11 luglio 1979 🟧 GIORGIO AMBROSOLI assassinato dal sicario di Michele Sindona

 

 

11 LUGLIO 1979, GIORGIO AMBROSOLI VIENE ASSASSINATO DALLA MAFIA  DA UN SICARIO INGAGGIATO DAL BANCHIERE SICILIANO MICHELE SINDONA, SULLE CUI ATTIVITÀ AMBROSOLI  INDAGÒ NELL’AMBITO DELL’INCARICO DI COMMISSARIO LIQUIDATORE DELLA BANCA PRIVATA ITALIANA.


La sede di Cermenate (CO) del Centro Studi Sociali contro le mafie – Progetto San Francesco, in un immobile confiscato alla ‘ndrangheta, inaugurata il 7 maggio 2011, è stata intitolata all’avvocato Giorgio Ambrosoli

 

 

Immagini dell’ inaugurazione

 


“… sono pronto per il deposito dello stato passivo della BPI, atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che … e fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica per fare qualcosa per il Paese.”  G.A.



 Il 14 luglio, il giorno dei funerali. “Qualcuno si guarda intorno: nessun uomo politico, né lombardo né romano”, leggiamo dalla cronaca di Repubblica di allora. “Nessun sindacalista. Il prefetto non c’è. Insomma, niente personalità. E perché? In fondo l’avvocato Ambrosoli è stato assassinato mentre faceva il suo lavoro per la comunità: stava recuperando denaro alla collettività, era a tutti gli effetti un pubblico ufficiale”.

 La famiglia ai funerali

 RICORDARE GIORGIO AMBROSOLI

  

Mafia.Ambrosli libro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN LIBRO

 


GIULIO ANDREOTTI : “Come dicono a Roma, se l’andava cercando…”


IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI GIORGIO AMBROSOLI

Anna carissima,  è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d. r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perchÊ non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dÏ ogni colore e risma non tranquillizza affatto.
E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perchĂŠ per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.  
Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perchĂŠ tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perchĂŠ credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.
I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie.  
Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  
Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ]
Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perchĂŠ sei molto brava e perchĂŠ i ragazzi sono uno meglio dell’altro [… ]
SarĂ  per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarĂ  facile. ma – a parte l’assicurazione vita – Giorgio  (…)

  AUDIO


Giorgio Ambrosoli nel PERCORSO della LEGALITÀ al Parco Scalabrini di Cermenate

“Caro Ambrosoli porto l’esempio di suo padre Giorgio”, il biglietto al ristorante in memoria dell’eroe borghese   Mi scusi avvocato

 

 

 

Giorgio Ambrosoli, l’asse Milano-Palermo e i misteri del caso Sindona

 

La vicenda umana e professionale di Giorgio Ambrosoli rappresenta una delle testimonianze più limpide di etica della responsabilità e di fedeltà alle istituzioni della storia repubblicana. Nato a Milano il 17 ottobre 1933 in una famiglia della borghesia cittadina guidata dall’avvocato Omero Riccardo e da Piera Agostoni, Ambrosoli crebbe assimilando un profondo rispetto per la legalità. Dopo aver completato gli studi classici al Liceo Manzoni, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano nell’anno accademico 1952-53. Furono anni di formazione non solo accademica ma anche ideale, caratterizzati dalla sua militanza nell’Unione Monarchica Italiana, contesto in cui conobbe la futura moglie Anna Lorenza Goria, nota a tutti come Annalori, con cui si unì in matrimonio nel 1962 nella storica chiesa di San Babila e dalla quale ebbe tre figli: Francesca, Filippo e Umberto.

Laureatosi nel 1958 con una tesi dedicata al Consiglio Superiore della Magistratura, Ambrosoli intraprese la pratica forense presso lo studio dell’avvocato Cetti Serbelloni. La svolta specialistica avvenne nel 1964, quando fu chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana, un dissesto finanziario di notevole complessità tecnica sotto il controllo della Banca d’Italia. Fu in questa prolungata esperienza che l’avvocato milanese perfezionò le sue straordinarie qualità di investigatore societario, unendo a una precisione contabile implacabile un’intransigenza morale che lo rendeva alieno a compromessi o spartizioni di natura partitica. Questa reputazione spinse il Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, a individuare in lui la figura ideale per gestire una delle crisi più oscure e pericolose della finanza italiana: il collasso dell’impero di Michele Sindona.

