La zona grigia dell’antimafia

 

Nel mondo dell’antimafia esiste una zona grigia, che è lì, evidente a chiunque abbia occhi per guardare: il territorio dove la retorica della legalità diventa copertura, dove l’impegno civile si trasforma in rendita, dove la parola antimafia viene usata come lasciapassare morale per ottenere ciò che altrimenti non sarebbe ottenibile. Un’area dove la legalità è brand, non responsabilità.
L’antimafia autentica — quella che nasce dal sacrificio, dal lavoro silenzioso, dalla memoria che non si piega — è fatta di studio, rigore, disciplina. È fatta di magistrati che hanno pagato con la vita, di investigatori che hanno lavorato nell’ombra, di cittadini che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte. Ma accanto a questa antimafia  ne prospera un’altra: un’antimafia di superficie, che vive di convegni, passerelle, fondi pubblici, relazioni politiche e soprattutto di una auto‑attribuita superiorità morale che non tollera domande.
In questa zona opaca si muovono interessi privati mascherati da impegno civile, rapporti clientelari che nulla hanno a che fare con la lotta alla criminalità, fondi pubblici chiesti in nome della legalità e spesi senza trasparenza, associazioni che vivono più di finanziamenti che di progetti reali, professionisti dell’antimafia che hanno trasformato un valore civile in un mestiere redditizio. È un mondo dove la parola mafia viene brandita come arma retorica per zittire critiche, ottenere visibilità, legittimare posizioni politiche o personali. Dove la trasparenza è invocata ma raramente praticata. Dove la memoria delle vittime diventa scenografia, non responsabilità.
Il paradosso è che questa antimafia di facciata indebolisce proprio ciò che dice di difendere. Perché quando la legalità diventa marketing, quando l’impegno civile diventa un posto di lavoro o carriera, quando la lotta alla mafia diventa un marchio, tutto perde peso. E chi lavora davvero — chi studia, chi indaga, chi rischia — si ritrova circondato da rumore, da retorica, da un esercito di professionisti della parola che non conoscono la fatica della verità.
La responsabilità è ciò che manca. La vera antimafia non teme controlli, verifiche, domande. La falsa antimafia sì. Perché sa che dietro i proclami potrebbero emergere contributi pubblici senza rendicontazione, progetti mai realizzati, associazioni che esistono solo sulla carta, relazioni politiche usate come scorciatoie. E allora si difende con la retorica, con l’indignazione, con l’accusa di “attacco all’antimafia”. È un meccanismo antico: chi critica viene dipinto come nemico della legalità. Il modo più semplice per evitare di rispondere.
Parlarne non significa indebolire l’antimafia. Significa difenderla. Perché la credibilità è il primo strumento della lotta alla criminalità organizzata. E ogni zona grigia, ogni abuso, ogni rendita parassitaria è un colpo inferto alla memoria di chi ha pagato con la vita.
L’antimafia non può essere un marchio. Non può essere un mestiere. Non può essere un alibi. Deve tornare a essere ciò che è: una responsabilità civile, rigorosa, esigente, che non fa sconti a nessuno — nemmeno a se stessa.
Per comprendere meglio a chi e a cosa ci riferiamo, è sufficiente leggere il materiale contenuto nel link che segue: più eloquente di qualsiasi ulteriore commento.

 

 

OMBRE sull’ANTIMAFIA