rimasero soltanto pochi oggetti personali restituiti alla moglie: la fede nuziale, la fondina della pistola, una scarpa e la cinghia dei pantaloni.
Il maresciallo capo dei Carabinieri Calogero Vaccaro, quarantotto anni, nato a Naro, in provincia di Agrigento, nel 1919, era il comandante della stazione dei Carabinieri di Roccella. Sposato e padre di tre figli, tra cui Ignazio, Vaccaro era un sottufficiale esperto e stimato, capace di operare con fermezza in un territorio ostile e fortemente segnato dallâomertĂ delle popolazioni locali, ottenendo per la sua abnegazione un encomio solenne alla memoria.
Lâappuntato dei Carabinieri Eugenio Altomare, trentuno anni, nato a Rogliano, in provincia di Cosenza, il 21 gennaio 1931, si era sposato soltanto quindici giorni prima della strage. Altomare perse la vita mentre partecipava attivamente allâispezione perimetrale dellâautovettura, venendo insignito della Medaglia dâOro al Merito Civile alla memoria per il coraggio dimostrato di fronte allâaltissimo rischio di attentati.
Lâappuntato dei Carabinieri Marino Fardelli, venti anni, nato a Caira, una frazione di Cassino, il 16 giugno 1943, era il piĂš giovane del gruppo. Fardelli non morĂŹ sul colpo, ma spirò poco dopo il ricovero allâospedale Santa Sofia di Palermo a causa delle spaventose mutilazioni riportate. La sua tragica fine destò immenso sdegno nella sua comunitĂ dâorigine nel Lazio. La sera del 30 giugno, circa cento cittadini di Caira si erano riuniti nella sezione locale della Democrazia Cristiana per seguire le trasmissioni televisive sullâinsediamento di Papa Paolo VI, quando lâedizione straordinaria del telegiornale interruppe la diretta per annunciare lâattentato. Poche ore dopo, i Carabinieri si recarono a casa della famiglia Fardelli per comunicare la notizia allo zio Francesco, il quale dovette informare i genitori del giovane. La salma di Fardelli rientrò in treno a Cassino il 3 luglio, accolta da una folla commossa, e i funerali solenni si tennero il giorno successivo in una cappella provvisoria allestita a Caira, alla presenza delle massime autoritĂ provinciali.
Il maresciallo maggiore artificiere dellâEsercito Italiano Pasquale Nuccio, nato a Palermo il 24 luglio 1916, era un militare di grande competenza tecnica, esperto nel disinnesco di cariche complesse. Nuccio, che si trovava in licenza straordinaria, non aveva esitato a rispondere alla chiamata dâurgenza del comando militare per sventare il pericolo. Di lui vennero ritrovate soltanto la giubba militare sfigurata e le mostrine metalliche del bavero, grazie alle quali i suoi allievi artificieri poterono identificarlo tra i resti dellâesplosione.
Il soldato Giorgio Ciacci, diciannovenne originario di San Leo, in provincia di Pesaro e Urbino, prestava servizio di leva presso il 46° Reggimento Fanteria di Palermo ed era stato assegnato come assistente e aiuto artificiere del maresciallo Nuccio, trovando la morte al suo fianco nellâadempimento del dovere.
Le indagini, la regia mafiosa e la veritĂ storica
Le prime indagini sulla strage di Ciaculli si mossero in un clima di estrema incertezza e confusione, alimentato dai depistaggi interni orditi dalle cosche mafiose. Gli atti investigativi e i rapporti giudiziari dellâepoca indicarono inizialmente i fratelli La Barbera e Pietro Torretta come i principali sospettati della pianificazione dellâattentato, ipotizzando una ritorsione diretta contro il feudo dei Greco.
La veritĂ storica ed evolutiva sulla strage di Ciaculli emerse in modo definitivo solo a distanza di ventâanni, grazie alle rivelazioni fornite nel 1984 da Tommaso Buscetta e successivamente confermate da Antonino Calderone davanti al giudice istruttore Giovanni Falcone. Buscetta rivelò che la Giulietta imbottita di esplosivo a Ciaculli era stata interamente allestita e posizionata per ordine di Michele Cavataio, capo della famiglia dellâAcquasanta.