Il crack della Banca Privata Italiana e la ragnatela finanziaria di Michele Sindona

Il 27 settembre 1974, con decreto del Ministero del Tesoro, venne disposta la liquidazione coatta amministrativa della Banca Privata Italiana. Lo stesso giorno, il Governatore Guido Carli nominò Giorgio Ambrosoli commissario liquidatore unico dell’istituto. La Banca Privata Italiana era nata appena due mesi prima, il 1° agosto 1974, dalla fusione tra la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione, entrambe controllate dal banchiere siciliano Michele Sindona. Nonostante i disperati tentativi di salvataggio attuati mediante prestiti erogati dal Banco di Roma per conto della Banca d’Italia, il patrimonio dell’istituto era stato interamente eroso da perdite colossali, sistematicamente occultate attraverso sofisticate irregolarità amministrative, falsi in bilancio ed esportazioni illecite di capitali verso paradisi fiscali e società estere collegate al gruppo, come la fiduciaria Fasco AG con sede in Liechtenstein.

Insediatosi nella sede milanese di via Arrigo Boito 10, Ambrosoli si trovò di fronte a una contabilità confusa, deliberatamente alterata per rendere incomprensibile la ricostruzione delle attività. Coadiuvato da esperti come Pino Gusmaroli e dai legali Tino e Pollini, il liquidatore scelse di non licenziare i 587 dipendenti dell’istituto, mossa strategica che gli garantì una preziosa collaborazione interna per decifrare i libri contabili, procedendo invece all’immediato allontanamento di 14 dirigenti colpiti da avvisi di reato. Giorno dopo giorno, Ambrosoli penetrò i meccanismi segreti del sistema sindoniano, scoprendo come la banca fosse stata utilizzata come una vera e propria cassaforte privata per finanziare la politica, la massoneria deviata e la criminalità organizzata siculo-americana.

L’aspetto più drammatico della liquidazione fu il progressivo isolamento in cui Ambrosoli venne a trovarsi. Egli si oppose fermamente ai tentativi di salvataggio “politici” caldeggiati da settori governativi vicini al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale premeva per una soluzione onerosa per le finanze pubbliche pur di coprire il dissesto e proteggere Sindona, all’epoca acclamato dallo stesso Andreotti come “salvatore della lira”. Ambrosoli respinse ogni accomodamento, esigendo l’applicazione rigorosa delle norme fallimentari.

Questo isolamento fu acuito dal durissimo attacco giudiziario sferrato contro gli unici alleati del liquidatore all’interno delle istituzioni finanziarie: il Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il capo della Vigilanza Mario Sarcinelli. Il 24 marzo 1979, la Procura di Roma, mossa da logiche esterne e influenzata dagli ambienti andreottiani, ordinò l’arresto di Sarcinelli e l’incriminazione di Baffi con accuse pretestuose di interesse privato e favoreggiamento, volte a punire l’intransigenza di Bankitalia verso i protetti del potere politico. Pur venendo pienamente prosciolti nel 1981, i due banchieri centrali furono temporaneamente neutralizzati, lasciando Ambrosoli privo di scudo istituzionale nel momento più delicato della sua inchiesta.

Le intimidazioni, il “picciotto” Giacomo Vitale e l’epistolario-testamento ad Annalori

Con l’approssimarsi del deposito dello stato passivo della banca e delle rogatorie internazionali avviate dai magistrati statunitensi sulla Franklin National Bank di Sindona, dichiarata fallita nel 1974, la pressione su Ambrosoli divenne asfissiante. A partire dal 1978, l’avvocato iniziò a ricevere telefonate intimidatorie da un misterioso interlocutore con accento siciliano, registrato nelle sue agende come il “picciotto”. Questo individuo venne successivamente identificato in Giacomo Vitale, un massone palermitano legato alla cosca mafiosa di Stefano Bontate. Le telefonate, inizialmente improntate a un tono paternalistico teso a convincere il liquidatore a desistere, culminarono il 12 gennaio 1979 in una esplicita minaccia di morte in cui Vitale gli disse: “Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più… perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto!“. Nonostante la gravità di tali minacce, registrate dallo stesso Ambrosoli e regolarmente denunciate alla Procura della Repubblica, lo Stato non gli concesse alcuna scorta o protezione fisica.

La lucida consapevolezza del pericolo indusse Giorgio Ambrosoli a redigere, già il 25 febbraio 1975, una straordinaria lettera-testamento indirizzata alla moglie Annalori, un documento che rappresenta un capolavoro di rigore etico e devozione civile. Consapevole che il deposito dello stato passivo avrebbe scontentato poteri formidabili, l’avvocato scrisse: “Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto… Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa“.

