Egregio direttore,
La pubblicazione in prima pagina di un suo editoriale di scuse per un articolo nel quale era stata affermata la circostanza falsa che avrei condiviso nelle mie conversazioni con il dott. Natoli parole offensive nei confronti dei familiari di Paolo Borsellino, è gesto che apprezzo e che mi ha indotto a revocare il mandato ai miei avvocati di procedere per le vie legali. Raccolgo il suo invito a rispondere alle domande poste nell’editoriale, ma ricordo che per due volte mi sono sottoposto al fuoco di fila di domande analoghe in trasmissioni televisive e che le stesse precisazioni le ho riportate in comunicati stampa, articoli e interviste che la sua redazione non può non conoscere.
Dopo il mio pensionamento da magistrato, ho proseguito a coltivare frequentazioni e scambi di opinioni con vari colleghi, tra i quali anche Natoli, al quale sono rimasto legato da un più che trentennale rapporto di colleganza ed amicizia. Che le mie conversazioni con Natoli fossero consuetudinarie e non siano iniziate in occasione dell’inizio dei lavori della Commissione Antimafia sulla pista mafia-appalti, è dimostrato dal fatto che sono state intercettate già molti mesi prima dell’inizio dei lavori, mentre parlavamo dei più svariati argomenti, tra questi a titolo di esempio cito questioni strettamente attinenti alla mia nuova attività di parlamentare totalmente estranei al tema dei lavori della Commissione, come miei commenti fortemente critici sul caso Cospito, iniziative politiche che avevo intenzione di porre in essere con le forze di minoranza per la nomina del nuovo presidente della Commissione antimafia, i rapporti risalenti agli anni Settanta tra mafia, destra eversiva e servizi segreti, manovre occulte di alcuni condannati per le stragi per accedere, tramite favoritismi, a benefici penitenziari. Tutte queste conversazioni protrattesi nel tempo, come altre di carattere strettamente personale, talune riguardanti i nostri figli, ed anche altre mie conversazioni con altri magistrati mai indagati, sono state ascoltate, trascritte e trasmesse ai 50 componenti della Commissione senza alcuna autorizzazione preventiva e successiva.
Ciò in base al singolare principio sostenuto dalla Procura di Caltanissetta, ed applicato per la prima volta nella storia repubblicana nei confronti della mia persona con l’entusiastico consenso della maggioranza della Giunta del Senato contro il parere del relatore, secondo cui le Procure della Repubblica non sarebbero tenute a osservare né l’art. 268 del codice di procedura penale, che vieta la trascrizione di conversazioni non attinenti alle indagini, né l’art 68 della Costituzione a tutela dell’indipendenza e libertà del potere legislativo da abusi o indebite ingerenze da parte del potere giudiziario, qualora, come nel caso che mi riguarda, la Procura di tali intercettazioni penalmente irrilevanti non intenda fare uso processuale per fini di giustizia, ma uso extraprocessuale, cioè per finalità discrezionalmente individuate.
Mai mi sono opposto all’utilizzazione nel processo di intercettazioni che fossero rilevanti ai fini di giustizia, proprio il contrario di quanto fatto dalla maggioranza con le chat tra Delmastro e Caroccia. Nelle mie conversazioni intercettate sia con Natoli che con altri magistrati, abbiamo anche commentato le visite di Mori alla presidente Colosimo, i suoi pubblici proclami di vendetta nei confronti dei magistrati della Procura di Palermo che lo avevano processato, il rifiuto della Presidente Colosimo di indagini conoscitive su altre piste pure specificamente indicate, pronosticando che, dunque, i lavori sarebbero stati politicamente orientati in modo univoco, e che l’unico modo per fare emergere la verità sarebbe stato produrre documenti inoppugnabili e citare come persone da audire tutti i magistrati che avevano gestito le indagini mafia-appalti.