Cavataio, soprannominato âIl Cobraâ per la sua spietatezza, aveva compreso che lâunico modo per scardinare il potere oligarchico della Commissione e dei Greco era scatenare una reazione repressiva dello Stato cosĂŹ violenta da costringere i vertici di Cosa Nostra alla fuga o allâarresto. Per fare ciò, egli si servĂŹ della tecnologia stragista dellâautobomba, simulando un attacco dei La Barbera contro il fondo dei Greco. Lâabbandono del veicolo in quella stradina di campagna non fu un errore dovuto a uno pneumatico forato, ma una spietata imboscata volta a colpire le forze dellâordine o, in alternativa, i guardiani dei Greco che avrebbero ispezionato il mezzo.
Questo retroscena evidenzia la complessitĂ delle strategie mafiose di quel periodo, in cui lâattacco alle istituzioni veniva utilizzato come uno strumento di regolamento di conti interno e di ristrutturazione degli organigrammi mafiosi. Lo studioso Giuseppe Casarrubea avanzò inoltre lâipotesi di un coinvolgimento di elementi dellâeversione neofascista nella preparazione tecnica della trappola di Ciaculli, ravvisando analogie operative con le dinamiche della successiva strage di Peteano del 1972, sebbene tale pista non abbia mai trovato conferme processuali definitive.
Lâiter processuale: dal âProcesso dei 117â alle sentenze della Cassazione
Lâiter giudiziario per i delitti della prima guerra di mafia e per la strage di Ciaculli fu caratterizzato da una lunga e complessa trafila di procedimenti penali. Lâistruttoria fu condotta a Palermo dal giudice Cesare Terranova, il quale raccolse una mole impressionante di prove e testimonianze, firmando i mandati di cattura contro i principali esponenti delle fazioni in lotta. Per ragioni di ordine pubblico e legittima suspicione, il processo fu trasferito presso la Corte dâAssise di Catanzaro, dando vita al celebre âProcesso dei 117â, svoltosi tra il 1965 e il 1968 allâinterno di una palestra scolastica adibita ad aula di tribunale.
Il processo vedeva alla sbarra tutti i capi delle cosche palermitane e corleonesi, tra cui Luciano Liggio, Salvatore Greco, Tommaso Buscetta, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Giuseppe Calò. Il presidente della Corte dâAssise, Francesco Ferlaino di Nicastro, pronunciò la sentenza di primo grado il 22 dicembre 1968. Il verdetto rappresentò un duro colpo per le speranze di giustizia dello Stato. Pietro Torretta fu condannato a ventisette anni di reclusione per il duplice omicidio di Pietro Garofalo e Girolamo Conigliaro, commesso nel giugno 1963. Angelo La Barbera ricevette una condanna a ventidue anni e sei mesi di carcere. Salvatore Greco e Tommaso Buscetta, entrambi giudicati in contumacia poichĂŠ fuggiti allâestero, furono condannati a dieci anni di reclusione ciascuno.
Tutti gli altri imputati principali, inclusi i vertici dei Corleonesi, vennero assolti per insufficienza di prove dallâimputazione di associazione per delinquere, e i mandati di cattura emessi nei loro confronti furono revocati. La giurisprudenza italiana dellâepoca, infatti, non disponeva ancora di strumenti idonei a sanzionare lâappartenenza strutturale a unâorganizzazione mafiosa, limitandosi ad applicare lâarticolo 416 del codice penale sulla base di prove di reati specifici che la barriera dellâomertĂ rendeva impossibili da dimostrare.
Parallelamente, si sviluppò un secondo filone processuale, noto come il processo âAlbanese Giuseppe + 74â (derivato dal rinvio a giudizio originario contro 113 imputati), incentrato sullâimputazione di associazione per delinquere semplice. Anche in questo caso, le sentenze emesse nei tre gradi di giudizio evidenziarono lâinadeguatezza del codice penale Rocco di fronte alla mafia moderna. La sentenza di primo grado del 29 luglio 1974 irrogò pene estremamente lievi, tra cui due anni e undici mesi a Tommaso Buscetta, tre anni a Stefano Bontate e due anni e sei mesi a Salvatore Riina. In appello, il 22 dicembre 1976, sotto la presidenza di Michelangelo Gristina, le condanne si ridussero a soli sedici imputati, decisione che divenne definitiva con la sentenza della Corte di Cassazione del 28 novembre 1979.
