L’illusione del settentrione isola felice: se la mafia al nord diventa una questione di codici e distanze

 

A demolire la narrazione di un Settentrione semplicemente “contagiato” e non strutturalmente colonizzato, sono arrivati, con la precisione millimetrica di un fendente giudiziario, i nuovi verbali depositati nell’ambito della maxi-inchiesta “Hydra”.
Dobbiamo dare atto ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano che da anni ripetono come un mantra rimasto troppo spesso inascoltato: «La mafia al Nord non si manifesta con i cadaveri per strada, ma con il silenzio operoso degli affari». Eppure, la distanza geografica dai territori d’origine e l’assenza di una violenza di tipo militare e stragista continuano a generare un cortocircuito interpretativo, legislativo e, non ultimo, amministrativo.
L’ultimo fronte di questo scontro, che è insieme giuridico e culturale, si è consumato attorno a una recente e discussa decisione del Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM ha infatti rimodulato i criteri di classificazione delle aree ad “alta densità mafiosa”, stringendo le maglie della mappa e riconducendo questa qualifica principalmente alle regioni storiche del Mezzogiorno. Una scelta amministrativa che ha l’effetto immediato di escludere ampi territori settentrionali da una serie di tutele, presidi di sicurezza e corsie preferenziali nell’assegnazione di magistrati e risorse finanziarie.

La reazione del territorio non si è fatta attendere ed è stata durissima. A guidare la rivolta ideale e civile sono le associazioni antimafia, con in testa Libera, affiancate da pezzi importanti della società civile e da amministratori locali che da anni combattono una guerra di posizione contro l’infiltrazione dei clan nel tessuto economico lombardo, piemontese ed emiliano. Per chi vive e lavora nelle trincee giudiziarie del Nord, la decisione del CSM appare come una clamorosa e pericolosa ritirata strategica, un ritorno all’antico e rassicurante mito del “Nord isola felice”, impermeabile alle logiche del codice penale antimafia se non per meri riflessi importati.

La solita scusa degli anticorpi (che non ci sono)

A demolire la narrazione di un Settentrione semplicemente “contagiato” e non strutturalmente colonizzato, sono arrivati, con la precisione millimetrica di un fendente giudiziario, i nuovi verbali depositati nell’ambito della maxi-inchiesta “Hydra”.
Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Bellusci, elemento centrale nelle dinamiche ricostruite dalla Dda milanese, squarciano il velo di ipocrisia che troppo spesso avvolge la provincia padana, accendendo un riflettore impietoso su uno dei fulcri di questa indagine: la città di Busto Arsizio.
Nelle parole di Bellusci non si parla di armi spianate o di pizzi pretesi con la forza bruta delle intimidazioni palesi. Il pentito descrive uno scenario persino più inquietante: uno stato di totale assoggettamento, un “rispetto” formale e strisciante che l’imprenditoria locale e la comunità tributavano, quasi spontaneamente, alla famiglia Nicastro.
I Nicastro, secondo gli inquirenti, non sono un’entità isolata, ma rappresentano una delle componenti fondamentali del cosiddetto “Consorzio”, una super-struttura criminale nata in Lombardia capace di far sedere allo stesso tavolo, per la gestione coordinata degli affari, esponenti di spicco di Cosa Nostra, della ’Ndrangheta e della Camorra.
Il racconto di Bellusci offre uno spaccato sociologico di rara chiarezza su cosa sia diventata la “densità mafiosa” nel 2026. Non si misura più con il numero di proiettili repertati dalla Scientifica, ma con il grado di condizionamento del mercato libero. A Busto Arsizio, nel cuore della produttiva e ricca provincia di Varese, il clan non aveva bisogno di incendiare le saracinesche per farsi valere. Era l’imprenditore stesso a cercare il contatto, a inchinarsi alle regole non scritte della consorteria per sbaragliare la concorrenza, per ottenere liquidità immediata o per risolvere controversie commerciali che lo Stato avrebbe impiegato anni a dirimere. Questo “rispetto” formale descritto nei verbali è il sintomo più evidente dell’assoggettamento ambientale, l’elemento cardine che configura il reato di associazione mafiosa ai sensi dell’articolo 416-bis del codice penale, indipendentemente dalla latitudine in cui ci si trova.

Oltre le singole consorterie: il consorzio

Il Consorzio lombardo, di cui l’inchiesta Hydra ha ridisegnato i confini, rappresenta l’evoluzione massima delle mafie storiche, che al Nord hanno trovato una vera e propria terra di fusione.
Le tre sigle criminali tradizionali, storicamente divise da faide sanguinose nei territori d’origine, in Lombardia hanno compreso che la pax mafiosa è il miglior lubrificante per gli affari finanziari. Busto Arsizio, in questo contesto, emerge non come una periferia degradata, ma come un centro nevralgico di investimenti, di riciclaggio e di controllo del territorio economico.
Quando un intero comparto produttivo si piega al volere di una famiglia mafiosa, riconoscendone l’autorità sostitutiva a quella dello Stato, la densità mafiosa cessa di essere un concetto statistico e diventa una realtà opprimente.
La decisione del CSM di declassare il rischio del Nord rischia quindi di creare un vuoto normativo e operativo proprio mentre le Procure chiedono a gran voce più strumenti per contrastare questa evoluzione silenziosa. Se un territorio non viene riconosciuto come ad alta densità mafiosa, i criteri per l’invio di nuovi magistrati si fanno più rigidi, i fondi per i presidi di legalità diminuiscono e si rischia di abbassare la guardia su fronti caldi come gli appalti pubblici e le transazioni finanziarie sospette. È questa la preoccupazione maggiore espressa da Libera e dalle altre sigle sindacali e sociali: il timore che la burocrazia giudiziaria non riesca a viaggiare alla stessa velocità della metamorfosi criminale.

La densità mafiosa non può essere una opinione

I verbali di Francesco Bellusci impongono una riflessione profonda che va ben oltre i confini delle aule di tribunale. Raccontano di una borghesia finanziaria e imprenditoriale che ha perso gli anticorpi etici, che non vede più nella mafia un nemico da denunciare, ma un partner commerciale con cui scendere a patti per massimizzare i profitti.
L’assoggettamento descritto dal pentito non è frutto di una sottomissione fisica, ma di una convenienza reciproca originata dal riconoscimento di un potere criminale consolidato e vincente.
La battaglia istituzionale attorno alla definizione di densità mafiosa è dunque tutt’altro che una disputa nominalistica o un cavillo per addetti ai lavori. È lo specchio di una visione strategica del Paese. Ritenere che la mafia sia un problema confinabile entro determinati confini geografici del Sud significa ignorare gli ultimi trent’anni di storia giudiziaria italiana, da “Infinito” fino a “Hydra”. Significa non vedere come il denaro sporco si sia insediato nei nodi cruciali dell’economia legale del Settentrione, modificandone le regole interne e alterando la libera concorrenza.
Mentre il dibattito politico e giudiziario si infiamma attorno alle scelte del Consiglio Superiore della Magistratura, l’inchiesta Hydra continua il suo corso, portando alla luce nuovi tasselli di un mosaico inquietante. La sfida per la magistratura e per la società civile resta quella di dimostrare che la consapevolezza della minaccia non si è attenuata, e che il “rispetto” preteso dai clan a Busto Arsizio e nel resto della Lombardia non troverà mai spazio nella legittimità delle istituzioni repubblicane.

 

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