FABIO TRIZZINO: la strategia stragista di Cosa nostra…


Per spiegare la stagione terribile delle stragi, alcuni autorevoli esponenti dell”antimafia sono passati, con disarmante disinvoltura, dalla Trattativa Stato-Mafia alla pista nera.
Il tutto per non guardare a ciò che è accertato nelle sentenze definitive sulle stragi.
In esse, si evidenziano due motivi della strategia stragista.
1) Istanza vendicativa;
2) istanza preventiva.
La prima attiene agli esiti catastrofici del maxiprocesso.
Riina, quando decide la strategia stragista, è un uomo in difficoltà rispetto all’intera organizzazione, in special modo verso i sodali condannati al maxi processo sulla base del teorema Buscetta. Ad essi aveva promesso la neutralizzazione in Cassazione degli esiti di quel processo.
Ha, dunque, la necessità di apparire ancora forte e potente. Come dire: non pensate minimamente di detronizzarmi.
Dati questi presupposti, la sua proverbiale diffidenza lo indusse a ulteriormente compartimentizzare l’organizzazione creando la c.d. Super Cosa.
Si tratto’ di un modulo organizzativo omologo alla Super Procura voluta da Giovanni Falcone.
In essa rientrarono gli uomini a lui più fedeli: I Graviano, gli uomini di San Lorenzo, i Madonia e tutto il fronte del Trapanese capitanato da Matteo Messina Denaro. Riina volle anche l’attiva collaborazione della mafia di Catania del duomo Santapaola -Ercolano.
Si tratta di soggetti TUTTI PROTAGONISTI dell’intera strategia stragista, definita nelle sue linee essenziali già nell’ ottobre del 1991.
Gregari importanti come Giovanni Brusca non fecero parte di tale struttura. Brusca, invero, non prese parte in alcun modo alla strage di Via D’Amelio.
2) Rispetto alle istanza preventiva, tutte le sentenze evidenziano altresì l’esistenza di una esigenza di evitare che la direzione della Superprocura andasse a Giovanni Falcone o a persona a lui gradita.
Alla medesima istanza preventiva va riferita l’esigenza di neutralizzare lo svolgimento di particolari indagini in grado di colpire l’organizzazione sul versante dei suoi interessi economici.
Pino Lipari, consigliere economico di Riina, commento’ il ritorno nel gennaio- marzo 1992 di Paolo Borsellino alla Procura di Palermo con queste parole: ” è finita la pace per quel santu cristianu di Giammancu
Sotto questo versante, numerosi collaboratori di giustizia di provata attendibilità, hanno riferito che il particolare attivismo di Falcone in prima battuta e di Borsellino dopo la strage di Capaci in relazione alle indagini sugli appalti pubblici costituivano motivo di grandissima preoccupazione in seno a Cosa Nostra.
Sul punto, trancianti le dichiarazioni di Antonino Giuffre‘ il quale ha dichiarato che Borsellino era diventato molto più pericoloso di Falcone.
Se consideriamo che già dal 1988, come afferma Giovanni Brusca, Riina stava ridisegnando il patto del tavolino nei termini di una presenza egemonica del gruppo di imprese espressione diretta di Cosa Nostra, si può o no fondatamente ritenere che Borsellino muore dopo 57 giorni perché voleva entrare, con la sua solerzia professionale ed investigativa, in questo ginepraio?
Secondo le sentenze del Borsellino ter, quater e quinquies e Capaci Uno e Bis la risposta è affermativa.
 

FABIO TRIZZINO