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La sede di Cermenate (CO) del Centro Studi Sociali contro le mafie â Progetto San Francesco, in un immobile confiscato alla ândrangheta, inaugurata il 7 maggio 2011, è stata intitolata allâavvocato Giorgio Ambrosoli
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Immagini dellâ inaugurazione
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â⌠sono pronto per il deposito dello stato passivo della BPI, atto che ovviamente non soddisferĂ molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perchĂŠ non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che ⌠e fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. à indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo lâincarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perchĂŠ per me è stata unâoccasione unica per fare qualcosa per il Paese.â G.A.
- Una storia sempre attuale
- Omicidio di Ambrosoli raccontato da Sindona
- Le telefonate del killer
- Il Caso Ambrosoli
- Biografia di Giorgio Ambrosoli
- altre biografie di Giorgio Ambrosoli
- Grandi italiani
- Associazione Civile Giorgio Ambrosoli
- Il ricordo del figlio Umberto
- Le telefonate minatorieÂ
- Un uomo lasciato solo
- Umberto Ambrosoli alla Biblioteca Paolo Borsellino di Como
- Sindona racconta a Biagi sulla morte di Ambrosoli
- Giorgio Amrosoli e Michele SindonaÂ
 Il 14 luglio, il giorno dei funerali. âQualcuno si guarda intorno: nessun uomo politico, nĂŠ lombardo nĂŠ romanoâ, leggiamo dalla cronaca di Repubblica di allora. âNessun sindacalista. Il prefetto non câè. Insomma, niente personalitĂ . E perchĂŠ? In fondo lâavvocato Ambrosoli è stato assassinato mentre faceva il suo lavoro per la comunitĂ : stava recuperando denaro alla collettivitĂ , era a tutti gli effetti un pubblico ufficialeâ.
 La famiglia ai funerali
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GIULIO ANDREOTTIÂ : “Come dicono a Roma, se l’andava cercando…”
IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI GIORGIO AMBROSOLI
Anna carissima,  è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d. r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perchÊ non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dÏ ogni colore e risma non tranquillizza affatto.
Eâ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perchĂŠ per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Â
Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perchĂŠ tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perchĂŠ credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.
I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Â
Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Â
Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ]
Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perchĂŠ sei molto brava e perchĂŠ i ragazzi sono uno meglio dell’altro [… ]
SarĂ per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarĂ facile. ma – a parte l’assicurazione vita â Giorgio  (âŚ)
 AUDIO
Giorgio Ambrosoli nel PERCORSO della LEGALITĂ al Parco Scalabrini di Cermenate

“Caro Ambrosoli porto l’esempio di suo padre Giorgio”, il biglietto al ristorante in memoria dell’eroe borghese  Mi scusi avvocato…
 
- IL CASO AMBROSOLI di Gherardo Colombo
- QUALUNQUE COSA SUCCEDA presentazione del libro di Umberto Ambrosoli

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Giorgio Ambrosoli, lâasse Milano-Palermo e i misteri del caso Sindona
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Laureatosi nel 1958 con una tesi dedicata al Consiglio Superiore della Magistratura, Ambrosoli intraprese la pratica forense presso lo studio dellâavvocato Cetti Serbelloni. La svolta specialistica avvenne nel 1964, quando fu chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della SocietĂ Finanziaria Italiana, un dissesto finanziario di notevole complessitĂ tecnica sotto il controllo della Banca dâItalia. Fu in questa prolungata esperienza che lâavvocato milanese perfezionò le sue straordinarie qualitĂ di investigatore societario, unendo a una precisione contabile implacabile unâintransigenza morale che lo rendeva alieno a compromessi o spartizioni di natura partitica. Questa reputazione spinse il Governatore della Banca dâItalia, Guido Carli, a individuare in lui la figura ideale per gestire una delle crisi piĂš oscure e pericolose della finanza italiana: il collasso dellâimpero di Michele Sindona.
Il crack della Banca Privata Italiana e la ragnatela finanziaria di Michele Sindona
Il 27 settembre 1974, con decreto del Ministero del Tesoro, venne disposta la liquidazione coatta amministrativa della Banca Privata Italiana. Lo stesso giorno, il Governatore Guido Carli nominò Giorgio Ambrosoli commissario liquidatore unico dellâistituto. La Banca Privata Italiana era nata appena due mesi prima, il 1° agosto 1974, dalla fusione tra la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione, entrambe controllate dal banchiere siciliano Michele Sindona. Nonostante i disperati tentativi di salvataggio attuati mediante prestiti erogati dal Banco di Roma per conto della Banca dâItalia, il patrimonio dellâistituto era stato interamente eroso da perdite colossali, sistematicamente occultate attraverso sofisticate irregolaritĂ amministrative, falsi in bilancio ed esportazioni illecite di capitali verso paradisi fiscali e societĂ estere collegate al gruppo, come la fiduciaria Fasco AG con sede in Liechtenstein.