Nella missiva, Ambrosoli rivendicò la scelta di servire lo Stato al di fuori delle fazioni partitiche, osservando: “A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito… e ho sempre operato, ne ho la piena coscienza, solo nell’interesse del paese“. Dedicò parole toccanti ai figli, invitandoli a crescere forti e ad affrontare la vita con dignità, concludendo con un affettuoso incoraggiamento alla moglie: “Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi“. Il testo riflette non solo un intimo presagio di morte, ma la ferma determinazione di un uomo che scelse quotidianamente di non abdicare alla propria dignità professionale e morale.

La notte di via Morozzo della Rocca: la dinamica dell’esecuzione e il profilo del killer

La sera dell’11 luglio 1979 si consumò il tragico epilogo di questa strenua resistenza civile. Ambrosoli, dopo aver cenato all’aperto e trascorso la serata con alcuni amici d’infanzia, rientrò a casa intorno alla mezzanotte. Giunto dinanzi al portone d’ingresso del condominio di via Morozzo della Rocca 1, dove risiedeva con la famiglia, fu avvicinato da uno sconosciuto sceso da una Fiat 127 rossa. La mattina stessa, il killer aveva noleggiato la vettura, targata Roma T42711, per effettuare i sopralluoghi decisivi. L’uomo richiamò l’attenzione del liquidatore dicendo in italiano: “Il signor Ambrosoli?“. Alla risposta affermativa dell’avvocato, lo sconosciuto pronunciò la raggelante frase: “Mi scusi, signor Ambrosoli“, esplodendo immediatamente dopo tre colpi di pistola calibro .357 Magnum al torace. Il liquidatore si accasciò al suolo sul passo carraio dell’abitazione, morendo pochi istanti dopo, a meno di quarantasei anni compiuti.

Le indagini accertarono che l’esecutore materiale dell’omicidio era William Joseph Aricò, un malavitoso italo-americano noto nel panorama criminale d’oltreoceano come “Bill the Terminator”. Il soprannome derivava dal fatto che, da giovane, Aricò vendeva porta a porta pillole al cianuro per la derattizzazione degli appartamenti. Il killer era stato assoldato direttamente da Michele Sindona attraverso la mediazione di Robert Venetucci, un trafficante di eroina legato a Cosa Nostra americana e compagno di cella di Aricò nel penitenziario di Lewisburg.

Per l’esecuzione del delitto, Sindona riconobbe ad Aricò un compenso di 115.000 dollari complessivi, ripartiti in 25.000 dollari in contanti e 90.000 dollari depositati tramite bonifico su un conto bancario svizzero. I pedinamenti preparatori a Milano erano stati condotti da Aricò con il supporto logistico dello stesso Giacomo Vitale. Di estremo interesse investigativo fu il ritrovamento, tra gli effetti personali del killer, di un’agenda e di un memorandum dell’Hotel Splendido di Milano contenenti gli indirizzi privati e i recapiti telefonici di Enrico Cuccia, all’epoca dominus di Mediobanca, annotati come “Enrico Cuccia – 2 v. Maggiolini – tel. 700606” e “Mediobanca 88291”.

L’asse Milano-Palermo: i destini incrociati di Ambrosoli e Giorgio Boris Giuliano

La tragica fine di Giorgio Ambrosoli si connette in modo indissolubile a quella del Vicequestore Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, assassinato da Leoluca Bagarella il 21 luglio 1979, appena dieci giorni dopo il delitto di via Morozzo della Rocca. Giuliano, investigatore dotato di straordinario intuito e formato presso l’Accademia dell’FBI in Virginia, stava conducendo indagini pionieristiche sul traffico internazionale di eroina gestito dal clan Bontate-Badalamenti-Spatola e sui relativi canali di riciclaggio finanziario tra la Sicilia e gli Stati Uniti.

Il punto di convergenza tra le due inchieste si produsse a seguito del rinvenimento, sul cadavere del capomafia di Riesi Giuseppe Di Cristina, ucciso a Palermo nel maggio 1978, di alcuni assegni bancari. Le indagini di Giuliano dimostrarono che tali assegni, firmati dall’usuraio romano Domenico Balducci (esponente della banda della Magliana), facevano capo a un libretto del Banco di Napoli intestato a un nome di fantasia, utilizzato direttamente da Michele Sindona per le sue transazioni occulte. Questo riscontro documentale svelò la saldatura finanziaria tra i proventi del mercato globale degli stupefacenti controllato dalle famiglie mafiose e l’impero bancario sindoniano, confermando che le banche svizzere del finanziere siciliano fungevano da canali privilegiati di riciclaggio per la criminalità organizzata.