Le conseguenze di questo fallimento giudiziario collettivo furono devastanti. Come rilevato nei successivi rapporti firmati dal colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa e dal capo della Squadra Mobile Giorgio Boris Giuliano, le assoluzioni di massa e le scarcerazioni dei capimafia conferirono un rinnovato prestigio sociale e unâautoritĂ indiscussa ai boss che erano usciti indenni dai processi, alimentando un profondo senso di sfiducia nellâopinione pubblica siciliana e nazionale. La cosiddetta âpax mafiosaâ che era seguita alla strage del 1963 si interruppe bruscamente il 10 dicembre 1969 con la strage di viale Lazio, in cui un commando composto da killers dei Corleonesi e dei Bontate giustiziò Michele Cavataio allâinterno dei suoi uffici, vendicando i disastri e la repressione che la sua personale strategia stragista aveva attirato su Cosa Nostra.
Le reazioni dello Stato, della stampa e della societĂ civile
La strage di Ciaculli scosse violentemente le istituzioni dello Stato repubblicano, costringendole a rompere un lungo silenzio sul fenomeno mafioso. Nei giorni immediatamente successivi allâeccidio, il Ministro dellâInterno Mariano Rumor si presentò alla Camera dei Deputati e al Senato per esprimere il cordoglio del governo e assicurare lâadozione di misure straordinarie per sradicare la delinquenza organizzata in Sicilia. Le forze di polizia, affiancate da reparti dellâArma dei Carabinieri, diedero vita a una repressione imponente: nella sola notte del 2 luglio 1963 vennero eseguiti oltre duemila arresti e perquisizioni a tappeto nei quartieri palermitani e nei comuni della provincia, spingendo Tommaso Buscetta a dichiarare successivamente che lâapparato repressivo statale si era mosso come se fosse impazzito dalla rabbia.
A questa mentalitĂ si oppose con forza lâazione civile e culturale del quotidiano palermitano âLâOraâ, guidato da Vittorio Nisticò, che divenne la voce piĂš autorevole della denuncia antimafia in Sicilia. Il giornale pubblicò unâedizione straordinaria il 1° luglio 1963 per raccontare la tragedia di Ciaculli e, nei mesi successivi, sfidando querele e minacce fisiche, diede ampio risalto al âRapporto dei 54â e al âRapporto Malausaâ, svelando le trame finanziarie delle cosche e le coperture politiche di cui godevano i Greco a Palermo.
Sul piano istituzionale, lâeccidio fornĂŹ un impulso decisivo allâinsediamento della prima Commissione Parlamentare dâInchiesta sulla mafia, di cui il senatore Girolamo Li Causi fu vicepresidente e animatore infaticabile, denunciando apertamente i legami tra le cosche locali, il mercato ortofrutticolo e gli esponenti della politica regionale.
Ciaculli rimase una ferita aperta anche nelle comunitĂ dâorigine delle vittime, in particolare a Caira e Rogliano, dove la memoria dei carabinieri Marino Fardelli ed Eugenio Altomare è rimasta viva nel corso dei decenni attraverso lâintitolazione di caserme, piazze e monumenti solenni, a testimonianza di come il dolore per il sacrificio di quei giovani abbia segnato profondamente la coscienza civile nazionale ben oltre i confini della Sicilia.
Roberto Greco
Nel cuore della notte sul 30 giugno 1963, gli abitanti di Villabate, paese alla periferia di Palermo, vennero svegliati da un tremendo boato. Era deflagrata una carica di esplosivo posta su unâautovettura, lasciata di fronte allâautorimessa del mafioso Giovanni Di Peri, parente della famiglia Greco, coinvolta, sin dallâanno precedente, nella c.d. prima guerra di mafia con la famiglia La Barbera. Lâattentato provocò il crollo dellâintero primo piano dellâedificio e la morte di due innocenti.