Insediatosi nella sede milanese di via Arrigo Boito 10, Ambrosoli si trovò di fronte a una contabilitĂ confusa, deliberatamente alterata per rendere incomprensibile la ricostruzione delle attivitĂ . Coadiuvato da esperti come Pino Gusmaroli e dai legali Tino e Pollini, il liquidatore scelse di non licenziare i 587 dipendenti dellâistituto, mossa strategica che gli garantĂŹ una preziosa collaborazione interna per decifrare i libri contabili, procedendo invece allâimmediato allontanamento di 14 dirigenti colpiti da avvisi di reato. Giorno dopo giorno, Ambrosoli penetrò i meccanismi segreti del sistema sindoniano, scoprendo come la banca fosse stata utilizzata come una vera e propria cassaforte privata per finanziare la politica, la massoneria deviata e la criminalitĂ organizzata siculo-americana.
Lâaspetto piĂš drammatico della liquidazione fu il progressivo isolamento in cui Ambrosoli venne a trovarsi. Egli si oppose fermamente ai tentativi di salvataggio âpoliticiâ caldeggiati da settori governativi vicini al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale premeva per una soluzione onerosa per le finanze pubbliche pur di coprire il dissesto e proteggere Sindona, allâepoca acclamato dallo stesso Andreotti come âsalvatore della liraâ. Ambrosoli respinse ogni accomodamento, esigendo lâapplicazione rigorosa delle norme fallimentari.
Questo isolamento fu acuito dal durissimo attacco giudiziario sferrato contro gli unici alleati del liquidatore allâinterno delle istituzioni finanziarie: il Governatore della Banca dâItalia Paolo Baffi e il capo della Vigilanza Mario Sarcinelli. Il 24 marzo 1979, la Procura di Roma, mossa da logiche esterne e influenzata dagli ambienti andreottiani, ordinò lâarresto di Sarcinelli e lâincriminazione di Baffi con accuse pretestuose di interesse privato e favoreggiamento, volte a punire lâintransigenza di Bankitalia verso i protetti del potere politico. Pur venendo pienamente prosciolti nel 1981, i due banchieri centrali furono temporaneamente neutralizzati, lasciando Ambrosoli privo di scudo istituzionale nel momento piĂš delicato della sua inchiesta.
Le intimidazioni, il âpicciottoâ Giacomo Vitale e lâepistolario-testamento ad Annalori
Con lâapprossimarsi del deposito dello stato passivo della banca e delle rogatorie internazionali avviate dai magistrati statunitensi sulla Franklin National Bank di Sindona, dichiarata fallita nel 1974, la pressione su Ambrosoli divenne asfissiante. A partire dal 1978, lâavvocato iniziò a ricevere telefonate intimidatorie da un misterioso interlocutore con accento siciliano, registrato nelle sue agende come il âpicciottoâ. Questo individuo venne successivamente identificato in Giacomo Vitale, un massone palermitano legato alla cosca mafiosa di Stefano Bontate. Le telefonate, inizialmente improntate a un tono paternalistico teso a convincere il liquidatore a desistere, culminarono il 12 gennaio 1979 in una esplicita minaccia di morte in cui Vitale gli disse: âIo la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo piÚ⌠perchĂŠ lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto!â. Nonostante la gravitĂ di tali minacce, registrate dallo stesso Ambrosoli e regolarmente denunciate alla Procura della Repubblica, lo Stato non gli concesse alcuna scorta o protezione fisica.
La lucida consapevolezza del pericolo indusse Giorgio Ambrosoli a redigere, giĂ il 25 febbraio 1975, una straordinaria lettera-testamento indirizzata alla moglie Annalori, un documento che rappresenta un capolavoro di rigore etico e devozione civile. Consapevole che il deposito dello stato passivo avrebbe scontentato poteri formidabili, lâavvocato scrisse: âQualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto⌠Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europaâ.
Nella missiva, Ambrosoli rivendicò la scelta di servire lo Stato al di fuori delle fazioni partitiche, osservando: âA quarantâanni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito⌠e ho sempre operato, ne ho la piena coscienza, solo nellâinteresse del paeseâ. Dedicò parole toccanti ai figli, invitandoli a crescere forti e ad affrontare la vita con dignitĂ , concludendo con un affettuoso incoraggiamento alla moglie: âSarĂ per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costiâ. Il testo riflette non solo un intimo presagio di morte, ma la ferma determinazione di un uomo che scelse quotidianamente di non abdicare alla propria dignitĂ professionale e morale.
