di Alessandro Cucciolla
«Dire che Falcone e Borsellino sono stati uccisi dai neofascisti, significa fondamentalmente attribuire a questi due grandi magistrati la patente di incompetenti, di gente che ha cercato di combattere un nemico, che non era quello che loro stavano combattendo».
Le parole dell’avvocato Fabio Trizzino — legale della famiglia Borsellino e marito di Lucia, la figlia del magistrato ucciso in via D’Amelio — risuonano come una sferzata gelida nel dibattito pubblico. Pronunciate durante l’incontro “L’estate che cambiò Palermo”, a ridosso delle commemorazioni della strage del 19 luglio 1992, aprono una ferita profonda. Non solo sulla memoria storica di questo Paese, ma sul ruolo stesso del giornalismo e dell’informazione.
Trizzino aggiunge un dettaglio documentale inoppugnabile: «Se voi guardate tutti i loro interventi, all’interno dell’Associazione nazionale magistrati, nelle scuole di magistratura, ovunque, non c’è un solo riferimento al terrorismo di destra o di sinistra».
Falcone e Borsellino non stavano inseguendo fantasmi ideologici neri o rossi; stavano decapitando la struttura militare ed economico-finanziaria di Cosa Nostra.
Cosa resta, oggi, di quella lezione? E perché l’informazione ha il dovere morale e professionale di continuare a cercare la verità, camminando al fianco dei figli di Paolo Borsellino?
1. Il Rischio della “Comodità Ideologica”
Spostare l’asse delle stragi del ’92 esclusivamente sulla matrice neofascista o sul “terrorismo nero” rischia di produrre un effetto paradossale e pericoloso: deresponsabilizzare la mafia e, di riflesso, quella parte di istituzioni che con la mafia ha dialogato o ha finto di non vedere.
Se si riduce via D’Amelio a una propaggine della strategia della tensione degli anni ’70, si commette un torto imperdonabile all’intelligenza investigativa di Borsellino.
Significa dire che il capo della Procura di Marsala e l’anima del Pool Antimafia non avevano capito chi fosse il loro carnefice. Significa, come dice Trizzino, dare loro la “patente di incompetenti”.
L’informazione ha il dovere di respingere le letture bidimensionali. La mafia non ha avuto bisogno di farsi eterodirigere dalla destra eversiva per piazzare il tritolo; semmai, ha incrociato interessi, ha goduto di coperture, ha sfruttato convergenze parallele con pezzi deviati dello Stato, massoneria e mondi finanziari. Ma il motore immobile di quella carneficina restava l’organizzazione criminale che Falcone e Borsellino stavano stringendo d’assedio.
2. Che Cosa Resta? Il Depistaggio Più Grande della Storia Repubblicana
Se c’è un motivo per cui la stampa non può e non deve abbassare la guardia, questo risiede in una parola che pesa come un macigno: Scarantino.
Il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, orchestrato da pezzi infedeli dello Stato attraverso la costruzione a tavolino del falso pentito Vincenzo Scarantino, è stato definito dai giudici come il più grave depistaggio della storia giudiziaria italiana.
Resta una verità mutilata. Restano i processi che hanno dovuto ricominciare da capo dopo vent’anni di bugie istituzionali. Resta il dolore dignitoso e inflessibile dei figli di Paolo Borsellino — Lucia, Manfredi e Fiammetta — che da anni non chiedono cerimonie passerella, ma pretendono risposte su cosa accadde davvero all’interno del gruppo investigativo “Falcon-Borsellino” guidato da Arnaldo La Barbera, e su chi ordinò la sparizione dell’Agenda Rossa.
3. Il Dovere dell’Informazione: oltre la Cronaca Rituale
Ogni anno, a luglio, i giornali e i palinsesti televisivi si riempiono di retorica. Si celebrano gli eroi. Ma il giornalismo d’inchiesta non serve a celebrare gli eroi morti; serve a tutelare i vivi e la democrazia.
L’informazione ha il dovere di continuare a cercare per tre motivi fondamentali:
Il Dossier “Mafia-Appalti”: È la pista su cui Fabio Trizzino e i figli di Borsellino insistono da tempo. Paolo Borsellino fu ucciso anche (e soprattutto) per l’accelerazione che impresse alle indagini sul nucleo nevralgico degli interessi economici di Cosa Nostra e dei suoi storici complici nell’imprenditoria e nella politica. Quell’indagine fu archiviata pochissimo tempo dopo la sua morte.