Strage di Ciaculli, storia di un giovane carabiniere ucciso. Il libro del nipote su una delle sette vittime dell’attentato
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MARINO FARDELLI: I MANDARINI ROSSI DI CIACULLI (GEMMA EDIZIONI, 198 PAGINE, 15,20 EURO) Dopo 60 anni è ancora una strage dai contorni foschi.
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Nell’esplosione di una Giulietta morirono sette militari, e tra le vittime c’era anche un giovane carabiniere originario di Cassino, Marino Fardelli, che aveva solo vent’anni. E proprio alla storia umana di una vittima minore e dimenticata si ispira il libro del nipote omonimo, coordinatore dei difensori civici delle Regioni, che a quel tempo non era neanche nato. Il volume, presentato alla Fondazione Federico II, è piĂš di un viaggio nella memoria: è una pagina di storia ancora tutta da rileggere, un momento tra i piĂš efferati dello scontro tra la mafia e lo Stato.  à questa anche l’opinione di Pietro Grasso, ex presidente del Senato ma soprattutto ex capo della Procura nazionale antimafia e prima ancora giudice a latere del maxiprocesso a Cosa nostra. “Si è parlato dell’attentato – scrive nella prefazione del volume – come dell’atto terminale della prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, una guerra per la conquista della supremazia nella speculazione edilizia e nel traffico di droga, allora in intensa espansione. Indagini successive ipotizzarono un attacco rivolto ai carabinieri, e in particolare al tenente Mario Malausa, autore dei primi rapporti alla magistratura sulle relazioni tra la mafia e la politica locale”.Â
La strage di Ciaculli, una borgata dove si producono i famosi mandarini “tardivi”, colpĂŹ un’Italia che viveva la fase politica della congiuntura e l’elezione del nuovo papa, Paolo VI.
Rappresentò quel feroce attentato un punto di svolta nella lotta alla mafia. Accelerò la costituzione della prima Commissione parlamentare antimafia e diede un impulso alle indagini sul potere criminale di Cosa nostra: 114 mafiosi tra cui Totò Riina, Tommaso Buscetta, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco furono processati a Catanzaro. Il processo si concluse nel 1968 con alcune condanne ma solo per associazione a delinquere e varie assoluzioni.
I mandarini rossi di Ciaculli, la prima strage di mafia contro i carabinieri a Palermo
A metĂ strada tra le memorie personali e le vicende che hanno segnato unâepoca, lâautore Marino Fardelli ripercorre la vita dello zio, giovane carabiniere e vittima innocente di cui porta stesso nome e cognome.

Ă stato presentato allâOratorio di Sant’Elena e Costantino, sede della Fondazione Federico II, il libro “I mandarini rossi di Ciaculli”. Domani, infatti, ricorrono i 60 anni da quella che viene ricordata come la prima strage di mafia nei confronti delle Forze dellâOrdine, avvenuta a Palermo il 30 giugno 1963: la Strage di Ciaculli, che continua purtroppo a rappresentare una delle tante tragedie impunite della memoria collettiva. A metĂ strada tra le memorie personali e le vicende che hanno segnato unâepoca, lâautore Marino Fardelli ripercorre la vita dello zio, giovane carabiniere e vittima innocente di cui porta stesso nome e cognome.
Persero la vita sette servitori dello Stato: Eugenio Altomare, Carabiniere; Giorgio Ciacci, Soldato artificiere dellâEsercito; Silvio Corrao, Maresciallo della Polizia di Stato; Marino Fardelli, Carabiniere; Mauro Malausa, Tenente dei Carabinieri; Pasquale Nuccio, Maresciallo artificiere dellâEsercito Italiano; Calogero Vaccaro, Maresciallo Capo dei Carabinieri. Oltre allâautore, erano presenti il Presidente dellâArs e della Fondazione Federico II, Gaetano Galvagno, il Comandante della Legione Carabinieri Sicilia, Generale di Divisione Rosario Castello, il Comandante dellâEsercito in Sicilia, Generale di Divisione Maurizio Scardino, il Presidente della Fondazione Occorsio, giĂ procuratore della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi e il Direttore Generale della Fondazione Federico II, Patrizia Monterosso.