La notte di via Morozzo della Rocca: la dinamica dellâesecuzione e il profilo del killer
La sera dellâ11 luglio 1979 si consumò il tragico epilogo di questa strenua resistenza civile. Ambrosoli, dopo aver cenato allâaperto e trascorso la serata con alcuni amici dâinfanzia, rientrò a casa intorno alla mezzanotte. Giunto dinanzi al portone dâingresso del condominio di via Morozzo della Rocca 1, dove risiedeva con la famiglia, fu avvicinato da uno sconosciuto sceso da una Fiat 127 rossa. La mattina stessa, il killer aveva noleggiato la vettura, targata Roma T42711, per effettuare i sopralluoghi decisivi. Lâuomo richiamò lâattenzione del liquidatore dicendo in italiano: âIl signor Ambrosoli?â. Alla risposta affermativa dellâavvocato, lo sconosciuto pronunciò la raggelante frase: âMi scusi, signor Ambrosoliâ, esplodendo immediatamente dopo tre colpi di pistola calibro .357 Magnum al torace. Il liquidatore si accasciò al suolo sul passo carraio dellâabitazione, morendo pochi istanti dopo, a meno di quarantasei anni compiuti.
Le indagini accertarono che lâesecutore materiale dellâomicidio era William Joseph Aricò, un malavitoso italo-americano noto nel panorama criminale dâoltreoceano come âBill the Terminatorâ. Il soprannome derivava dal fatto che, da giovane, Aricò vendeva porta a porta pillole al cianuro per la derattizzazione degli appartamenti. Il killer era stato assoldato direttamente da Michele Sindona attraverso la mediazione di Robert Venetucci, un trafficante di eroina legato a Cosa Nostra americana e compagno di cella di Aricò nel penitenziario di Lewisburg.
Per lâesecuzione del delitto, Sindona riconobbe ad Aricò un compenso di 115.000 dollari complessivi, ripartiti in 25.000 dollari in contanti e 90.000 dollari depositati tramite bonifico su un conto bancario svizzero. I pedinamenti preparatori a Milano erano stati condotti da Aricò con il supporto logistico dello stesso Giacomo Vitale. Di estremo interesse investigativo fu il ritrovamento, tra gli effetti personali del killer, di unâagenda e di un memorandum dellâHotel Splendido di Milano contenenti gli indirizzi privati e i recapiti telefonici di Enrico Cuccia, allâepoca dominus di Mediobanca, annotati come âEnrico Cuccia â 2 v. Maggiolini â tel. 700606â e âMediobanca 88291â.
Lâasse Milano-Palermo: i destini incrociati di Ambrosoli e Giorgio Boris Giuliano
La tragica fine di Giorgio Ambrosoli si connette in modo indissolubile a quella del Vicequestore Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, assassinato da Leoluca Bagarella il 21 luglio 1979, appena dieci giorni dopo il delitto di via Morozzo della Rocca. Giuliano, investigatore dotato di straordinario intuito e formato presso lâAccademia dellâFBI in Virginia, stava conducendo indagini pionieristiche sul traffico internazionale di eroina gestito dal clan Bontate-Badalamenti-Spatola e sui relativi canali di riciclaggio finanziario tra la Sicilia e gli Stati Uniti.
Il punto di convergenza tra le due inchieste si produsse a seguito del rinvenimento, sul cadavere del capomafia di Riesi Giuseppe Di Cristina, ucciso a Palermo nel maggio 1978, di alcuni assegni bancari. Le indagini di Giuliano dimostrarono che tali assegni, firmati dallâusuraio romano Domenico Balducci (esponente della banda della Magliana), facevano capo a un libretto del Banco di Napoli intestato a un nome di fantasia, utilizzato direttamente da Michele Sindona per le sue transazioni occulte. Questo riscontro documentale svelò la saldatura finanziaria tra i proventi del mercato globale degli stupefacenti controllato dalle famiglie mafiose e lâimpero bancario sindoniano, confermando che le banche svizzere del finanziere siciliano fungevano da canali privilegiati di riciclaggio per la criminalitĂ organizzata.