Per incrociare questi dati e definire un fronte investigativo comune, GiorgioBoris Giuliano si recò a Milano nei primi giorni di luglio del 1979 per incontrare Giorgio Ambrosoli presso il suo studio professionale. L’effettivo svolgimento di questo incontro segreto, a lungo contestato dagli apparati difensivi e da settori deviati dello Stato, è supportato da prove testimoniali certificate e sentenze giudiziarie. La conferma diretta venne fornita da Orlando Gotelli, ex maresciallo della Guardia di Finanza in pensione e stretto collaboratore del liquidatore milanese. Gotelli, dopo aver inizialmente negato l’episodio per comprensibili ragioni di sicurezza personale, ne ammise l’esistenza dieci anni dopo in un memoriale inviato al giudice Giovanni Falcone, descrivendo visivamente il poliziotto palermitano che entrava nell’ufficio di Ambrosoli: “Era lui ne sono certo, era stempiato e aveva baffetti“.

La veridicità di questo incontro fu ulteriormente corroborata da riscontri esterni indubitabili, tra cui la testimonianza dell’avvocato Giuseppe Melzi, legale rappresentante dei piccoli azionisti e dei creditori del crack della Banca Privata Italiana, al quale Gotelli aveva confidato l’evento nell’immediatezza dei fatti, e le dichiarazioni di Charles Tripodi, agente americano della DEA che collaborava attivamente con Giuliano e che aveva appreso dello spostamento a Milano direttamente dal capo della Squadra Mobile di Palermo. La rilevanza processuale dell’episodio emerse con forza nel giudizio d’appello a carico dell’ex superpoliziotto Bruno Contrada, dove la difesa contestò aspramente la circostanza dell’incontro nel tentativo di recidere il nesso causale che univa i due omicidi all’azione di contrasto al sistema criminale-finanziario di Sindona.

L’iter investigativo e processuale: dalla scoperta della Loggia P2 al cianuro di Voghera

La ricerca della verità sull’omicidio Ambrosoli e sulle coperture eccellenti di Michele Sindona subì una accelerazione fondamentale il 17 marzo 1981, nel corso delle indagini condotte dai magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo sul finto rapimento del banchiere, inscenato tra l’agosto e l’ottobre del 1979 con la complicità del medico massone Joseph Miceli Crimi, il quale giunse a sparargli a una gamba sotto anestesia per rendere credibile il sequestro da parte di fantomatici gruppi eversivi. Durante le perquisizioni disposte presso la fabbrica Giole di Castiglion Fibocchi, di proprietà di Licio Gelli, gli inquirenti rinvennero gli elenchi dei membri della loggia massonica segreta Propaganda Due (P2).

La scoperta rivelò come Sindona fosse organicamente inserito in un sistema di potere occulto e parastatale che includeva ministri, parlamentari, magistrati, banchieri e alti ufficiali dei servizi segreti, spiegando le ragioni del prolungato ostruzionismo istituzionale che aveva ostacolato l’azione di Ambrosoli e l’accertamento della verità sul delitto.

La giustizia italiana riuscì a completare il proprio corso processuale con sentenze definitive di condanna. Il 16 marzo 1985, Michele Sindona venne condannato dal Tribunale di Milano a 12 anni di reclusione per il reato di bancarotta fraudolenta legata al crack della Banca Privata Italiana, con l’obbligo di rifondere immediatamente una provvisionale di due miliardi di lire ai creditori. Il 18 marzo 1986, la Corte d’Assise di Milano pronunciò la sentenza di condanna all’ergastolo nei confronti del banchiere, individuato come il mandante supremo dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. La stessa pena dell’ergastolo fu comminata, con sentenza definitiva confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano il 5 marzo 1987, al complice statunitense Robert Venetucci per il ruolo di intermediazione logistica nella pianificazione del delitto.

L’esecutore materiale, William Joseph Aricò, non comparve mai dinanzi ai giudici italiani poiché morì il 19 febbraio 1984, precipitando nel vuoto dal Metropolitan Correctional Center di Manhattan nel tentativo di evadere utilizzando lenzuola annodate, in circostanze che molti osservatori ritennero sospette. La vicenda giudiziaria si chiuse in modo tombale il 22 marzo 1986 quando lo stesso Michele Sindona, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Voghera, morì avvelenato dopo aver ingerito un caffè al cianuro di potassio. Nonostante le indagini della magistratura si fossero concluse archiviando il caso come suicidio, rimasero irrisolti numerosi interrogativi sulla provenienza del veleno e sulla possibilità che il banchiere fosse stato indotto al silenzio definitivo per tutelare i segreti della classe politica e finanziaria della Prima Repubblica.