“Ă un momento importante di memoria in cui ricordiamo i nostri caduti – ha detto a margine della presentazione il Comandante della Legione Carabinieri Sicilia, Generale di Divisione Rosario Castello -. Fino alla strage di Ciaculli la mafia era un fenomeno sottaciuto, si parlava di guerra fra bande. Fu allora che si capĂŹ che c’era unâorganizzazione mafiosa e si registrò un momento di riscatto delle Istituzioni. Oggi è cambiata la strategia per contrastare la mafia che va combattuta in modo sistemico”. “Quando ho scritto questo libro – afferma lâautore Marino Fardelli – mi sono posto molte volte il problema se la sua stesura rispondesse ad unâesigenza ipocrita: usare la tragedia di quel Marino Fardelli per fare risaltare la verve di calamo o il percorso di vita meno alto di questo Marino Fardelli. E a quella domanda, che cento volte mi sono posto, ho trovato cento volte la stessa risposta, netta e nitida come il giudizio di un bambino su un dolce: è stato giusto farlo per mettere in guardia gli altri, non conveniente per mettere in luce me”.
“Il libro ha due aspetti di grande interesse – ha detto nel suo intervento il Presidente della Fondazione Occorsio, Giovanni Salvi, giĂ procuratore della Corte di Cassazione -: “il ricordo dello zio, vittima della mafia, che lâautore non ha mai conosciuto ma che ha segnato le sue scelte di vita. Lâaltro aspetto da sottolineare è la ricostruzione attenta della strage di Ciaculli che oggi risulta utile a evitare che il clima di tranquillitĂ apparente che stiamo vivendo faccia dimenticare che la criminalitĂ organizzata continua a essere una sfida grandissima per la Sicilia”.
“Perpetuare la memoria oggi a 60 anni dalla strage di Ciaculli – ha detto il Direttore Generale della Fondazione Federico II, Patrizia Monterosso – ci permette di rallentare il passo per stimolare una riflessione sulla societĂ in cui vivevamo allora e viviamo oggi, evidenziando il profondo cambiamento nel contrasto alla criminalitĂ organizzata. Dal volume traspare il travaglio interiore con cui lâautore, familiare di una delle vittime, ha deciso di contribuire alla ricerca e alla ricostruzione della veritĂ : per questo va dato grande merito al allâautore che rimette in ordine le immagini genuine del suo vissuto e dĂ finalmente voce ai sette servitori dello Stato che persero la vita”. “Una telefonata anonima – scrive nella prefazione Pietro Grasso ricordando quel giorno – segnala una Giulietta abbandonata nella campagna di Ciaculli nella periferia di Palermo. Gli uomini delle forze dellâordine ispezionano la vettura e disinnescano una carica esplosiva. Non possono sapere che ce n’è unâaltra nascosta nel bagagliaio, che esplode non appena viene aperto. CosĂŹ, per mano mafiosa, muoiono in un istante sette uomini. La strage di Ciaculli provocò grandissimo sdegno nellâopinione pubblica siciliana e nazionale ma sarebbero serviti molti anni e molte altre vittime perchĂŠ si prendesse piena coscienza della presenza di Cosa nostra e si iniziasse veramente a combatterla”. “La strage di Ciaculli – si legge nella postfazione del Generale di Divisione Pasquale Angelosanto, Comandante del ROS Carabinieri – è rimasta impunita ed è ancora una ferita aperta per le Istituzioni e per lâArma dei Carabinieri. Ma il tempo ha dimostrato altrettanto certamente quanto disastrosa sia stata, per la mafia, la decisione di porre in atto quell’attentato, qualunque fosse lâobiettivo. Il sistema antimafia italiano, inteso sia come quadro normativo sia come struttura dellâapparato istituzionale deputato al crimine organizzato, è il risultato di un lungo processo evolutivo, scandito dalle sollecitazioni emergenziali conseguenti a eclatanti fatti di sangue, e Ciaculli è uno di questi”. Giornale di Sicilia 30.6.2023
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