Lì dentro si nascondono i veri mandanti occulti.
La convergenza di interessi: Cercare “tutta la verità” significa non accontentarsi della verità parziale della sola manovalanza mafiosa (i Riina, i Graviano), ma indagare su quell’ibrido connubio tra criminalità organizzata e pezzi di potere legale che Borsellino stesso definì il “puzzo del compromesso morale”.
Onorare i fatti, non le narrazioni:
Quando la politica o la saggistica piegano la storia delle stragi per fini di bottega — inventando matrici improbabili o ignorando le evidenze dibattimentali — il giornalista ha il compito di rimettere al centro i documenti. I verbali.
Le parole vive di Falcone e Borsellino.
Impegno per il futuro
Sostenere i figli di Borsellino nella loro ricerca della verità non significa sposare una fazione, ma difendere lo Stato di diritto. Significa pretendere di sapere perché un uomo dello Stato è stato lasciato solo, sapendo di morire, nei cinquantasette giorni che separarono Capaci da via D’Amelio.
Finché l’ombra del depistaggio istituzionale non sarà del tutto diradata, e finché le intuizioni di Falcone e Borsellino sulla gestione degli appalti e sui reali assetti di potere non troveranno piena luce, l’informazione italiana avrà un debito aperto.
Un debito che non si estingue con una corona di fiori, ma con il consumo delle suole delle scarpe, lo studio delle carte e il coraggio di fare domande scomode. Soprattutto quando la verità non coincide con lo slogan più comodo del momento.
Ieri presso l’Istituto dei Ciechi Florio Salamone, in via Autonomia Siciliana 125/B a Palermo, si è tenuto il convegno “L’estate che cambiò Palermo”, dedicato al periodo compreso tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Sono intervenuti Brigida Alaimo, Antonio Balsamo, Tina Montinaro, Roberto Puglisi, Raoul Russo, Elvira Terranova, Fabio Trizzino e Carolina Varchi.
Stragi del ’92, a Palermo un incontro sulla memoria e la ricerca della verità
PALERMO (ITALPRESS) – Un percorso che non si è mai fermato e che viene alimentato quotidianamente dalla memoria e dall’impegno concreto che tutti, istituzioni e società civile, portano avanti in termini di legalità: all’Istituto dei Ciechi Florio Salamone si è svolto un incontro pubblico dal titolo ‘L’estate che cambiò Palermo’ per parlare dell’impatto che le stragi del 1992, il 23 maggio a Capaci e il 19 luglio in via d’Amelio, ebbero sulla cittadinanza nella misura in cui contribuirono a sollevare una mobilitazione contro la mafia come mai la si era vista prima. All’appuntamento, promosso dal Forum XIX Luglio e dall’Istituto Siciliano di Studi Storici, Politici ed Economici (Isspe) in vista della Fiaccolata in ricordo delle vittime di via d’Amelio (giunta al 30esimo anniversario e in programma tra nove giorni), hanno preso parte tra gli altri il presidente della Corte d’Appello di Palermo Antonio Balsamo, la deputata di Fratelli d’Italia Carolina Varchi e il capogruppo di Fratelli d’Italia nella commissione parlamentare Antimafia Raoul Russo.
“Quei 57 giorni che sono rimasti scolpiti nel nostro animo hanno segnato un punto di non ritorno – sottolinea Balsamo, – Da quel momento tutta la popolazione palermitana ha capito che nessun compromesso è possibile con la mafia. L’inaccettabilità della situazione che era venuta a creare nel nostro paese per effetto di questa strategia del terrorismo mafioso ha coinvolto ogni cittadino, spingendo tutti a un fortissimo moto di ribellione contro Cosa nostra e i protagonisti di questa strategia che voleva piegare lo Stato ai disegni di un’organizzazione criminale: da lì si è realizzato un cambiamento profondo nella mentalità collettiva, è stato un momento drammatico in cui però il dolore è stato trasformato in coraggio da tante persone comuni”.
Adesso l’obiettivo, aggiunge il presidente della Corte d’Appello di Palermo, è trovare la verità laddove ancora non c’è: “Ci sono, sia sulla strage di Capaci sia su quella di via d’Amelio, tanti buchi neri e tanti aspetti che hanno ancora bisogno di una ricostruzione completa: ad esempio nessuno di noi è stato finora capace di dare un volto a quelle persone appartenenti al mondo economico e politico con cui Riina aveva avuto contatti preventivi, quelli che Antoninò Giuffrè chiama ‘tastate di polso’, prima di dare avvio alla strategia stragista; ci sono tanti buchi neri che riguardano anche la strage di via d’Amelio, ancora non sappiamo chi ha premuto il telecomando”.