Quando, nel corso di una audizione, l’avvocato Trizzino ha sostenuto che Natoli aveva indebitamente archiviato un procedimento penale di cui io non mi sono mai occupato e che non faceva parte dell’indagine mafia-appalti (contrariamente a quanto affermato a più riprese da diversi soggetti), Natoli mi ha comunicato la sua volontà di essere audito dalla Commissione antimafia su tale specifica vicenda per difendere la propria reputazione, anticipandomi i contenuti dei documenti che aveva acquisito. Di questa sua intenzione e del rapporto di amicizia che a lui mi legava, ho riferito personalmente alla Presidente Colosimo nel corso di una conversazione nel suo studio avvenuta il 12 ottobre 2023 dalle ore 11,30 alle ore 12 circa.
Come risulta dal resoconto stenografico dell’audizione di Natoli, su questo tema specifico, non ho formulato alcuna domanda. Poiché ritenevo rilevante che Natoli riferisse anche altre e diverse circostanze da lui già riferite come testimone in pubblici dibattimenti (timori espressi da Borsellino nei confronti di Contrada, vicenda Mutolo-Borsellino), nonché la circostanza della sua personale partecipazione all’assemblea della Procura di Palermo del 14 luglio 1992 di cui mi aveva parlato nelle nostre precedenti conversazioni, gli ho anticipato che su tali argomenti gli avrei fatto delle domande, atteso che di tali argomenti non avrebbe potuto parlare sua sponte in assenza di specifiche domande, essendo estranei al tema per il quale aveva chiesto di essere audito. È incontestabile che rientra nei poteri-doveri dei parlamentari sollecitare auditi a riferire alle commissioni circostanze a loro conoscenza rispondenti al vero e di rilievo pubblico.
L’inchiesta mafia-appalti non è mai stata archiviata, continuare ad affermare una falsità non fa di essa una verità. Rimase apertissima anche nel luglio ’92 e dopo quella data con una intensa attività di indagine che portò a numerosi nuovi arresti già nei mesi immediatamente successivi. Via via che le prove venivano acquisite in un contesto caratterizzato, a differenza che a Milano per Mani Pulite, da una totale omertà degli imprenditori timorosi non solo delle ritorsioni dei mafiosi ma anche di esporsi al pericolo della confisca delle loro aziende ammettendo qualsiasi rapporto con la mafia, ha portato ad importantissimi esiti giudiziari con centinaia di arresti, condanne, richieste di autorizzazioni a procedere, sequestri e confische di ingentissimi patrimoni.
Nell’assemblea di ufficio del 14 luglio 1992 si parlò, dunque, dell’archiviazione non della inchiesta ma solo della posizione di alcuni indagati per i quali a quella data le prove non erano sufficienti e che furono arrestati pochi mesi dopo a seguito delle dichiarazioni sopravvenute e riscontrate di nuovi collaboratori di giustizia, giacché, come è noto, le archiviazioni sono provvedimenti revocabili in qualsiasi momento.
In pubblici dibattimenti, deponendo come teste sotto giuramento, il dottor Lo Forte ha ribadito di avere parlato espressamente di tale archiviazione nel corso dell’assemblea del 14 luglio e la circostanza è stata confermata sia dinanzi alla Commissione antimafia che dinanzi alla Procura di Caltanissetta dal dott. Luigi Patronaggio, pure lui presente il 14 luglio. Né l’uno né l’altro sono stati mai indagati per falsa testimonianza, mentre, di contro, nessuno ha mai dichiarato, deponendo come teste, che in quell’assemblea di tale archiviazione parziale non si parlò.
Del resto convocare appositamente tutti i magistrati della Procura a ridosso delle ferie sul tema dell’inchiesta mafia-appalti invitandoli a porre domande al riguardo, appare comportamento davvero singolare e suicida per chi avesse avuto intenzione di celare qualcosa. Con il caldo torrido del luglio palermitano, tutti sarebbero stati ben felici se l’assemblea fosse stata rimandata a dopo le ferie.
27.7.2026