Per incrociare questi dati e definire un fronte investigativo comune, GiorgioBoris Giuliano si recò a Milano nei primi giorni di luglio del 1979 per incontrare Giorgio Ambrosoli presso il suo studio professionale. Lâeffettivo svolgimento di questo incontro segreto, a lungo contestato dagli apparati difensivi e da settori deviati dello Stato, è supportato da prove testimoniali certificate e sentenze giudiziarie. La conferma diretta venne fornita da Orlando Gotelli, ex maresciallo della Guardia di Finanza in pensione e stretto collaboratore del liquidatore milanese. Gotelli, dopo aver inizialmente negato lâepisodio per comprensibili ragioni di sicurezza personale, ne ammise lâesistenza dieci anni dopo in un memoriale inviato al giudice Giovanni Falcone, descrivendo visivamente il poliziotto palermitano che entrava nellâufficio di Ambrosoli: âEra lui ne sono certo, era stempiato e aveva baffettiâ.
La veridicitĂ di questo incontro fu ulteriormente corroborata da riscontri esterni indubitabili, tra cui la testimonianza dellâavvocato Giuseppe Melzi, legale rappresentante dei piccoli azionisti e dei creditori del crack della Banca Privata Italiana, al quale Gotelli aveva confidato lâevento nellâimmediatezza dei fatti, e le dichiarazioni di Charles Tripodi, agente americano della DEA che collaborava attivamente con Giuliano e che aveva appreso dello spostamento a Milano direttamente dal capo della Squadra Mobile di Palermo. La rilevanza processuale dellâepisodio emerse con forza nel giudizio dâappello a carico dellâex superpoliziotto Bruno Contrada, dove la difesa contestò aspramente la circostanza dellâincontro nel tentativo di recidere il nesso causale che univa i due omicidi allâazione di contrasto al sistema criminale-finanziario di Sindona.
Lâiter investigativo e processuale: dalla scoperta della Loggia P2 al cianuro di Voghera
La ricerca della veritĂ sullâomicidio Ambrosoli e sulle coperture eccellenti di Michele Sindona subĂŹ una accelerazione fondamentale il 17 marzo 1981, nel corso delle indagini condotte dai magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo sul finto rapimento del banchiere, inscenato tra lâagosto e lâottobre del 1979 con la complicitĂ del medico massone Joseph Miceli Crimi, il quale giunse a sparargli a una gamba sotto anestesia per rendere credibile il sequestro da parte di fantomatici gruppi eversivi. Durante le perquisizioni disposte presso la fabbrica Giole di Castiglion Fibocchi, di proprietĂ di Licio Gelli, gli inquirenti rinvennero gli elenchi dei membri della loggia massonica segreta Propaganda Due (P2).
La scoperta rivelò come Sindona fosse organicamente inserito in un sistema di potere occulto e parastatale che includeva ministri, parlamentari, magistrati, banchieri e alti ufficiali dei servizi segreti, spiegando le ragioni del prolungato ostruzionismo istituzionale che aveva ostacolato lâazione di Ambrosoli e lâaccertamento della veritĂ sul delitto.
La giustizia italiana riuscĂŹ a completare il proprio corso processuale con sentenze definitive di condanna. Il 16 marzo 1985, Michele Sindona venne condannato dal Tribunale di Milano a 12 anni di reclusione per il reato di bancarotta fraudolenta legata al crack della Banca Privata Italiana, con lâobbligo di rifondere immediatamente una provvisionale di due miliardi di lire ai creditori. Il 18 marzo 1986, la Corte dâAssise di Milano pronunciò la sentenza di condanna allâergastolo nei confronti del banchiere, individuato come il mandante supremo dellâomicidio di Giorgio Ambrosoli. La stessa pena dellâergastolo fu comminata, con sentenza definitiva confermata dalla Corte dâAssise dâAppello di Milano il 5 marzo 1987, al complice statunitense Robert Venetucci per il ruolo di intermediazione logistica nella pianificazione del delitto.
Lâesecutore materiale, William Joseph Aricò, non comparve mai dinanzi ai giudici italiani poichĂŠ morĂŹ il 19 febbraio 1984, precipitando nel vuoto dal Metropolitan Correctional Center di Manhattan nel tentativo di evadere utilizzando lenzuola annodate, in circostanze che molti osservatori ritennero sospette. La vicenda giudiziaria si chiuse in modo tombale il 22 marzo 1986 quando lo stesso Michele Sindona, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Voghera, morĂŹ avvelenato dopo aver ingerito un caffè al cianuro di potassio. Nonostante le indagini della magistratura si fossero concluse archiviando il caso come suicidio, rimasero irrisolti numerosi interrogativi sulla provenienza del veleno e sulla possibilitĂ che il banchiere fosse stato indotto al silenzio definitivo per tutelare i segreti della classe politica e finanziaria della Prima Repubblica.