Balsamo esprime poi profonda ammirazione per la famiglia di Paolo Borsellino per la sua “capacità di impegnarsi con un coraggio straordinario nella ricerca della verità: sono un esempio per l’intero paese. Mi piace anche ricordare le parole della signora Agnese: nel momento in cui era impegnata nella ricerca della verità sull’uccisione del marito e delle persone che erano con lui in quel drammatico 19 luglio 1992 pensava sempre alle tante altre vittime di mafia e al loro diritto alla verità. Oggi il modo migliore per onorarla è l’approvazione di una riforma costituzionale secondo cui la Repubblica tutela le vittime di reato: sarebbe il segno di un impegno corale di solidarietà da parte di tutte le istituzioni e del popolo italiano”.
Russo si sofferma sul ruolo spartiacque di quel 19 luglio 1992, in cui “si ebbe piena coscienza che tutto era cambiato: la strage di Capaci aveva già devastato la città e le coscienze, ma quella di via d’Amelio sembrava un epilogo totalmente scontato. Quell’estate è stata determinante per creare una grandissima risposta civile da parte di un’intera generazione, di una comunità che ha saputo trovare il coraggio di ribellarsi, di uno Stato che prese atto di una guerra che non si era mai voluta combattere sul serio: iniziò un percorso che ha visto oggettivamente grandi successi, ma fa amarezza che dopo 34 anni la mafia sia tuttora esistente, operativa e viva sotto altre forme, come ci dimostrano gli ultimi episodi di violenza. È un momento in cui bisogna non solo fare memoria, ma proiettarla nell’attualità per creare una reazione altrettanto forte della comunità civile insieme a una rinnovata azione dello Stato”.
Le stragi di Capaci e via d’Amelio, secondo Varchi, “hanno rappresentato uno spartiacque non solo per la società civile, per Palermo e per l’Italia, ma anche nella vita di ciascuno di noi. Chi come me al tempo era una bambina ha avuto la percezione netta che qualcosa di incredibile era accaduto: da lì serviva la ferma consapevolezza di dover decidere da che parte stare, cioè dalla parte della legge e dello Stato ogni giorno della vita e indipendentemente dal ruolo da svolgere nella società, nelle istituzioni e nelle professioni. In questi trent’anni intere generazioni di giovani si sono date il cambio in una staffetta ideale, dalla partenza sempre composta e silenziosa dalla statua della Libertà fino all’arrivo in via d’Amelio: è la più longeva delle manifestazioni antimafia e la più partecipata dalla società civile, senza i soliti turisti dell’antimafia che vogliono dare lezioni di legalità e memoria; noi, in silenzio e con le nostre fiaccole, cerchiamo giorno dopo giorno di squarciare quel muro che separa dall’accertamento della verità su quello che accadde nel 1992”. (ITALPRESS 10.7.2026
Stragi ’92, Balsamo ’57 giorni che hanno segnato un punto di non ritorno’
“Quei 57 giorni che sono rimasti scolpiti nel nostro animo hanno anche segnato un punto di non ritorno. Da quel momento tutta la popolazione di Palermo ha capito che nessun compromesso è possibile con la mafia”.
Lo ha detto il presidente della Corte d’appello di Palermo, Antonio Balsamo, sulle stragi di mafia del 1992 a Capaci e di Via d’Amelio a margine dell’incontro su ‘L’estate che cambiò Palermo’.
“La inaccettabilità della situazione che si era venuta a creare nel nostro Paese per effetto di questa strategia del terrorismo mafioso – ha aggiunto Balsamo – ha coinvolto ogni cittadino spingendo tutti ad un fortissimo moto di ribellione contro Cosa nostra, contro tutti i protagonisti di questa strategia che voleva piegare lo Stato ai disegni di un’organizzazione criminale. Io credo – ha osservato il presidente della Corte d’appello di Palermo – che da quel momento si sia davvero realizzato un cambiamento profondo nella mentalità collettiva è stato un momento drammatico, in cui però il dolore è stato trasformato in coraggio da tante persone comuni”. ANSA