La memoria negata e il riscatto civile della figura di Ambrosoli 

Il comportamento della classe politica italiana nell’immediatezza del sacrificio di Giorgio Ambrosoli rappresentò una delle pagine più dolorose del dopoguerra. Ai funerali dell’avvocato, celebrati il 14 luglio 1979 nella chiesa milanese di San Vittore, non prese parte alcuna autorità pubblica di governo, ad eccezione del solo Paolo Baffi e di una rappresentanza di magistrati milanesi, a testimonianza di una glaciale presa di distanza che continuò a circondare la figura del liquidatore anche dopo la morte.

L’ostracismo della politica emerse con brutale evidenza nelle parole pronunciate da Giulio Andreotti, il quale, intervistato nel settembre 2010 per la trasmissione televisiva La storia siamo noi, affermò con disarmante impudenza che Ambrosoli fosse “una persona che in termini romaneschi ‘se l’andava cercando’“. Questa espressione, mirante a far passare per incoscienza temeraria quello che era stato invece un lucido e coerente adempimento del proprio dovere costituzionale, suscitò la ferma reazione di Annalori e della società civile, impegnate nel restituire dignità storica al sacrificio del professionista.

Il definitivo riscatto della memoria di Giorgio Ambrosoli fu avviato nel 1999, quando il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferì alla sua memoria la Medaglia d’Oro al valor civile, riconoscendolo come “splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all’estremo sacrificio“. Negli anni successivi, la figura del liquidatore è divenuta un simbolo imprescindibile della lotta all’illegalità finanziaria e mafiosa, celebrata in decine di intitolazioni di strade, piazze, aule universitarie e presidi dell’associazione Libera.

Il libro di memorie scritto dal figlio Umberto Ambrosoli, intitolato Qualunque cosa succeda, ha offerto un contributo fondamentale per diffondere nelle scuole e tra le giovani generazioni l’esempio di un uomo che, in una solitudine interrotta solo dagli affetti familiari, scelse di fare il proprio dovere fino in fondo, dimostrando che la responsabilità civile costituisce l’unico vero argine contro la deriva criminale dello Stato. Questa necessità di tramandare il ricordo fu richiamata con efficacia anche dal figlio di Boris Giuliano, Alessandro, che ricordando il destino comune dei loro padri affermò che le nuove generazioni rimangono i soli depositari di una memoria civile che le istituzioni del tempo avevano colpevolmente tentato di dimenticare.

Roberto Greco

 

 


A Giorgio Ambrosoli sono intitolati:

  • l’Associazione Civile Giorgio Ambrosoli, con sede a Milano, che promuove la Giornata della VirtĂš Civile;
  • l’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, che tramanda l’esempio dell’Avvocato con iniziative culturali di stampo giuridico e sociale e cui si deve l’intitolazione di “Largo Giorgio Ambrosoli” a due piazze: la prima, nel centrale quartiere Torrione, in Salerno; la seconda, proprio alle spalle dell’importante ed altrettanto centrale Chiesa di S. Bartolomeo, in Eboli;
  • l’Istituto Secondario Superiore in Viale della Primavera 207, Centocelle, (Roma);
  • la Scuola Primaria Statale in Via di Mantignano 154 Firenze
  • la Scuola Media Statale in Via Bellini Vincenzo 106, Vicenza[21];
  • la Scuola Media Statale di Tromello;
  • la Scuola di Formazione Forense della FacoltĂ  di Giurisprudenza della UniversitĂ  degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” (Alessandria);
  • l’Istituto Professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato di Codogno;
  • l’aula 311 di via Festa del Perdono dell’UniversitĂ  degli Studi di Milano;
  • un’aula d’udienza del Tribunale di Vallo della Lucania;
  • l’aula delle udienze penali del Tribunale di Trento (dedicata a Fulvio Croce e Giorgio Ambrosoli)
  • l’aula 14 delle udienze (spesso dedicata alle procedure fallimentari) del Tribunale di Ravenna[22]
  • l’aula magna del Liceo Scientifico e Classico Ettore Majorana di Desio;
  • la biblioteca dell’Ordine degli Avvocati di Milano;
  • il parco dinanzi alla entrata del palazzo di Giustizia di Arezzo;
  • un premio di laurea assegnato dal Comune di Milano;
  • una targa commemorativa nell’aula magna del Liceo classico Manzoni di Milano;
  • il presidio di “Libera” di Verbania;
  • il presidio di “Libera” di Arese.
  • il Centro Studi Sociali contro le mafie “Progetto San Francesco” di Cermenate (Co)

 

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