La memoria negata e il riscatto civile della figura di AmbrosoliÂ
Il comportamento della classe politica italiana nellâimmediatezza del sacrificio di Giorgio Ambrosoli rappresentò una delle pagine piĂš dolorose del dopoguerra. Ai funerali dellâavvocato, celebrati il 14 luglio 1979 nella chiesa milanese di San Vittore, non prese parte alcuna autoritĂ pubblica di governo, ad eccezione del solo Paolo Baffi e di una rappresentanza di magistrati milanesi, a testimonianza di una glaciale presa di distanza che continuò a circondare la figura del liquidatore anche dopo la morte.
Lâostracismo della politica emerse con brutale evidenza nelle parole pronunciate da Giulio Andreotti, il quale, intervistato nel settembre 2010 per la trasmissione televisiva La storia siamo noi, affermò con disarmante impudenza che Ambrosoli fosse âuna persona che in termini romaneschi âse lâandava cercandoââ. Questa espressione, mirante a far passare per incoscienza temeraria quello che era stato invece un lucido e coerente adempimento del proprio dovere costituzionale, suscitò la ferma reazione di Annalori e della societĂ civile, impegnate nel restituire dignitĂ storica al sacrificio del professionista.
Il definitivo riscatto della memoria di Giorgio Ambrosoli fu avviato nel 1999, quando il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferĂŹ alla sua memoria la Medaglia dâOro al valor civile, riconoscendolo come âsplendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integritĂ morale, spinti sino allâestremo sacrificioâ. Negli anni successivi, la figura del liquidatore è divenuta un simbolo imprescindibile della lotta allâillegalitĂ finanziaria e mafiosa, celebrata in decine di intitolazioni di strade, piazze, aule universitarie e presidi dellâassociazione Libera.
Il libro di memorie scritto dal figlio Umberto Ambrosoli, intitolato Qualunque cosa succeda, ha offerto un contributo fondamentale per diffondere nelle scuole e tra le giovani generazioni lâesempio di un uomo che, in una solitudine interrotta solo dagli affetti familiari, scelse di fare il proprio dovere fino in fondo, dimostrando che la responsabilitĂ civile costituisce lâunico vero argine contro la deriva criminale dello Stato. Questa necessitĂ di tramandare il ricordo fu richiamata con efficacia anche dal figlio di Boris Giuliano, Alessandro, che ricordando il destino comune dei loro padri affermò che le nuove generazioni rimangono i soli depositari di una memoria civile che le istituzioni del tempo avevano colpevolmente tentato di dimenticare.
Roberto Greco
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A Giorgio Ambrosoli sono intitolati:
- l’Associazione Civile Giorgio Ambrosoli, con sede a Milano, che promuove la Giornata della VirtĂš Civile;
- l’Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno, che tramanda l’esempio dell’Avvocato con iniziative culturali di stampo giuridico e sociale e cui si deve l’intitolazione di “Largo Giorgio Ambrosoli” a due piazze: la prima, nel centrale quartiere Torrione, in Salerno; la seconda, proprio alle spalle dell’importante ed altrettanto centrale Chiesa di S. Bartolomeo, in Eboli;
- l’Istituto Secondario Superiore in Viale della Primavera 207, Centocelle, (Roma);
- la Scuola Primaria Statale in Via di Mantignano 154Â Firenze
- la Scuola Media Statale in Via Bellini Vincenzo 106, Vicenza[21];
- la Scuola Media Statale di Tromello;
- la Scuola di Formazione Forense della FacoltĂ di Giurisprudenza della UniversitĂ degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” (Alessandria);
- l’Istituto Professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato di Codogno;
- l’aula 311 di via Festa del Perdono dell’UniversitĂ degli Studi di Milano;
- un’aula d’udienza del Tribunale di Vallo della Lucania;
- l’aula delle udienze penali del Tribunale di Trento (dedicata a Fulvio Croce e Giorgio Ambrosoli)
- l’aula 14 delle udienze (spesso dedicata alle procedure fallimentari) del Tribunale di Ravenna[22]
- l’aula magna del Liceo Scientifico e Classico Ettore Majorana di Desio;
- la biblioteca dell’Ordine degli Avvocati di Milano;
- il parco dinanzi alla entrata del palazzo di Giustizia di Arezzo;
- un premio di laurea assegnato dal Comune di Milano;
- una targa commemorativa nell’aula magna del Liceo classico Manzoni di Milano;
- il presidio di “Libera” di Verbania;
- il presidio di “Libera” di Arese.
- il Centro Studi Sociali contro le mafie “Progetto San Francesco” di Cermenate (Co)
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